Roberto Sacchetti
Entusiasmi

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VII

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VII

 

Guido dava sempre lezione di disegno al figlio della contessa. Ma Aroldo era uno scolaro indocile e trascurato. Il fervore del primo incontro era passato subito: non aveva potuto cavarne niente: si capiva che non voleva bene a Guido e lui pure provava un'avversione, sentiva in quel ragazzo un nemico.

Il giorno della Concezione, venuto Guido all'ora solita per la lezione, Aroldo era fisso di non voler scendere: era festa e voleva far vacanza. Finalmente venne in salotto, ma per ripeter le sue bizze. Lui era stanco, e voleva andar fuori, eppoi non si sentiva bene. Non si stemprava in chiacchiere; mostrava una fermezza di volontà singolare: moveva le sue obbiezioni ad una ad una, con un fare reciso, con certe scosse di capo piene di protervia.

La madre non lo rampognava: si lamentava: — era un cattivo figliuolo, il suo tormento, lei che in tutti i modi lo contentava: e lui così la ricambiava. Cosa doveva pensare il signor Della Torre!

E il ragazzo pronto:

— Oh lui, lo so, mi darà torto.

Era cattivo! cattivo! Voleva far soffrire sua madre!

Aroldo si sentiva mortificato, ma non persuaso: il dispetto gli bolliva dentro. Si pose a tavolino, incrociò le braccia, senza far la menoma attenzione a Guido.

Entrò l'architetto che lavorava nella biblioteca.

Guido aveva finito di tracciare il modello e porgeva ad Aroldo la matita. Lui invece prese la tavoletta, la sbatté in terra e brontolando: — no, non voglio, — se ne andò alzando le spalle.

Scusate Della Torre, — disse Elodia, — per oggi, se si vuole aver pace, bisognerà lasciarlo stare.

— Ma cos'ha? — domandò il Fontana.

— Nulla, lo vedete, è caparbio... non so perché vien su stizzoso a quel modo. Gli è un po' di tempo che quando s'intesta d'una cosa, non c'è verso di smuoverlo. Quand'è così non c'è che far la sua volontà.

— Invece, no, scusate, lui deve far la vostra volontà. Non dovete disdirvi mai con lui. Ora vo' io a cercarlo.

— No, no, per carità, quelle scene mi fanno male!

Oggi gli avete ordinato di prendere lezione e bisogna farvi obbedire. Piuttosto, — continuò l'architetto fermandosi sulla soglia, — piuttosto, poiché siamo su questo proposito, si potrebbe riflettere se sia fargli proseguire questo studio del disegno: non ne profitta niente, gli ripugna; invece perché gli serva avrebbe a chiedervelo lui come uno svago, un premio.

La contessa rispose leggermente accigliata:

— Così me l'ha chiesto.

— Ci s'era messo con tutta la passione, — osservò Guido.

— L'ha voluto lui, lo sapete, — soggiunse Elodia.

— Sì, ma poi gli è venuto a noia subito e...

— Si capisce, — sclamò lei, lasciando travedere il suo risentimento, — si capisce.

— Sia incostanza sua, indisposizione, o in causa del metodo, o...

Colpa del maestro, — finì Guido, il quale non reggeva più.

Il Fontana senza dar retta a lui, come non ci fosse, rispose alla contessa:

Perdonate, Elodia, ma non c'è da inquietarsi: sono considerazioni ch'io sottopongo al vostro giudizio semplicemente: se però voi avete deciso altrimenti...

— Non ho deciso nulla. Aroldo non prenderà più lezioni di disegno: quest'è la vostra volontà, sarà fatta, è inutile che ve ne rimettiate a me, già io non faccio nulla di bene!...

Oggi non siete d'umore, non ne parliamo più... — La salutò e, salito alla cameruccia d'Aroldo gli disse soltanto:

Va dalla mamma a chiederle perdono.

Il ragazzo non disubbidiva mai a lui; senza replicar parola discese.

Ma Elodia lo respinse: era un ragazzo disobbediente, cattivo, senza cuore, senza rispetto per sua madre; andasse, facesse a suo modo, non l'irritasse più...

Poi, come Aroldo fu uscito, sconvolta della propria violenza, vergognosa, sentendosi soffocare dall'amarezza, si levò di scatto e scappò fuori anche lei.

A Guido, mortificato per tutte queste scene, non rimaneva che andarsene. Però gli rincresceva d'essere stato il terzo incomodo, e nell'attraversare il salone, visto aperto l'appartamento della signora spinse l'uscio e passò.

La trovò nel salottino, buttata sul canapè, che piangeva dirottamente.

Donna Elodia, — disse, accostandosi compassionevole, — non si crucci a quel modo.

Essa scoteva la testa, mormorando fra i singhiozzi:

— È troppo!... è troppo!...

Poi, dopo un altro sfogo di pianto, levando il bel viso molle di lacrime:

— Ah Della Torre, voi avete indovinato giusto. Ora conoscete il mio strazio... e io voleva nascondervelo!... Per lui! per fargli far buona figura, preferivo patire in silenzio!... Volevo che tutti lo credessero giusto, generoso; amavo illudermi da me, suppormi circondata di riguardi...

— Me n'ero accorto...

— Vi ho mai detto nulla io? mi sono mai lamentata di lui? non ho fatto invece di tutto, ditelo voi, non ho fatto di tutto per iscusarlo? per giustificarlo? per dissimulare a suo vantaggio la verità che voi avevate sospettata?... Ha voluto farvela sapere! ebbene, peggio per lui!... Peggio per lui!.. Pure anche ora gli è a me che rincresce... è una debolezza, lo capisco, non posso liberarmene...

Il suo dolore, esalando, si mutava in risentimento.

— A tutti sembra un brav'uomo; è un brav'uomo, sì, ma ha un carattere!... bisogna provarlo, non si sa come prenderlo, mai che approvi, mai che una cosa gli vada... sempre freddo, pacato, ironico... Mostrate un po' d'entusiasmo; il suo sguardo severo ve lo ghiaccia nell'anima; esprimete un'opinione, vi contraddice... Ne ho tollerate di quelle, e sopportavo tutto, mi adattavo a tutto per la famiglia: mi sforzavo di togliergli ogni motivo di dispiacere, sperando che mi avrebbe tenuto almeno conto della mia arrendevolezza. Lui niente. Mi ha le cento volte mortificata davanti alla gente; io mai che gli abbia replicato, sorridevo, e piangevo poi in segreto. Certe volte le amiche mi dicevano: voi siete stata fortunata, avete trovato un uomo discreto che non vi urta, non vi tormenta. Avessero saputo tutto! Rispondevo come ho risposto a voi l'altro giorno: oh sì è vero, mi contentavo di queste apparenze. Povera consolazione, vero? Ma mi si toglie anche questa; si vuol rendere pubblico il mio dolore, dar spettacolo delle mie lagrime!

La sua voce tornava lamentevole; gli occhi le si imbambolavano.

— In fin dei conti se mi si vedrà piangere, non mi si darà il torto a me! Non ho io ragione di patirci? di essere afflitta? di dir che è troppo?...

Darvi ragione è poco, — sclamò Guido; — ammirarvi bisogna.

Lo guardò riconoscente tra le lagrime; e rizzandosi sulla persona, proruppe:

— In fin dei conti cosa pretende, cosa vuole da questa donna che gli ha tutto sagrificato? Ho soffocato per lui la giovinezza, ho rinunziato senza compenso alla tenerezza che ingenua gli offrii e non seppe raccogliere... mi sono, a vent'anni, persuasa d'averne cinquanta; mi sono vietato ogni affetto...

— In questo avete torto, — disse Guido, prendendo la mano ch'essa gestendo sporgeva verso di lui; — perché respingere la tenerezza che la vostra gioventù esige, che il vostro viso, malgrado vostro promette? perché martirizzarvi, seppellire il vostro cuore così generoso, così affettuoso? perché uno che aveva il dovere di colmarlo di gioia non seppe che opprimerlo d'amarezza? Che colpa ci avete voi, se voi siete buona e gli altri non lo sono, non vi capiscono? volete punirvi dell'ingiustizia non vostra, dell'ingiustizia di cui soffrite: alla vostra età isolarvi dalla vita... mentre siete giovane...

Le stringeva forte la mano, la voce gli tremolava, i suoi occhi scintillavano.

— Siete bella... adorabile...

S'inginocchiò ai suoi piedi.

Elodia, pallida pallida, si tirò indietro, ricadde sulla spalliera, lo fissò un momento, poi subito stornò gli occhi, li rinchiuse, ritrasse le mani, che egli lasciò senza resistenza, se le recò al cuore, poi al viso e ve lo nascose: tremava, un brivido le scuoteva la persona...

Guido si rialzò confuso.

Donna Elodia... contessa, — balbettò.

Lei non rispose e non si mosse.

Il giovine tentò ancora inutilmente di levarle le mani dal viso e, finalmente, vergognoso, arrabbiato, cacciato da un assalto di timidezza irresistibile, si allontanò, si trovò fuori della stanza prima di aver pensato a nulla. Attraversò in fretta il salone, l'anticamera: Ludovico venne ad aprirgli e lo salutò, gli parve, con maggior riguardo del solito. Appena fuori, ruzzolò le scale, scappando come una saetta.

La contessa chiamò la cameriera e le ordinò di non lasciar passare nessuno; non si sentiva bene.

— Il sor Fontana ha detto che anche oggi tornerebbe.

— Ho detto nessuno!

— Il pittore ne ha fatta qualcuna, — disse poi la cameriera a Ludovico: — la padrona è scura come il temporale.

Ciò che aveva fatto, Guido non se lo poteva perdonare.

Una così buona e nobile amicizia rischiarla a quel modo! Rischiarla? perderla! Oramai poteva ben essere certo d'averla perduta. E fosse almeno stato per impeto cieco d'amore, di passione; ma no, per uno sciocco puntiglio, per una vanità ridicola. Ragazzaccio! Suo fratello Martino glielo diceva che sarebbe sempre stato un senza criterio, un senza tatto, che non avrebbe mai fatto altro che dei fiaschi. Perdio se aveva ragione! Ora cominciava a indovinare.

Alla contessa non ardiva più comparirle davanti.

La contessa, dal suo canto, non chiese menomamente di lui, neppure a Loredan.

Un , alla fine della settimana, essa discese nella serra; vi si trattenne fin verso il tramonto. Poi, uscendo, passò davanti all'uscio dello studio, e le parve sentir rumore dentro: tirò dritto; in capo al viale si volse, ripassò: l'uscio era solamente accostato, lo spinse pian piano e fe' qualche passo nel breve corridoio: chiamò a mezza voce Della Torre; non ricevendo risposta, s'avanzò francamente e, sollevata la portiera, penetrò nello studio. Nessuno.

Dacché Guido l'occupava non c'era mai venuta.

La campagna, brulla, fiammeggiava di fuori nel tramonto; l'ampio finestrone pareva una bocca di fornace. Nella stanza una penombra calda, rosea, investiva tutte le cose smussandone e ingrandendone i profili; i colori si confondevano in un sol tono luminoso.

Elodia si guardò intorno come fosse un luogo nuovo, misterioso: esaminava i bozzetti appesi alle pareti che nuotavano in un'onda di luce, gli arnesi dell'artista, gli oggetti dispersi che tradivano le abitudini farraginose di una gioventù impaziente e turbolenta; una pipa turca che col bocchino d'ambra sosteneva una pianellina femminile ricamata e coi lustrini. Sul manichino, delle vesti muliebri avvolte intorno ad una vecchia scimitarra rugginosa; sullo scrittoio aperto un batuffolo di libri, di carte, di disegni, di gingilli senza nome, frantumi di cose irriconoscibili, e sovra esse una guzla zingaresca, scordata; — il solito limbo caotico, il caleidoscopio confuso ed inerte, dove l'idea dell'artista scende vivificatrice a ricercare le sue forme. Rovistò curiosamente nei cassetti: trovò dei ricordi, dei fiori appassiti, delle note illeggibili, delle perle; nulla che lei conoscesse.

Tuttociò polveroso e trascurato. La trascuratezza si vedeva in tutto: — il cavalletto in un angolo, il deschetto in un altro, la tavolozza in terra coi colori disseccati.

Sul cavalletto una tela piuttosto grande coperta da un pannolino. Altro non le restava da vedere e la scoperse. Era il quadro abbozzato della Fede liberatrice; subito la colpì la figura della protagonista nella quale ravvisò il proprio ritratto: nella espressione, nella posa, nel gesto, tutto proprio come lei voleva essere, com'era certamente, se lui così l'aveva vista e la rammentava nel ritrarla.

Era dunque così! era dunque così! Batté le mani con gioia infantile; era divenuta leggera, leggera, sollevata da una felicità nova, da una compiacenza divina. Si lasciava dietro la noia grigia, uniforme della vita cui l'avevano condannata; le malattie, le futilità prepotenti, le esigenze tiranne di quegli anni interminabili, vuoti e pesanti, le cadevano come una cappa di piombo dalle spalle; n'era fuori finalmente, si sentiva rivivere! La gioventù assopita, intorpidita dal tedio, scoteva il cruccioso letargo, balzava ad ammirarsi in quell'immagine, a specchiarvisi dentro.

Non si stancava di guardarsi: andava; veniva per lo studio; riconosceva il proprio regno: in ogni cosa, negli arnesi, negli abiti del manichino, altrettanti strumenti raccolti per rendere omaggio a lei. Ogni soggezione, ogni inquietudine spariva — non era veramente al suo posto, non era tutto lei, tutto per lei? Chiamava tutti i suoi amici, specialmente le amiche a comparire davanti, a riconoscerla, e renderle giustizia e rispetto come le figure del quadro alla protagonista; li vedeva sfilare, li sentiva ripetere: — è lei! — suo marito soltanto conservava il suo freddo sorriso sarcastico: e lei lo respingeva con violenza; lo metteva alla porta; che ci veniva a fare? con che diritto penetrava, lui, uomo mediocre, in quel mondo superiore, dove il pensiero si personificava colla bellezza?

Non ammetteva altra eguaglianza, anzi altra devozione che quella del genio, dell'uomo che sapeva comprenderla. Non le aveva detto Guido che per accostarsi a lei bisognava innalzarsi? Certo era un pensiero che gli era venuto mentre dipingendo frugava nella propria mente per trovare le sue sembianze. — Se ora la vedesse , dove tante volte doveva aver pensato a lei...

Metteva il deschetto a posto davanti al quadro; si immaginava Guido seduto. Lei entrava dalla porta, dietro la tela, appariva ad un tratto; che stupore!...

Poi lei sedeva vicino sul divano, così, chiudeva gli occhi, lui le si appressava come l'ultima volta che si eran visti... sentiva il suo cuore battere...

Se venisse davvero in quel momento! rabbrividiva, non si muoveva... non aveva la forza di muoversi. Un passo s'appressava nella strada di fuori, teneva il fiato, lo sentiva passare davanti la porta chiusa, allontanandosi.

Non poteva esser lui a quell'ora.

Chissà se ci veniva più!...

Una dolorosa tristezza l'assaliva.

Ma infine che gli aveva fatto? Cosa pretendeva? Che gli si buttasse tra le braccia? Neppur lui, neppur lui la capiva, anche lui come gli altri impaziente, imperioso, grossolano, incapace di avvertire le delicatezze di un cuore di donna. Ebbene, era un ingrato.

Ma le si velavano gli occhi di lagrime.

Già non doveva aspettarsi altro che della sconoscenza da tutto e da tutti. Per lei non ci doveva essere bene mai; tutte le illusioni finivano a quel modo... La sua vita era quella! Era vita? Una prigione elegante! Le convenienze del mondo, tante stecche dorate e tenaci.

Sarebbe invecchiata.

La sua gioventù si rivoltava: era giovine ancora!... si sentiva giovane!

Una gran collera l'aizzava contro se stessa, contro il destino che l'aveva ingannata. E non poterla spezzare! Tutta la sua volontà femminile s'attutiva nel cozzo violento.

Col capo nascosto tra le mani singhiozzava, si stringeva la fronte convulsivamente. Il pianto sgorgava poi e un poco la quietava: levava il viso inondato di lagrime. Oh! il bel sogno era svanito!

Il giorno moriva: i colori della stanza si perdevano nel crepuscolo scialbo. Ma nel mezzo del quadro campeggiava quella figura bianca; quasi luminosa, spiccava sulle tinte oscurate del fondo. In quel momento, benché appena abbozzata, pareva viva e ingrandita. Elodia affascinata la contemplava. Era lei, era lei davvero, era l'immagine del suo destino. Così serena, insensibile alle lusinghe, agli omaggi mendaci, la fronte alta, lo sguardo radiante di pietà divina, soffocando i propri dolori, muta de' suoi patimenti, eloquente di carità per quelli degli altri, doveva attraversare la vita: era la sua sorte!

— Oh Signore, Signore, volete darmi il vostro divino calice di fiele! Ebbene, — esclamava gemendo e lagrimando, — ebbene... sia fatta la vostra volontà...

Usciva di , ebbra d'abnegazione, oppressa da una grande e sublime tristezza.

 

 


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