Roberto Sacchetti
Entusiasmi

PARTE SECONDA

I

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PARTE SECONDA

 

I

 

Guido non veniva più nello studio che di quando in quando ad ammazzarvi qualche ora. Una di quelle mattine entrò Ludovico.

— Lei non viene più in casa — gli domandò — e da più d'una settimana la signora non ha più ricevuto nessuno.

— È malata?

— Sì... ma credo piuttosto abbia de' dispiaceri. È rimasta più di otto giorni senza uscire di camera. Ieri soltanto è discesa in giardino..., ma, — aggiunse sbadatamente, — lei l'ha vista...

— No.

— Non era qui verso le tre?

— No.

Guido non fe' attenzione a quell'insistenza del servitore, gli chiese che volesse. Ludovico veniva da parte del professore che l'aspettava nello studio.

Usciti in giardino; — ecco la contessa, — disse Ludovico, — vede com'è patita.

Elodia usciva dalla serra; egli la salutò imbarazzatissimo.

Buon giorno, — rispose freddamente la contessa.

— Le ho dato dispiacere, — soggiunse Guido sinceramente contrito, — ne sono afflittissimo. Perdoni un momento d'esaltazione, di follìa...

Teneva il viso basso.

— Difatti, — disse Elodia con mal celata amarezza, — non vi poteva essere nulla di serio: quelle imprudenze, voi altri artisti, le commettete per ozio, per svago, colla distrazione di chi, camminando, svelle un filo d'erba sul margine della strada. Ci fate, passando, l'onore di un desiderio senza importanza, senza conseguenza, che appena avvertite e subito dimenticate...

La sua voce pigliava delle inflessioni lamentevoli, di penoso rammarico.

— Non è vero forse? — disse poi fissandolo per la prima volta, con ansietà viva e pungente.

Ma Guido non trovava il verso di rispondere.

— Oh, — sclamò Elodia dopo un lungo silenzio, — non me lo meritavo. Voi siete anche, crederò, in diritto di tenermi il broncio, di vendicarvi con dispetto.

Guido protestò finalmente; se non era venuto era perché non osava. Aveva torto, lo sapeva: doveva venire a far ammenda a costo di vedersi messo alla porta.

— Mi perdoni, — soggiunse poi.

Essa gli stese la mano e mormorò:

— Tutto è finito.

— Come siete buona!

— Oh la mia età mi permette d'essere indulgente con un fanciullo come voi...

Lo guardò, si rabbuiò un momento, poi rialzò il viso fiero, malinconico come il suo ritratto nel quadro di Guido, la stessa espressione di martire, di santa.

C'era in quel loro colloquio qualcosa di solenne, di decisivo, che dava importanza alle cose e alle parole più comuni: e Guido se ne sentiva oppresso.

Quando la contessa, dopo un po', gli disse addio, questa parola gli sonò all'orecchio triste come un congedo.

Donna Elodia, — soggiunse facendo qualche passo dietro a lei che s'allontanava, — mi permetterete di rivedervi?

La contessa rispose:

— Venite pure... La sera, — voi sapete, — son sempre in casa per gli amici.

E rientrò.

In quel mentre Loredan si mostrò sull'uscio del suo quartierino e lo chiamò. Fattolo entrare lo presentò a un giovane alto e bruno che stava appoggiato al caminetto, e gli disse:

— Il signor Balestra mi è raccomandato dai miei amici di Roma. È pittore e vorrebbe, mentre si trattiene a Milano, far qualche lavoro: gli ho offerto di approfittare del tuo studio.

Guido si disse felice di potergli render servizio: e quell'altro lo ringraziò con un cenno del capo.

— Sarà bene, — aggiunse Loredan a mezza voce, rivolgendosi al forastiero — che noi ci possiamo vedere ad ogni momento senza soggezione e così voi avete un motivo di essere qui. Mio nipote è a vostra disposizione; se vi bisogna qualche cosa ditelo a lui.

Guido condusse subito il forastiero nello studio.

Gli domandò se dipingeva ad olio, rizzò un cavalletto in buona luce davanti alla finestra, trasse fuori una tela nuova, dei cartoni, dispose sul deschetto la tavolozza, le matite, i carboni, le spatole, chiedendo ogni tanto il suo parere. L'altro consentiva con un cenno distratto del capo. Aveva un fare preoccupato, uno sguardo e un sorriso misteriosi che lo colpirono: s'informò se il luogo era tranquillo, se non veniva nessuno, se si poteva essere in libertà.

Guido rispose senza fargli delle domande indiscrete.

Finalmente il forastiero chiese il permesso di rimanere nello studio e Guido lo lasciò solo.

Venne più tardi a vedere se non gli bisognava nulla, ma affacciatosi all'uscio, vide le tende calate e l'intese che russava tranquillamente.

Tornato l'indomani per tempo, lo trovò in mutande che si stava radendo davanti lo specchio. Aveva passato la notte sul canapè; il tappeto gli aveva servito di coperta. La stufa accesa scoppiettava allegramente; e un dolce tepore cominciava a fare sgrondare i ghiaccioli dal finestrone.

— Avete trovato legna? — gli chiese Guido.

— L'ha recata il servo della casa: in questa Siberia mi sentivo aggranchiare.

Guido diede un'occhiata al cavalletto: tutto a posto; la tela, la cartella, la spatola, i colori intatti.

— Non avete trovato il vostro bisogno?

— Ah sì; ma non m'è riuscito di cominciare; anzi siccome devo mostrare qualche schizzo, volevo pregarvi d'imprestarmene qualcuno dei vostri, che non ne facciate nulla.

Guido gli mise davanti un mucchio di bozzetti, e lui ne scelse in un minuto, senza esitare, i cinque o sei migliori.

— Vi comunicherò poi i miei lavori, — aggiunse col solito fare misterioso.

Finiva intanto di vestirsi con una cura minuziosa, infilava i suoi calzoni color nocciola un po' smontato, spazzolava e piluccava minutamente il bavero del suo soprabito alquanto ragnato. Frugando nelle tasche lasciò cadere una carta che Guido raccolse: una specie di diploma coperto di cifre e di segni strani. Balestra glielo ritolse in fretta dalle mani e corse a ficcarlo nella stufa.

Poi, come volesse stornare la sua attenzione, gli fe' alcune domande sul tempo; gli fe' una rassegna meteorologica, comparativa, delle diverse città italiane che, si capiva, doveva avere in quel torno percorse rapidamente una dopo l'altra. Cambiato quindi discorso, gli parlò delle donne con indifferenza, solamente per discorrere di un argomento che interessasse il giovane suo ospite.

A Guido parve conveniente non infastidirlo, e prima d'uscire gli domandò per compitezza se voleva venire a far colazione con lui.

— No, caro mio, ho qualche faccenda da spicciare, eppoisoggiunse a fior di labbra — sono costretto a starmene ritirato tutto il giorno...

Guido lo salutò.

Piuttosto, — disse Balestra stringendogli la mano, — siccome non posso andar fuori, mi fareste il piacere di farmi portar qui qualcosa dall'osteria più vicina?

— Sì. Dunque arrivederci domani.

Quella sera Guido volle tornare dalla contessa, ma si piccò di venirci dopo le dieci, all'ora riservata per gli amici davvero.

Fu assai sorpreso, entrando nel salone, di trovarvi Balestra seduto accanto al fuoco che discorreva con Loredan e con la signora. Questa gli domandava — lui rispondeva:

— Sì, anche da Genova; potrei con pari verità dire da Livorno, da Pisa, da Firenze, da Roma, da Napoli, perché non dimoro in nessun luogo e mi trovo pertutto dove c'è bisogno di me, come Cagliostro...

Vedendo Guido che si faceva innanzi a salutare la signora, si interruppe, e anche la contessa tacque. Ma Loredan fe' un sorriso e disse:

— Con Guido si può parlare; vi prego anzi di iniziarlo all'opera vostra.

Iniziato lo è di già: — rispose Balestra alzandosi vivamente per stringer la mano all'ospite suo: — non ha egli l'inestimabile fortuna di vivere presso di voi e di attingere direttamente alla vostra dottrina?— Indicando il professore soggiunse: — Egli è un maestro, uno dei più grandi nostri, me lo diceva, non sono tre settimane, Giuseppe Mazzini. Loro sono il pensiero e noi il braccio. Noi saremo orgogliosi di versare domani tutto il sangue per l'idea che essi hanno concepita, non è vero giovinotto? Voi conoscete lo scopo, io vi farò vedere l'arsenale dei mezzi: al contrario di tant'altri, di me stesso, che ci siamo penosamente innalzati, attraversando molte e difficili prove, dal terreno subordinato dell'azione all'idea, voi discenderete con me dall'idea all'azione, e non come forza soltanto, ma come intelligenza, e fra i gregari siete capo fin d'ora. Posso disporre della vostra parola?

Guido rabbrividendo dalla commozione esclamò:

— Son vostro.

Allora Balestra lo abbracciò dicendo:

Fratello, io accetto la vostra offerta per la santa causa cui mi sono consacrato.

Anche lo zio lo abbracciò esclamando:

— Tu sei un bravo giovine; è vero, donna Elodia?

E la contessa approvò con un gentile sorriso.

Guido, infiammato, domandò a Balestra:

— Quando si comincierà? avete detto domani?

Chissà, fors'anche domani, — rispose Balestra buttando indietro la sua zazzera bruna e crespa; — dipende dalle circostanze. L'essenziale è l'essere pronti: l'occasione può venire da un momento all'altro.

Diè alcune spiegazioni: quando certi avvenimenti, che indicò genericamente, si fossero verificati, allora, senza bisogno di altro accordo, tutte le sezioni unitarie avrebbero agito.

Poi, mutando discorso, soggiunse:

— Abbiamo pensato alla battaglia, pensiamo un po' ai soldati; il patriottismo è prima di tutto beneficenza. Debbo raccomandarvi un compagno disgraziato di cui il Governo del Borbone ha confiscato una notevole sostanza al suo paese in Calabria, ed ora qui solo, malato, ospitato per carità da povera gente, sconta duramente il delitto d'aver amato la patria.

La contessa aperse un piccolo stipo sul canterale.

— È la nostra cassa di soccorso, — disse: — le mie amiche ci versano le loro collette. Bastano trecento svanziche?

— Son troppe, bastano duecentodisse Balestra: — bisogna far economia anche della carità. Tra i liberali, i ricchi come voi, sono pochi, e gli infelici come il povero Capece son molti.

La contessa gli porse il denaro. Lui si tirò indietro.

— No, datelo a Della Torre; che avrà caro di fare una buona azione in nome vostro; quanto a me ho fatto proposito di non toccare mai alcuna delle somme che la generosità cittadina largisce. Prendeteli voi, Guido; domattina andate in via Tre Alberghi, alla porticina dirimpetto alla chiesa di S. Giovanni in Laterano, salite al primo piano a sinistra, verrà ad aprirvi una vecchierella, ditele che cercate l'amico di Zefirino.

Poi se n'andò, e salutando la contessa, baciatale la mano, le disse:

— Il vostro nome è noto a tutti i liberali d'Italia, per ciò sapevo che eravate una santa, ma ignoravo la soave attrattiva delle vostre grazie.

I due giovani uscirono insieme.

Badate, — osservò Balestra, — non è forse prudente per voi il farvi vedere con me.

Ma Guido volle assolutamente accompagnarlo.

Vennero sul Corso, lo risalirono fino alla piazza, presero per la Pescheria vecchia.

Balestra pareva contrariato: dianzi aveva detto che lo aspettavano, ma non si decideva a prendere alcuna direzione; lo menava a caso per le strade che girano dietro, intorno alla piazza del Duomo.

Finalmente Guido se ne accorse e gli domandò se non si fidava di lui.

Altro che fidarsi; ma certi segreti non gli appartenevano — la regola della Società, cui obbediva ciecamente, gl'imponeva un assoluto riserbo con tutti gli estranei senza alcuna eccezione.

— Sono stanco di bei discorsi, — disse Guido, — sono smanioso di fare qualcosa: presentatemi alla vostra Società. Non è forse possibile?

Possibilissimo: bastava adempiere alle formalità necessarie. E ci volevano alcuni giorni.

— Le vostre lusinghiere parole di stasera, — insisté Guido, — mi avevano dato speranza che si potesse passare su tutti questi preliminari. Se voi garantiste de' miei propositi?

Passavano davanti al teatro della Scala: un signore alto, con una gran pelliccia, che stava sulla soglia del Caffè della Cecchina, dirimpetto, fermò Balestra.

Ehi! E il cannocchiale, niente?

— Niente.

— E quando?...

Domani te lo rimanderò, — rispose Balestra allontanandosi con dispetto.

L'altro si avanzò, e lo prese pel braccio.

— Non sei mica in collera... aspetterò finché vuoi... volevo anzi...

Fu distratto da alcuni che entravano nel caffè e lo salutavano. In quel momento era finita la prova: uscivano in folla dal teatro; le carrozze di affitto rimenavano i primi soggetti, le masse si sparpagliavano per le botteghe aperte dei due caffè e delle osterie vicine, si allontanavano a branchi serrati ai due capi della strada.

Una giovane grande ravvolta in una mantiglia orlata con piumino di cigno attraversò la strada e venne diritta alla lor volta; una vecchierella le trotterellava dietro.

Il signore della pelliccia senza lasciar Balestra fe' un passo indietro, aperse la porta del caffè.

Entra, figliuola, entra, ora vengo.

Balestra salutò la giovane, lei gli rispose con un leggero cenno del capo e guardò particolarmente Guido che non conosceva.

— Dunque, volevo pregarti, — proseguì quell'altro, — di collocarmi un orologio...

Bene, bene, ci parleremo, — replicò Balestra visibilmente infastidito, sgusciandogli dalle mani.

— Avete compreso? — disse poi allontanandosi con Guido. — Vi spiegherò io il gergo: il cannocchiale significa un fucile, e per collocare un orologio, s'intende fissare un appuntamento.

— Chi è quel signore?

— Nella società comune o nella nostra? Nelle due l'importanza degli individui cambia, perché la gerarchia è affatto diversa. Certi nostri capi paiono fuori gente da nulla. Del resto, quello è un agente subalterno: avete visto come mi è sottomesso?

Balestra aveva preso una decisione; allungava il passo.

— Vi voglio contentare, — soggiunse, — vi presenterò alla Società.

Adesso?

— Non so; potrebbe darsi che stasera vi fosse una di quelle gravi deliberazioni che non si confidano ai neofiti. Vediamoci domani.

Così rimasero: Balestra gli strinse risoluto la mano e infilò la via del Pesce. Guido, trattenuto dalla curiosità, si fermò alla cantonata del Visconti, finché lo vide sparire in una porticina di cattiva apparenza.

Poi tornò indietro, e, un passo dopo l'altro, si ritrovò al caffè della Cecchina.

N'usciva in quel momento la giovine di poco innanzi; gli passò davanti colla vecchierella per montare in carrozza, lo fissò nuovamente con quei suoi grand'occhi neri che gli avevano fatto impressione.

L'indomani andò per la commissione della contessa in via Tre Alberghi al luogo indicatogli da Balestra, e detta alla donnicciuola che gli venne ad aprire la frase convenuta, dopo una non breve sosta in un camerino dove era un rifritto forte di baccalà, fu introdotto in una stanza quasi buia ingombrata da un gran letto e nuda nuda. Dapprima non distinse che una mano che si levò dal letto a fargli un atto di saluto; s'appressò e stava per esporgli il motivo della sua visita, ma la mano gli fe' cenno di tacere finché la donna che l'aveva accompagnato fu uscita ed ebbe rinchiuso l'uscio. Allora finalmente al filo di luce che sgusciava dalle imposte accostate della finestra, vide sgomitolarsi un mucchio di cenci e riuscirne una forma quasi umana che, voltata verso il muro, si reggeva a stento sul gomito e piegava un po' la testa, tutta bendata, verso di lui.

Scusate, — disse con voce affiochita che appena si sentiva, — non posso voltarmi di più; un'artritide tiranna mi tiene inchiodato così, immobile. Firino si è dunque ricordato di me; alla buon'ora! Credevo mi avessero dimenticato, — e ricadde con un gemito penoso sul letto.

Pregò Guido di mettergli la borsa che gli porgeva sotto il capezzale; disse che era riconoscente a donna Elodia.

— E ho caro, — soggiunse, — che abbia incaricato voi: è un pezzo che desideravo parlarvi. Io vi conosco, sapete... Vi meraviglia? So che siete un giovane bravo e valente; da un pezzo noi vi teniamo d'occhio e contiamo su di voi per l'occasione che oramai non può tardare a presentarsi. Noi ci troveremo presto in ben altra guisa. Non dubitate; in questo avanzo delle galere borboniche vi è una vitalità tenace... Quando verrà il gran giorno, Iddio e l'odio dei tiranni mi ridaranno la forza di combattere. Ero in questo stato poche ore prima di evadere da Castel dell'Ovo e superati due muri, feci a nuoto due miglia fino a Posillipo.

Guido promise di tornare a vederlo, ed uscì; la donna lo aspettava nel camerino e lo ricondusse sul pianerottolo, raccomandandogli di non badare, per carità, al disordine del quartierino.

Andò dritto allo studio a cercare di Balestra, il quale gli annunziò che la sera stessa sarebbe ricevuto dalla Società. Stava per uscire.

— Vengo anch'io, — disse Guido.

Rispose che aveva una gran fretta.

— Ci rivedremo stasera; dove ci troviamo?

— Al caffè della Cecchina? propose Guido; questo nome gli era venuto spontaneamente sulle labbra.

Va bene, alle undici. Ed ora scappo, perché mi aspettano e sono già in ritardo.

Era già fuori, si riaffacciò nell'abboccatura dell'uscio e con un sorriso malizioso soggiunse:

— Ti lascio ai tuoi... amori.

Guido venne fuori subito anche lui; nello studio non ci si trovava più. Internandosi nella città, in una delle strade dietro al Palazzo Reale, rivide il Balestra che aveva rallentato il passo e pareva andasse passeggiando a caso. Svoltò in un vicoletto a destra, Guido tirò innanzi per la sua strada, ma alla cantonata del vicoletto si trovò faccia a faccia con lui che ve lo aspettava e gli disse seriamente:

— Tu mi hai seguito. Bada che prima condizione per meritare la nostra confidenza è la discrezione.

Poi, senza aspettare la risposta, lo piantò .

La sera, un bel po' prima delle undici, Guido era al caffè. La prima persona che vide entrando, fu la bella della sera innanzi, la quale anche stavolta lo osservò con quella sua curiosità contegnosa.

Si guardò attorno cercando da sedere; tutti i tavolini erano presi; rimaneva impacciato e fu ben lieto che il maestro Fàvaro lo invitasse al suo tavolino. Non l'aveva ancora veduto; accettò con una premura che fe' sorridere lo scaltro omettino.

— Lei qui, maestro?

— Io ci vengo tutte le sere dopo la prova; sa che sono dell'orchestra; ma lei?...

Gli disse che aspettava un amico.

— Un artista da teatro?

Non ci venivano abitualmente che di quelli. Alle faccie scialbe e dipinte, al fare dinoccolato e cascante di tutta quella gente, alle ciarpette pretensiose, ai falsi gioielli, o ai menci soprabiti che avevano la più parte, si riconoscevano i ballerini e i mimi di magra fortuna, ma v'era anche qualche notabilità. Tra i crocchi correva uno scambio di conversazioni animate, e il solenne personaggio dalla pelliccia, addossato al banco, le dominava.

Si discorreva di un giovane artista francese scritturato per quell'anno alla Scala e uno ne faceva un enfatico elogio.

— Vi dico, — ripeteva, — che è una vera rivelazione dell'arte.

Il grave personaggio si scoteva nelle spalle dicendo:

— Potete dire rivoluzione...

— Ebbene sì, — aggiungeva l'altro abbassando la voce, e guardandosi attorno, — anche rivoluzione.

Benissimo, cioè uno scompiglio in cui tutto va colle gambe per aria, il buon gusto, il buon senso

Si staccava dal banco e si portava in mezzo con passo maestoso, le mani nelle tasche della pelliccia; in una la mazzetta d'avorio col puntale volto in su contro la spalla.

Caro mio, tu sei giovane, — proseguiva: — se prevalgono sulla scena queste novità, vedrai fra vent'anni che sarà l'arte.

— L'arte mentale, — sentenziava poi più alto, — l'arte mentale ha delle regole fisse, perché è una lingua prima di tutto: di' un po', perdiana, se tu cambi i nomi alle cose, chi ti capisce più?

— L'arte mentale, sapete voi che sia? — domandava sottovoce il maestro Fàvaro a Guido, tutto intento a sbirciare la bella che cenava colla solita vecchia al tavolino dirimpetto.

— No, — rispose.

— La mimica!

Guido era tornato alla sua contemplazione.

La giovane aveva finito: respinse il piatto lentamente e cominciò a sorbire il caffè. Con una mano bianca e delicata si teneva il tovagliolo sul seno, e un po' ricurva, gettava innanzi verso di lui, ma senza aver l'aria di guardarlo, delle occhiate profonde e penetranti. La vecchia, sdentata, tuffava ancora nel piatto la sua cera disfatta, agonizzante, e con tremolìo penoso si accaniva intorno agli avanzi di un cibreo di pollo.

Il personaggio, finita la dissertazione sull'arte mentale, s'appressò a Guido:

— Lei aspetta il caro Firino? Verrà stasera?

Guido dovette rispondere di sì.

— Chi è quello ? — domandò poi al maestro.

— È il grande Rovetta; è stato mimo anche lui, e ora ha messo insieme qualche soldo e fa un'arte meno mentale, ma più positiva: presta a pegno e spreme pel collo i suoi compagni meno fortunati di lui.

— E quella... è sua figlia?

— Quasi. Sua figlia adottiva. L'ha raccolta nei cenci dove la madre, quella vecchia dappresso, una ballerina famosa ai suoi tempi, era cascata discendendo la parabola dell'artista. Il Rovetta voleva farne una ballerina; da piccola era minuta, graziosina, ma il di lei fisico si è poi troppo sviluppato. Ma non conoscete la Desolina? Diamine, non si parla d'altro! A Verona le hanno fabbricato un po' di successo, adesso, se riesce la cabala che stanno organizzando, il Rovetta e i suoi parenti di borsa, non la vedrete più cenare qui dalla Cecchina, avrà quartiere, servitori, carrozza, insomma tutto l'accessorio... e il principale.

Entrò poco dopo il Balestra, vestito con insolito sfarzo, mantellina e cappello nuovo. Fe' dalla soglia cenno a Guido d'uscire.

Ma il Rovetta, che aveva ripreso con un altro interlocutore il suo discorso, gli si accostò e gli mise, con fare protettore, la mano sulla spalla:

— Questo, — disse, — era un artista che prometteva, l'unico mio vero allievo. Chi l'ha visto nel Sardanapalo e nell'Abd-el-Kader, ha visto quel che può fare un buon metodo, ma adesso lui ha ben altro per il capo.

Guido si era alzato e i due giovani uscirono subito dal caffeino. Il Rovetta volle stringer la mano a Balestra e salutò graziosamente Guido.

— Hai inteso? — disse il Balestra strada facendo: — ho fatto persino il mimo. Noi si è tutto e nulla, quel che si vuole, quel che si deve parere. La secreta missione è l'unica vera nostra personalità; il resto, le condizioni palesi, le professioni sono abiti che noi indossiamo e smettiamo, come porta la convenienza; quelle del teatro sono le preferibili perché ci forniscono dei pretesti alla vita vagabonda che dobbiamo fare.

Poi improvvisamente:

— Tu conosci il maestro Fàvaro?

— Sì, abita nella casa di mio padre.

Bada che è una spia.

Guido, meravigliato, voleva delle spiegazioni; ma il compagno si limitò a ripetere:

— Ti so dire che è una spia.

Guido non ne dubitava più.

Pareva lo sapessi; quel figuro mi è sempre stato antipatico.

Il Balestra cambiò discorso. Gli domandò se aveva parlato col Rovetta.

— Lui mi chiese di te.

— E tu gli hai detto che mi aspettavi. Non gli dir mai nulla delle nostre relazioni: quell'uomo ci appartiene, ma è uno dei nostri agenti inferiori; nella nostra Società non si conoscono che le persone indispensabili; nessuno dei capi conosce tutti gli inferiori, nessuno degli inferiori conosce dei capi altro che uno, quello cui son messi direttamente in rapporto. Anche tu dipenderai probabilmente per i primi giorni da me, e avrai i tuoi subalterni di cui risponderai nella tua determinata sfera d'azione. Se ti confidassi col Rovetta, non ti capirebbe, ma insospettirebbe di te: gli è alla vaga e insidiosa ostentazione di conoscere tutti che noi conosciamo i delatori.

Seguitò così ad addottrinarlo nelle regole e negli usi della Società in cui stava per farlo inscrivere.

Avevano, discorrendo, percorsa la via Tre Alberghi, svoltavano a sinistra in via del Pesce.

La via non era che debolmente rischiarata da un piccolo fanale infisso in fondo nel muro del palazzo Reale. La semioscurità, delle persone che andavano rasente il muro, e le porte che si chiudevano silenziosamente dietro a loro, de' bisbigli negli angoli e negli sfondi degli usci, irritavano la fantasia di Guido.

Balestra aveva rallentato il passo e taceva; si fermò a una porticina a sinistra, quella stessa della sera innanzi. Subito lo sportello si aprì e comparve nel vano una figura femminile, una faccia pallida con due occhi lustri che cercavano. Si ritrasse per lasciarli passare e li seguì nel corridoio buio.

Balestra condusse allora il compagno su per una scaletta ripida e lubrica per il pattume viscido e denso.

A una voce della donna, si spalancò un uscio sul pianerottolo in alto lasciando cadere una striscia di luce obliqua, che tagliò in due la scala. Si affacciò un'altra donna giovane con de' fiori finti nei capelli, un abito di seta gualcito, un fisciù di maglia bianco incrociato sul seno piatto. Venne incontro a Guido ch'era passato il primo, mentre Balestra scambiava a bassa voce qualche parola con quell'altra e, senza guardarlo, lo prese famigliarmente per il braccio dicendogli con voce commossa:

Buona sera, biondino.

E Guido era, si sa, bruno come sua madre.

Ma, a un'occhiata di Balestra si tirò indietro e lasciò passare i due uomini in una stanzaccia dove si sentiva un tanfo ributtante, un puzzo d'olio e di liquori spiritosi e le esalazioni della carbonella che ardeva in un ampio braciere nel mezzo. Non c'erano altri mobili che un grande specchio arrugginito, coperto di moscature, e quattro o cinque sedie di crine.

— Se non lo sapessi, — disse Balestra a Guido, — non supporresti mai che qui si cospiri; e il buono si è che non lo sospetterebbe neppure la Polizia. La quale diffidente di tutte le riunioni serie, è credenzona e indulgente con le conventicole viziose e le case da giuoco; perciò noi ci raccogliamo in esse e sfruttiamo l'immorale privilegio a profitto della nostra santa causa. Per la fede non vi sono mezzi turpi, — aggiunse solennemente, — Cristo, nostro Reggitore, non si valse della peccatrice per propagare il suo Vangelo? Capisci?

— Ho capito: voi vi fate bruchi per diventare farfalle.

Bravo: nessuno, neppure queste donne conoscono lo scopo vero per cui ci raccogliamo, nessuno saprebbe distinguere i cugini dalle altre persone che vengono qui liberamente. Il solo Gran Cugino li distingue. Se queste donne e gli estranei fossero interrogati, potrebbero giurare in buona fede che noi si viene qui unicamente per far la partita a tressette o a bazzica.

Gli disse poi d'aspettarlo ed entrò in un usciolo da cui usciva un rumore confuso di voci.

La donna che li aveva ricevuti passeggiava su e giù per la stanza sbirciando Guido ogni volta che gli passava davanti. Poco dopo entrò anche l'altra rimasta da basso scotendo la persona intirizzita e brontolando:

— Oh, per stasera basta, non scendo più passasse il Viceré. C'è da perderne gli orecchi; tocca, son due ghiaccioli, ma piano ehi! che si spezzano.

L'altra sghignazzava.

Sedettero presso al braciere, trassero in mezzo a loro una sedia; una cavò fuori un mazzo di carte bisunte e la partita cominciò con un accanimento che ben presto assorbì tutta la loro attenzione.

Dopo un quarto d'ora Balestra ricomparve e l'invitò a seguirlo.

Nel corridoio gli buttò addosso una specie di tappeto, gliene tirò un lembo sul viso, avvertendolo però che poteva guardare, e lo introdusse in un luogo buio, salvo un sottile filo di luce scialba che uscendo da una lanterna chiusa attraversava diagonalmente la tavola in mezzo.

Una voce cupa domandò:

Buon cugino, chi mi conduci?

Balestra rispose alterando la voce anche lui:

— Uno smarrito.

— E che vuoi farne?

— Un veggente.

— Il suo zelo?

Fervido.

— La sua parola?

Salda.

— Il suo braccio?

Sicuro.

— Ne risponde?

— Il mio sangue.

— Il suo battesimo?

Emilio.

Allora venne la volta di Guido.

L'invisibile inquisitore domandò

Emilio, donde vieni?

Balestra suggeriva, Guido rispose:

— Dalla foresta.

— E cerchi?

Luce.

La lanterna aprì in viso a Guido un occhio di fuoco.

— Che ti occorre?

— Un segno per trovare il cammino; un ferro per abbattere i rami.

Guido distingueva dietro la tavola tre figure ravvolte in bautte nere, mascherate, in piedi. Quello di mezzo che aveva parlato, si voltò al compagno di destra:

Dategli il segno che redime.

Colui s'avanzò e porse a Guido l'impugnatura di un pugnale, foggiato a croce.

Guido lo baciò.

L'inquisitore disse al compagno di sinistra:

Dategli il ferro che recide.

E quello si fe' innanzi a sua volta, e prese il pugnale dalle mani del primo che ritornò al suo posto e lo porse a Guido dalla parte della lama.

Lui lo diede a Balestra che gliel'appuntò contro il petto.

L'accusatore soggiunse:

— Lo riconoscerai?

— Con devozione.

— Lo vibrerai?

— Sempre che mi sia imposto.

— Per chi?

— Per la libertà.

Orsù, — e gli stese sopra una tavola una mano, — orsù, tu riceverai le commissioni della vendita, tienti pronto.

Dove mai Guido aveva vista quella mano? Riconosceva quell'indice deformato, ma non si rammentava.

— Vieni, — gli disse Balestra prendendolo pel braccio.

Uscendo, Guido vide da una parte un tavolino con delle bottiglie, dei bicchieri, delle carte sparse.

Balestra lo ricondusse nella prima stanza.

Ora l'accusatore proporrà le sue difficoltà, se ce ne sono, per la tua ammissione; poi la tua ammissione ti sarà notificata da me, con l'incarico che ti si destina.

— Quando?

— Fra una mezz'ora; tu puoi aspettar qui: queste buone ragazze ti faranno compagnia, vero?

Le due che giocavano alzarono il viso e fecero a Guido un ghigno frettoloso.

Balestra soggiunse ridendo:

— Non è mica necessario che tu stia compunto: noi siamo chiesa militante e non si è tenuti a un'austerità rigorosa.

Poi rientrò nel corridoio.

Guido, pieno dell'emozione che il rito misterioso e terribile gli aveva lasciato, non poteva star fermo. Poi quelle donne lo uggivano. Preferì aspettare il compagno di fuori, discese al buio, trovò a tastoni la porta.

La strada era deserta. A momenti una brezza acuta e impetuosa smarrita in quel dedalo di risvolti, come nelle canne di un organo, mandava dei suoni vaghi e larghi. Seguiva un silenzio profondo e allora Guido distingueva il passo grave e misurato della sentinella in via dei Rastrelli. Si fermava raccapricciando; poi piano piano, rasente il muro, si spingeva sino alla cantonata ed ascoltava come cosa nuova, con una viva sensazione di pericolo, il passo del soldato. Fra quello che camminava sicuro e lui che appostato lo spiava, rappresentavano la lotta che nell'ansia s'andava maturando. Quel tedesco era la prepotenza sicura e ignara, lui la cospirazione cauta e vigile.

Balestra non scese che dopo un'ora; fu sorpreso di trovarlo sulla porta e lo rimproverò di quell'imprudenza.

— Dunque? — domandò Guido.

— Dunque le difficoltà ci sono. Appena uno è proposto alla Società lo si mette in osservazione e se si trova nel suo contegno qualcosa di sospetto l'accusatore lo ripete al Consiglio. Sei stato visto col Fàvaro. Che ti diceva stasera?

— Mi hanno respinto!

— No, t'hanno ammesso, ma in prova; non ti si darà nessun incarico finché la tua condotta non dissipi ogni dubbio. Lasciati vedere.

Domani?

— No, domani è il Natale; posdomani ti consiglierò io quel che devi fare. E intanto di ciò che hai visto silenzio con tutti.

Guido venne il giorno di Santo Stefano a cercarlo nello studio.

Balestra era di buon umore; steso sul divano, caricava una lunga pipa e canticchiava.

Non gli parlò della Società; alle sue domande rispose soltanto:

— Stai tranquillo, sii prudente, ti avvertirò io a suo tempo.

Poi cambiò discorso. Aveva scoperto il quadro di Guido e lo stava contemplando.

— La rassomiglianza c'è, — disse.

— È fatto a memoria, — osservò Guido arrossendo.

Suvvia, tu non sei schietto, — riprese Balestra severamente: — perché fare dei segretucci a me?

E raddolcendo la voce, con fare scherzoso:

— Se Egeria fosse venuta a trovare Numa, che male ci sarebbe? T'ho detto che siamo militanti.

Guido protestò vivamente che fra lui e donna Elodia non c'era stato mai nulla.

Balestra tentennava il capo; lo lasciò dire, ripetere, giurare; poi soggiunse:

— Ebbene, ti credo: sì, tu sei capace di quella mostruosità che è l'amore silenzioso; e lei vuol essere presa, come l'Ostia eucaristica, sull'altare, in mezzo alle nuvole d'incenso, con tutte le cerimonie più solenni.

Guido sentiva il dovere di replicare; Balestra, rifacendosi serio ad un tratto:

— Questa è una prova concludentissima della tua prudenza: chi è discreto in amore può custodire un secreto. Te ne terremo conto. — Del resto, — disse poi, — non creder mica di esser stato il primo.

Si lasciò ricadere sul divano, e, ricomponendo sbadatamente le gale della camicia elegantissima, soggiunse:

— Non sarai neppur l'ultimo.

Guido osservò che era vestito con molta ricercatezza; quella mattina aveva anche un soprabito nuovo a due petti magnifico, e un paio di calzoni chiari color nocciola stretti alle polpe.

Gli domandò se fosse di visita.

Rispose che era invitato a pranzo.

Guido uscendo pensò di fare una visita alla contessa. Da più settimane, dacché non dava più lezione all'Aroldo, non era più venuto di giorno. Ludovico lo condusse con fare insolitamente riservato nel salotto, e gli disse che la signora era colla sarta.

Donna Elodia venne un momento a salutarlo; sapeva del suo ricevimento al conciliabolo segreto di via del Pesce e se ne congratulò. Poi, quando egli le ebbe raccontato il colloquio con Gerace, aggiunse che metteva a sua disposizione la propria borsa per quegli altri soccorsi ch'ei credesse necessari.

Poi Guido la salutò; lei stava occupata, non voleva disturbarla.

La contessa non insisté per trattenerlo.

Subitamente le domandò se andava alla Scala quella sera.

Ma sì, ci andava. — Bisogna pur fare qualche concessione alla società cui si appartiene; almeno per l'apertura della stagione, senza motivi serii non si poteva mancare: avrebbe dato troppo nell'occhio.

— Ci vo anch'io, — disse Guido vivamente.

La contessa non aggiunse verbo.

Guido uscì da malcontento, mortificato senza sapere precisamente perché.

 


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