Carlotta Ferrari
Lotario

PARTE TERZA

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PARTE TERZA

 

 

Argomento.

 

Rosilde figliuola giovinetta di Berengario celatamente sospira per Lotario che ella sapeva essere stato il generoso salvatore di suo padre; e scoperto che i suoi ne insidiavano l'esistenza giura sventare ad ogni costo la trama.

 

Già vicina era la sera

E Rosilde in sul verone

Una flebile canzone

Dolce, feasi a modular;

E parea la prigioniera

in quel canto invidïar.

 

Del tiranno ell'è la figlia;

Ma col sangue in lei non scese

Il desio d'atroci imprese,

Chè seguace è sol d'amor;

E ad un angiol rassomiglia

Nel virgineo suo candor.

 

Se modesta inoltra il piede,

Tosto involasi alla lode

Che sonar d'intorno s'ode

Sull'ingenua sua beltà;

Schiva ognun d'amor la crede

Per cui pace più non ha.

 

Ma qual fia, qual fia l'obbietto

Che parer fa ogni altro vile

Alla vergine gentile

Con insolito valor,

E governa il giovin petto

Come suole empio signor?

 

Oh poter del fato arcano,

Mentre d'altri a lei non cale

Fortunata è una rivale

Che accendea d'immenso ardor

Il garzon pel quale invano

Sempre vive nel dolor!

 

«Che mi val la libertade

Se i miei consuma il duolo,

Se disciorre agogno il volo

Sventurata! al mio fattor;

bellezza in verde etade

Del destin vince il rigor?

 

Innocente è la mia brama;

Pur dagli uomini è reietta:

Altra donna il bene aspetta

Che sol voto è del mio cor:

Adelaide!... oh cielo! ei l'ama;

Che bramar potrebbe ancor?

 

L'hanno oppressa? oh lei beata!

Doni a me le sue catene;

Fiano ebbrezza a me le pene

Se morendo io dir potrò:

Da Lotario sono amata,

E il suo pianto io morta avrò!

 

Ma se i giorni a te d'accanto

Trapassar mi desse Iddio!...

Di quest'alma, o sol desio,

Vedi, io manco a un tal pensier!

La virtude oh quale incanto

Della gioia ha nel sentier!

 

Ma virtù che non ha speme,

Cui mercede è ognor negata,

Che deserta, sconsolata

Move il passo pellegrin:

Mentre soffre, mentre geme

Maledice al suo cammin!

 

Dammi, dammi, o Dio tu forza!

Tua pietà piangendo invoco;

Tu lo sai se puro è il foco

Onde avvampo, o lassa! invan;

O tu in me la ammorza

O non vegga io più il doman».

 

Così canta la donzella;

Quando il ponte ode percosso;

Il suo cor nel petto è scosso

Chè del prence egli è il destrier;

Guata e palpita la bella,

Varca il ponte il cavalier.

 

Dal verone ella discende

Fra i boschetti del giardino

A cui stanza aver vicino

Suol Lotario il suo sospir;

E fin l'alito sospende

Nel suo trepido desir.

 

Nel più folto del vïale

Dove sorge un gran cipresso

Pronunziare in tuon sommesso

Ode il nome del suo ben;

Freddo un brivido l'assale,

Ma il terror comprime in sen.

 

Porge ascolto; e un nero arcano

Le si svela... «ahi sfortunato!

Si sottragga a orrendo fato».

Sclama aspersa di sudor;

«Vada tosto egli lontano

Dal protervo genitor».

 

Fra stessa ella tai detti

Disse e sparve in un baleno;

Leve il piè rade il terreno,

È già lunge dal giardin;

Ah la notte il corso affretti!

Giunga ratta al suo confin.

 

La tua perdita han giurato:

Sorgi, via, chi t'assecura?

La tua morte si congiura,

Infelice! e sogni amor?

A uno spirto intemerato

Vano scudo è il suo candor.

 

Non posar la faccia mesta

Su quel perfido guanciale;

Temi, o misero, il pugnale

Sol nell'ombre uso a ferir;

Chi salvasti ahi vile! Appresta

Ora in premio il tuo morir.

 

Vanne, parti!... Ah no! t'intendo:

Qui l'amor ti lega e il fato;

Empia morte a lei d'allato

Puoi tu intrepido sfidar:

Solo ah sol per te tremendo

È il doverla quì lasciar.

 

Pellegrina, in strania terra

Teco andarne ella ricusa;

Il pudor natio la scusa

Chè più forte è del soffrir;

Abbia fin l'infausta guerra

Coll'estremo tuo sospir.

 

 

 

 

Che fa Rosilde nell'erma stanza?

Dolce speranza d'un bel rossor

Tinge la gota ch'è porporina

Qual la reïna vaga de' fior

 

Ma il volto amabile a quando a quando

Va pur velando gentil pallor;

Come degli umidi vapor sottile

Fassi un monile l'astro d'amor.

 

Come una lucida stilla amorosa

Tremula posa sul primo albor

Nel vago calice d'intatta rosa

Che rugiadosa più bella è ancor,

 

Tale una lagrima che par trabocchi

De' vivid'occhi cresce il fulgor;

Frequente anelito solleva il petto

Perch'è ricetto d'ardente amor.

 

Timore e speme cedonsi a gara

L'impero, o cara , de' tuoi sospir;

Ma un roseo sogno, se a te non mente

L'incauta mente, fia l'avvenir.

 

Con lui fuggire, da lui tu amata...

No, sfortunata, lo vieta il ciel;

Sappi che in terra giammai non lice

Esser felice a un cor fedel.

 

Sol coll'imagine d'un'infinita

Letizia invita l'Eterno sir

A lo spirito che può d'amore

Celeste ardore quaggiù nutrir.

 

Chè quel d'amore poter divino

L'uom pellegrino fa a Dio simìl;

E in pari fiamma da altrui diviso

Faria l'eliso d'alma gentil.

 

soffre il Nume che ai divi eguale

Sorga il mortale nel suo gioir:

Ond'è cagione supremo affetto

In nobil petto di rio martir.

 

Lascia la vergine la casta gonna,

Ma non di donna spoglia il pudor;

Le membra assumono maschili spoglie;

Nel volto accoglie dolce rigor.

 

Invido l'elmo quai pregi asconde!

In le bionde chiome serrò.

Così trasformasi: la man di neve

Sottile e breve di ferro armò.

 

Cotal veggendosi d'ingenuo riso

Quel caro viso pur lampeggiò;

E nel virile vestito ascosa

Quanto è vezzosa dirsi non può.

 

Sotto la maglia del cavaliero

Amor ch'è arciero celato sta;

Ma a lui non giovano l'armi omicide

Chè altrui conquide colla beltà.


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