Roberto Sacchetti
Entusiasmi

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IV

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IV

 

Donna Elodia gli scriveva:

«So che cercate uno studio: ho un bugigattolo in fondo al giardino che deve aver buona luce, perché già ha servito a quest'uso: volete vederlo? Abbiate la bontà di passare dal mio portinaio quando vorrete e vi ci condurrà.

«In ogni caso non mi togliete troppo presto la lusinghiera speranza di avervi per inquilino.

«P.S. Se accettate farete piacere anche a vostro zio».

Guido non esitò un minuto: l'offerta veniva tanto opportuna, — come una riparazione della sorte: ci andò subito.

Il portinaio lo aspettava. Mentre si alzava per accompagnarlo, il fischio del cocchiere lo chiamò ad aprire il cancello. Diede la chiave alla moglie ed essa s'incaricò di Guido.

Sotto l'atrio dovettero tirarsi da banda per lasciar passare la carrozza.

Donna Elodia andava in visita. Veduto il giovane sporse il viso contro il cristallo e lo salutò graziosamente.

Guido restò piantato finché la portinaia non l'invitò a seguirlo. Lo condusse in giardino, a una porticina in fondo alla serra, al capo opposto a quello dove dimorava Loredan.

— L'entrata, — disse, — è di fuori verso gli orti, ma per ora passiamo di qui. E anche lei, di giorno, quando il portone è aperto, potrà passarci.

Il locale era bello, spazioso, illuminato da un grande finestrone, onde si aveva una vista d'orti fino al bastione e da due finestre che davano sul giardino. V'era un divano e qualche sedia impagliata.

Guido, distratto, abbagliato dal sorriso della signora, non fece attenzione a nulla, appena dié intorno quell'occhiata frettolosa con cui si guarda l'anticamera quando si aspetta impazienti di esser ricevuti.

La portinaia gli mostrava e commentava ogni cosa.

— Non c'è lusso, vede, pure tutto è rimasto come quando c'era il sor Fontana. Egli abitava qui, si può dire. Vuol vedere? Dormiva qui; — soggiunse alzando una tenda di sargia verde che nascondeva una piccola alcova.

— Il marito?...

— Sì, il marito della signora contessa.

Le davano, anche dopo il matrimonio, il titolo nobiliare della sua famiglia.

— Il sor Fontana dipingeva?

— Che so io! faceva dei disegni, poveretto, come avesse bisogno. Quello non era proprio avvezzo a fare il signore! Adesso sta nella Cervia, in un buco, che mi dicono, fa compassione: non c'è neppur portinaio!

— Se gli è matto, suo danno: — sentenziò suo marito entrando; — non t'immischiare negli affari degli altri.

— Oh per me non m'immischio: quel che l'è, l'è, son cose che tutti sanno.

Il portinaio disse alla moglie di tornare in camerino.

La curiosità di Guido s'era risvegliata. Ciò che riguardava donna Elodia non poteva non interessarlo.

— È molto che la signora s'è separata dal marito?

— Oh quasi cinque anni.

— Ma non è stata lei, — soggiunse la moglie fermandosi sul limitare.

— No?

— No: è stato lui.

— Perché?

— Chi può mai sapere! perché è un rospo lunatico... Vo, vo, — rispose poi al marito che le faceva segno d'uscire.

— Oh la signora, poverina, gli ha usato sempre troppa pazienza e gliene usa ancora. Io, al suo posto, non avrei durato tanto a dargli il fatto suo e a dirgli: marcia. Il fatto suo; presto veduto.

Guido non capiva. Il portinaio commentò le parole della moglie passando una palma sull'altra e disse ridendo forte:

— Tanto così. Bene, se n'è andato da sé, meglio.

— Ma la ragione?

— Nessuna ragione… non vi fu il minimo scandalo.

— Nessuna, — ribatté la moglie, — lo dice lui stesso, sono rimasti amici, viene qui...

— Oh!

— Viene qui una o due volte la settimana, gli conducono il figlio, lui lo riconduce, si trattiene a prendere il caffè... sì... sì..., la signora è troppo buona...

Il portinaio stavolta mise termine alle indiscrezioni della moglie, e domandò a Guido se il locale gli conveniva.

Il giovane rispose di sì, e domandò le condizioni. Il portinaio aveva l'ordine di apparecchiare la stanza quando gli fosse piaciuta; non sapeva altro; — parlasse con la contessa. Guido disse poi che sarebbe venuto l'indomani.

— Anche subito, replicò il portinaio, — fra un'ora sarà pronta.

Così rimasero intesi.

In giardino incontrarono Loredan, il quale si mostrò sorpreso di vederlo .

— Come? non sapeva l'offerta di donna Elodia?

— Ah sì — soggiunse, — ora mi rammento; me l'ha detto, tu entri nello studio dell'architetto Fontana.

— Il Fontana che uomo è?— domandò Guido.

— Oh — rispose lo zio alzando le spalle, — un cervello stretto; non ha fatto che una bella cosa, lasciar libera la moglie, che val molto più di lui.

Guido uscì, prese un facchino e venne a casa di suo padre a prendervi i suoi arnesi e le sue tele. Il signor Della Torre si affacciò alla porta del magazzino e glieli indicò in un angolo della scala: li avevano messi in fascio fin dalla vigilia.

Poi comparve la sorella, l'aiutò a caricare l'uomo e quand'ebbero finito gli disse tristemente:

— Non torni più?

— Mai più.

Una lacrima spuntò sul ciglio della zitellona e scese a rigarle la guancia incartapecorita.

Fu l'unico rammarico che Guido lasciò nella casa paterna. Beatrice aveva qualche timida preferenza per lui: veniva a trovarlo qualche volta nel cantuccio dove lavorava, massime quando ci si trovava qualche giovinotto suo compagno d'arte. Erano quelli i minuti lieti di quella vita monotona e squallida.

Mentre usciva col facchino, Guido si imbatté in Gaetano.

— Tu sloggi, dove vai?

Gli contò in due parole la sua fortuna. L'incisore accolse la grande notizia, senza troppo entusiasmo.

— Ebbene, che ne dici?

— Ma sei sicuro di avere la tua bella libertà? Noi, giovani, artisti, si è vivi, un po' scapestrati e le gentilezze dei signori sono pesanti: però io dico quel che mi pare: tu te ne intendi più di me.

— Ah, mio caro! — sclamò Guido allargando le braccia e gettando in aria uno sguardo sfavillante di altera fiducia.

— Hai ragionesoggiunse Gaetano — col tuo talento saprai farti rispettare dovunque.

Guido, un po' vergognoso del suo modesto bagaglio, passò dalla parte degli orti.

La portinaia aveva messo in ordine lo studio, scopato, spolverato, steso un tappeto davanti al divano, arricchito il mobilio di un gran seggiolone e di uno stipo grazioso, cambiate le sedie vecchie con altre più eleganti, attaccate le tende al finestrone.

Gli fe' vedere tutte queste novità ad una ad una, quando aveva finito, tornava da capo.

Per levarsela d'attorno, Guido drizzò in mezzo il suo cavalletto; ci pose su una tela qualunque, un bozzetto di paesaggio e impugnata la tavolozza, si dié l'aria d'uomo estremamente pressato dal lavoro.

Ma la donnicciuola gli si postò dietro le spalle colle mani sui fianchi, a guardare il bozzetto. Lo trovò di suo gusto, ne fece l'elogio, disse che era molto più bello delle pitture del sor Fontana.

— Ma, — soggiunse, — è tanto brutto lui!

— È brutto?

— Non lo conosce? Magro, lungo, con una barba rada e grossa come fossero setole, un naso che non si vede, una bocca che gli mangia il viso, braccia lunghe come la misericordia di Dio, la testa piantata sulle spalle, una figura da paesano della bassa, tal quale.

Il ritratto fe' ridere Guido.

Una volta avviata, tirò innanzi per un pezzo; finalmente la chiamarono fuori.

Allora il giovane poté orizzontarsi un poco nel nuovo studio, bello, a paragone del magazzino paterno, bello, come una speranza, e dove tutto gli susurrava lusinghiere promesse.

Dal fondo triste della sua vita passata, appena passata e già lontana, spiccavano il volo arditi e giocondi i presentimenti.

Così di fuori un pallido raggio di sole prometteva al terreno nudo le sue verzure primaverili, e ai tigli che in fila tortuose scendevano fino al bastione le fronde opulente dell'estate; la facciata di una rustica osteria biancheggiava silenziosa fra i rami brulli invitando le liete brigate a venirla a trovare fra qualche mese, a tuffarsi con lei nell'ombre diafane di smeraldo, e nelle nubi di fiori che le acacie alte le farebbero intorno.

E dall'altra aveva il giardino: una glicina incorniciava la finestra e nel maggio l'avrebbe inghirlandata coi suoi grappoli leggermente violacei. Allora Guido si voltava da quella parte con un brivido acuto di desiderii nuovi ma imperiosi, che il labbro non avrebbe potuto esprimere ed il cuore già definiva, e che già parlavano altamente dentro di lui.

Di intanto qualcuno, un visino sparuto, lo stava osservando. Doveva essere il figlio della signora; lo capì subito, tanto le somigliava, ma in brutto: gli stessi occhioni azzurri, ma senza vivacità; gli stessi capelli biondi, ma senza quei toni dorati che le davano splendore, fluenti lungo le tempia; il candore, onde le fattezze della madre ricevevano nobiltà, degenerava sulle guance eccessivamente scarne del fanciullo in pallore malaticcio. Guido depose il pennello che da più d'un'ora teneva inoperoso e andò ad aprirgli.

Si lasciò prendere la mano e condurre dentro senza la menoma resistenza.

Guido aperse una cartella e gli mostrò dei disegni, dei bozzetti.

Aveva un modo di guardare serio, sostenuto, che non era dell'età sua: preferiva quelli dove scorgeva un'intenzione concettosa o sentimentale.

Uno specialmente lo colpì: una figura austera di donna che s'appressava ad una città e pareva che venisse a salvarla da un grande pericolo, forse da un lungo e travaglioso assedio, poiché le torri e le mura erano ancora guernite di soldati, irte di armi e di macchine bellicose, la campagna intorno devastata dalle battaglie recenti, ma la cittadinanza coronata di ulivo, esultante, correva dalla porta ad incontrarla.

Il fanciullo non si stancava di ammirarlo.

— Ti piace? te lo regalo; — disse Guido.

Accettò senza alcun imbarazzo come chi è avvezzo a essere contentato in ogni suo desiderio.

— Lo porto nella mia camera: — disse semplicemente.

Com'egli stava per andarsene, Guido gli domandò:

— Verrai a vedermi spesso? faremo amicizia.

— E lei m'insegnerà la pittura.

La contessa rimase fuori di casa fino all'ora del pranzo; perciò Guido dovette differire alla sera la sua visita d'obbligo.

Vi si preparò con una certa solennità. Spazzolò con una premura mal corrisposta il suo abito turchiniccio, cercò fargli fare la miglior figura, di simulare con una piega elegante la ripugnanza invincibile dei due petti ad abbottonarsi: mise una sottoveste fantasia a quadrettoni, la più chiara che avesse, s'immaginò di riparare con un nodo bizzarro della cravatta e con una certa sprezzatura artistica la povertà evidente del suo abbigliamento: fe' la spesa affatto insolita del parrucchiere e arruffò poi a bello studio i ricci sulla fronte. Ed alle otto suonava alla porta della contessa.

 


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