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VI
Dopo tre settimane non l'aveva varcata ancora.
Era diventato intimo della casa; a mezzodì veniva a dar lezione ad Aroldo; Elodia assisteva sempre, e, finita la lezione, si tratteneva a discorrere con lui un'ora o due, facevano qualche passo in giardino, o, se era brutto tempo, l'accompagnava nello studio dello zio o nella serra.
Lo trattava colla massima dimestichezza come fosse uno della famiglia; lo riceveva con abito negletto, con una trascuranza che la sua bellezza rendeva piccante: entrava certe volte abbottonandosi la veste da camera o legandosi i capelli, gli stringeva le mani con una cordialità premurosa, affettuosa; poi passeggiando nella serra prendeva il suo braccio, vi si appoggiava, lo stringeva gestendo e vi si stringeva.
I suoi discorsi erano sempre nobili ed alti; gli parlava, quando erano soli, dell'ufficio e dei doveri della donna, della «missione» della donna e mostrava averne un concetto elevatissimo.
Non scansava il grande argomento diretto o indiretto d'ogni colloquio tra giovani di diverso sesso, parlava anzi apertamente e sovente dell'amore; ma gli toglieva ogni scabrosità, ogni intenzione mondana, lo analizzava e lo definiva con le sottigliezze della metafisica romanzesca eterizzandolo in una amicizia, in una collaborazione per il conseguimento di un ideale morale e umanitario che la donna doveva, a suo avviso, concepire e l'uomo eseguire.
— È un connubio dell'anime che si cerca attraverso le tirannie della materia e alle esigenze sociali.
— Col ribellarsi ad esse? — domandò Guido.
— No, elevandosi e superandole.
— E se resistono?
— Pur troppo resistono. Pur troppo la realtà non risponde all'ideale: ma questo solo è il vero, e il culto di esso ci dà la forza di rassegnarci alla realtà.
E la sua voce armoniosa pigliava il tono rigido di una regola d'obbedienza.
— Che pensate? — domandò poi a Guido che la guardava.
— Penso che mai sentenza più severa fu pronunziata da labbro più gentile.
Certi momenti era afflitta, accorata. Un giorno parlavano della famiglia di lui.
— Vi persuaderete, — disse Elodia sospirando — che le sventure non sono le prove più dolorose. Vedrete quale ostacolo sia alle nostre aspirazioni il concetto che gli altri hanno di noi stessi. Ma, per voi uomini il sottrarvi all'egoismo altrui non è un delitto, bensì un merito, quasi un dovere; oh non saprete mai come pesi la dura, incessante soggezione cui siamo sottoposte noi donne, poste fra un ideale altissimo e una schiavitù inesorabile, tanto più tenace quanto più dissimulata sotto le dignitose apparenze del decoro, dei riguardi, del rispetto a noi stesse; e condannate non a combattere questi due irreconciliabili l'uno con l'altro, il che anzi ci è proibito, ma bensì a conciliarli, quasi ad armonizzarli.
— Fortuna ancora, — continuò dopo una pausa, — se le circostanze, se le... persone a cui la nostra posizione, i costumi, le leggi concedono il dominio della nostra vita, sono tanto buone e discrete da permetterci di pensare, di sentire un po' a nostro talento.
Tornò poi sovente su questo discorso con amarezza sempre maggiore, e un giorno gli disse:
— Non potete immaginarvi, amico mio, quanto ci costi la minima, la più onesta libertà, e di quale ingiuriosa cospirazione di vigilanza sotto la sembianza dei riguardi più scrupolosi si circondi il più insignificante degli atti nostri.... Vedete, persino questi momenti di conforto mi sono forse contati.
Elodia tacque, accorata, poi con voce leggermente alterata, soggiunse:
E cercò di cambiare discorso; gli chiese dei suoi studi, dei suoi lavori. Ma Guido credette dovervela ricondurre.
— Voi avete una pena che non mi dite, donna Elodia, voi avete dei dispiaceri per cagion mia; perché non mi fate intera la confidenza e non mi dite come debbo regolarmi, quel ch'io debbo fare... Credete ch'io esiterei un momento ad obbedirvi?
— Vi credo; voi siete un bravo giovine — e prendendo il suo braccio, lo ringraziò con un sorriso.
— Ma non posso far nulla per voi? io che vi debbo tanto!
— Non c'è da far nulla... conservatemi la vostra buona amicizia.
Il suo viso s'illuminò di una soave rassegnazione.
— Non c'è da far nulla... s'io soffro, la colpa non è d'alcuno o forse non è che della mia soverchia sensibilità e un poco anche delle circostanze che nessuno potrebbe mutare, né io né gli altri. Non mi lagno di loro; essi non sanno, obbediscono alle migliori intenzioni, alle regole comuni e inesorabili delle convenienze, credono di giovarmi, e mi danno una protezione che credono sia, e forse è, per i rispetti umani, necessaria; una protezione simile a quella che io ho per queste pianticelle. — Erano nella serra presso una graziosa aiuola di tuberose, e di clerodendros. — Io le difendo dall'aria e dal freddo che le potrebbe offendere; però ci sarebbe un mezzo migliore; riportarle nel loro clima; ma io dovrei privarmene... E come si può pretendere che la famiglia, la società si privi di noi?
Quel mezzo riserbo stuzzicò la curiosità di Guido
— Ma chi può aver diritto a molestarvi, salvo vostro marito, il quale deve avervi rinunciato?
Elodia lo interruppe gravemente:
— Fontana ha fatto tutto quello che la sua lealtà gli suggeriva. Rispetto a lui io sono quasi libera, e lo sarei intieramente, se lo esigessi. Da cinque anni si contenta di venire qui una o due volte il mese e sarebbe crudeltà rifiutare a lui l'ospitalità che concedo agli altri miei conoscenti. È solo, non ha famiglia, né amici... Del resto egli è discreto, conosce le mie idee e le rispetta.
— Le rispetta davvero? — domandò Guido, che confrontando quel ritratto con le proprie impressioni, si ostinava a ritrovare nelle parole della contessa un ottimismo volontario.
Ma lei si schermì dal rispondere, cansò tutte le altre sue domande e rimase impenetrabile.
Di lì a qualche giorno fu annunziato ufficialmente il matrimonio della maggiore delle Beolchi e la contessa si consultò con Guido per il regalo alla sposa. Lo condusse nel suo gabinetto, e, aperto un forzierino, lo pregò di guardare se tra le sue gioie ne trovasse qualcuna che potesse servire.
— Questi vani adornamenti non convengono più a una donna che una dolorosa esperienza ha da tanto tempo disgustato delle futili pompe.
Guido scelse un monile di grosse perle di una rara bellezza, legate con una catenella di coralli e oro di foggia antica, rotta in tre pezzi e tenuta insieme da un filo di seta. Le perle erano in gran voga quell'anno; egli propose di far rilegar quelle.
— No, — disse Elodia, — è la mia collana di nozze, non l'ho portata che una volta. Quel giorno stesso mi si spezzò nel risalire in carrozza. Era un pronostico.
Guido insisté allora per indurla a disfarsene.
— Perché tenere un ricordo penoso ed... inutile?
Lei non ribatté parola e Guido portò le perle al gioielliere.
Fu per lui una soddisfazione: appena fu in istrada sorrise con fatuità e dandosi una spalmata sul petto sclamò:
— Perdio! ci sono.
Si persuase di aver superato un contrasto serio: e le sue pretese della prima sera si riaccesero. Le aveva quasi dimenticate. Di solito i suoi colloqui con la contessa lo lasciavano tranquillissimo. Il suo amor proprio s'irritava bene qualche volta, specialmente quando discorreva di donna Elodia con Gaetano e sentiva un forte bisogno di esagerare o almeno di lasciargli credere più di quel che fosse. Nelle ore d'ozio — ch'erano molte, poiché, in più d'un mese, tranne un ritratto pagato discretamente per il marchese Lattuada, non aveva fatto altro, — nelle ore d'ozio almanaccava delle conclusioni drammatiche, si preparava dei pezzi di dialogo, delle sortite copiose, ingegnose, astutissime. Si trovava poi con lei e non gli servivano più. Certe volte gli pareva notare ne' suoi modi un qualche turbamento; gli stendeva la mano, la lasciava fra le sue e chinava il viso come per ascoltarlo. E lui nulla... — allora, dopo un po' parlava lei e, a poco a poco, divagando, si ravvolgeva in ideali sempre più vaporosi, lo tirava tanto lontano dal suo punto di partenza che egli non lo vedeva più e non avrebbe voluto tornarvi. Le rispondeva con ammirazione, riparava con una riverenza intera alla segreta mancanza di rispetto, e lei con un sorriso triste triste, stanca della corsa vertiginosa attraverso le astrazioni, accettava in silenzio le sue devozioni.
La sera poi il diapason dei loro discorsi risaliva sempre all'entusiasmo. L'idealismo immaginoso e sintetico di Loredan guidava e dominava la conversazione, la avviava alle emozioni altamente armoniche del pensiero.
Ma verso la fine di dicembre quel sereno s'intorbidò improvvisamente.
L'architetto Fontana, dopo un'assenza di parecchie settimane, tornò dalla campagna e ricomparve con insolita assiduità la sera nella conversazione della contessa.
Dirigeva sempre gli affari di casa, di cui Elodia gli aveva ceduto volentieri il peso, ed in quei giorni conferiva coi consulenti, trattava coi notai, regolava coi fittabili, coi debitori la fine dell'annata.
Benché si avesse l'aria di non far attenzione a lui, la sua presenza non era meno un impaccio; il suo freddo positivismo, come un ostacolo isolatore, interrompeva le correnti simpatiche con cui in quel circolo s'andavano allora scambievolmente esaltando.
Giusto in quei momenti l'ardore delle dimostrazioni cominciava.
Si aspettava per la festa di S. Ambrogio un predicatore romano, il quale avrebbe recato la benedizione del nuovo Pontefice, e il fiore della cittadinanza si accordava tacitamente di trovarsi, per quell'occasione, nell'antica basilica.
Guido aveva promesso alla contessa di saper l'ora e i particolari, e la mattina della festa gliene venne a riferire.
Ludovico gli disse che la signora era occupata.
Ma la cameriera sopraggiunse e lo invitò a passare.
Guido intese poi i due servi che si bisticciavano.
— Io ho eseguito gli ordini del sor Fontana — diceva Ludovico.
— E tu sei uno sciocco! — lo rimbeccava la cameriera.
La contessa non lo fece aspettare: entrò con l'aria stracca e premurosa insieme di chi sfugge a una conferenza molesta.
— Dunque?
Il sermone a S. Ambrogio era fissato per l'una e ne sarebbe seguita una dimostrazione imponente. Guido aveva disegnato un ritratto in litografia di Pio IX e passata la notte con Gaetano a tirarne alcune centinaia di copie.
Le portava il primo esemplare.
Oh! era proprio gentile! Lo ringraziò con effusione, non si stancava di ammirare il lavoro.
— Oh come mi vergogno — esclamò — pensando che intanto io era trattenuta qui in faccende volgari!
Ludovico venne a dirle che di là l'aspettavano.
Elodia non si mosse: sotto il ritratto vi erano due strofe; gli chiese di chi fossero. Non lo sapeva.
— Sentirete la musica: — era d'autore ignoto anch'essa.
Gliene canticchiò il motivo: Elodia ripeteva.
Li interruppe la voce dell'architetto che garriva con Ludovico.
— Non glie l'hai detto? Perché?
Il servo si scusava. Fontana entrò vivamente, seguito dal generale Oggiono.
— Cosa c'è? — domandò in modo brusco la contessa.
— Non si aspetta che voi per leggere la minuta.
— Oh vi prego, dispensatemene, fate voi!
— Ma bisogna bene che v'informi, prima che venga la controparte, di alcuni punti, delle clausole, delle garanzie, di ciò che si vuole sottintendere, perché siate al fatto di ogni cosa.
— Voi sapete che non ci capisco nulla e poi i segretumi, sapete, m'infastidiscono.
— Sono segreti e interessi vostri.
— Ve ne occupate con tanto zelo voi!
— Ve ne rincresce?
— Tutt'altro.
La contessa troncò il discorso dicendo:
— Ora debbo uscire, il notaio lasci l'atto, tornerò per la firma.
— Tu lo tratti come un ragioniere, — disse il generale.
— Se gli piace di fare il ragioniere!...
— Ha torto, — osservò ruvidamente il generale, — torto marcio: doveva fare il padrone. La parola non è più di moda; a' miei tempi si usava anche la cosa.
— I suoi tempi, per fortuna, sono cambiati.
— E in peggio, e si vedono delle stravaganze mostruose, dei matrimoni come il vostro, dei mariti senza puntiglio, senza amor proprio come Fontana, delle donne cervelline come...
— Zio, almeno in presenza d'altri!...
Il generale alzò dispettoso le spalle.
— Difatti, — soggiunse, — gli altri sono di troppo… ma la colpa forse è mia?
Guido si alzò; Elodia lo trattenne.
— Non volete, accompagnarmi, Della Torre? Mio Zio non andrebbe in chiesa per nessun conto, e mio marito, vedete, ora è troppo occupato dagli affari.
Le dodici non erano lontane; la carrozza aspettava nell'atrio. Elodia si fe' dare la pelliccia e discesero.
Benché le cortesie della contessa lo compensassero largamente e lo dispensassero dal raccogliere lo sgarbo del generale, Guido non era soddisfatto. Il suo giovanile risentimento resisteva alle lusinghe dell'insperato favore ed egli rimaneva accigliato e silenzioso.
Elodia gli domandò cosa avesse.
— Non posso non accorgermi, — rispose, — che in casa vostra non mi possono vedere.
— Voi siete la bontà in persona, ma vi sono delle persone che voi rispettate e la cui volontà vi s'impone.
— Voi non siete indipendente, ciò si vede, benché vogliate per generosità dissimularlo. Si danno l'aria di lasciarvi arbitra delle vostre volontà, ma per imporvi segretamente le loro. Credete che io non lo sappia? La loro discrezione non è che apparente; e della singolare posizione che vi creano, essi hanno tutti i vantaggi, tutto il merito, voi tutti gl'incomodi.
Elodia pareva afflitta e stornava il viso.
— Non è vero forse? — domandò Guido.
— Supposto che sia, perché darvi pensiero di loro? Voi lo vedete, la mia amicizia sa esimersi da ogni estranea preoccupazione; perché non fate come me?
Il giovine voleva replicare; lei lo interruppe ancora.
— No, Della Torre, lasciamo questo argomento. Son cose che meritano appena la vostra attenzione.
Per alcuni minuti lo strepito delle ruote che correvano sul ciottolato ineguale di via S. Romano impedì la conversazione.
— Voi capirete, — disse poi Guido, — che io sono felice di essere obbligato a voi, ma non vorrei essere né una molestia, né un imbarazzo.
— E non siete né l'una cosa, né l'altra, e l'obbligata sono io.
E con dolce gravità soggiunse:
— Una nobile fierezza vi spinge a combattere, ad affrontare degli ostacoli immaginari; non è questo il modo di far fortuna nel mondo, ma in compenso, seppure questo è un compenso, voi avete tutta la mia stima e tutta la mia ammirazione. Avete fiducia in me?
— Ebbene, — proseguì Elodia, — promettetemi di non giudicarmi che dalle mie azioni, di lasciarvi regolare da me, che ho più esperienza di voi, e di non preoccuparvi d'altro. Vi assicuro che se credessi menomamente compromessa la vostra dignità, ve lo direi. Me lo promettete?
Come non promettere? Guido piegò il capo verso di lei e susurrò qualche parola sommessa. Elodia sorrise e tacquero, e il tragitto passò in un niente.
Presso la basilica v'era folla grande: la gente circolava a stento fra i banchi di merciaiuoli che l'invitavano con le loro grida incessanti. La giornata fredda, ma limpidissima, i colori vivi degli abiti femminili, delle pezzuole, delle banderuole, delle cravatte, spiccavano al sole: su tutti i visi un'aria di festa, un'allegria in alcuni franca e lampante, in altri sostenuta e pensosa: e questi erano i giovani, artisti, artigiani, scolari, i quali osservavano chi veniva e scambiavano dei richiami, dei motti, dei sorrisi. Le carrozze specialmente attiravano la loro attenzione; i più vicini dicevano agli altri il casato di ciascuna, il nome si diffondeva in mezzo alla folla e tutti sporgevano il viso.
Un poverello a cui la contessa fece elemosina la precedette premuroso nel chiostro e nella chiesa a farle porre una scranna davanti il pulpito.
Guido rimase in fondo alla chiesa con alcuni amici che vennero a stringergli la mano.
Sonò il mezzogiorno: la campanella della sacristia annunciò la predica; una calca opprimente irruppe dalle porte che rimasero aperte lasciando penetrare nelle penombre della chiesa dei riflessi di sole che si sparsero per le navate.
La folla ondeggiò dalla soglia all'altare e quindi il fiotto discese lentamente. La campanella squillò un colpo breve e comparve sul pulpito la tonaca nera e bianca d'un carmelitano che si chinò per la preghiera. A poco a poco si fe' silenzio.
Il predicatore cominciò: le frasi arrotondate della sua pronunzia romana destavano gli echi del tempio; s'inseguivano in una parabola continua per le navate. Un gesto largo le accompagnava, quasi le lanciava.
Era un oratore mediocrissimo: recitò il suo panegirico di Sant'Ambrogio tessuto nello stile pesante, enfatico e vuoto delle Vite dei santi.
Fu ascoltato con qualche impazienza; tutti però aspettavano la chiusa.
Infatti dopo la perorazione, il frate si fermò e girò intorno uno sguardo solenne: e seguì un silenzio pieno di aspettazione.
Il frate disse lentamente:
— Iddio volendo premiare la fedeltà del suo popolo ha suscitato sulla cattedra di S. Pietro un uomo buono e un pastore mansueto, un padre indulgente, ei volle chiamarsi Pio... — egli alzò la voce per dominare la commozione dell'uditorio, — e in nome suo io vi saluto e vi benedico.
Un applauso represso terminò in un mormorio profondo.
Il frate si prostrò, si rialzò alzando gli occhi, sollevando la destra.
Allora scoppiarono dei singhiozzi, delle voci confuse, e tutti si prostrarono, e si abbracciarono piangendo, mentre la voce tranquilla e grave del frate pronunziava la formula della benedizione.
Nel cortile applaudirono: il predicatore discese, tutti si levarono in piedi e la folla si rimescolò da cima a fondo.
I ritratti del pontefice come per incanto si sparsero per tutto, mentre un coro spontaneo e generale ne cantava le lodi:
«Esulta, o Pio, per te l'eterna Roma
Ancor risorge al prisco suo splendore...».
Le voci acute tremolavano, le gravi diventavano solenni; — poi si fermavano; l'entusiasmo rombava dall'alto nelle canne dell'organo: un raccapriccio, un brivido immenso correva nel popolo e le fronti pallide si ergevano e gli occhi fiammeggiavano.
Dall'un capo all'altro della chiesa gli sguardi di Elodia e di Guido si cercavano, e insieme si esaltavano.
«Te grande, te saggio il mondo noma».
I singhiozzi e sospiri ardenti coprivano le voci e nuovamente suppliva l'organo e parlava per esse ed esprimeva la commozione di tutti.
II sentimento risaliva e turbinando si perdeva negli archi delle navate che ne rintronavano: per qualche momento la folla immobile pareva impietrata in una estasi silenziosa, come quella schiera di immagini di pietra onde sono colà intorno istoriate le arche sepolcrali. Poi ad un tratto le anime assorte ridiscendevano; la vita risuscitava, più fervida, più rumorosa, traboccava fuori delle porte, e la basilica inondata di sole, rumoreggiante di voci, respirava l'antica popolarità ambrosiana.
La ressa scemò ben presto: Elodia si mosse, Guido la aspettava alla porta e le diede l'acqua santa. Uscirono insieme. Il poverello di prima corse a chiamar la carrozza.
La piazza aveva ripreso l'aspetto vario, confuso d'una fiera campagnuola, ma la comunione degli animi brillava in tutti i volti; si parlavano, si rispondevano e si intendevano come tutti si conoscessero e avessero gli stessi affetti, gli stessi pensieri.
La carrozza andava avanti lenta, passo passo: la folla si spartì, molti salutavano con riverenza famigliare ed affettuosa.
Guido propose di passare per il bastione e vi salirono per la via San Vittore.
Nel tragitto non parlarono: si sorridevano, non capivano se stessi, ma si capivano scambievolmente.
Il freddo era intenso, nell'orizzonte limpido e acciarino si sprofondava la campagna biancheggiante di neve intatta e scintillante al raggio fioco e impotente del sole. A poco a poco i cristalli si appannavano, si fiorivano agli orli.
Elodia non sentiva il gelo, lasciava ricadere sulle spalle la pelliccia, e Guido, presone un lembo tra le mani, lentamente lo carezzava.
A casa il portinaio le disse che il notaio era tornato e l'aspettava di sopra col signor Fontana. Guido non poté trattenere una smorfia di dispetto.
— Ci rivedremo?
Gli porse la mano, lui la prese e sentì che tremava un poco.
— Venite nella serra, — le disse.
— Mi aspettano.
— Vedete?
— A stasera.
Guido si schermì dal rispondere, Elodia si volse e ripeté ancora:
— A stasera.
Guido attraversò il giardino ed entrò nello studio di Loredan, il quale si fe' raccontare la scena di S. Ambrogio.
— Ebbene, — soggiunse, — mi fanno pietà quelli come quel borbottone di un generale, e quell'anima di ghiaccio del Fontana, i quali negano l'utilità di queste commozioni. È vero sì o no che oggi tutta quella gente, uscendo di S. Ambrogio, si sentiva più concorde, più forte, più desiderosa di libertà? Fate che in uno di questi momenti capiti un'occasione ed essa la coglierà e farà prodigi. Ma essi habent aures et non audiunt, perciò vorrebbero che si ammutolisse. Il loro positivismo ci condurrebbe o piuttosto ci sprofonderebbe in un eterno silenzio, il risultato della filosofia d'Amleto, il maggiore degli scettici, la fibra più floscia dell'uman genere.
Improvvisamente entrò donna Elodia: non aveva neppure cambiato l'abito.
— Avevo premura di parlarvi, — disse con qualche imbarazzo a Loredan.
Ma poi si dilungò a parlare delle impressioni di S. Ambrogio e si dimenticò di dire il motivo della sua visita. Una volta i suoi occhi incontrarono quelli del giovane e arrossì leggermente.
Quando Guido uscì, gli tenne dietro, e tacitamente entrarono nella serra.
Elodia prese il suo braccio e passeggiarono un poco parlando di fiori, del tempo, di cose indifferenti.
— Mi facevate il broncio?
— Perché?
— Temevo... voi mi avete detto delle parole amare oggi; ed anche poco fa nel salutarmi...
Guido voleva chiederle scusa; essa lo prevenne.
— Lo so, non l'avete fatto apposta; siete — aggiunse, guardandolo con indulgenza — in quell'età che per voi uomini tutti gli affetti, i più leggeri e i più profondi, sono governati dalla passione. Ma, benché involontarie, le vostre parole mi hanno afflitta e ispirato dei timori per la nostra buona amicizia. Mi premeva dissipare qualche malinteso che la scena d'oggi può aver lasciato fra noi e sono venuta... Vedete ch'io sono libera, quanto una volontà di donna può esserlo... Desideravate parlarmi: ebbene, amico mio, eccomi; siete contento? credete alla mia sincerità? io credo pure alla vostra!
Sedettero presso alla tavola in fondo, come quella prima sera.
— Direte ancora che io non ho confidenza in voi? non sono stata io la prima ad aprirvi l'animo mio?
— È vero.
— Certe cose è meglio tacerle: le situazioni difficili, delicate, riesce più facile sopportarle da soli. Ma forse avete ragione: dopo quanto è avvenuto oggi è forse meglio che voi conosciate i segreti della mia famiglia: voi potreste pensare peggio di quel che è, e mi rincrescerebbe non tanto per me, quanto per gli altri...
— Generosa!
— Ascoltate...
Fu interrotta da un vivo alterco nella casa. La porta del terrazzino si spalancò rumorosamente e ne scappò fuori Aroldo, mezzo vestito e col capo scoperto.
La cameriera insisteva per farlo rientrare, ma lui aggrappandosi alla ringhiera si ostinava dicendo:
— No, e no; papà non mi ha voluto aspettare; ebbene io resterò qui e mi farò venire la tosse.
La contessa s'alzò, andò a picchiare nella vetrata. Aroldo si volse, ma non si mosse; scoteva imbizzito la testa e avventava calci nelle stecche. La cameriera discese, venne a parlare colla signora. Il ragazzo voleva uscire col suo papà e si stava vestendo, ma il signor Fontana si era opposto perché era troppo tardi e troppo freddo, e perché gli pareva non stesse bene...
— Chi? Aroldo? Ma santo Dio, cosa ci trova sempre? io non capisco, un ragazzo che è un fiore: intanto chi resta nei fastidi son io... almeno non lo lusingasse. Orsù, vestilo, e di' a Fabrizio di attaccare il legno: tu o Ludovico lo accompagnerete.
— Eh non vuol saperne di carrozze, vuol andare alla fiera dei bei oh bei a piedi.
— Ebbene, vada con Ludovico, un'oretta; vestitelo bene; non è poi tanto tardi, c'è sole ancora. Fate, dategli tutto quello che vuole. Ma, per amor del cielo, che non senta più quelle grida che mi spaccano la testa!
— Non posso soffrire che si contraddicano i ragazzi: li si fa diventare cattivi e anche loro si guasta la salute. Le precauzioni non debbono poi essere tormenti!
Riprese tranquillamente il suo discorso interrotto:
— Il mio è stato un matrimonio di libera elezione: soltanto ci siamo ingannati un po' tutti: io, lui e il generale — involontariamente.
Un giorno, a Pavia, ella stava alla finestra in casa dello zio Oggiono quando venne a passare di là un uomo, ancora giovine, che alcuni studenti sulla porta del caffè rimpetto salutarono con dei calorosi battimani. Per sottrarsi ai loro applausi egli era entrato nel portone del generale, e questi, che lo conosceva, fattolo salire, lo presentò allora a lei come il nobile Fontana, aggiungendo: «Ecco un uomo.» Intanto sotto seguitavano le grida e gli evviva. Il motivo della dimostrazione era che il Fontana aveva rinunciato, in quei dì, alla carica onorifica e lucrosa di architetto della città per esimersi dal sottoscrivere un servile indirizzo, che i suoi colleghi dell'amministrazione rivolgevano all'imperatore Ferdinando per il di lui avvento al trono. Ed il Fontana era povero: quell'atto suo nobile, coraggioso l'aveva invaghita. Era giovanissima in allora, ma, ignara di tutto il resto, aveva provato della vita le angoscie più gravi. Suo padre, il conte Ottolini, compromesso nei moti del 1821, aveva passati allo Spielberg gli ultimi anni della sua vita; sua madre, amorosissima del marito, faceva ogni due o tre mesi una gita in Moravia, dove per intromissione di un amico influente, con singolare e secreto favore, le permettevano di vederlo e di piangere qualche ora insieme. Questo misero sfogo ella lo pagava con quindici giorni di disagi e di fatiche sovrumane che rapidamente la logoravano. Morì al ritorno di uno di tali viaggi affannosi. Elodia aveva ricevuto dal suo esempio un'idea elevata del compito consolatore della donna: e tutti i suoi sentimenti precocemente suscitati dalla sventura, tutte le sue aspirazioni più vive cospiravano a preparacela. L'architetto Fontana era, si può dire, il primo uomo cui fece attenzione, e credette di trovare in lui personificato il tipo che andava istintivamente cercando, degno di tutta la sua devozione. Trovato l'uomo, — come lo chiamava lo zio, — le pareva quasi un obbligo di essere la sua donna. La sua non fu una passione, ma un entusiasmo riflesso.
— La nostra unione fu, — soggiunse Elodia, — una follìa ragionata.
Era stata lei ad offrirgli la sua mano; lui non avrebbe mai osato domandargliela, era discreto e modesto, fin troppo modesto, e qui stava la radice dei futuri dissensi. Accettò con riconoscenza che pareva sgomento; il generale che gli voleva bene lo incoraggiò. Sfortunatamente non era un ideale come lei se lo immaginava; era quasi il contrario: nemico dichiarato d'ogni idealismo: «inetto a sentire, lo diceva lui, ogni qualunque poesia di sentimenti o di pensieri; diffidente di tutto ciò che oltrepassava in altezza le gronde dei tetti.» Era però, non si poteva negare, un brav'uomo; quando si era potuto accorgere che fra lui e la moglie esisteva un equivoco, le aveva detto francamente: «Non posso conservare una devozione per dei meriti che non ho e, prevedo, non avrò mai, non essendo neppure capace di comprenderne la necessità. Sono uno spirito limitato che non crede ai voli e detesta le capriole. Dacché non mi riesce col mio passo lento e pesante di stare a paro con voi, non voglio neppure farmi, di mala grazia, trascinare. Oramai quel che è fatto è fatto e rimediarci bene è impossibile, ma si può trovare un temperamento. Vi libererò almeno dal peso del mio positivismo; va bene? Mi tirerò in disparte e se credete mi occuperò degli umili interessi domestici per voi e per nostro figlio.» — Così aveva fatto, era partito per un viaggio e, tornato, si era stabilito in campagna. Veniva di tratto in tratto a visitarla per sviare le maldicenze. Più tardi essendosi avvezzi i conoscenti a quella loro separazione, aveva preso un quartierino in via della Cervia e veniva un po' più di frequente.
— Eccovi la verità, — soggiunse donna Elodia, — non è lieta, ma ci si può rassegnare. Fontana sa ch'io ci tengo alle condizioni ch'egli stesso mi offerse, e le rispetta e mi rispetta.
Guido tentennava il capo.
— Voi mi avete già detto questo e io vi credo... ma credo soprattutto alla vostra indulgenza. Il rispetto, — sclamò vivamente, — è uno scarso compenso di tutto ciò che vi si toglie: scusate, se io turbo, con le mie indiscrezioni, la calma sublime del vostro spirito. Ma non posso tacere; c'è qualcosa in me che si ribella per voi. Perdio! si sequestra una vita nel suo fiore, la gioventù di una donna degna delle maggiori divozioni e la si condanna.... al rispetto, ebbene ciò è iniquo e mi ripu...
— St!
I loro sguardi s'incontrarono.
— Io vorrei... — disse Guido e s'interruppe di nuovo.
— Vorrei chiedere se ciò vi basta, se ciò basta al vostro cuore; se esso accetta senza protesta, senza soffrire, la triste solitudine che l'altrui crudeltà e la vostra ragione gl'impongono e se non chiede ciò che è in fin dei conti il suo diritto, un po' di tenerezza.
Elodia pallida pallida l'ascoltava; di tratto in tratto nei suoi occhi abbassati, socchiusi, velati di lagrime, uno sguardo vago, un sentimento profondo, il riflesso d'un interno incendio traluceva.
— Alla tenerezza ho rinunziato — disse con voce tremula e appena intelligibile, come parlasse a sé: — una volta, nei primi tempi del mio matrimonio la desideravo e ci pativo a non averla ma, — aggiunse con triste sorriso, — ormai sono... quasi... una vecchia.
— Ah, s'io fossi... qualcosa per voi... se...
La lingua se gli annodò; arrossì.
Sul viso d'Elodia passò un lampo di ansietà; chinò il viso sul seno che si gonfiava.
Guido tacque, e, dopo una lunga pausa, ella rispose:
— Non siete voi mio amico?... Mi pare persino d'aver diritto di darvi un titolo più... — ella esitò un momento — un titolo più stretto... Da quella sera che voi siete venuto e vi siete seduto lì davanti a me sentii che il nostro incontro non era cosa fugace. Mi avete raccontato i pensieri che quel nostro incontro vi ha lasciati, ebbene anch'io li ebbi allora. Mi pareva che il destino conducendovi qui quella triste sera mi chiamasse se non a sostituire la madre che vi toglieva, a compensarvene debolmente con l'affetto di una sorella...
Diceva questo con una dolcezza infinita, con delle soavi inflessioni, più espressive di ciò che dicevano, ed espressive in modo diverso.
Guido ne provava un senso singolare di riposo. Quelle parole lo rasserenavano ma rattristavano lei. Pareva ch'essa volesse dir qualcosa e non riuscisse a farsi capire e che il linguaggio con una tirannia prepotente l'andasse allontanando dal suo pensiero.
A un tratto essa alzò il capo risoluta; una fiamma leggera le imporporò le pallide guancie. Stese a Guido la mano affilata e parve avesse ad aggiungere qualcosa di molta importanza.
— Una sorella... maggiore. Sono vecchia, sapete; ho ventinove anni.
Guido le prese la mano, la baciò con rispetto profondo.
Il discorso cadde: né l'uno né l'altra lo riprese. Poco dopo sonò la campanella del pranzo. Guido si accomiatò.
Elodia lo seguì collo sguardo mentre attraversava il giardino; e una lagrima si sprigionò dalle palpebre e scese lenta a rigarle la guancia. La sera la conversazione fu animatissima e non si parlò che della dimostrazione di S. Ambrogio.
Guido pregato dovette descriverla a quelle signore; le giovani, la Lattuada, la Seregno, le due Beolchi gli si strinsero intorno. Ei fu eloquente, immaginoso, strappò loro delle grida, delle lagrime. Le commozioni della mattina si ripercossero nella sintesi del suo racconto, più colorite, più efficaci e comprensive; una fanfara gloriosa di speranze attraversò il salone.
Non c'era l'architetto né il generale, nessun elemento refrattario.
Di tratto in tratto Guido consultava con l'occhio donna Elodia, che confermava con de' cenni del capo le sue parole e con un sorriso lo incoraggiava.
Quando ebbe finito ne seguì un chiacchiericcio vivace; ripigliavano il suo racconto, lo commentavano, ripetevano ciascuna i particolari che più l'aveva colpita, poi l'attenzione, un momento divisa, rifluiva verso il giovane.
Le ore passavano rapide e finalmente la marchesa Lattuada diede il segno della partenza: la compagnia si sciolse.
Elodia ritornò sola nel salotto, s'appoggiò un momento alla spalliera di Guido, poi sedette in faccia a lui presso il camino.
Seguì un lungo silenzio: non avevano nulla da dirsi: la compagnia aveva portato seco tutta la vivacità e l'interesse. Elodia si tolse lentamente i guanti e riprese il suo ricamo: e guardava Guido che si dondolava placidamente guardando i tizzoni. L'orologio batté le dodici.
— Mio zio ritarda, stasera, — disse Guido.
La contessa rammentò che egli aveva una riunione alla Società Unitaria; — la seduta avrà tirato in lungo, — poi le solite cautele nell'uscire, la strada era lunga, — tutte cose che si sapevano... — s'interruppe repentinamente, e dopo un po', all'improvviso:
— Pensate ancora ai discorsi... d'oggi?
— Vorrei che voi li dimenticaste. Voi siete uno spirito superiore ed io vi ho tenuto un linguaggio volgare, il linguaggio delle miserie comuni che non vi offendono e quasi non vi toccano. I vincoli convenzionali non possono inceppare la vostra indipendenza che nei rapporti sociali...
Elodia, lasciato il ricamo, lo fissava con attenzione.
— Non possono avere, — proseguì il pittore, — alcuna profonda influenza su di voi, perché voi non siete solamente la donna della famiglia e della società; ma la donna dell'intelligenza e delle aspirazioni umanitarie e in queste soltanto potete trovare i vostri limiti naturali. Voi rappresentate il vostro sesso nelle sue più alte qualità; non siete una donna ma la donna. Anime come la vostra possono trovare nelle persone cui rivolgono l'invito de' loro ideali delle nature inferiori ed ignobili; ma quell'invito non si perde mica per questo, farà palpitare, in cambio di uno, cento cuori, accenderà non una ma mille intelligenze, rimbalzerà dal sordo presente al conscio avvenire: l'umanità intera compensa ora don Chisciotte della stupida sconoscenza di Dulcinea. Mi guardate sorpresa? È opera vostra; non vi si può avvicinare senza sentirsi innalzare; ora io vi comprendo.
— Siete anche poeta e filosofo, — disse Elodia, e aggiunse sospirando: — se tutti la pensassero a questo modo si sarebbe meno ingiusti verso di noi, povere donne e ci si potrebbe contentare d'essere, come voi dicevate oggi, condannate al rispetto.
Questo secondo richiamo ai discorsi della serra smontò la facondia di Guido.
Finalmente rientrò Loredan e venne presso al fuoco a sgranchirsi le membra intirizzite.
C'erano quella sera delle notizie importanti. Gli avevano annunziato l'arrivo di un inviato con una vasta missione nei centri di Lombardia. Questa regione non era attiva come la sua coltura permetterebbe: disperdeva le sue forze, le smezzava in ideali di secondo ordine, in concetti impuri, in speranze monarchiche e regionali — illusioni larvate con speciosa apparenza di pratica serietà. Ma Loredan confidava nel mezzogiorno, là l'indirizzo rivoluzionario si palesava più schietto, più vero, più razionale: e nessuna fiducia nei principotti malfidi della penisola. — Il moto sarebbe venuto di là: il fascio stava per comporsi, oramai non mancava che qualche Circolo delle Romagne. Quanto al Piemonte era indietro, è vero: troppo ligio al passato; ma forse una volta cominciato, esso si sarebbe scosso.
— Olio alla nostra lampada e vegliamo; — soggiungeva Loredan, posando l'occhio scintillante sopra la contessa. — Guai a noi se in questi gravi, decisivi momenti, avremo conservato nel cuore altra preoccupazione che quella non sia; appena bastano le nostre energie al grande cimento...
L'entusiasmo che pareva svanito, si riaccendeva, si innalzava dal sentimento nel pensiero.
Elodia, nervosa, singhiozzando rispondeva:
— Noi aspettiamo la fede, la costanza e la forza da voi, Loredan.
E lui, con serena bontà, prendendola per mano:
— Voi avete tutto questo, e Dio ha dato alla donna la necessaria potenza; egli stesso è rinato le cento volte nel suo seno, tutte le fedi umane vi furono concepite e quindi uscirono alla vita.
Poi rivolto a Guido, sorseggiando il tè che Elodia gli aveva porto:
— Vedi, ben poche anime virili sarebbero capaci di ciò che ha fatto questa donna. Da molti anni ella non ebbe desiderio, ambizione, affetto, posso ben dire pensiero, — io li conosco tutti i vostri pensieri, — che non fosse per la nobilissima causa: ella è passata imperturbabile per le prove più difficili, più acerbe... non chinate il viso... ciò si dovrà sapere un giorno o l'altro da tutti.
Loredan, vinta con un ultimo scossone la tentazione del caminetto, si appressò alla tavola:
— All'opera! Domani parte l'amico per Bologna, tutto dev'essere pronto.
Elodia lo serviva premurosamente: gli assestava il cuscino nel seggiolone, gli accostava le penne, la carta, gli adattava il lume. Poi gli lesse la corrispondenza, e lesse una dopo l'altra sette od otto lettere fatte in linguaggio convenzionale e parte in cifre, che lei traduceva direttamente.
Finito che ebbe gli domandò se voleva dettare le risposte. Ma preferì scrivere lui stesso.
Lo lasciò dunque tranquillo al suo lavoro, e, in punta di piedi, ritornò presso il camino.
— La Provvidenza è buona, è generosa, — disse sottovoce a Guido, — in cambio di un affetto che mi fallisce, mi dà due nobili amicizie, le vostre: sento che diventerò orgogliosa...
— La Provvidenza, in questo caso, siete voi; voi operate il miracolo, intorno a voi non può rimaner nulla di comune.
Elodia levò la fronte con aria di rassegnazione.
Tornando a casa, Guido si lodava del proprio contegno di quella sera: non capiva come avesse potuto la mattina commettere delle indiscrezioni. Certo non l'aveva fatto apposta. La passione non c'entrava per nulla: la sua amicizia per Elodia — si poteva chiamarla così — era un affetto calmo, sereno, e se trascendeva era solo per ammirazione.
Gaetano era fuori ancora: rientrò che Guido stava già steso sul canapè che gli serviva da letto. Era stato a caccia con l'ingegnere Viganò; era tutto infangato, quasi morto dalla fatica; era felice come una pasqua: gli mostrò la carniera discretamente rigonfia.
— Hai perduto la dimostrazione di Sant'Ambrogio.
— Che vuoi mai? Lo so, mi rincresce; ma dopo otto giorni di sgobbamento, se capita una giornata come questa non ho fegato di resistere alla tentazione di scappar fuori a far una corsa in campagna, a sgranchirmi le gambe; che vuoi, si sente in me la rustica progenie. Del resto avete fatto senza di me. È stata bella?
Guido la descrisse per la terza volta.
— E i conigli?
— Più buoni che mai.
— Ma li leveremo un giorno o l'altro?
Guido accennò, in nube, alle notizie di Loredan.
— Ma, quando, quando si farà?
Guido rispose con un gesto d'impazienza.
— Sai — disse poi l'incisore avanti di smorzare il lume, — chi ho incontrato oggi? Indovina.
— Eh?
— Il sor Fontana, il marito... l'ingegnere ha voluto accompagnarlo un buon tratto. Andava a Corsico, a piedi! con un certo gabbanello sottile che metteva i brividi solo a vederlo. A me pare un taccagno col pelo. No forse? Ma ho sentito dire che ha dei soldi e molti, che maneggia tutto lui e che l'ora pro me lo sa recitar bene.
— Questo è certo, — sclamò Guido, — figurarsi quel coso lì!
— L'è furbo; basta che possa aprir le mani, lui si contenta di chiudere magari tutti e due gli occhi!...
Rise sonoramente; ed anche Guido.