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III
L'indomani tutta la famiglia tornò in casa e si tenne consiglio. Marina s'era sposata senza patti dotali; ma il marito, nei primi mesi di matrimonio, per calmare con una liberalità poco pericolosa i risentimenti della sposa, s'era indotto a riconoscerle un credito di trenta mila svanziche, che si guardò bene dall'assicurarle sulla casuccia di cui divenne proprietario.
Martino dichiarò senza ambagi che intendeva dividere. Il padre tenne a lui e agli altri questo ragionamento:
— La somma che vi devo corrisponde pressappoco al valore che ho in magazzino. Voi la volete, io ve la dò; ma pensateci bene: con quel danaro voi non avete da vivere ed io sarò obbligato a smettere il mio commercio. Invece se voi lo lasciate a me, lo farò fruttare tanto da tirar innanzi tutti insieme discretamente come s'è fatto finora.
Napo e Martino chinarono la testa; l'uno, avvocato, divideva con un compagno l'ozio travaglioso d'uno studio senza cause, l'altro aveva un impieguccio di cento svanziche al mese, al municipio; riconobbero la convenienza di serbar fede al beccatoio paterno. A Guido, «al ragazzo», nessuno chiese neppure il suo parere.
Il litigio si riaccese poi per le disposizioni del funerale. Napo aveva ordinato a S. Babila un servizio solenne e tappò la bocca del padre dicendo: — «Per l'onore della famiglia.» — Nessuno pensava al terreno dove deporre decentemente i resti di donna Marina; se ne incaricò Guido.
Per istrada incontrò Gaetano, un giovane incisore, suo amico, il quale lo abbordò:
— So la tua disgrazia, tua madre era una buona signora. Si fa domani la sepoltura? Saremo in molti, ci saremo tutti.
Diffatti l'indomani venne accompagnato da una trentina di giovani artisti. Tutti portavano cappello alla calabrese colla fibbia davanti. Attorniarono la bara e l'accompagnarono contegnosi come una stretta parentela li legasse alla defunta; eppure non ce n'era due che la conoscessero. La loro presenza diè lo scambio ai commenti del vicinato; circuendo il feretro di un rispettoso silenzio, lasciò dietro uno strascico di ammirazioni.
Un'altra cosa fe' impressione: al momento che il convoglio si mosse, una carrozza, una sola, collo stemma di casa Fontana si pose in coda ad esso e lo seguì. C'era dentro donna Elodia con Loredan.
Tornato a casa l'ultimo dal cimitero di Porta Venezia, Guido vi trovò la tempesta. Il maestro Favaro, l'inquilino del piano terreno a destra del cortile, aveva osservato indicando ai Torre gli artisti convenuti:
— Vi faranno una dimostrazione e ciò può darvi delle brighe e fastidi.
Però essi si guardarono bene dall'uscire, e quando Guido tornò, tutti gli si scatenarono contro.
Napo specialmente era furioso: era riuscito a metter insieme una decina di sue relazioni, e costoro, solleciti della loro aristocrazia a piedi, mantenuta con molti sforzi e sacrifizi, avevano sdegnato imbrancarsi cogli artisti e se l'erano battuta.
Fu il primo ad affrontare il fratello.
— Almeno in questi momenti dovresti avere un po' di riguardo al decoro della famiglia.
— Vedrete ch'egli mi farà perdere l'impiego, — disse Martino; e soggiunse con calma biliosa: — e sì che qui di gente che lavora non ce n'è poi troppa.
— Oh no davvero! — sclamò il padre.
Anche Napo si sentì punto, ed arrossì; tornò con maggior impeto alla carica contro Guido, il quale già tratteneva a stento la collera che dentro gli bolliva e a questa nuova sfuriata rispose:
— Non ammetto altra nobiltà che quella delle azioni e dei sentimenti, e qui non ne veggo punto.
Allora anche il padre uscì dai gangheri; lui e Napo redarguirono aspramente la sua irreverenza; lo trattarono come un traditore, un rinnegato del nome paterno.
Per un po' Guido li lasciò dire, sopportò quel rovescione d'ingiurie finché poté; ma finalmente perdette la pazienza: era la seconda volta, dopo la morte della madre, che se li vedeva piombar addosso tutti d'accordo: ormai bastava.
— È ora di finirla, — gridò. — Ah io vi comprometto, io vi disonoro! Sapete che debbo dirvi? che io mi vergogno, che io mi sento umiliato di voi...
Il diverbio, salito d'un balzo agli acuti, fu terminato ad un punto.
— Ebbene, me ne vo, — disse Guido alzando le spalle.
Il vicinato, sino allora, non doveva saper nulla dei loro dissensi; era stata sempre un'illusione di donna Marina: da quel momento in poi fu autorizzato «a sapere che la famiglia non andava d'accordo».
Guido uscì, l'uscio della casa paterna si chiuse seccamente dietro di lui.
Pioveva e la strada inondata di belletta gli fece un brutto effetto.
Un punto luminoso lo attirava: egli andò istintivamente al palazzo Fontana e chiese dello zio.
— Quella gente mi ributta, — disse Loredan: — perciò non sono venuto ieri in casa.
— Anch'io n'esco e per non metterci più piede.
— Anche tu?
Lo zio scrisse la fine d'una frase incominciata, poi soggiunse placidamente:
— Hai deciso di separarti dalla famiglia? Ebbene, io approvo la tua decisione: è una risoluzione da uomo.
Ma intanto una scura malinconia scendeva sul volto di Guido che guardava fuori in giardino alla pioggia che veniva fitta fitta e ai tetti che grondavano, al cipresso che piegava i rami sotto l'acquazzone.
Lo zio taceva: Guido si decise a parlare:
— Mi bisogna una stanza, — balbettò.
— Una stanza? sicuro! — sclamò Loredan con infantile stupore, — e non l'hai?
— Non ho nulla.
Lo zio rovistò in un cassetto lungamente, ne trasse una borsa e gliela porse.
— Prendi, facciamo a metà, contali.
Guido contò, erano novantatré svanziche, ne prese quaranta e restituì la borsa.
Loredan si rimboccò le maniche come un lottatore che s'accinge a un nuovo assalto e prima di rimettersi al lavoro gli stese la mano:
— Addio.
In quel mentre si sollevò la portiera dell'uscio che dava nella serra e s'affacciò donna Elodia.
— Disturbo?
Essa attraversò la stanza, si appressò alla finestra e depose alcune rose nella panierina.
— Hanno chiamato in tavola, volete favorire?
— No, bisogna ch'io finisca prima; mi farò servire qui.
— No, chiamerò io.
La signora si voltò e allora soltanto parve avvertire la presenza di Guido.
— Oh scusate, Loredan, — disse, — vi credevo solo.
— Difatti ah! — si rammentò di Guido — mio nipote.
Guido s'inchinò. La contessa gli fe' un saluto amichevole, ma non disse nulla. Attraversando il cortile egli cercava il perché la signora non avesse quasi mostrato di conoscerlo.
E ci si scervellava inutilmente. L'aria fredda interruppe sgradevolmente le sue riflessioni.
Veniva giù acqua mista a neve; annottava.
Oltrepassato il naviglio, davanti alla posteria della Filomena, s'imbatté in Gaetano e bruscamente gli chiese se sapeva indicargli una camera, adatta a servirgli anche di studio.
— Tu cerchi alloggio? — disse l'incisore, — ah già mi han detto che il tuo «Cedrico» ti ha fatto cavaliere diseredato — la similitudine gli era suggerita dall'Ivanhoe che egli allora stava illustrando — ma questa non mi pare l'ora più opportuna per trovare stanze, se almeno andassimo al coperto? Si potrebbe discorrere.
Andarono insieme all'osteria di S. Romano, dove Gaetano offrì all'amico un desinaretto modesto e, mangiando, lo aiutò a progettare un po' d'avvenire.
Guido era molto abbattuto, vedeva tutto in nero, trovava ostacoli per tutto: — non aveva ancora riputazione bastevole; per far un quadro bisognavano colori, modelli, spese infinite e come vivere intanto? Avesse una buona commissione, allora sì... ma come trovarla?
— Senti, — disse Gaetano, dopo avergli enumerati l'un dopo l'altro una diecina di spedienti, — tu inventi con facilità, sai la composizione stupendamente, improvvisi un soggetto in un batter d'occhio — ebbene tu sei sicuro del fatto tuo, il mezzo è bello e trovato... come diavolo non ci ho pensato subito?
— Quale?
— Eh la litografia! — proseguì Gaetano senza avvertire la smorfia del compagno, — la litografia rende tre volte tanto l'incisione e la ricerca è grandissima; non potresti capitare più a tempo. Guigoni, Vallardi, Guglielmini, tutti stampano a furia romanzi, storie illustrate con litografie e sono tre o quattro soltanto che le fanno. Nardoni, sai, quel napoletano, senza rompersi il dosso, guadagna più di dodici svanziche il giorno, se lo strappano l'un l'altro. Se ti ci metti tu, in tre mesi li passi tutti, ti fai un nome, ti pagheranno quel che vuoi, farai fortuna... No?
Guido tentennava il capo.
— No, — sclamò con asprezza, — no, tutto ciò non è che mestiere, ignobile mestiere. Io voglio far 1'arte, l'arte vera o nulla… Se debbo lasciar il pennello, piuttosto che la matita prenderei la lesina… fo il ciabattino, guarda! Sarebbe meno doloroso che far un lavoro ignobile senza coscienza che mi rivolterebbe lo stomaco continuamente.
— Ma c'è maniera di aggiustar le cose; non abbandonar la pittura, farla — ma intanto guadagnarsi da vivere.
— Già — soggiunse Guido sorridendo amaramente, — far come Arlecchino, servire due padroni, scontentarli tuttedue: lavorar tutto il giorno come una bestia da soma e dedicare il resto alle idee, dar qualche pennellata a tempo perso — e intanto la fantasia si sciupa, la mente si logora, l'ingegno si sfibra. Ah, caro mio, non sai quel che mi consigli! Il talento è una moneta d'oro, che per comprare cosa vile bisogna barattare in soldoni, e di questi spendine uno, uno solo, non potrai riavere il talento intero. Ti persuade?
Gaetano era persuaso: ascoltava attentamente con ammirazione ed umiltà questa condanna indiretta del suo lavoro.
Guido s'incaloriva.
— L'arte per i profani è diletto, meraviglia, ma, per noi artisti, è, dev'essere religione, regola austera e sovrana di tutta la vita; or come potrebb'esserlo senza una grande superiorità, senza una libertà sconfinata da tutti i bisogni, da tutte le necessità volgari, come potrebb'esserlo, ti domando io, se io cedo a un editore, a uno stampatore tutto intento agli interessi del suo commercio il diritto di dominare la mia ispirazione, di governarla, di adulterarla! — io gli venderò giorno per giorno le mie idee, i miei schizzi, e i miei schizzi non troveranno più il modo di diventar quadri. Sarò condannato irreparabilmente al mestiere, al peggiore dei mestieri. Fo piuttosto il ciabattino: uno che si fa un paio di scarpe ci può mettere tutto il suo impegno, tutta la sua abilità, tutta la sua coscienza — io no, invece, sarò costretto, per soddisfare l'editore, per far presto, per far molto, di dare ciò che non mi contenta, ciò di cui non sono convinto, che non mi par ben fatto, ch'io disapprovo! Differenza enorme. Capisci?
— Capisco... tu hai dell'istruzione, del talento, ed è un peccato che ti trovi a queste strette...
E vedendo che l'amico si rannuvolava, riprese picchiando un gran pugno sulla tavola.
— Hai del talento, un gran talento e, per la madonna, in un modo o nell'altro riuscirai. Te lo dico io.
Guido non era disposto ad accettare la sua garanzia; egli non aveva fatto che scandagliare la sua miseria e vi si lasciava cadere, sommergere.
Avevano fatto tardi. Gaetano offrì all'amico la metà del suo letto. Guido accettò e ve lo seguì, accorato, sfiduciato, pensando che la vita era una cosa ben triste e che le sue quaranta svanziche erano una scarsa consolazione.
L'indomani Gaetano, avviandosi, per tempo, allo studio, lo lasciò che dormiva ancora. Poi Guido indugiò più che poté in letto per ritardare il principio d'una giornata che non sapeva come spendere.
L'incisore era un inquilino del signor Della Torre: la sua cameruccia s'apriva nel cortiletto interno dove guardavano da una parte il quartierino del maestro Fàvaro e dall'altra l'antico studiolo di Guido.
Perciò questi intese il padre che apriva la bottega e poi tutti i rumori che accompagnavano le sue antiche abitudini mattutine, le quali, l'una dopo l'altra gli ripassavano in mente lasciandovi confitto un particolare rammarico.
Verso le undici sentì picchiare sommessamente nei vetri della finestra in capo al letto, e mentre una faccia pienotta si schiacciava contro il vetro, una vocina sommessa domandò:
Riconobbe Carolina, la figlia del maestro Fàvaro, la quale lo guardò un momento con stupore e scappò sorridendo.
Guido sapeva d'una certa simpatia fra l'amico e quella ragazza: e provò un'orgogliosa soddisfazione nel fare il confronto di quella relazione comune e schietta col misterioso incontro della serra.
Chiuse gli occhi e stette un'altra buona mezz'ora ad almanaccare il suo romanzo sentimentale.
Levatosi finalmente verso le undici, trovò, uscendo sul pianerottolo Ludovico, il servo di donna Elodia, che chiedeva di lui alla Carolina e vedutolo gli consegnò un biglietto della padrona.