Argomento.
Rosilde
figliuola giovinetta di Berengario celatamente sospira per Lotario
che ella sapeva essere stato il generoso salvatore di suo padre; e
scoperto che i suoi ne insidiavano l'esistenza giura sventare ad ogni
costo la trama.
Già vicina era
la sera
E Rosilde in sul verone
Una flebile canzone
Dolce, feasi a modular;
E parea la prigioniera
in quel canto invidïar.
Del tiranno ell'è
la figlia;
Ma col sangue in lei non scese
Il desio d'atroci imprese,
Chè seguace è sol d'amor;
E ad un angiol rassomiglia
Nel virgineo suo candor.
Se modesta inoltra il
piede,
Tosto involasi alla lode
Che sonar d'intorno s'ode
Sull'ingenua sua beltà;
Schiva ognun d'amor la crede
Per cui pace più non ha.
Ma qual fia, qual fia
l'obbietto
Che parer fa ogni altro vile
Alla vergine gentile
Con insolito valor,
E governa il giovin petto
Come suole empio signor?
Oh poter del fato
arcano,
Mentre d'altri a lei non cale
Fortunata è una rivale
Che accendea d'immenso ardor
Il garzon pel quale invano
Sempre vive nel dolor!
«Che mi val la
libertade
Se i miei dì consuma il duolo,
Se disciorre agogno il volo
Sventurata! al mio fattor;
Nè bellezza in verde etade
Del destin vince il rigor?
Innocente è la
mia brama;
Pur dagli uomini è reietta:
Altra donna il bene aspetta
Che sol voto è del mio cor:
Adelaide!... oh cielo! ei l'ama;
Che bramar potrebbe ancor?
L'hanno oppressa? oh
lei beata!
Doni a me le sue catene;
Fiano ebbrezza a me le pene
Se morendo io dir potrò:
Da Lotario sono amata,
E il suo pianto io morta avrò!
Ma se i giorni a te
d'accanto
Trapassar mi desse Iddio!...
Di quest'alma, o sol desio,
Vedi, io manco a un tal pensier!
La virtude oh quale incanto
Della gioia ha nel sentier!
Ma virtù che
non ha speme,
Cui mercede è ognor negata,
Che deserta, sconsolata
Move il passo pellegrin:
Mentre soffre, mentre geme
Maledice al suo cammin!
Dammi, dammi, o Dio
tu forza!
Tua pietà piangendo invoco;
Tu lo sai se puro è il foco
Onde avvampo, o lassa! invan;
O tu in me la fiamma ammorza
O non vegga io più il doman».
Così canta la
donzella;
Quando il ponte ode percosso;
Il suo cor nel petto è scosso
Chè del prence egli è il
destrier;
Guata e palpita la bella,
Varca il ponte il cavalier.
Dal verone ella
discende
Fra i boschetti del giardino
A cui stanza aver vicino
Suol Lotario il suo sospir;
E fin l'alito sospende
Nel suo trepido desir.
Nel più folto
del vïale
Dove sorge un gran cipresso
Pronunziare in tuon sommesso
Ode il nome del suo ben;
Freddo un brivido l'assale,
Ma il terror comprime in sen.
Porge ascolto; e un
nero arcano
Le si svela... «ahi sfortunato!
Si sottragga a orrendo fato».
Sclama aspersa di sudor;
«Vada tosto egli lontano
Dal protervo genitor».
Fra sè stessa
ella tai detti
Disse e sparve in un baleno;
Leve il piè rade il terreno,
È già lunge dal giardin;
Ah la notte il corso affretti!
Giunga ratta al suo confin.
La tua perdita han
giurato:
Sorgi, via, chi t'assecura?
La tua morte si congiura,
Infelice! e sogni amor?
A uno spirto intemerato
Vano scudo è il suo candor.
Non posar la faccia
mesta
Su quel perfido guanciale;
Temi, o misero, il pugnale
Sol nell'ombre uso a ferir;
Chi salvasti ahi vile! Appresta
Ora in premio il tuo morir.
Vanne, parti!... Ah
no! t'intendo:
Qui l'amor ti lega e il fato;
Empia morte a lei d'allato
Puoi tu intrepido sfidar:
Solo ah sol per te tremendo
È il doverla quì lasciar.
Pellegrina, in
strania terra
Teco andarne ella ricusa;
Il pudor natio la scusa
Chè più forte è del
soffrir;
Abbia fin l'infausta guerra
Coll'estremo tuo sospir.
Che fa Rosilde
nell'erma stanza?
Dolce speranza d'un bel rossor
Tinge la gota ch'è porporina
Qual la reïna vaga de' fior
Ma il volto amabile a
quando a quando
Va pur velando gentil pallor;
Come degli umidi vapor sottile
Fassi un monile l'astro d'amor.
Come una lucida
stilla amorosa
Tremula posa sul primo albor
Nel vago calice d'intatta rosa
Che rugiadosa più bella è
ancor,
Tale una lagrima che
par trabocchi
De' vivid'occhi cresce il fulgor;
Frequente anelito solleva il petto
Perch'è ricetto d'ardente amor.
Timore e speme
cedonsi a gara
L'impero, o cara , de' tuoi sospir;
Ma un roseo sogno, se a te non mente
L'incauta mente, fia l'avvenir.
Con lui fuggire, da
lui tu amata...
No, sfortunata, lo vieta il ciel;
Sappi che in terra giammai non lice
Esser felice a un cor fedel.
Sol coll'imagine
d'un'infinita
Letizia invita l'Eterno sir
A sè lo spirito che può
d'amore
Celeste ardore quaggiù nutrir.
Chè quel
d'amore poter divino
L'uom pellegrino fa a Dio simìl;
E in pari fiamma da altrui diviso
Faria l'eliso d'alma gentil.
Nè soffre il
Nume che ai divi eguale
Sorga il mortale nel suo gioir:
Ond'è cagione supremo affetto
In nobil petto di rio martir.
Lascia la vergine la
casta gonna,
Ma non di donna spoglia il pudor;
Le membra assumono maschili spoglie;
Nel volto accoglie dolce rigor.
Invido l'elmo quai
pregi asconde!
In sè le bionde chiome serrò.
Così trasformasi: la man di neve
Sottile e breve di ferro armò.
Cotal veggendosi
d'ingenuo riso
Quel caro viso pur lampeggiò;
E nel virile vestito ascosa
Quanto è vezzosa dirsi non può.
Sotto la maglia del
cavaliero
Amor ch'è arciero celato sta;
Ma a lui non giovano l'armi omicide
Chè altrui conquide colla beltà.