Roberto Sacchetti
Entusiasmi

PARTE PRIMA

V

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V

 

Lo fecero aspettare un pezzo: l'anticamera era in allegria: uno scorrazzare, un tafferuglio, risa, strilli soffocati, un buscherìo che faceva strano contrasto con la serietà ansiosa di Guido. Egli non osava ripetere la scampanellata. Ma finalmente Ludovico gli aperse mentre il cuoco in uniforme scappava da una parte e la cameriera si buttava in un uscio dall'altra, entrambi ridendo come pazzi. Il servo scalmanato, aveva sul volto acceso i segni visibili d'una mano un po' pesante, e rideva anche lui.

Non lo lasciò neppur aprir bocca, lo salutò con premurosa dimestichezza, come lo conoscesse da un secolo.

— Venga, venga: — gli disse, e lo condusse attraverso la gran sala buia e, indicandogli un uscio socchiuso, — entri, entri pure.

Lo piantò , senz'annunziarlo e tornò indietro ghignando e correndo in punta di piedi.

Guido entrò nel salotto: venendo dal buio a tutta prima vide soltanto Loredan e il generale Oggiono che leggevano giornali presso la tavola in un canto.

Lo zio mise il colmo al suo imbarazzo dicendogli:

Co belo che ti !

Il generale stava leggendo forte poiché si volse e disse:

— Mi date retta Elodia?

Allora Guido scorse la contessa seduta presso al fuoco. Si avanzò verso di lei, prese la mano che lei gli porgeva e recitò la frase preparata:

Contessa, lei saprà che non ho fatto cerimonie.

Non lo lasciò finire e, con un gesto della mano, sorridendo graziosamente:

— Non ne fate neppure ora, — gli fe' cenno di sedere, — ascolto, zio, rispose al generale — e volta di nuovo a Guido gli indicò un'altra persona seduta rimpetto a lei, lo presentò e disse a lui: — il nobile Fontana.

Questi lo salutò gravemente. Guido rispose con un inchino profondo: ma la presenza di quel personaggio lo indispettì; dal mattino in poi gli attraversava le sue matte fantasie!

Il generale riprese la sua lettura di un articolo del Cattaneo sull'avvenire economico della Lombardia.

Intanto Guido si ricompose; incoraggiato dalla benevola famigliarità della contessa, prese una posa, un po' forzata, di serietà malinconica.

Ma ci fu, di a poco, un'altra interruzione. Entrò il figlio e il signor Fontana lo garrì dicendo:

— Ancora sei alzato Aroldo? Se poco fa cascavi dal sonno? vedi, hai la tosse, ti farà male, vai, vai a letto.

— No, no, — rispose il ragazzetto tranquillamente, — c'è il pittore, vo' rimanere.

La madre lo spinse verso Guido:

Bene, salutalo.

Poi prevenne un'osservazione del marito dicendo:

Lasciamolo ancora una mezz'ora, poverino.

Il signor Fontana prese una mano del bambino e la tenne fra le sue. Aroldo discorreva con Guido: ad un tratto si volse e disse al padre:

— Il pittore m'ha dato una pittura molto bella, ora te la mostro.

Uscì e tornò col bozzetto.

Il generale aveva finito di leggere. Elodia domandò:

— Cosa rappresenta?

— È l'idea d'un quadro che intitolerò: Fede liberatrice.

— E qui in quest'angolo cosa c'è? mi pare una tenda con dentro un cadavere decapitato.

— Ah, — rispose Guido, — prima volevo fare una Giuditta ed Oloferne è rimasto.

— Difatti, — osservò l'architetto Fontana, con un sorriso freddo che a Guido rammentò il sarcasmo di suo fratello Martino, — può significare tanto l'una che l'altra.

Elodia volse al giovane un'occhiata quasi supplichevole.

— Per me, — proseguì il marito,— non c'è cosa più vana dell'allegoria. È come sostituire a una quantità nota un'incognita; è un invertire i rapporti del pensiero e della sua manifestazione: — come logica è un controsenso, come arte un geroglifico, un'astruseria che bentosto diventa indecifrabile. Si può spiegare in mille modi e non chiarir mai, dacché esprime tutto quel che si vuole e non rappresenta nulla esattamente. Oh io sarei curioso di sentire fra dieci anni, — son discreto, non dico un secolo, — fra dieci anni, il giudizio che si farà di codest'arte pretensiosa.

— Mio nipote ha ragione, — sclamò il generale, — perocché non vi sia grandezza all'infuori del vero e del semplice e non vi sia arte nobile all'infuori della storica.

Sentiamo il parere del professore, — disse la contessa.

— Il mio parere è questo, — rispose tranquillamente Loredan, — l'allegoria è la più alta espressione dell'arte. Il contenuto dell'arte non è forse il pensiero, e il suo scopo non è forse il rappresentarlo? Or bene, l'allegoria coglie il pensiero nella sua sintesi assoluta, nelle sue finalità scevre d'ogni elemento contingente, rappresenta l'idea nelle sue generalità più vaste e comprensive come la musica fa dei sentimenti, dei quali non ci che l'essenza più pura e più efficace.

— Ed anche a proposito della musica avrei qualcosa a ridire, — l'interruppe l'architetto.

Loredan non discuteva mai con lui: — sorrise e tacque.

Guido non aveva la sua serenità: non trovava il verso di intromettersi in quella discussione che gli pareva un attacco personale; cosa avrebbe detto? Si sentiva il cuore gonfio di collera ma il cervello arido di ragioni. E s'indispettiva e opponeva alla logica fredda e cauta dell'avversario un cipiglioso silenzio. Il suo risentimento non sfuggì alla contessa, ma l'aria di malinconica rassegnazione con cui essa lo guardava non faceva che irritarlo: ce l'aveva anche con lei, a lei specialmente dava in cuor suo la colpa di quell'oltraggio ai suoi sentimenti crudelmente manomessi da quell'uomo odioso. Possibile lei non capisse che se lui taceva per suo riguardo — a lei, padrona di casa, spettava il difenderlo?

Si riprometteva le più fiere rappresaglie: oh avrebbe presa una risoluzione.

L'architetto, dopo avere maneggiato, con crudele noncuranza il suo bozzetto, lo restituì ad Aroldo, il quale lasciava a poco a poco trasparire sul viso la disillusione che lo veniva penetrando.

Intanto era sopraggiunto un prete, una cerona badiale, bianca e rosea, raggiante di giovialità e di mansuetudine: poi una vecchia dama dall'occhio aguzzo di faina e due denti minacciosi che uscivano come zanne fuor dalle labbra, e con essa una giovinetta svelta, molto bella, e un signore attempato, burbanzoso come un ritratto spagnuolo. Le signore baciarono la contessa: il signore salutata la padrona, strinse la mano al Fontana e sedette accanto a lui.

Tutti erano di casa: i convenevoli non produssero che un breve turbamento nella tranquillità del salotto.

L'architetto riprese il discorso:

Sicuro, non posso sentire le strampalate teorie in voga intorno alla musica, senza rammentare la comica storia dell'inno boliviano. La sapete? Bolivar molto tempo innanzi che potesse prevedere la sua futura presidenza della futura Bolivia, ebbe in dono, per le sue nozze, una romanza in musica o ballata che fosse, composta per la circostanza da un francese amico suo. Mise fra l'altre carte sue questo spartito che in quel momento non aveva alcuna presumibile utilità. Proclamata poi la repubblica e battezzatala col suo nome, data la libertà e largita la sua presidenza ai suoi popoli, s'avvide che mancava alla loro felicità una cosa essenzialissima: un inno nazionale, senza cui nessun Stato si può dire solidamente costituito. Fino a far leggi, statuti, tribunali, ci arrivava lui, a far ponti e strade, a mantenere magistrati e soldati ci pensavano i suoi sudditi, ma, sgraziatamente né lui, né alcuno de' suoi Boliviani avevano la menoma scintilla musicale. Come fare? La necessità urgente di avere un inno nazionale si faceva sentire ogni giorno più: il presidente non dormiva più la notte, si stillava il cervello diavol mai potesse rammentarsi dieci note purchessia delle tante che n'aveva sentite nei suoi viaggi in Europa. O sventura! non si rammentava di nulla; neppur del più magro ritornello di taverna: si sarebbe contentato di questo. Ma alla fine la memoria invano richiesta di un'ispirazione, gli suggerì un buon ripiego. Non aveva egli la musica del suo bravo madrigale? Trovò fuori lo spartito, ci scrisse sotto invece dell'invocazione ad Imene, gli aneliti alla libertà, invece degli encomi alle bellezze della sposa i vanti alle prodezze della Bolivia e le note parevano fatte apposta. A nessuno venne mai in mente di trovarle poco marziali; esse suonarono a Bellona e a tutte le vittorie boliviane, colla stessa espressione con cui avevano celebrato le grazie di madama Bolivar e il fulgore, ormai un po' smontato, dei suoi rai...

Il racconto suscitò l'ilarità del salotto: meno la contessa, risero tutti, e rise anche Guido, ma questa debolezza lo rese furioso.

La giovinetta ridendo pareva averlo preso di mira.

Il prete, un campione eccellente di quella ingenuità che attraversa intemerata, quasi inconscia, le più violente bufere della vita, disse alla contessa:

— È di buon umore stasera il sor Fontana.

Poi domandò di che si discorresse a Guido, il quale non rispose.

— Io non dispero, — disse ancora l'architetto, — di indurre qualche poeta a trasformare la Marsigliese in una cantata per prima comunione.

Ma questa sua nuova uscita non produsse più il medesimo effetto. Se n'avvide; la sua vena di vivacità inaridì, riprese la compostezza di prima.

La conversazione si svolse poi tranquillamente: le signore discorrevano fra loro del matrimonio imminente della signorina Beolchi; il vecchietto solenne consultava l'architetto intorno al frontone della casa che andava costruendo in via del Giardino: qua e un aristocratico strascicare di pronunzie blese.

Il prete s'era appressato alla tavola e parlava con Loredan e col generale.

Guido rimaneva in disparte: anche Aroldo s'era staccato da lui. S'immaginava le più perfide umiliazioni e le assaporava amaramente. Ogni cosa lo urtava. La contessa non l'aveva presentato alle signore e lui non era disposto a credere fosse una semplice dimenticanza.

Si sentiva più che mai a disagio in quell'ambiente famigliare e confidente per tutti eccetto lui.

Poi era una famigliarità aristocratica e manierosa: la contessa s'era messo i guanti e ciò metteva in imbarazzo lui che aveva cominciato a levarsi i suoi e non riusciva più a calzarli, per quanto manovrasse dentro il cappello che teneva sulle ginocchia. Per colmo di disgrazia si trovava di faccia al lume, mal seduto sopra una seggiola troppo alta, che toglieva alla sua persona impacciata nell'abito stretto la possibilità di una posa confacente.

Vennero altri: un omino e un chierico. Questi Guido li conosceva: il maestro Fàvaro e suo figlio. Il maestro insegnava la musica ad Aroldo e quando suo figlio usciva in congedo dal seminario lo portava seco dalla contessa, la quale aveva preso a proteggerlo.

Fatti i complimenti a tutta la compagnia, il maestro, di cui dentro appena parevano accorgersi, ebbe la malaugurata idea di salutare Guido come un'antica conoscenza. Egli e il suo chierico vennero a sedergli accanto.

Guido inorridì dalla doppia umiliazione alla quale lo esponevano la famigliarità del maestro e poi i suoi pettegolezzi nel cortile paterno.

Come mai la contessa non vedeva il suo tormento? Qualche volta essa guardava lui e il chierico, e, parevagli, con la stessa espressione di bontà. Oh il pensiero d'esser messo allo stesso livello con quel baccellone gli coceva particolarmente. Il confronto non gli giovava; l'umiltà vera di quel povero scrofoloso, quella modestia un po' goffa ma decentissima dava risalto alla miseria pretenziosa del suo vestito ridicolo.

Non si poté tenere più: coll'impeto de' timidi, si levò, s'avvicinò alla contessa; interrompendola e ostentando una fiera noncuranza per la compagnia si congedò da lei.

— Ve n'andate? — gli disse Elodia, — discorrevamo di voi! Qui la marchesa Lattuada è di Venezia, e ha conosciuto vostra madre.

Lo presentò naturalmente, con tanta buona grazia e distinzione, tenendolo per mano, che costrinse la vecchia dama a ripetere due volte l'inchino. Lo presentò come «Della Torre» e a Guido la vanità di suo padre e di Napo parve molto meno ridicola del solito.

La scena per lui cambiò ad un tratto. La giovinetta s'era voltata anche lei a guardarlo con interesse.

Nella sala si fece un po' di silenzio. Si compiacque di credere che finalmente si degnassero tutti di vederlo; il maestro e il chierichetto erano respinti a una conveniente distanza.

E indugiava: ora gli rincresceva d'andarsene. Ma come disdirsi? era troppo novellino per questo.

Uscì racconsolato, ma di mala voglia.

Era appena nel salone deserto, ma rischiarato splendidamente, che la portiera si rialzò e ricomparve donna Elodia.

Scusate, — gli disse, — se non aveste troppa fretta d'uscire, vorrei parlarvi.

Fretta lui? non si rammentava più d'averglielo detto.

Aspettatemi due minuti; — gli indicò un uscio accanto e rientrò subito nel salotto.

Guido obbedì e si trovò in una bella stanza, gabinetto di lavoro e di toeletta al tempo stesso, arredato con grande ricercatezza, ma un po' disordinato. Dei libri, delle carte sparse sul tavolino e sopra un piccolo divano fra le due finestre; un armadio in fondo era socchiuso e ne usciva il lembo d'uno scialle, quello stesso in cui ella teneva avviluppate le spalle il giorno che l'aveva incontrato nello studio di Loredan. In ciascuna finestra un grosso vaso di Faenza e uno più piccolo di Sèvres, tutti ricolmi di fiori, il cui profumo si confondeva con un altro più acuto che Guido aveva notato sulla persona di Elodia.

In un angolo un inginocchiatoio sormontato da un antico trittico su legno rappresentante la Madonna e due santi nei tre campi divisi da cornici di finissimo intaglio, ma ridorate male.

La portiera rialzata da due bracci d'argento apriva allo sguardo i penetrali d'una camera buia dove, in una penombra bianca, potevano indovinarsi le cortine di un letto.

Benché inchiodato in mezzo alla stanza da una cintura invincibile, divorava cogli sguardi impunemente temerari, scrutava, sviscerava sbrigliando le avidità infinite, insaziate, condensate nel suo cuore d'artista dalla volgarità sordida della casa paterna, sforzandosi istintivamente di fissare in esse, in quella cornice di realtà l'immagine di Elodia, che tuttavia gli sfuggiva, ondeggiando vaporosa in un vago ed attraente idealismo; — poi chiudeva gli occhi e colla mente si contemplava, si ammirava in quell'ambiente così famigliare ai suoi desideri, così nuovo pei suoi sensi, tanto che gli pareva conoscerlo da un secolo e non poteva credere d'esserci veramente.

Un orologio sonò le dieci e subito dopo intese con una piccante soddisfazione le voci dell'architetto e del generale che uscivano insieme. — Oh! la contessa voleva sbrigarsi di loro, pensò, essa verrà ora.

Indovinò il suo passo leggero, eppure trasalì quando la vide entrare.

Lei si scusò di averlo fatto aspettare e gli disse:

— Mio figlio mi ha prevenuta: volevo pregarvi di dargli lezioni di disegno.

E siccome il giovine, commosso della delicatezza squisita con cui liberandolo del debito di riconoscenza gli chiedeva di diventare sua obbligata, non trovava parole di ringraziarla, soggiunse:

— Sono indiscreta a domandarvi un così grave sacrifizio del vostro tempo?

— Oh contessa! — balbettò Guido commosso fino alle lagrime, — tutto il mio tempo non sarà mai abbastanza a comperare la sua benevolenza...

Dite amicizia, vecchia amicizia, — proseguì con un sorriso quasi affettuoso, — perché è molto tempo che parliamo di voi col professore e che seguo i progressi del vostro talento; che desideravo conoscervi dappresso. Ero sicura che il vostro carattere rispondeva ai pregi della mente: noi donne cerchiamo il cuore in tutto, e io ne ho trovato molto nei vostri lavori; la vostra fantasia ha le vibrazioni del sentimento; io l'ho sentito che dovevate avere un animo buono e, perdonate se tocco un tasto doloroso, un animo afflitto... Ed ebbi il dispiacere di aver indovinato il vero.

Gli volse un'occhiata pietosa e s'interruppe.

Poverino, ho saputo quanto siete disgraziato in famiglia...

— Le mie disgrazie, — sclamò Guido, — io le benedico dacché lei ha fatto di questi giorni tristissimi i più belli della mia vita.

Elodia accolse senza adombrarsene, calma, indulgente, il fervido omaggio di quell'entusiasmo giovanile. Accettò francamente il compito di consolatrice che il giovane con repentina confidenza le attribuiva.

Il lume temperato di una lampada coperta rammorbidiva le linee della sua bella persona, nella stanza faceva freddo ed ella aveva preso entrando un fazzoletto di seta e l'andava stringendo ogni tanto con un gesto femmineo di leggero e voluttuoso raccapriccio. Le sue parole erano tutte nobilissime: — Guido non aveva a sgomentarsi delle prove a cui una volontà provvidenziale cimenta i forti ingegni e gli alti propositi: egli doveva invece trovare in esse l'ardimento e l'onesta alterezza del proprio valore.

Parlava a fior di labbra raddolcendo con una pronuncia soave i toni acuti argentini della sua voce; e s'interrompeva di quando in quando, poi seguitava lentamente.

Guido rimaneva silenzioso; ogni soggezione era svanita e sottentrava una tranquillità profonda.

Finalmente Elodia tacque e seguì una pausa piuttosto lunga, ma senza il menomo imbarazzo per lui: la contessa aveva ragione: erano vecchi amici.

Orsù, non voglio trattenervi, — ella disse poi stendendogli la mano.

E conducendolo verso la porta:

Oramai ci vedremo; venite liberamente quando avete tempo, io vi considero come di casa e questa è casa di vostro zio. Se mi dedicherete qualche sera, specialmente di domenica, dopo le dieci, vi farò conoscere delle persone simpatiche.

Gli fe' ancora un grazioso sorriso e rientrò nel salotto.

Nell'anticamera Guido trovò che la galleria continuava. Ma Ludovico, a cui la contessa aveva suonato, corse a dargli il mantello, e Guido con una certa padronanza gli disse:

— Siamo allegri eh?

In istrada passò accanto al maestro Fàvaro ed al suo chierico, usciti poco prima. Il maestro che una volta non faceva complimenti con Guido, lo salutò quella sera con insolita premura e con rispetto e volle ad ogni costo accompagnarsi con lui.

Quell'uomo gli era sempre spiaciuto; si era fisso in testa che la sua loquacità intermittente, sistematica, nascondesse una curiosità non affatto limpida. Ne diffidava. Ma Fàvaro attirò la sua attenzione parlandogli della contessa di cui fece i maggiori elogi e finalmente confidandogli che essa gli aveva promesso il suo appoggio per ottenere certo benefizio a suo figlio, lo pregò di mettere, se gliene veniva il destro, una buona parola anche lui.

Guido promise, e lasciò capire che non dubitava della propria influenza.

A casa trovò Gaetano alzato che lo aspettava con viva inquietudine. Era venuto, verso sera, un messo della polizia a cercar di Guido per invitarlo a recarsi l'indomani, a mezzogiorno, a Santa Margherita.

Passarono gran parte della notte in congetture. Guido non chiuse occhio.

La mattina dopo, Gaetano, contro il suo solito, restò in casa. Poi quando l'amico uscì, venne fuori con lui.

Dove vai? — domandò Guido.

— Ti accompagno.

Guido passò ad avvertire lo zio.

Loredan gli disse gravemente:

Bada, figliuolo, di non fare debolezze; quando le coscienze persistono, la tirannia vacilla.

Il consiglio acquistava singolare autorità dall'esempio di chi lo dava: dacché egli aveva passato due anni nelle prigioni di Mantova sotto il peso di una falsa imputazione per non scolparsi a danno di uno che appena conosceva di vista.

A Santa Margherita Guido fu condotto davanti al segretario Lindenau, il quale gli disse pacatamente che certe imprudenze da lui commesse nei funerali della madre avevano richiamato l'attenzione dell'autorità. Poi, senza volgergli alcuna domanda, con voce monotona, come chi recita macchinalmente una formula, uscì colle solite raccomandazioni: di guardarsi bene dalle compagnie pericolose, e pensasse che al governo non sfuggiva nulla.

Quando ebbe finito, siccome Guido non si moveva, gli disse:

Vada pure. —

A lui non parve vero.

Gaetano che passeggiava in istrada, gli corse incontro tutto allegro di rivederlo e appena svoltata la cantonata non poté trattenersi dall'abbracciarlo. Poi lo condusse nella bottega dei Lazzaroni, a S. Babila sul canto di via Monte Napoleone, dove alcuni amici avvisati da lui li aspettavano, e nella stanzuccia dietro l'offelleria si fe' un pranzetto in suo onore.

Naturalmente il richiamo della polizia fu il soggetto principale dei discorsi che vi si fecero, e man mano che gli spiriti si andavano infiammando, quest'atto compiuto con tanta fiacchezza di convinzione da un impiegato la cui ripugnanza ai rigori del suo mestiere era nota a tutti i liberali, prese le tinte più scure e più odiose, e gettò la goccia amara di rancore in più di un cuore dove la ribellione fermentava sordamente. Dietro l'atto apparve intera l'odiosità del sistema.

Ambrosino, un giovane tipografo, sclamò ch'era un sopruso indegno.

Un altro soggiunse che era un attentato ai sentimenti della famiglia.

Gaetano conchiuse tentennando il capo:

Bene, ci faranno commettere uno sproposito.

Guido fu largamente compensato dalla simpatia che gli mostravano, della inquietudine e dell'incomodo sofferto.

Ma un più gradito successo ebbe la sera quando entrò nel salotto della contessa.

Elodia gli corse incontro, gli prese le due mani:

— Noi eravamo in pena per voi; ebbene, che v'è accaduto?

Tutti si voltarono a guardarlo, ed egli si sentì un po' vergognoso di non aver una più gran prodezza da raccontare.

Però disse semplicemente la verità; e non ebbe a pentirsene; il suo laconismo fu preso per modestia; e crebbe l'ammirazione per la sua intrepidità, tanto che egli pure ne fu penetrato; certo si sentiva capace delle più difficili imprese.

La polizia, spauracchio fantastico e tenebroso, fe' parer più bella la serenità del suo volto, la calma del suo sorriso.

C'erano delle signore giovani che, quando Elodia lo presentò, rabbrividirono al tocco della sua mano, come fosse la mano di uno che esce da una tomba, poi lo guardarono abbagliate.

Mancava al suo trionfo un po' di contrasto ed anche questo egli ebbe.

Il generale Oggiono disapprovò le dimostrazioni.

— Io ne ho viste di tutti i colori, e so come tutte vanno a finire: sempre hanno giovato al dispotismo, che vi trova un pretesto di rigore, mai alla nazione che vi si snerva e si degrada. Perciò i nostri nemici le permettono, e con un simulacro di correzione le attizzano e all'occorrenza le provocano. Un popolo savio, prudente, bisogna governarlo con saviezza e prudenza: matto e turbolento facilmente si opprime.

Gli rispose Loredan:

— Il passato ci una grande esperienza, e noi la rispettiamo; ma noi amiamo la nostra fede, e questa è rivolta all'avvenire, a un avvenire affatto diverso; ora una fede non si diffonde senza un culto esteriore, senza pubbliche testimonianze; il dispotismo le permette? suo danno; la sua debolezza cresce la nostra forza e i nostri neofiti; le reprime? suo danno ancora, perché ci consacra colla persecuzione, e i neofiti vengono a noi per rivolta; in ogni caso la comunione si estende; quando tutto il paese sarà convertito, avrà vinto. Questa gioventù generosa che ora tributa i suoi pronti omaggi alla libertà, vorrà e saprà ottenerla.

Egli posò il suo sguardo profondo sopra Guido e richiamò su di lui le simpatie per un momento distratte.

Elodia, spiccatasi dal fianco del generale, che seguitò a discorrere inutilmente, venne a sedere presso il giovane e fu il segno decisivo. Tutte le resistenze caddero. Si fe' crocchio intorno a lui. Egli si vide oggetto delle più delicate attenzioni, ed ebbe la fortuna di dire qualcuna di quelle parole saporite che servono a condire una conversazione.

Ma la sua timidezza lo preservò dal pericolo di guastare colla fatuità il proprio successo. Egli rimase serio e contegnoso. Intese con squisita voluttà la marchesina Lattuada, che compiacendosi d'averlo conosciuto prima, parlava sottovoce di lui con le damigelle Beolchi: egli serbò tutta la sua deferenza per la contessa, che se ne avvide e gliene fu riconoscente.

Dopo un po' il generale uscì. Loredan e il marchese Lattuada entrarono nel circolo che si allargò. La conversazione si spezzò e continuò più tranquilla.

Elodia non si mosse, continuò a discorrere con Guido con quel tono di famigliare intimità, con quella libertà che sorprende, disorienta tanto i nuovi venuti nell'alta società.

Però quando lo pregò secretamente di rimanere dopo gli altri, Guido si lusingò di un appuntamento misterioso, e poi ebbe un disinganno, vedendo che rimaneva anche lo zio.

Ricondotte le damigelle Beolchi, le quali furono le ultime ad uscire, Elodia andò a chiudere tutte le porte della sala vicina, sollevò il piano del caminetto e da un ripostiglio che si discoperse trasse un mucchio di carte, di lettere che porse a Loredan: poi tornò presso Guido che osservava stupito tutte queste sue precauzioni.

— Non avremo più segreti per voi, — disse — voi potete anzi, se volete, aiutarci.

Sedette sul canapè, alla sua destra si tirò davanti un piccolo tavolino da lavoro e si preparò a scrivere.

Loredan leggeva le lettere e le dettava le risposte. Elodia suggeriva sovente qualche parola; erano tanto avvezzi a pensare assieme che il concetto nato in una mente si completava passando spontaneamente nell'altra. Essa spiegava al giovine il linguaggio convenzionale, gli dava man mano le informazioni necessarie a capire la corrispondenza.

Allora a Guido, stupefatto, si rivelò una cosa: una rete finissima ed immensa, i cui fili da tutte le città d'Italia e da diverse capitali straniere, venivano a far capo in quel salotto, in quella mano piccola, nervosa che certi momenti posava sulla sua. Egli la guardava con ammirazione, pensando ch'essa avrebbe la potenza di suscitare il suo paese oppresso e sepolto; e poi guardava con ansietà il suo labbro onde pareva dovesse uscire il «sorgi e cammina».

Il miracolo non poteva tardare: Loredan ed Elodia si scambiavano degli sguardi sfavillanti di contentezza ineffabile.

Ognuno di quei foglietti esprimeva la fede di più in più invincibile: erano tutti insieme un inno solenne, alla vittoria — in cui ad ogni strofa non mutavano che i cantori.

— Sono i Veneti, — susurrava Elodia a Guido enumerandoli, — ecco quei di Bologna, di Ravenna, di Napoli, di Messina, di Genova...

E Guido vedeva le schiere passargli davanti ad una ad una in una sfilata trionfale.

Qualche sospiro di profugo si smarriva in mezzo a quel caos di voci che bisbigliavano impazienti il loro gran grido di trionfo. Ma già l'entusiasmo traboccava: si dava l'allarme, si batteva la generale, ma per la parata più che per la battaglia: occorreva forse battaglia? «Dov'è la vittoria? ci porga la chioma.» Ci si dava appuntamento per il gran giorno da un capo all'altro della penisola e si capiva che quello doveva essere il giorno lieto e decisivo, dopo il quale ogni dolore, ogni vergogna spariva, gli esuli tornavano, i rinchiusi nelle prigioni di Stato uscivano tripudianti e i cittadini coronati di lauro e di verbene salivano al governo delle loro cento città.

La mano di Elodia cercava fremente quella di Guido e vi si abbandonava; ed egli ora la stringeva e si congratulava dentro di sé d'aver in un giorno conquistato il triplice ideale della sua generazione: — l'arte, la donna, la patria.

Non poteva rifiutarsi nessuna speranza, per quanto temeraria, nessuna gioia, per quanto proibita. Nel violento miraggio tutto si trasformava; le vette più alte diventavano accessibili e un vaporoso sentimentalismo velava, innalzava il fondo dei precipizii.

Sulla soglia di tutte le fortune il suo desiderio si fermava per contemplarsi, per irritarsi; l'avrebbe varcata quando volesse...

 


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