Roberto Sacchetti
Entusiasmi

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II

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II

 

Loredan era ufficialmente precettore del figlio Aroldo, un fanciullo di dodici anni; ma in realtà l'ospite venerato, l'oracolo della casa. Donna Elodia non gli misurava i riguardi alla stregua delle obbligazioni, bensì a quella della propria ammirazione. L'illustre filosofo aveva sacrificato all'indipendenza delle proprie opinioni la cattedra che prima teneva nell'Ateneo di Padova e rinunziato agli agi che il suo ingegno eminente e la sua notorietà avrebbero potuto procacciargli all'estero, per consacrarsi tutto alla scienza e alla causa nazionale. Lei s'onorava di essere la sua provvidenza sommessa e devota.

Nell'appartamento di due stanze in fondo al giardino, gli aveva fatto un ritiro delizioso, raccolto, comodo, rispettato come un santuario, elegante come un salottino. Lo studio alto e spazioso; nel soffitto affreschi di Knoller e ornati dell'Albertolli, una libreria tra le due finestre, due altre ai fianchi dell'uscio, dietro la scrivania un quadro di Hayez rappresentante Cincinnato che riceve colla mano sul timone dell'aratro i messi del Senato, sul camino due statuette antiche di bronzo fiorentino e un orologio di Boule, un canestrino di fiori nel vano della finestra, trapunti, cuscini ricamati sulle poltrone, infine tutto quel lusso che i pensatori trascurano, accettano e adorano inconsapevolmente.

Quando Guido entrò, lo zio stava lavorando; gli fe' un cenno di saluto impaziente, gli porse un elegante astuccio pieno di sigari d'Avana dicendo:

Siedi e fuma.

Poi si rituffò nel mucchio di libri e carte che ingombravano la scrivania.

Per un buon quarto d'ora la sua penna corse frettolosa, scricchiolando sulla carta. Le sue labbra articolavano silenziosamente parole, la sua testa baldanzosa, a cui i ricci brizzolati appena diradati alle tempia non toglievano l'aspetto di forza quasi giovanile, scandeva il ritmo dei periodi, e gli occhi rivelavano l'interna soddisfazione dell'autore che s'ascolta e sente nella propria immaginazione rombare l'entusiasmo dell'uditorio.

Terminata una cartellina la passava a un altro personaggio dietro la scrivania che Guido non aveva visto entrando: una grossa testa quadra coperta da una parrucca rossastra che dava rilievo alle linee dure di un viso sbarbato. Costui leggeva e deponeva il foglietto sulla scrivania tentennando il capo e rovesciandosi sulla spalliera della sedia.

Loredan a un certo punto domandò:

— Vi pare, caro Oggiono?

Era il generale Oggiono, un superstite del glorioso esercito italico; quello che nei più bei giorni dell'Impero, ad Eugenio di Beauharnais, il quale gli vantava con compiacenza la prosperità del regno, aveva risposto: — Abbiamo il regno, ci manca il re.

Guido non lo conosceva che di fama.

— Volete sentirlo il mio parere? — disse bruscamente il generale.

— Ve lo chiedo!

Poesia, caro mio, — sclamò il generale battendo l'occhialino sul foglietto che teneva in manopoesia, — ripeté alzando la voce, — e io mi domando a cosa ciò può servire. Credete voi di menare una popolazione positiva come la lombarda sopra il vostro Pindo? Oh sì! per ismuoverla ci vogliono ben altre carrucole. Bisogna conoscerla come la conosco io che sono nato in mezzo ad essa, sapere i suoi difetti per dar la spronata a tempo e bene e lanciarla alla carriera. E voi le fate dei madrigali, come messer Petrarca a Laura, che, occupata a far dei figli e a dar loro la poppa, non li leggeva; le mostrate le nubi che passano, a lei che ha la fronte curvata nel solco, dove trascina faticosamente l'aratro. Ha fame e le gettate una zaffata di incenso; ha sete, e le promettete... che so io... la manna, l'ambrosia! Ci vuol altro... ci vuol altro... ci vuole... Vedete, l'annata è stata scarsa, quest'inverno avremo la carestia, e l'Austria, più scaltra di voi, sapete cosa farà? Proibirà l'esportazione del frumento e delle farine, raddoppierà il dazio degli altri cereali. Inganno, sì... ma di quelli che fanno abboccare il morso...

Loredan, distratto, rimoveva macchinalmente le carte sulla scrivania; la sua mano incontrò l'astuccio che Guido non aveva toccato.

— Non fumi? — gli domandò.

Senza aspettare risposta, riprese la penna e soggiunse:

Sai, figliuolo, se hai qualcosa a dirmi, sarà meglio che torni domani: ho un lavoro avviato che non posso lasciare; va, addio...

Lo salutò colla mano per congedarlo.

Saluta tua madre; verrò a vederla domani.

Guido, che non s'era mosso, diè in uno scoppio di pianto. Nel silenzio di quella camera, dove alcuni gingilli ricordavano le attenzioni di sua madre per il fratello, la piena della passione l'aveva assalito e sopraffatto improvvisamente.

Loredan allora sporse il viso verso di lui; poi s'alzò e gli si appressò.

— Tua madre è?...

Guido, oppresso dall'ambascia, non fece che un cenno del capo

— Ebbene, — gli disse poi lo zio, — che vuoi farci? ella ha finito di soffrire.

Anche il generale s'era avvicinato.

— È mio nipote, — gli disse Loredan: — ha perduto sua madre.

— Bisogna farsi coraggio, — disse il generale: — la vita è una battaglia in cui chi sopravvive vede cadersi intorno i camerati; ad ogni passo un'illusione che si perde, un affetto che ci abbandona. Tu sei alla prima prova: ne vedrai ben altre, ragazzo mio.

— Non sono un ragazzo, — sclamò Guido levandosi dispettoso; ma i singhiozzi lo interruppero ancora.

— Egli è fiero de' suoi ventidue anni, — disse Loredan al generale.

Ventidue anni? e sembra un fanciullo! Ecco i risultati dell'educazione effeminata e svenevole d'adesso. Alla sua età io rientravo in Italia per il San Bernardo e in Milano attraversando Marenco; il gelo m'aveva dato gli orecchioni e m'ero buscato al fuoco le spalline. Cosa fa vostro nipote?

— Il pittore, e si è anche distinto.

Il generale chiese il suo nome, e saputolo soggiunse:

Ora mi ricordo, bravo giovinotto, — disse poi porgendogli la mano, — non mi tenete il broncio, io amo i bravi giovani come voi, ho veduto a Brera il vostro quadro del Giuramento di Pontida; mi piace; voi avete un nobile ingegno, servitevi dell'arte vostra per onorare il vostro paese, non vi perdete in languori, abbiate per ispirazione il pensiero, e il vostro pensiero abbia per meta costante la patria: questa è la sintesi di ogni vera grandezza.

Guido, rinfrancato, strinse con effusione la mano del generale e mosse per uscire; sulla soglia si fermò esitando.

— Ti abbisogna qualche cosa? — gli domandò lo zio.

Il giovane, abbassando la voce, gli disse il motivo della visita.

Lo zio approvò il suo pensiero e lo accompagnò egli stesso in casa.

La signora si era ritirata nella sua camera; le mandò a fare l'ambasciata di Guido. Il servo tornò subito dicendo che era padrone di pigliar quanti fiori volesse e lo condusse nella serra. lo zio lo lasciò ed anche il servo, dopo aver deposto un candeliere sopra una tavola in un canto.

Guido fra le magnificenze della serra in piena fioritura, rimaneva impacciato; colle forbici in mano che gli aveva lasciato il servitore, andava su e giù, ammirando, confrontando, senza decidersi a cominciare, quando, voltandosi, si trovò faccia a faccia con una giovane signora, nella quale, in quella mezza oscurità, stentò a ravvisare la padrona di casa. L'aveva vista qualche volta al corso di Porta Romana, o sui bastioni in carrozza accerchiata da una fitta siepe di cavalieri, o nel suo palco alla Scala, al Carcano in tutta la pompa delle serate di gala, ben diversa di quella che ora con un discreto sorriso lo salutava.

Donna Elodia prese le forbici ch'egli teneva, gli porse una panierina, e, fattogli segno di venirle dietro, andò di vaso in vaso spiccandone i fiori più vistosi, più freschi, più preziosi e li posava nella panierina. Colmata che l'ebbe, la riprese, la recò sul tavolo in fondo, vuotò i fiori e li divise per colori in tanti mucchietti; sedette in una poltroncina imbottita e indicò a Guido un seggiolone innanzi a lei. Chiese poi del refe e dei piccoli fuscellini e cominciò a fare tanti mazzettini di tre fiori l'uno, una rosa bianca e due fiori di colore, la più parte viole, giacinti, ranuncoli.

Lavorava in silenzio, a capo chino; qualche volta i riccioli le cascavano sul viso ed ella li rimoveva colla mano; allora alzava la fronte e dava a Guido uno sguardo di pietoso interesse, uno sguardo soave e melanconico.

Lui non ne staccava gli occhi, non provava soggezione, ma una dolce reverenza; la guardava come fosse un'immagine religiosa, una sembianza adorabile ma muta. Il riflesso della candida veste di casimira le faceva intorno, sul fondo scuro della verzura (un ciuffo d'aranci e di mirti), una specie di aureola; a Guido, un po' miope, i lineamenti di lei apparivano fusi, sfumati in un'armonica tonalità di candori e di penombre leggermente rosee. Così, contemplandola, la coscienza del suo dolore perdeva la sua prima asprezza, si mutava in una tristezza morbida, in un languore pieno di dolcezza.

Intanto donna Elodia finiva i suoi mazzettini e li univa insieme, ne componeva una lunga treccia, e finalmente congiungeva questa in ghirlanda.

Quando l'ebbe finita la pose davanti a Guido: a lui parve meravigliosa.

Dove i due capi della ghirlanda si congiungevano, donna Elodia aveva messo una magnifica rosa muffosa le cui tinte vivaci spiccavano fra due camelie bianche.

— Abbiamo fatto i tre colori.

Erano le sue prime parole. Guido ne fu scosso, sorpreso: rispose balbettando:

— Ella li amava tanto!

— Lo so, — soggiunse donna Elodia.

Fu come se gli avesse fatto un lungo elogio della defunta; gli occhi gli si riempirono di lagrime.

La serra comunicava collo studio dello zio per un usciolino che donna Elodia aveva fatto aprire perché egli potesse passeggiare quando faceva brutto tempo. Oggiono aveva ripreso il suo ragionamento e Loredan gli rispondeva, le loro voci si udivano distintamente, avevano ripreso il discorso dianzi interrotto. Loredan era il più calmo: la sua parola immaginosa, eloquente scorreva con una fluidità eguale ed abbondante.

Quella conversazione, in cui si ripetevano i nomi e le dottrine allora dominanti, contribuiva al fascino di Guido, il quale, dalla bolgia volgare della sua casa si sentiva ad una specie di eliso, ad un mondo di sensazioni delicate e gentili, di alti pensieri, di sentimenti nobili e soavi.

Rialzando il viso si trovò solo: la signora se n'era andata. Rientrò il servo e gli disse indicando la ghirlanda:

— Gliela porto a casa?

Ma Guido non volle la toccasse; la prese lui.

Tornato a casa entrò nella camera della madre, le scoperse il viso e depose la ghirlanda sul capezzale.

Poi gli parve d'aver fatto una cosa solenne e preso di sgomento s'inginocchiò. Credette in quel punto di affrontare il destino; le sue memorie e le speranze si riscontravano, si toccavano come quel volto inerte e quei fiori vivaci sul funebre guanciale.

Due immagini pietose sorgevano insieme innanzi alla sua mente commossa: l'una sussurrava misteriose parole e se ne andava sorridente, l'altra rimaneva pensosa a consolarlo.

L'una era sua madre, più amorosa, più tenera in quell'unico sguardo che non in tutte le carezze che dianzi ella spartiva fra lui e il fratello preferito — e l'altra, egli non osava nominarla a se stesso, era una donna ideale di cui gli parlava suo zio, una regina dei suoi desideri audaci e muti d'adolescente, che mai più avrebbe creduto ritrovare sul terreno sodo della realtà; — ora egli l'aveva veduta, le aveva parlato — gli riappariva meno lontana, non meno intangibile, non meno fantastica — forse più adorabile.

Guido teneva la fronte sul lenzuolo che copriva il cadavere di sua madre e, intanto, ritornava colla mente nella serra e scordava tutte le sue disgrazie — la rivedeva e con impeto violento levava il capo e le tendeva le braccia...

La morta lo guardava cogli occhi socchiusi e dalle sue pupille spente scaturiva una tristezza ineffabile.

Pareva lo rimproverasse.

Guido dava indietro sclamando amorosamente:

— O mamma, mamma, sarai stata sola a volermi bene... tu sola! — ripeteva con voce piena di rammarico, — nessun'altra che te!

Nella camera v'era un rimasuglio di logora eleganza; due seggioloni, un tavolino incrostato di tartaruga e argento, due candelabri in vetro di Murano che donna Marina aveva potuto sottrarre all'avida tirchieria del marito: tutto il resto del suo prezioso mobiglio aveva servito all'impianto del gabinetto d'antiquario dove da tanti anni il discendente dei Torriani esercitava il commercio di cose d'arte. Che delusione, che colpo per lei quando aveva dovuto rassegnarsi all'inaspettato sacrifizio! Torre le era stato presentato come un dilettante d'antichità; aveva aspetto gradevole e una cert'aria signorile, bastevole a colpire la fantasia di una fanciulla così sventurata come lei: egli viaggiava allora alla ricerca di capi d'arte per conto di pinacoteche o di negozianti: faceva, secondo i casi, da negoziante e da sensale o da semplice commesso. Ma vagheggiava l'idea di fare affari per conto proprio: e appunto si arrovellava per trovarne i mezzi, quando, vista la Marina, la condizione di lei, la simpatia ch'ebbe la fortuna d'ispirarle, gli offrirono l'occasione che andava cercando. Avevano venduto il palazzo, non rimanevano che i mobili, e questi bastavano per cominciare. Il fratello si trovava a Roma; una parente a cui questi aveva confidato Marina combinò il matrimonio. Dopo, Loredan n'era rimasto mortificatissimo, e alla sorella, che si lamentava d'essere andata sposa ad un rigattiere, aveva scritto: — «Che vuoi? la sorte non ha finito di percuoterci;» — le raccomandava la rassegnazione, e conchiudeva dicendo: — Coraggio, non v'è condizione tanto umile in cui non si possa essere virtuosi.» — Marina non aveva mai potuto rassegnarsi del tutto: il suo rammarico s'era inasprito invece cogli anni; certi giorni si chiudeva con Guido, più spesso con Napo, e , innanzi alle poche reliquie che le rammentavano la stanza di sua madre, ingannava con l'evocazione delle memorie le sue ripugnanze sempre vive, cercava di scordare almeno la sua sorte immutabile.

Guido, per una tenerezza d'artista, riparò al disordine che le scene della morte avevano lasciato nella stanza, accese tutte sei le candele dei candelabri, ricompose per l'ultima volta intorno alla estinta quel povero decoro di cui ella si compiaceva. Poi prese il libro, come aveva fatto alcune ore prima e lesse forte, piangendo con voluttuoso abbandono.

Lo interruppe la voce aspra di Martino che comparve mezzo svestito sul limitare:

— E adesso diventi matto?

Lui solo della famiglia era rimasto in casa; Guido non lo sapeva.

Colto in flagrante sentimentalismo dal fratello che col suo ruvido senso comune lo mortificava e lo irritava, ma gl'imponeva sempre, non fiatò; corse a chiudersi nello stambugiolo dietro il magazzino, che gli serviva di studio e di camera.

Martino spense le candele.

 


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