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II
La sera, mezz'ora prima dello spettacolo, Guido ronzava davanti la porta della Scala.
Passò di là Gaetano con alcuni amici dell'antica sua compagnia: il Carati, il Terzaghi e il pittore Magri.
— Vieni anche tu in teatro? — gli domandò l'incisore.
— E voi?
— Si va tutti, — rispose il giovine scultore Terzaghi: — non lo sai? dove vivi?
Quando «s'andava tutti» l'intesa correva da sé e «non mancava nessuno».
Difatti egli vide passare alla spicciolata tutta la compagnia; i più entravano dalla porta del loggione, alcuni dalla porta principale.
Sulla porta della Cecchina il Balestra discorreva col Rovetta.
Le carrozze, sempre più numerose, venivano lentamente, in fila, dalla parte di Santa Margherita; si fermavano un momento davanti alla porta per deporre i signori e proseguivano svoltando in via S. Giuseppe. Guido, addossato ad un pilastro del portico, le esaminava attentamente; due sartine chiacchierine nominavano le dame, enumerando l'uno dopo l'altro i più gran nomi di Milano; — c'erano «tutte» anch'esse.
Finalmente Guido riconobbe alla distanza di due carrozze il cocchiere della contessa.
Quasi nello stesso tempo il Balestra si spiccò dalla soglia del caffeino attraversò la strada ed entrò frettoloso in teatro.
Guido, a rischio di farsi pestare dai cavalli, si avventò alla porta ed entrò anche lui.
Nel vestibolo rivide il Balestra che gli fe' un cenno di saluto: aveva deposto il mantello e sfoggiava uno stupendo frac; col cannocchiale sotto il braccio si abbottonava i guanti bianchi.
Non tardò a comparire la contessa a braccio della minore delle Beolchi. Nessun uomo l'accompagnava tranne Ludovico, in gran livrea, che le precedeva ad aprire il palco.
A Guido non isfuggì che anche il Balestra, in disparte, l'osservava. E allora, fattosi arditamente innanzi, si ficcò nella siepe degli uomini che passavano in rivista le signore.
La contessa rispondeva ai saluti che quasi tutti le facevano e anche a lui fe', passando, un breve sorriso a fior di labbra.
Voltandosi non vide più il Balestra.
Il vestibolo si vuotava; mancavano pochi minuti al cominciare dello spettacolo; in platea c'era una così gran ressa che la gente rigurgitava fin sotto l'atrio. Tutti i posti distinti erano presi.
Ma Guido voleva ad ogni costo penetrare nella sala; e mentre ne cercava il mezzo e si stizziva di non trovarlo, sopraggiunse il maestro Fàvaro che lo salutò con particolare cortesia.
— Non avete posto? Volete venire con me in orchestra?
Accettò senza discussione. Il maestro gli pose una seggiola dietro la buca del suggeritore.
Il maestro Cavallini dava il primo segno d'avvertimento; il raschio degli accordi cessava, si sentiva nella sala un vasto chiacchierìo.
Gli ufficiali e gli impiegati che occupavano i primi trecento scranni sul davanti si guardavano intorno e gittavano sul pubblico delle occhiate spavalde; qua e là lo strepito di qualche sciabola che urtava nella seggiola.
Il maestro Fàvaro stringendo le chiavi del violino si piegava verso Guido bisbigliando:
Ma il giovine non dava retta a lui, guardava nel palco della contessa in seconda fila.
La signorina Beolchi l'aveva visto, lo fissava col cannocchiale un momento e l'indicava alla contessa, che si tenne impassibile. Le due donne rimanevano sole.
Lo spettacolo cominciò tranquillamente; l'uditorio era distratto, le conversazioni continuavano nei palchi. Il primo duetto di Odabella con Attila parve destare la curiosità. Ma la Tadolini al suo comparire sulla scena fu appena salutata da qualche breve appluso, che non trovò eco in platea. Disse commossa la prima frase:
Santo di patria indefinito amor!
Un brivido corse per la sala, il maestro Fàvaro alzò gli occhi dallo spartito e li piantò in viso a Guido. I trecentisti si voltano indietro, dai palchi tutti guardano in platea, tra la folla i visi si agitano, alcuni divampano, altri impallidiscono, si scambiano delle rapide occhiate, dei gesti d'intelligenza. La Tadolini ha cominciato l'aria; il suo canto possente richiama l'attenzione del pubblico. Solleva in atto marziale la persona maestosa, percote colla destra il colmo seno corazzato, e si slancia al proscenio e gitta con voce squillante il grido:
In fondo alla platea un bravo timido, subito represso; corrono delle altre occhiate, la folla ondeggia un momento e subito si queta. Negli scanni i trecentisti si guardano stupiti, imbarazzati, dispettosi di non comprendere il pubblico, che si comprende mirabilmente da sé.
L'artista, scoraggiata, si sfredda, la sua voce si scolorisce, il duetto termina nel silenzio, non applaude nessuno, neppure dal proscenio.
Poi il baritono De Bassini, che, con mezzi eccezionali, canta la parte di Ezio, pronunzia la parola pericolosa d'«Italia», inneggia alla salvezza «del gran nome romano» impreca alla «masnada» del barbaro conquistatore; tutti si voltano alla gran loggia dov'è il viceré con Radetzki e con un brillante stato maggiore, si rivoltano verso gli ufficiali degli scanni; la commozione, una fierezza ironica brilla in tutti gli sguardi; in questi soltanto — non si tradisce neppure con un bisbiglio; le labbra rimangono chiuse. Però al finale del prologo l'agitazione si trattiene appena, e si vede lo sforzo.
Il tenore Moriani intona con accento passionato la grand'aria:
Cara patria, gran madre, reina
Di possenti, magnanimi figli...
L'entusiasmo provocato è lì lì per prorompere, il sacro nome si ripete.
Rivivrai nostra patria più bella,
Della terra, dell'onde stupor.
Poi il tenore ed il coro riprendono l'aria insieme, un vivo mormorìo li accompagna, e cresce col crescendo del finale. Le masse si avanzano alla ribalta, il sentimento snoda i loro gesti automatici, il Moriani nel calore della invocazione protende il braccio verso il pubblico che si rimescola con un fluttuare profondo; tutte le teste si adergono.
Poi l'aria finisce, e cade subito anche il mormorìo, si spegne.
Il telone scende e si fa silenzio.
Oramai i punti più scabrosi sono passati.
La folla si dirada in platea; nei palchi i visitatori s'alternano, le conversazioni si rianimano.
Guido aveva visto il Balestra col Rovetta in quarta fila. Dopo il prologo il Balestra uscì.
Nel palco della contessa era entrato il Lattuada.
I due atti seguenti passarono senza il menomo turbamento; dalle streghine del proscenio si applaudivano di quando in quando gli artisti.
I trecentisti erano visibilmente scontenti, diffidenti di quella calma inverosimile e perciò sospetta. La serata aveva un carattere straordinario, anche più evidente per il contrasto della tranquillità; tutta quella folla non era mica venuta per nulla; c'erano delle faccie che alla Scala non comparivano che nelle sere di tempesta.
Negli scanni si facevano più irrequieti. Quando nel secondo atto il baritono cantò:
«L'ombre dei padri sorgano...»
alcuni giovani ufficiali ostentavano di superbiare il pubblico silenzioso con un ghigno beffardo. Nessuno accolse la loro provocazione; — ed essi applaudirono i versi:
«Chi ravvisare or può?»
Dai soliti palchi di bocca d'opera colgono l'occasione per applaudire l'artista che, impacciato, non ardisce ringraziare e si nasconde tra la folla dei coristi che sopraggiungono.
Guido non si era mosso. Nel palco della contessa non era entrato che il marito della Beolchi, maggiore. La signorina seguitava di quando in quando a guardare il pittore, la contessa mai.
Dopo il secondo atto la sala si affolla di nuovo e si nota una viva agitazione; negli scanni la curiosità si ridesta e cresce l'inquietudine.
Il ballo sta per cominciare. Il palco di Rovetta si riempie strabocchevolmente e c'è sempre il Balestra. Il maestro Fàvaro tira Guido per la manica dicendo:
— Non sentite odore di temporale?
L'intermezzo dura una mezz'ora, che l'impazienza fa sembrare più lunga.
Passarono inavvertiti un primo ballabile e una scena mimica insignificante.
Poi entra la protagonista e attira tutta l'attenzione di Guido. La mima che fa la Duchessa di Mazarino è Desolina, la bella e silenziosa del Caffè della Cecchina. Porta stupendamente con vera maestà il ricco abito di Corte, e fra tante comparse di cortigiani, essa sola ha l'aria di una regina.
I giovani la bersagliano coi cannocchiali.
Ma quest'ammirazione non dura che un minuto, perché sopraggiunge la Essler e tutti gli occhi si rivolgono a lei. È accolta con rumoroso e generale applauso; dagli scanni, gli ufficiali la salutano con grida altissime e anche il pubblico batte le mani per manifestare la propria simpatia alla celebre ballerina, che si è resa benemerita della città con alcuni atti insigni di beneficenza. Il suo primo passo, accompagnato da applausi continui, termina fra i battimani di nuovo, generali. Tra gli scanni e la platea è una gara di applaudirla; gli ufficiali stizziti non meno di esser d'accordo con la moltitudine che di averla contraria, vedono nella di lei adesione poco meno che una mancanza di rispetto e vi sospettano un'insidia; si alzano in piedi, e colle mani levate, colle grida, colle esclamazioni tedesche fanno a soverchiarla, quasi ad ecclissarla; come si può permetterle di applaudire quel che applaudono loro? La ballerina, il cui pallore rivela in lei, avvezza ai successi più clamorosi, una particolare commozione, una trepidanza insolita, si avanza risolutamente sino alle fiamme della ribalta, e oltre la siepe dei suoi indiscreti cortigiani, cerca e accoglie con un sorriso di viva contentezza, l'approvazione più spontanea, più schietta di quel pubblico che le si vuol rendere ostile.
Tutti i suoi ballabili successivi sono poi altrettanti trionfi. Non si bada che a lei, non si aspetta che lei, non si vuole che lei. Quando è fuori di scena l'attenzione svanisce, la mediocrissima azione coreografica irrita l'impazienza degli spettatori, la si tollera a stento prima, poi la si disapprova, la si fischia. Le peripezie amorose della Duchessa di Mazarino non interessano alcuno, tranne gli amici della mima in terza fila e Guido in orchestra, il quale non ha più occhi che per lei e dimentica il palco della contessa, onde si comincia a far attenzione a lui.
Desolina, artista di razza, di temperamento, punto intimidita dal pubblico, avvezza alle tempeste del teatro, non si spaventa, non si perde d'animo, non s'indispettisce; risoluta, senza provocazioni, continua la sua parte con franchezza, con coraggio.
Dopo una scena di passione ch'essa eseguisce con vero talento, scoppiano dal palco del Rovetta applausi che la lasciano fredda, e che, prolungandosi un po' troppo, eccitano qualche resistenza, degli zittii, dei basta.
Allora Guido batte vivamente le mani, e incoraggiati dal suo aiuto, gli applausi si ripetono e si estendono qua e là tra gli spettatori imparziali.
La mima, sorpresa, guarda inaspettata questo suo ammiratore, lo distingue tra i bagliori della ribalta, e un leggero sorriso di riconoscenza, di compiacenza le illumina il viso.
La Essler rientra e il breve incidente termina lì.
In seguito si disapprovano due grandi ballabili, ma si lasciano compiere alla Desolina le due scenette opportunamente accorciate, che precedono la catastrofe. Infine poi il pubblico non ha alcun motivo di particolare ostilità verso di lei, e le accorda con indulgente trascuranza di raccogliere il suo modesto successo. E lei tutte le volte che compare sulla scena non dimentica Guido, il quale ha deciso la fortuna pericolante del suo debutto.
La Essler danza l'ultimo passo finale; le acclamazioni diventano frenetiche, la gara si confonde, si risolve nell'unanimità. Dopo, l'entusiasmo tocca il colmo, sale al parossismo; si vuole il bis, e la ballerina ricomincia il suo passo, tra i battimani e i brava che non cessano più un secondo. Intanto piovono fiori dai palchi del proscenio e fiori si buttano dagli scanni.
La danza termina e sembra il finimondo. La ballerina corre agile a saltini al proscenio, a destra e a sinistra, si inchina per ringraziare, raccoglie fiori, li stringe al seno, li bacia cogli occhi molli; lo strepito si prolunga.
Nel meglio del baccano due piccole corone di camelie rosse e bianche annodate con un nastro verde cadono dall'alto del loggione, descrivono una grande parabola e vanno a cadere, l'una ai piedi della Essler, la quale, la vede o no, passa oltre; l'altra sulla botola della ribalta presso la cuffia del suggeritore.
Subito i battimani scemano nella sala e vi si mescola qualche fischio. I trecentisti non si sono accorti di nulla e applaudono sempre più furiosamente.
Guido prende la corona e, mentre la tiene in mano indeciso, vede la Desolina che guarda lui. Le butta la corona, ed essa la raccoglie con uno sguardo di gratitudine, quasi di tenerezza.
Allora quelli del loggione e dei palchi, cui non è sfuggito questo piccolo episodio, riprendono a battere le mani e gli applausi si rifanno generali. Desolina sorride; essa ha capito che buona parte di quegli applausi, anzi la migliore, sono per lei.
L'Essler si ritira un po' meno contenta, un po' più pallida di prima. La mima termina l'azione, è applaudita con qualche calore, a grande meraviglia dei trecentisti, che non capiscono ancora e lasciano fare.
Guido, ritto sul suo sgabello, non ha cessato un minuto di battere le mani.
Il maestro Fàvaro lo piglia per il braccio e strizzando l'occhio malizioso gli dice:
— Ci siamo fabbricata un'amicizia, eh?
La folla agitata, rumorosa si sbandava dalla platea nel vestibolo.
Il Fàvaro ritornò poco dopo in orchestra. Guido uscì dal teatro.
Molta gente s'era fermata in via San Giuseppe dinanzi alla porta riservata agli artisti.
Mentre arrivava lui ne usciva la Essler e si buttava nella sua carrozza. Vi fu un tentativo di applauso e qualche fischio. La carrozza s'allontanò rapidamente.
Guido si sentì fermare per il braccio: era Gaetano, il quale gli disse di aspettare un momento, che sarebbero andati a casa insieme. C'era con lui anche il Carati, il Magri ed il Terzaghi.
Poco dopo uscì la Desolina a piedi col Rovetta; mentre passava davanti al suo crocchio, il Magri e il Terzaghi si sporsero verso di lei e le susurrarono quasi nell'orecchio:
La giovane si voltò, e, visto Guido, gli fe' ancora un grazioso sorriso.
— La Triestina si è portata bene, — disse poi il pittore Magri: — quest'altre sere il pubblico le farà festa e bisognerebbe metterle insieme un po' di dimostrazione.
— Facciamole il ritratto e la prima sera lo spargiamo in teatro; un ritratto in litografia: tu Magri...
— Bravo, ma bisognerebbe avere una seduta; c'è qualcuno che mi possa presentare?
La proposta fu subito accettata.
Rimaneva tempo d'avanzo, perché l'indomani era riposo.
Il Magri gli recò la mattina la pietra e Guido si mise subito all'opera, e in un'ora fece il ritratto. Gaetano ne tirò poi lui stesso un trecento copie che furono distribuite ad una dozzina d'amici fidati, e la prima sera di rappresentazione tutti costoro erano appostati separatamente per il loggione col rotolo misterioso nella tasca del soprabito. Era corsa voce che ci s'andava e c'era folla di nuovo. La maggior parte del pubblico ignorava il perché ci venisse, ma si era sicuri che qualcosa doveva accadere, e al momento buono tutti capivano e si capivano. All'aprirsi del ballo la platea era piena zeppa come la prima sera; solo qualche palco e qualche scranno vuoti.
Guido a stento aveva potuto penetrare in platea e ci stava a disagio; Balestra, ch'era solo nel palco di terza fila, lo vide e gli fe' segno di salire.
Mentre entrava nel palco, Desolina compariva sulla scena, salutata da applausi che, incominciando dal loggione e dal fondo della platea, mano mano si estendevano.
La giovane mima, franca, tranquilla, seria in mezzo a quella dimostrazione benevola come alla trascuranza della prima sera, s'inchinava con grazia, con modestia, senza muoversi, e questo aumentava il favore del pubblico che si sentiva accarezzato nel proprio orgoglio. Mentre le allieve della prima quadriglia, la Negri, la Citerio, la Tommasini, la Scotti danzavano una tarantella infelice, Desolina girava intorno uno sguardo lento, acuto, cercava nell'orchestra, in platea; poi, alzando gli occhi, li fermava al solito palco di terza fila con un'attenzione affatto insolita, che sfuggì a Guido, ma non al Balestra, il quale disse al compagno scherzosamente:
— Tu mi hai innamorato la Desolina.
— Che! — esclamò sinceramente il pittore: — non mi conosce.
— Quanto a conoscerti, t'assicuro io che ti conosce.
La mima incominciava, la sua scena; il suo viso, il suo gesto si rianimavano coi sembianti della passione più viva; gli applausi scoppiavano di nuovo; essa ringraziando si tirava tranquilla ad un lato della scena.
Entrava la Essler; in platea e nel loggione si faceva subitamente silenzio: l'acclamavano dagli scanni. Così con alternativa senza opposizione la mima e la ballerina si divisero il successo della serata. Il pubblico, che non odiava l'Essler, si contentava della sua dimostrazione a Desolina: i trecentisti che non sapevano nulla non contrastavano.
Alla gran scena del penultimo quadro la mima ebbe una vera ovazione; il pubblico aveva seguito l'azione e applaudiva, oltre il motivo politico, anche l'artista.
Lei se ne accorse e, nel ringraziare, fu stavolta un po' meno fredda di prima. Si avanzò al proscenio: i battimani incominciarono: — allora, come ad un segnale, dai diversi punti del loggione si buttarono i ritratti; i fogliolini si spargevano, svolazzavano con dei zig-zag di rondoni spauriti e cadevano; mani innumerevoli se li disputavano; poi i brava, le acclamazioni si prolungavano.
Poi seguiva l'ultimo passo della Essler, applaudito sonoramente dagli ufficiali; poi l'ultima scena mimica brevissima, dopo la quale Desolina si astenne d'uscire — e il pubblico cominciò a sgomberare.
— Come non vien fuori? — disse Guido che non poteva staccare gli occhi dalla scena.
Venne fuori l'Essler, e Guido, poco soddisfatto, fe' un gesto come volesse fischiarla.
— Guardatene bene, — disse il Balestra, — tu renderesti un pessimo servizio a Desolina che sarebbe fischiata domani.
— Perché non viene fuori? — ripeteva Guido.
— Orsù, devo proprio presentarti? Vieni.
Discesero sul palcoscenico: in un angolo quasi buio dietro i palchi di bocca d'opera, il Rovetta discorreva con qualcuno che egli copriva quasi interamente coll'ampiezza della persona. Non se ne sentiva che la voce, una voce aspretta, stridula, stizzita che diceva:
— Imprudenza, fu un'imprudenza.
— Quando le dico, — rispondeva Rovetta, — quando le dico che è stato buon cuore del pubblico; che né io né la ragazza non ne sapevamo niente...
— Io vi avverto, fu un'imprudenza, — ripeteva la vociuzza del personaggio invisibile.
La porta del camerino di Desolina era socchiusa, sua madre cominciava a slacciarle il corsé; alla voce di Balestra si affacciò prontamente dicendo:
— Alla buon'ora, ecco Firino... Oh! bravo; scommetto che mi porti uno dei ritratti; lo vedrò finalmente questo famoso ritratto!
— Meglio ancora, ti porto il pittore che l'ha fatto.
E, tirandosi da parte, presentò Guido alla mima, che fe' una voce di sorpresa.
Poi gli stese la mano, lo tirò premurosamente dentro il camerino.
— Il ritratto, datemelo, datemelo, che muoio dalla curiosità di vederlo.
Guido ne cavò fuori un esemplare e glielo diede.
Desolina si appressò alla toeletta, e spiegato, con una febbrile vivacità, il foglietto al lume di alcuni moccoletti piantati in certe bugie di latta piene di sgocciolature, lo guardò un momento:
— Bello, bello! — sclamò. — E mi rassomiglia? Guarda, mamma.
La vecchia sempre in piedi tossicchiando, aspettava pazientemente di svestirla. Sporse per condiscendenza il capo, lasciò cadere di sbieco sopra il foglio uno di que' suoi sguardi d'agonizzante, e, fra due sbruffi di tosse, con voce spenta rispose:
— Sì.
La mima si confrontò poi col ritratto guardandosi nello specchio e collocando le fiammelle in modo che le illuminassero il volto in tutti i sensi:
— Proprio bello, — sclamò ancora; — e come avete fatto senz'avermi sott'occhio?
— Vi avevo osservata così bene!... — rispose Guido.
— Ta, ta... vi lascio in preda alle vostre espansioni, — sclamò Balestra uscendo.
Desolina si voltò verso di lui.
— Ehi! stasera s'inaugura con una cenetta il quartierino nuovo, vero? — domandò al Rovetta che entrava in quel punto e fe' cenno di sì gravemente. — Firino, ti aspettiamo.
— Non mancherò.
— Se vieni dopo di noi, che la porta sia chiusa, puoi passare dall'albergo Marino; è in fondo al cortile, al primo piano.
Balestra se n'andò canticchiando.
— Sta ben, verrò!
Il Rovetta entrò: nel piccolo stanzino la sua persona sembrò colossale, maggiore del vero: lo riempiva tutto quanto.
Guido dovette tirarsi contro il muro tra due sottane che pendevano da un appiccapanni.
Desolina lo presentò al suo padre adottivo.
— Padrino, il pittore del ritratto.
— Tanto piacere, signore. Fuma?
Gli porse un sigaro colossale come lui.
Desolina cominciò a svestirsi.
— Burrasca, figlia mia, burrasca; il tuo trionfo ha dato al naso a qualcuno.
— Conta, conta, — disse la mima lasciando cadere nelle mani della madre l'ampia tunica di velluto e coprendosi colle braccia il seno.
Guido per discrezione voleva uscire, ma lei lo trattenne pel braccio e lo obbligò a rituffarsi nella sua nicchia di sottane.
— Non c'è nulla di segreto, — disse, — spero mi favorirete a cena.
Il padrino riferì il suo dialogo col consigliere: essa lo ascoltava con un risolino orgoglioso. La madre con una spazzola di piumino le strofinava intanto le spalle e il collo. Poi le passò un accappatoio di scialle e il Rovetta l'aiutò a infilare la pelliccia. Allora Desolina prese il braccio a Guido ed uscirono. In quello stesso mentre la Essler attraversava la scena; la turba grossa e minuta la salutava e tutti si guardavano bene dal far attenzione alla mima.
Invece Guido non faceva attenzione che a lei: una sensazione nuova, violenta lo agitava, delle faville gli passavano davanti agli occhi, andava innanzi incerto. Desolina lo guidava attraverso il laberinto della scena, avvertendolo quando doveva svoltare col premere leggermente il braccio sul suo, e questo gli dava un sussulto nervoso: il disordine fantastico del luogo, una reggia che si trasformava in una serra, alberi, che spuntavano fra le lumiere e i colonnati, le luci crude alternate all'ombre fitte delle piante, il frastuono confuso della manovra lo sbalordivano.
Rovetta rimase indietro; Guido lo precedette a casa con le donne. Lo fecero attraversare un'anticamera che pareva una vera officina di stiratora, con delle lunghe tavole torno torno, ingombre di ferri d'ogni maniera, di cucchiare per le gale, di piattelli d'amido, delle assi in cui stavano infilzati de' sottanini insaldati, e in terra dei fornelli pieni di cenere e di carbone. Lo condussero nella sala dove una fanticella aiutava un fattorino d'albergo ad apparecchiare la tavola. Il numero delle candele, eccessivo per il locale piuttosto stretto e molto basso, i fiori finti, due pasticci guarniti e le coppe colme di confetti disposte simmetricamente, davano alla mensa una solennità che la finta argenteria chiariva più pretensiosa che schietta. La cena era preparata per una diecina di persone, ma di lì a poco il Rovetta tornò col solo Balestra e, tutto imbronciato, ordinò di dare in tavola, perché gli altri cinque invitati, per diversi pretesti, s'erano schermiti di venire. Questo rifiuto di malaugurio, che annunziava la disgrazia e l'abbandono nel mezzo di un successo, tolse alla cena ogni allegria.
— Oramai tutto è cabala sul teatro, — sclamò il Rovetta, — l'invidia, l'interesse, le clientele vi adulterano ogni cosa. Cosa c'è di più spontaneo, di più legittimo, di più sacrosanto che il successo di questa povera piccina?
Il Balestra diè al coreografo un'occhiata maliziosa; ma il Rovetta parlava con convinzione.
— Oh essa non lo deve che all'arte e perciò appunto eccita le gelosie.
— Non fosse che l'arte, glielo si perdonerebbe,— disse Balestra, — ma — aggiunse volgendosi a Guido — Desolina è anche bella, molto bella, è vero?
Guido approvò vivamente guardando Desolina, la quale ricambiò il complimento con un leggero sorriso.
Rovetta tentennava il capo.
— Se sapeste che talento ha la mia figliuola, — disse a Guido mentre Desolina si voltava a servire la madre. Bisognerebbe conoscere la coreografia per apprezzare tutta la finezza del suo porgere.
Guido era disposto ad ammettere qualunque miracolo. La sua ammirazione a poco a poco rasserenava la mima che, sotto il suo sguardo insistente, si atteggiava placidamente e pareva diventare più bella. E non dicevano una parola.
Rovetta e Balestra avevano intavolata una discussione sulle sorti dell'«arte mentale» e li lasciavano in pace. La vecchia divorava in silenzio la cena con l'aria di chi compie coscienziosamente un dovere. Ripulito ch'ebbe l'ultimo piatto, gittò un'occhiata smarrita sulla tavola, e sospirando, accompagnata dalla figlia, si ritirò.
Desolina tornò dopo alcuni minuti, che parvero lunghissimi a Guido, sedette vicino a lui, e presero il tè. Poi lo pregò di aiutarla a recarlo alla madre: gli diede la tazza, e prese lei la teiera e lo condusse in una camera, il cui disordine rivelava il cinismo inconscio di una vita ridotta alla pura animalità. La vecchia si alzò a sedere sul letto e mentre Desolina le aggiustava sotto alle spalle i guanciali, prese la tazza dalle mani di Guido senza guardarlo.
— Aspetta, mamma, che è caldo.
Ma la vecchia impaziente soffiava nella tazza e la sorseggiava con avidità.
Intanto Desolina, senza il menomo imbarazzo, diceva a Guido.
— Voi mi avete osservato... E anch'io — soggiunse — vi ho subito ravvisato appena entrai in scena. Voi però non facevate attenzione a me, guardavate in un palco.
Guido arrossì e cercava una spiegazione qualunque. Ma la mima cangiò discorso e gli domandò:
— Sì.
— Mi fareste un ritratto come quello dell'Essler?
— Sì.
— Lo fareste?
— Sarebbe una gran fortuna per me se voi mi permetteste di ritrarvi.
— Ma — soggiunse semplicemente la mima — dicono che costa molto. Che volete per farlo?
Guido esitò a rispondere: la presenza della vecchia gli dava soggezione: Desolina ripeté la domanda.
E lui rispose:
— O niente o... troppo.
— Troppo?
— Un vostro sorriso.
— Vi piace il mio sorriso? — domandò con ingenuità la mima. — La mamma lo trovava sgarbato: non sapevo mai ringraziare quando mi applaudivano.
Guido tentennò il capo e disse sottovoce:
— Non vi chieggo il sorriso che voi fate al pubblico, ma quello che fareste a una persona che vi fosse... cara.
— È diverso? — Non capiva, rimaneva interdetta.
La vecchia aveva finito di bere il tè. Tornarono in sala; Rovetta e Balestra erano usciti; Guido voleva ritirarsi, ma Desolina lo trattenne. Non era stanca? Non se ne desse pensiero, dormiva quasi tutto il giorno; che doveva fare? S'annoiava tanto! Leggere la fastidiva; eppoi non intendeva bene. Vedeva poca gente e noiosa anche quella; tutti gli uomini ch'essa conosceva si somigliavano; no... tutti, salvo lui, che, non lo diceva per complimento, le sembrava un giovane serio, per bene.
Guido la lasciava dire, s'abbandonava a quel cicalìo lento, benché incessante, e con certe cadenze musicali che gli accarezzavano dolcemente l'orecchio intronato dai rumori e dalle chiacchiere di quei due giorni.
Desolina gli raccontò poi la sua vita, una povera vita fino allora molto oscura in cui l'unica luce era quella che veniva sott'insù dalla ribalta. Sua madre le aveva da bambina insegnata la danza e Rovetta le dava lezioni di mimica. Suo padre non l'aveva conosciuto; era, le avevano detto, un ufficiale ungherese. L'educazione per il teatro è lunga e noiosa: tanti anni di esercizi prima di poter toccare quel sospirato palcoscenico.
— Quanti anni ho? Indovinate.
— Venti?
— No!... non ancora diciotto. Che, vi sembro vecchia?
— Tutt'altro, ma siete così seria...
— Seria, me lo dicono tutti; è forse per questo che voi mi piacete; gli scherzi mi paiono scipitaggini.
Finalmente Guido si congedò; prima di uscire le chiese permesso di tornare.
— Ma venite, venite la sera dopo il teatro o anche di giorno.
— Voi dormite.
— Mi terrete sveglia, mi farà anche bene, dormo troppo. Venite, anche mia madre n'avrà piacere.
L'indomani fu per Guido una giornata lunghissima; non ardì profittare dell'invito di Desolina. Da molti giorni non era più stato nello studio; ci andò per ammazzare il tempo.
Vi trovò Balestra perfettamente alloggiato: avevano messo un letto nell'alcova, aggiunti ai mobili dello studio un canterano ed un armadio, e, per far posto, ammonticchiati alla meglio i suoi arnesi.
— Dunque dalle Muse alle Grazie, — lo apostrofò il Balestra invitandolo a sedere colla libertà di chi riceve un amico in casa propria.
Gli parlò poi di Desolina come di un'antica conoscenza.
— Quella almeno non è dama che sul palcoscenico, — soggiunse.
Guido, per cambiare discorso, gli domandò quando sarebbe definitivamente ammesso alla Società politica cui l'aveva presentato.
— Caro mio, — rispose il Balestra rifacendosi serio, — hai parlato ancora col Fàvaro; e fu osservato. Però guarderemo di aggiustare ogni cosa e ti saprò dare presto notizie. L'affare ha preso un giro un po' largo, — aggiunse misteriosamente, — delle nuove circostanze sono sopraggiunte, ma si va bene.
Guido tirò fuori la tavolozza, piantò il cavalletto, vi pose su la tela.
— Sei in vena di lavorare oggi?
— Affatto, accomodati pure. A momenti ti lascio.
Il Balestra terminò la sua toeletta che s'era venuta considerevolmente arricchendo e raffinando. Quando fu all'ordine, uscì dalla parte del giardino lasciando il compagno sempre più stupito della libertà dei suoi modi.
— Gli uomini d'azione non danno importanza alle cose, se ne servono, — disse Guido ad alta voce come per rispondere all'obbiezione di qualcuno.
Non diede una sola pennellata; tuttavia si trattenne lì parecchie ore, poi passò a salutare lo zio Loredan, il quale anche lui gli disse che «s'andava bene».
Finalmente venne la sera, e Guido non mancò di trovarsi in teatro per l'ora del ballo. Un cartellino annunziava che l'Essler, per improvvisa indisposizione, non avrebbe preso parte allo spettacolo. Però le poltrone riservate rimanevano vuote, ma il teatro era discretamente affollato, e Desolina riscosse da sola gli applausi del pubblico.
Guido, in fondo alla platea, non applaudiva, la guardava estatico; e là seppe scoprirlo la mima con una di quelle sue occhiate sicure cui nulla sfuggiva.
Appena calata la tela salì sul palcoscenico; ei s'imbatté nel Rovetta, il quale, tutto turbato, lo prese in disparte.
— Che vi è venuto in mente l'altra sera a voi e ai vostri amici di rovinare la mia figliuola con una dimostrazione politica? La polizia l'ha saputo; esco in questo momento dal commissario che mi ha fatto le più fiere minacce. Se la Desolina venisse sospesa, la sua carriera, così bene incominciata, sarebbe perduta. Andavate da Desolina? Se avete qualche amicizia per lei e non volete comprometterla di più, non ci andate.
Si guardava paurosamente d'intorno; senza aspettare la sua risposta, si allontanò in fretta e ritornò nel camerino.
Guido dovette rinunziare alla visita; uscì a malincuore dal teatro, e venne ad aspettarla in istrada almeno per salutarla. Ma la mima uscì col Rovetta, e non si voltò e non lo vide.
Prese, mortificato, la strada di casa sua; ma, arrivato sulla porta, tirò dritto e venne fino al palazzo della contessa. Il portone era aperto ancora, salì.
Nel salotto rimaneva Loredan, e, presso il camino, al posto che lui soleva dianzi occupare, il Balestra.
Sedette alla tavola collo zio.
Il Balestra gli domandò, ammiccando malizioso, notizie dello spettacolo.
— Benissimo, — rispose Guido con una cera tanto buia che fu osservata da tutti.
Il Balestra venne generosamente in suo soccorso.
— Il nostro amico è di malumore. L'ansietà di compiere grandi imprese lo travaglia e io appunto sto lavorando per compiere il termine della sua prova.
— Oh, in fin dei conti, — esclamò Guido, — il mio avviso è che chi non mi vuole non mi merita.
Elodia e Balestra scambiarono un'occhiata.
— Chi è che non ti vuole? — domandò lo zio Loredan con un fare ingenuo che fe' ridere Balestra il quale soggiunse:
— La signora... libertà. Gli dica lei, contessa, a questo Guido impaziente, a questo Guido ingrato, il conto che noi si fa di lui e la parte che gli si assegna.
— Nuovi misteri, — mormorò Guido irritato da quella indulgenza.
— Sono misteri per lei, — disse la contessa, — per lei, che, occupato fuori, trascura gli amici.
E s'alzò, l'orologio batteva le dodici.
A Guido, quella sera, non gliene andava bene una. Accompagnò Loredan fino alla sua porta.
— Non ti pare, zio, — gli domandò, — che donna Elodia sia molto cambiata?
Il filosofo lo fissò con quegli occhi azzurri che quando non erano distratti, saettavano argutissimi.
— Mi pare, — rispose severamente, — che tu faccia della politica coi capricci degl'innamorati.
L'indomani Desolina, per consiglio del padrino, accusò un'indisposizione e chiese un permesso che la direzione le concedette prontamente.
Si omise perciò il ballo, tranne il passo dell'Essler che fu anticipato d'un atto.
Guido non sapeva nulla; venne alla Scala. In teatro, salvo la solita falange d'impiegati, non c'era quasi nessuno. Era una sera in cui non «ci si doveva andare».
La celebre danzatrice compariva quando Guido entrò: in platea i trecentisti applaudivano in piedi, le mani levate, per nasconderle il mortificante spettacolo della sala vuota: v'era in quegli applausi l'irritazione del dispetto e la minaccia di future rappresaglie.
— Se si vuol risparmiare alla mima una brutta sorpresa, bisogna avvertire gli amici di non venire la prima sera ch'ella ricomparirà, — susurrò Balestra accostandosi a Guido.
I due giovani uscirono insieme dal teatro: nel vestibolo incontrarono il Rovetta che passeggiava impensierito e non ebbe l'aria di avvedersi di loro.
— Il vecchio lupo di mare fiuta la tempesta, — disse Balestra.
Sull'angolo del Marino gli porse la mano per salutarlo.
— Dalla contessa.
— Vengo anch'io.
— Ebbene, vacci tu, io andrò a far un po' di compagnia alla Desolina,
Lo guardò di traverso, poi dié in una sonora risata e s'allontanò improvvisamente. Alla cantonata si voltò e rise di nuovo.
Guido entrò: la mima fu lietissima di vederlo. Perché non era venuto il giorno dianzi e la sera in teatro? Lei l'aveva aspettato.
Le disse della raccomandazione di Rovetta.
— Se date retta a lui, a quel geloso!...
— Geloso! — sclamò il giovane aggrottando le ciglia.
— Sì, geloso... della mia carriera che rappresenta per lui un capitale.
Lo condusse nella stanza della madre che già stava in letto: si chinò con una tenerezza tranquilla, baciò quel viso emaciato e rugoso, e disse:
— È il pittore.
La vecchia che teneva gli occhi semiaperti li rinchiuse. Allora Desolina tirò una delle cortine dell'alcova tanto che il lume del tavolino non le battesse sul viso, poi invitò Guido a sedere sopra il divano ingombro di scialli, di cuscini, di cenci d'ogni maniera. La mima si muoveva in mezzo a tutto quel ciarpame con una grazia tutta sua particolare.
— Noi la sveglieremo, — osservò Guido.
— Anzi!... se non avesse compagnia non si potrebbe addormentare.
Dietro il divano, il muro era coperto di ritratti in miniatura, a dagherrotipo, in litografia, nei quali si ripeteva, con qualche leggera differenza di età e di costume, una stessa figura di ballerina, dalle forme snelle ma ricche, tondeggiante sotto i corsé attillati e il volume di veli; un viso grassoccio, leggermente roseo, qua sorridente, là ispirato, languido altrove.
— Questa è mia madre, questa è mia madre, e anche questa, tutti mia madre, — disse la mima a Guido, stupito della orribile trasformazione dell'originale.
— Dieci anni sono, era ancora così, soggiunse Desolina, toccando il ritratto di mezzo più grandicello degli altri nel quale colla ballerina era rappresentato un uomo ginocchioni che l'implorava colle braccia aperte, mentr'essa guardandolo in aria civettuola, l'un piede a terra, l'altro sollevato sulla punta, alzando con ambe le mani le cocche del gonnellino pareva stesse per spiccare il volo.
— E questo signore chi è?
Il giovane rimaneva imbarazzato; lei gli domandò:
— E tu a me lo farai il ritratto?
— Sì.
— Grande.
Lo prese famigliarmente pel braccio, gli fe' col dito segno di non far rumore, accese una candela e in punta di piedi lo condusse alla sua stanza dove due armadi aperti riboccavano delle foggie più strane.
— Io non metto costumi dell'impresa quasi mai, — disse: — il padrino me li fa fare apposta per me.
Poi staccò uno degli abiti in panno rosso tutto ricamato.
— Ecco, tu mi devi fare da greca come nella Caduta di Missolungi.
— No, qualcosa di più semplice.
— Da Gulmara nel Corsaro, alla turca.
Guido tentennava il capo.
— Da Aurora mitologica, coronata di rose...
— Vi voglio fare vestita di bianco.
— Allora da Ninfa... o piuttosto da Naiade, sì da Naiade, sì... — ripeteva supplichevole — vestita di velo bianco con coralli in testa e al collo...
— Vestita di bianco, ma senza coralli, coi vostri capelli neri, senz'altro.
— E sarò bella così? Starò bene?
Pareva ne dubitasse. A che serve dunque l'abbigliarsi?
Tornarono nella stanza della madre. Guido disse ch'era stato alla Scala e che aveva trovato il teatro vuoto: la mima manifestò candidamente la sua soddisfazione per l'insuccesso della rivale.
— E se si vendica? — osservò Guido. — Voi avete fatto un nobile atto di patriottismo; noi giovani vi sosterremo con tutte le nostre forze; ma lei ha dalla sua la polizia, il Governo!...
La mima era diventata pensierosa.
— Vi piace il teatro? — domandò il pittore.
— Sì.
— Davvero? Come potete sopportare queste perpetue battaglie? Questa vita dove tutto è falso, dagli affetti ai gioielli?
Desolina lo ascoltava stupita.
— Che dovrei fare?
— La vita che fanno tutte le donne di famiglia.
— Oh no! — esclamò Desolina tentennando vivamente il capo. — Vivere sempre con un uomo che vi maltratta, lavorare come una serva, star in casa tutto il giorno, non veder mai nessuno, patire ogni sorta di privazioni... oh no, non mi va.
Guido stava per dire che la famiglia non richiede la metà dei sacrifizi che si fanno alla vita del palcoscenico, ma si ricordò di sua madre e tacque.
— Se non fosse il teatro non vi avrei conosciuto, — disse Desolina seria, seria, con una leggera intenzione di rimprovero.
— È vero, — disse Guido intenerito, — ed ho torto io di annoiarvi con la mia morale.
Infine si sentiva artista anche lui, capiva e desiderava la lode della folla, adorava que' suoi capricci che danno in un'ora un successo agognato, cercato per dieci anni inutilmente, che vi pigliano ignoto nel limbo delle mediocrità e vi buttano celebre all'ammirazione del mondo.
A questo discorso la mima si accese e gli descrisse le ansie e le commozioni dei primi esperimenti, spiegando un'eloquenza che Guido non si sarebbe aspettata da lei.
— Voi mi sosterrete? — domandò poi.
— Sì.
— E mi farete il ritratto?
— Sì.
— E poi lo esporremo sul Corso. Voi siete un bravo amico.
Rimasero intesi: avrebbe cominciato il giorno dopo.
L'indomani, venuto allo studio per pigliare i suoi utensili, lo zio lo fe' passare da lui. Lì c'era anche la contessa, e tutte e due lo salutarono con un'aria misteriosa che annunziava novità grandi.
— Tu hai una lodevole smania di agire e questo alla tua età è un tesoro prezioso di forza che non bisogna disperdere ma adoperare utilmente. Milano non è forse per ora il paese che meglio ti si convenga, perché qui tutto è preparazione e per partecipare con profitto a questo lavoro segreto si richiede maturità di senno e abitudini più operose di quel che un giovane come te possa avere. Ti ci vuole una città dove l'azione sia più aperta, più franca; e noi — volse una occhiata alla contessa che chinò il capo in atto di consenso — noi abbiamo pensato di mandarti a Roma. Là potrai collo studio dei grandi maestri perfezionarti nello studio dell'arte tua e rendere nello stesso tempo dei buoni servigi alla nostra causa. — Ebbene? non sei contento? — domandò, maravigliato che il nipote rimanesse freddo alla lusinghiera proposta.
A Guido pareva di sentire, tra le parole dello zio, il cachinno schernitore del Balestra.
— Tanto contento, — rispose mortificato, — che vorrei sapere a chi renderne grazie.
— E a chi dunque se non alla nostra buona amica? — disse spazientito il filosofo.
— A donna Elodia ho tanti obblighi che lei può disporre di me: se crede necessario ch'io lasci Milano, anderò dove lei vuole.
— Si direbbe che tu fai un favore a lei…
La contessa che non aveva detto parola e sembrava evitare studiosamente gli sguardi del giovane, balzò in piedi:
— Se gli rincresce, se non ci va volentieri, non ne parliamo più, — disse rivolgendosi a Loredan.
— Perché gli dovrebbe rincrescere? — sclamò questi. — Ragazzo, fai dei complimenti? Donna Elodia, compatitelo, egli verrà a ringraziarvi.
— Confesso francamente che mi rincresce; — disse Guido — mi lusingava assai più l'onore di collaborare con voi.... di avere la vostra confidenza, la vostra amicizia...
— Rimanete dunque, — soggiunse freddamente la contessa.
Poi uscì. Guido l'accompagnò fino alla gradinata in fondo al giardino e le disse:
— Perché non avete fatta quella proposta a Balestra?
— Perché siete voi così ingiusto e cattivo, — disse la contessa e lo lasciò senza rispondere al suo saluto.
Balestra, sdraiato sul divano, colle gambe per aria, leggicchiava un giornale.
Guido, con ostentata indifferenza cominciò a preparare la sua scatola di colori; tirò in mezzo cassetti e cassettini, fece in terra un mucchio di vescichette e di pennelli, mise tutta la stanza a soqquadro.
L'altro non si scompose menomamente.
Infine Guido gli si piantò davanti:
— Sai la proposta della contessa?
— No.
Gliela disse.
— Benissimo.
— Ma tu non ne sapevi nulla? davvero? non sei... suo amico?
— Queste son cose che un gentiluomo non confida.
— Ma si compiace di lasciar capire.
— Ehi! — sclamò Balestra aggrottando il ciglio.
— Qualche intrigante si è preso il divertimento di guastarmi con donna Elodia; se arrivo a scoprirlo!...
— Vuoi sapere chi è il tuo nemico, anzi i tuoi nemici — perché son due — quegli occhi lì che hanno l'aria di pigliarsi in pubblico quel che non osano chiedere in segreto. Sai quel che si dice per le cose fragili: «guardare e non toccare», ebbene per quelle fragilità lì bisogna invertire la frase.
Guido scosse dispettosamente le spalle; aveva finito di riempire la scatola e stava per andarsene.
— Senti, — gli disse Balestra, — se dài retta a me, lascia che le mime facciano le mime.
— Che vuoi dire?
— Non è punto necessario per essere amabili che diventino donne di casa.
Dalla mima, la serva gli disse che la padroncina stava prendendo lezione e lo voleva rimandare, ma Desolina gli gridò d'entrare.
Ripassava una parte nuova col padrino; gli fe' cenno di sedere e di pazientare un poco.
Il Rovetta, salutato frettolosamente il pittore, riprese la lezione.
— Dicevamo dunque che tu hai a significare derisione superba alla minaccia della rivale; ecco qua la regola: piegar il tronco da un lato, stringendosi nelle spalle, così — ed eseguiva — e poi il labbro superiore contratto a un sorriso immobile, naso leggermente arricciato. Vediamo un po' te.
Si ritraeva da parte. Desolina prendendo il suo posto, imitava la posa.
— Più sostenuta, altrimenti si confonderebbe col diverbio. Se tu fossi un personaggio buffo ci sarebbero degli altri gesti più espliciti; battere coll'indice due volte il naso da un lato. Una femminuccia del popolo metterebbe le mani alla cintola giocolando all'infuriare della rivale; ma tu, bada, sei una gentildonna; quindi una grande compostezza; piegando il tronco hai sempre da star ritta abbastanza da dominare l'avversaria, come per dirle «vil verme velenoso tu strisci a' miei piedi e non desti che il mio riso». La posa è delicata e difficilissima, tutto l'effetto sta nella giusta misura.
— I novatori del giorno d'oggi dicono che il mio metodo è monotono — soggiunse rivolto a Guido. I loro gesti sono monotoni, perché con essi esprimono confusamente tutti i sentimenti. Le mie pose sono fisse e diverse per ciascun sentimento e ci sono le differenze di sesso, di età, di grado. Prendiamo questo stesso tema «derisione delle altrui minaccie». Se fosse un uomo attempato o un personaggio comico unirebbe il pollice e l'indice della destra come per pigliare il tabacco, e batterebbe più volte col corpo destro sul sinistro. Si vuole poi, oltre la decisione, significare il disprezzo? si striscia il destro piede avanti come gettando lungi qualche cosa. — Si vuole invece significare noncuranza? si strofina a man rovescia coll'ugne sotto il mento fin verso la bocca. L'arte, mentale deve esprimere tutti i moti dell'anima in modo assoluto e chiaro. Dico bene?...
Seguitò la sua lezione tranquillamente.
Guido aveva deposto in terra la sua scatola ed aspettava. Desolina, in compenso della sua pazienza, gli dedicava tutte le pose languide e affettuose, scaraventando le collere nemiche in viso al padrino. Questi sembrava lo facesse apposta a tirare in lungo. Lei era stanca, stanca, svogliata ma sempre docile.
Finalmente si stancò anche il Rovetta e allora venne la volta di Guido. La mima, allegra come uno scolaro che ha finito il suo compito:
— Eccomi, eccomi, come devo stare?
Il pittore la fe' sedere in un atteggiamento naturale e tranquillo.
Rovetta sedette dietro a lui, che con una lentezza particolare collocava la tela sopra una seggiola, disponeva i suoi arnesi, sceglieva i pennelli, saggiava le tinte alzando la mestica tra l'occhio e il modello, non cominciava mai...
Il padrino fece qualche osservazione. Non approvava la posa; non già che pretendesse intendersene; diceva il suo parere per quel che poteva valere — la posa gli pareva insignificante: Desolina non era solamente una ragazza, ma un'artista e anzi una mima — il ritratto non doveva rappresentarla nel suo atteggiamento più favorevole, in qualcuna delle pose che avevano riscosso l'applauso del pubblico?
Guido rispose bruscamente che quello non sarebbe un ritratto, ma un cartellone da saltimbanchi.
Il Rovetta si guardava bene dall'insistere, il pittore ne sapeva certo più di lui: solamente rammentava i ritratti della Essler, della Cerrito e della stessa Edvige, madre di Desolina, tutti in carattere.
Guido, tracciate alcune linee sulla tela, s'interruppe ad un tratto.
— Per oggi non si fa nulla, proveremo un altro giorno.
— Son io che disturbo? — domandò il padrino.
— Ma io me ne vado, — soggiunse il Rovetta ossequioso.
— Sì, sì, vai padrino, sei tanto bono, — sciamò Desolina venendo a carezzarlo.
— È tanto bono, — ripeté poi a Guido quando il padrino fu uscito. — Mi vuol tanto bene!
— Sì, come si vuol bene ai cagnolini cui si danno chicche e zuccherini ma non il permesso d'andar fuori.
— Perché avete riferito a Balestra i nostri discorsi di ieri? — le domandò poi mentre lei lo guardava stupita.
— A Balestra? Ma io non l'ho neppure veduto.
— No? davvero? — disse Guido rabbuiandosi.
Rovetta s'era fermato nella stanza vicina a discorrere sottovoce con la madre: poi questa entrò, sedette, e rimase là sonnecchiando finché il pittore se n'andò.
Guido era di malumore, gli pareva d'essere circuito d'insidie d'ogni maniera, aveva bisogno di sfogo — e la sera contò ogni cosa a Gaetano.
— Tu sei curioso, — questi gli disse — ami la semplicità, la sincerità, ed è l'artifizioso, lo spettacoloso che ti attira; lo cerchi e te ne arrabbi. Ti innamori di due donne alla volta e sei geloso di tutte due. Se la contessa non avesse avuto la testa piena di fanfaluche non ci avresti pensato neppure. — se la... la, come si chiama quest'altra, se non l'avessi vista in scena, che te ne saresti invaghito? Tu che sei un uomo superiore t'abbassi a desiderare quel che desiderano gli altri. Questa volta tanto ha ragione quel tuo imbroglione di Balestra: sicuro, lascia che le mime facciano il loro mestiere, se ti lasciano andare qualche carezza in particolare e tu pigliala ma senza importanza.
Lasciamola lì, — disse, — o noi ci guastiamo; tu sparli di persone che non conosci.
— Bella! non sei tu che sparli, che ti lagni?
Sicuro che era lui, — ma però s'arrabbiava.
Il giorno appresso, quando tornò dalla mima, essa era sola, ma vestita per uscire.
— Non aspettavo che te, — gli disse, — oggi abbi pazienza, debbo andare alla prova, si vuol affrettare l'andata in scena del ballo nuovo, perché la Duchessa di Mazarino non regge più. Mi accompagni? saremo soli: la mamma è rimasta a letto.
Guido non rispondeva.
— Mi accompagni? — ripeté lei.
— Per tutto dove vorrete, ma non al teatro.
Desolina lo guardò un momento mortificata.
— Se vieni, — soggiunse abbassando la voce, — e mi aspetti, dopo la prova, faremo un giretto in sieme. Sì? sì, sì...
Lo prese per il braccio, lo trascinò al teatro; lì lo fe' entrare in una streghina del proscenio.
La prova cominciò subito; la mima era in ritardo e non aspettavano che lei. — A Guido nessuno fece attenzione, come se la sua presenza non avesse nulla di particolare. Desolina era in vena, non dovette ripetere neppure una mossa: tra una scena e l'altra veniva nelle quinte a discorrere con Guido.
— Hai torto, — gli diceva, — torto marcio di non voler venir qui: io qui ti voglio più bene.
E s'indugiava tanto che il direttore di scena la doveva chiamare ogni volta. Allora correva a posto e, spiegata la situazione, tornava ancora. Alla fine il direttore e i due maestri di ballo le batterono le mani.
Lei corse da Guido, gli saltò al collo, gli fe' un bacio.
— Senti? è tutto merito tuo. Ed ora vieni, voglio che andiamo a braccetto sul Corso.
Ma Guido volle prendere delle vie meno popolose e la condusse sul bastione di Porta Nova.
La Desolina ne fu umiliata; camminò lungo tratto in silenzio imbronciata.
— Molti giovani, — disse poi, — al tuo posto sarebbero felici; e tu invece ti vergogni di farti vedere con me.
— Molti giovani? tu hai dunque molti adoratori?
— Certo, — rispose lei con una smorfia dispettosa. — È vero, — gli domandò fermandosi subitamente, — che hai una contessa per amante?
— Chi ti ha detto questo? Balestra?
— A loro dà noia che ci parliamo. Tu hai fiducia in me? Non dar retta a quel che diranno: non parlar mai di me con nessuno. Così fo io, per esempio, col Balestra, che ha l'aria di darsi per tuo... amico.
— Siamo amici difatti.
— Ma più che amici, — soggiunse Guido, fissandola a sua volta in viso.
— Questo non è mica vero, — disse lei punto sdegnata.
Spirava dalla campagna una brezza acuta e modesta; l'ultime foglie incartocciate si spiccavano dai platani e correvano trascinate con uno scricchiolìo secco, stridulo. Desolina rabbrividiva e si stringeva al braccio del compagno.
— Senti, — riprese Guido, — io non sono stato innamorato mai, se io lo divento ora sarò molto esigente.
Lei lo guardò e contrasse le labbra intirizzite a un leggiero sorriso.
— E sento che lo divento furiosamente.
— Torniamo, ho freddo, — disse la mima che batteva i denti.
Discesero sul Corso di Porta Renza. Il moto, l'aria più queta, la vita rumorosa della città rasserenarono Desolina. Parlarono di teatro: quella sera lei aveva rappresentazione. Guido le riferì il consiglio di Balestra.
— Devo avvisare gli amici di non venire?
— No, ci sarai tu, non ho paura di nulla.
Salutandolo lo pregò di venirla a prendere.
— Come vuoi, ma vieni subito in camerino.
La sera Guido entrando in teatro incontrò sulla gradinata che mena ai palchi la contessa che saliva al braccio del giovane Lattuada, nipote del marchese, tornato quella settimana da Parigi più bello e più elegante. La salutò, e lei lo sferzò con un'occhiata distratta e dura che gli lasciò il viso rosso di fuoco.
Ridiscese ed entrò in platea: terminava l'atto; v'era molta gente che si agitava con un sordo rumorìo.
Guido, piantato contro il muro, non si occupava che del palco di donna Elodia, tantoché il Lattuada se ne avvide e lo fissò col cannocchiale. Allora, indispettito, si mosse e tornò nel vestibolo.
Balestra, che stava discorrendo in un angolo, lo chiamò e lo presentò a un tale vestito con una decenza molto ostentata, al quale disse:
— Voi, Scauro, volevate conoscere qualche giovane milanese. Della Torre ve ne presenterà quanti volete.
Colui prese premurosamente la mano di Guido.
— Un amico di Balestra ha diritto a tutta la mia confidenza, — disse con un accento napoletano, che a Guido non sembrò ignoto; — bisogna che la Lombardia faccia assolutamente qualcosa per riscontro ai moti di Napoli, delle Romagne e del Piemonte. Se voi coi vostri amici voleste tentare qui a Milano, mentre a Brescia, a Venezia, a Vicenza, a Padova altri moti si farebbero, io con alcuni amici miei, giovandoci d'intelligenze che abbiamo nella fortezza, tenteremmo di sollevare Mantova.
Parlava a voce bassa e concitata; gli occhi infocati lucevano nel viso scarno, smunto, color dell'esca e mobilissimo.
— Vi dico subito; noi non apparteniamo a nessuna sètta, siamo semplicemente del partito del fare a qualunque costo, in qualunque modo. I comitati segreti, sia detto con buona pace del nostro caro Balestra, sono troppo cauti e lenti: se noi diamo l'esempio dell'azione, ci seguiranno, scoppiata la rivoluzione ci aiuteranno a dirigerla, a farla trionfare. Ma per cominciare non possiamo far calcolo sovr'essi, ci bisogna far da noi: bisognano delle armi e perciò del denaro. Se qualche cuore generoso ci aiutasse, ci metteremmo subito all'opera, ch'è preparata e io risponderei dell'impresa.
Balestra, che aveva ascoltato impassibile il discorso del compagno, ammiccò l'occhio a Guido; poi lo prese in disparte.
— Forse Scauro ha ragione; ma io che ci posso fare? I miei impegni colla Società cui appartengo mi vietano assolutamente di favorire un moto cui essa non partecipa...
Balestra allargò le braccia come per dire: pensaci tu.
— Aspettatemi qui, — disse Guido a Scauro, e si slanciò su per la scaletta dei palchi con una furia che stupì Scauro e fe' sorridere il Balestra.
Entrò con lo stesso impeto nel palco e sostò sulla soglia, interdetto, sopraffatto dalla commozione, guardando stralunato il compagno della contessa.
Lattuada, sorpreso diè un'occhiata a lui, un'altra alla contessa, rifletté un momento, poi s'alzò per uscire.
— Andate dalla Carolina? — gli disse la contessa. — Mi preme di sapere quando ritorna sua sorella; fatemi il favore di chiedergliene e tornate a dirmelo.
Guido s'era seduto al suo fianco.
— Mettetevi costì, — gli disse donna Elodia severamente indicandogli la seggiola rimpetto rimasta vuota.
Lui le fece l'ambasciata per Scauro.
— Mi sono lusingato di ottenergli quel che gli bisogna; sono stato forse... — aggiunse con un po' d'amarena: — forse troppo presuntuoso.
La contessa rispose tranquillamente:
Le disse che lo zio non poteva approvare direttamente la cosa.
— Bene, domani vi manderò a dire qualcosa, — soggiunse la contessa: e si tirò indietro contro la spalliera.
Il colloquio era finito; Guido lo sentiva, ma non se n'andava.
Il ballo era cominciato: l'agitazione cresceva in platea.
— Non è la celebre mima quella? — domandò la contessa appuntando il cannocchiale.
— Sì, — rispose Guido senza guardare sulla scena, cui volgeva le spalle.
Un applauso contrastato salutava l'entrata di Desolina. Le brevi scene del prologo: «il colloquio furtivo di Ortensia col paggio Alonzo nel cortile di San Germano, la sorpresa della pattuglia notturna, l'intromissione del salvatore maresciallo di Saint Evremont» passarono rapidamente.
La mima pareva distratta, la sua azione mancava di calore, di vivacità.
Ma all'uscire fu nuovamente applaudita.
— Poverina, la confondono, — disse la contessa.
Seguì il primo quadro: Desolina ricomparve vestita a lutto; la sua distrazione le servì mirabilmente a colorire l'accasciamento di Ortensia «per la creduta morte del paggio Alonzo, e per l'imminente arrivo del suo sposo aborrito Armando Della Porta».
Le sue mosse languide, i suoi sguardi pieni di lagrime davano alla sua persona un'espressione nuova, irresistibile. I suoi numerosi difensori di proposito si mutarono in ammiratori sinceri, e batterono le mani con convinzione. I trecentisti zittirono.
La scena mutò di nuovo: «il Duca Armando, per festeggiare la propria riunione con la sposa Ortensia Mancini, ha disposto una gran festa e il re Luigi XIV interviene ad onorarla: una graziosa danzatrice eseguisce un passo di carattere per rallegrare gli occhi reali». La danzatrice era l'Essler. Allora il pubblico rovesciò su di lei la stizza provocata dai trecentisti e la fischiò risolutamente. I trecentisti la difesero con battimani. Il pubblico, pago della propria dimostrazione, si quetò: seguì una pausa; il passo terminò tra gli applausi dei trecentisti, stavolta non contrastati.
L'azione proseguiva; Desolina, seduta al fianco di «Luigi XIV» guardava ansiosamente nei palchi. Essa fallì il suo turno. «Luigi XIV» la prese per mano e la condusse al proscenio. Allora vide Guido nel palco della contessa, che le voltava le spalle: rimase lì incantata cogli occhi fissi sulla rivale. Fu un momento solo, ma non isfuggì ai suoi nemici che diedero in risa di scherno. «Luigi XIV» per riparare allo strappo della scena aggiunse alcune variazioni di suo che stuzzicarono ancora quell'ilarità.
Quando Desolina abbassò lo sguardo in platea, una viva lotta vi si era impegnata fra le poltrone ed il pubblico: fischi ed applausi cui si mescolavano grida e ingiurie: la contessa rideva. Per la prima volta la mima ebbe paura, sentì piegarsi sotto le gambe. Gli attori abbreviarono la scena. Saint'Evremont ricondusse la duchessa di Mazarino fra le quinte qualche minuto prima del solito.
I rumori continuarono nella sala; si voleva rivedere la mima, ma essa non comparve.
L'intervallo fra la prima e la seconda «epoca» si prolungò eccessivamente.
Lattuada rientrò dalla contessa, la quale gli domandò se sapeva quel che era accaduto alla duchessa di Mazarino, e alla sua risposta negativa soggiunse:
— Ce lo saprà dire qui Della Torre.
— Vo ad informarmene, — disse Guido piccato dalla provocazione della contessa.
Discese sul palcoscenico e venne al camerino di Desolina. La mima uscì con impeto, gli afferrò le mani, lo tirò in disparte: tremava come avesse la febbre.
— Che hai? — le domandò.
Lei appressò il labbro all'orecchio di Guido:
— Sono gelosa! Giurami che la contessa non è tua amante.
— Te lo giuro; ma tu non hai fiducia in me, dài retta alle ciarle dei mettimale.
— Son gelosa, ti ho detto. Non tornar più in quel palco.
Se non voleva che questo!
Desolina si quetò. In quel mentre il direttore di scena veniva a vedere se poteva continuare.
— Tu, aspettami lì, — disse la mima a Guido, spingendolo in una streghina, — io finisco, mi sento in vena; se ti vedo trionferò di tutto. Poi ci rivedremo; mi accompagnerai a casa.
Poco dopo un servo di scena venne a cercar Guido e gli disse che l'ispettore di polizia lo voleva.
— L'avverto, — lo apostrofò il funzionario — l'avverto che se continua sto baccano, si prenderanno delle misure di rigore; la lo dica ai suoi amici. La mima sarà sospesa.
— Che colpa ne ha lei se...
— La colpa l'avranno loro di aver costretta l'autorità a questo passo. Ci pensino dunque se non vogliono il male di quella ragazza; ci pensino.
Il baccano era già ricominciato: ma Desolina, ricuperata tutta la sua franchezza, imperterrita lo sfidava, e se ne compiaceva. Sorrise a Guido con una libertà e una dolcezza che a quattr'occhi non gli aveva mai dimostrata.
Rovetta aveva seguìto il pittore, e a mezza voce lo scongiurava di usar prudenza interrompendosi per imprecare contro la platea dove imperversava il naufragio del suo «capitale».
— Non vi movete di lì per amor di Dio, lasciateci uscire! — sclamò a mani giunte, poi si slanciò fuori del palco.
La tela calò; la scena diventò buia; i rumori continuarono col ritmo cupo di un terremoto.
Guido non s'era mosso: Desolina venne a cercarlo. S'era appena buttata sulle spalle la pelliccia senza mutar l'abito.
Lui voleva scusarsi.
— So, so: non importa, vieni lo stesso; questo è il mio trionfo e voglio che tu ne partecipi, che mi vedano al tuo braccio; ti rincresce?
Preso dalla sua esaltazione lui la seguì, e, — lasciando indietro la vecchia, Balestra, tutti, — discesero.
Non uscirono per la riservata. Desolina volle attraversare il vestibolo, in mezzo alla folla, che la ravvisò e le fece ancora un'ovazione. Guido arrossì un poco. Discendeva in quel mentre la contessa Elodia, e lui nel passarle davanti con moto istintivo la salutò facendola sorridere. La mima non se ne avvide.
Indi camminarono per un buon tratto frettolosi, in silenzio.
— Questa è la mia vita! — sclamò la mima. — Non contraddirmi, ti voglio più bene in questo momento.
L'indomani mattina Guido ricevette un biglietto della contessa che l'invitava a passare da lei.
Mentre egli vi andava, s'imbatté in Balestra, che, toccandolo famigliarmente sulla spalla, gli disse:
— Ringraziami: tu mi devi questo colloquio, o, meglio, questa riconciliazione. Chissà!... Mi voleva incaricare di un'ambasciata per te; ho ricusato. Mi terrai tu ancora il broncio?
Donna Elodia, calma, affabile come nei primi giorni della loro relazione, gli disse che avrebbe aiutato il suo raccomandato, le dicesse il modo, il come, s'intendesse lui con lo Scauro.
Egli rispose, con un po' d'affettazione che si riteneva sempre onorato, benché indegno, della di lei fiducia.
— Nessuno ne è più degno di voi, — replicò Elodia.
— Nessuno?
Una nube passò sulla fronte di lei.
— Nessuno, — ripeté dolcemente, ma con fermezza.
Il giovane arrossì: davanti a quella serenità che testimoniava la completa abnegazione di ogni personalità a quella, non più donna, ma idealità pura che serbava la forma di donna, perché la più bella e la meglio rispondente alle sue perfezioni, si vergognò dei propri risentimenti, del proprio egoismo, dubitava dei proprii sospetti. E lei sollevandosi candidamente sopra ogni possibile famigliarità, e suscitando e frenando con un sorriso la sua ammirazione, gli parlò del momento decisivo, solenne, dell'obbligo per un animo generoso di consacrarvi le sue forze, spogliandosi di ogni debolezza, di ogni affetto indegno. Oh ella non parlava di sé! Però tutte le sue parole rivolgendosi a lui non erano rimproveri, solamente gli facevano lo stesso effetto.
Quel dì Guido non andò da Desolina, che lo aspettava: andò in traccia di Balestra per chiedergli l'indirizzo di Scauro.
Egli promise di trovarlo e di condurglielo la sera al caffè della Cecchina; poi gli domandò del suo colloquio colla contessa.
— È un angelo! — sclamò con impeto il pittore.
Balestra diè in uno scroscio di risa sguaiate.
E ripigliando subitamente il suo più grave contegno:
— Come sei buono! — soggiunse, — tu sarai sempre gioco dell'altrui malizia: tu avevi il mezzo di pigliare la tua rivincita e invece...
Guido, furente di collera, ebbe paura del ridicolo.
— E invece... chissà! — sclamò fatuamente.
Balestra gli fe' allora le proprie felicitazioni e cangiò discorso.
Rimasero dunque intesi per la sera. Guido venne all'appuntamento con Gaetano. Balestra vi si fece vedere solo; gli disse che Scauro si sarebbe trovato più tardi nello studio, lo aspettava là.
— Tu non vieni? — domandò Guido, — dove vai?
Balestra nominò un luogo equivoco. Non si prendeva più soggezione di lui; ma se lui aveva l'aria di formalizzarsene gli parlava della simulazione di Bruto e di Lorenzaccio.
Era appena fuori che Guido prese Gaetano per il braccio e non gli diè quasi il tempo di pagare.
Balestra discese per via del Marino: e loro dietro con prudenza; ma vistolo svoltare in San Raffaele, Guido rassicurato si fermò.
— Tu credevi che andasse dalla mima? Non ti fidi di colui, oppure ha messo la tua vita, la tua libertà nelle sue mani?
Scauro li aspettava alla porta dello studio: non volle entrare.
— Verrò domani sera, — disse — e discorreremo ogni cosa per l'impresa; ma non è prudenza ripetere i ritrovi, non bis in idem.
— I mezzi ci sono.
— Sta bene.
— Basteranno, — rispose con indifferenza lo Scauro senza voltarsi.
— E... e che garanzia mi date?
— Nessuna: i patrioti non hanno che la loro parola. Se non vi fidate, tenetevi il vostro denaro.
Poi Guido salì ad avvertire donna Elodia e ci trovò anche lo zio.
— Gli ho confidato tutto e lui approva, — gli disse la contessa tutta giubilante.
L'indomani Guido non si lasciò vedere da nessuno, come Scauro gli aveva raccomandato. La sera si recò solo allo studio, poiché Gaetano non ci volle venire e s'era scusato dicendo che lo tenesse per presente, disponesse di lui, gli dicesse poi quel che doveva fare; non si sarebbe tirato indietro. Invece fu molto sorpreso, entrando nello studio, di trovarvi la contessa con Loredan. Desideravano assistere al colloquio, anzi la contessa aveva fatto qualche preparativo: avevano messo un tavolino coperto di un ricco tappeto, due candelieri accesi agli angoli, e in mezzo un involto onde luccicavano misteriosamente i tre colori. Consegnò a Guido la somma da rimettere a Scauro: non voleva punto intromettersi in questo.
Poco dopo s'intese il picchio d'un sassolino nei vetri. Era il segno convenuto. Scauro entrò un po' imbarazzato, ma subito, senza aspettare la presentazione, s'avanzò e strinse la mano che Elodia e Loredan istintivamente gli offrirono.
— Noi ci conosciamo già, — disse volto a Loredan, — e da più tempo di quel che crediate. Per due anni ho inteso il vostro passo sopra la mia testa nella cella N. 3 a Mantova, e quel passo calmo, sicuro, era la mia compagnia, il mio conforto.
Scauro ripeté poi a lui il suo disegno senza uscir dalle generali.
— Quanto ai particolari ci penserà ciascuno per conto suo: voi qui a Milano, io a Mantova.
E fissava intanto Loredan, il quale disse soltanto con una calma che diede il raccapriccio a Guido:
— Se anche il progetto fallisse, non sarebbe inutile.
Scauro fe' una smorfia di fiducia e ammiccò l'occhio furbescamente; poi, ricomponendosi subitamente, disse serio serio:
— Non fallirà.
Egli non aveva altro da aggiungere; conchiuse:
— Quando tutto sarà pronto, avvertirò il professore; anche lui si degna d'essere dei nostri e dirigerà, spero, l'azione a Milano. — E s'alzò per uscire.
Allora Guido gli consegnò il denaro, e la contessa, preso l'involto sulla tavola, lo spiegò: era una piccola bandiera tricolore, in mezzo alla quale aveva ricamate le parole: Viva l'Italia, Viva Pio IX.
— Ve la restituiremo vittoriosa, — sclamò Scauro.
Così dicendo l'alzava e la sventolava.
La contessa, commossa, lagrimando, sorrideva; Loredan, l'occhio vago, distratto, fantasticava. Guido osservò che la mano di Scauro aveva le due ultime dita rattratte; si ricordava d'aver visto in quei giorni, e non una volta sola, quella stessa deformità. Si rammentava di Capece e del carbonaro presidente: fossero tutt'uno con Scauro?...
In quel mentre l'uscio del giardino si aperse con violenza ed entrò con impeto l'architetto Fontana.
— La polizia, la polizia! — sclamò a mezza voce — presto, presto!
Scauro si lanciò verso la porta di strada, poi, subitamente mutato pensiero, tornò indietro e fece per uscire in giardino.
Ma l'architetto, pronto, gli sbarrò l'uscio.
— Volete comprometter la casa?
— Maledetto! — balbettò lo Scauro, — se vo di là mi pigliano.
— Di qui non si passa, — disse risoluto il Fontana.
Un altro personaggio entrò in scena: il Balestra, pallido come un morto, sbucò fuori di dietro un mucchio di grandi tele nell'angolo dell'alcova e si avanzò nel gruppo.
— Tu, fai l'ammalato, — disse pigliando lo Scauro per il braccio, — e Guido finga di vegliarti.
L'architetto non badava che alla contessa e le andava dicendo:
— Presto, presto, venite di qua, rientrate in casa.
Essa dapprima non pareva sentirlo, ma finalmente obbedì e uscì senza parlare, contegnosa. Il marito che era lì per seguirla tornò indietro vivamente e raccolse il drappo tricolore caduto a terra. Il Balestra approfittò del momento che esso stava chino per scappare dall'uscio del giardino rimasto aperto.
Intanto Scauro aveva seguìto il consiglio di Balestra: si era spogliato in furia e buttato nel letticciuolo dentro all'alcova.
— Se vengono i conigli, direte che io sono Michele Avitabile, un vostro amico, un povero cantante a spasso infermo che avete ospitato per carità.
In tanto scompiglio Loredan, solo tranquillo, imperterrito al pericolo tante volte sfidato, indifferente all'ignobile sbigottimento degli altri, non si era mosso, non aveva fatto il minimo gesto.
Un momento il suo sguardo incontrò quello dell'architetto e questi stornò subito dispettosamente gli occhi da lui ed uscendo chiuse a chiave di fuori senza dirgli di seguirlo. Passò più d'un quarto d'ora e già dubitavano di un falso allarme, quando un forte picchio alla porta di strada li avvertì che non era.
Guido, non senza tremare un poco, aprì.
— È il medico? — domandò con voce lamentevole ma chiara lo Scauro.
Un ispettore entrò senza dir nulla, risolutamente, ma fatti due passi, si guardò intorno e si fermò perplesso.
Due poliziotti in uniforme comparvero dietro a lui nel vano della porta: di fuori si sentiva un bisbiglio sommesso.
— Nessuno si mova, devo procedere ad una perquisizione, — disse l'ispettore.
Gli agenti si avanzarono; egli li trattenne con un cenno.
Nell'alcova il finto malato si agitava.
— Mi fai diacciare! — mormorava.
L'uscio era rimasto aperto e penetrava una brezza pungente.
L'ispettore entrò nell'alcova. Allora Guido gli ripeté la favola suggerita dallo Scauro.
— Dottore! — balbettò costui spalancando gli occhi stupidamente. Tremava, batteva i denti, la paura aiutava la simulazione della febbre.
L'ispettore parve contentarsi e tornò indietro. Ad un tratto domandò a Guido:
— Chi è? — indicava Loredan, il quale lo guardava imperturbabilmente.
— Mio zio.
L'ispettore allora fe' un giro per la stanza esaminando i pochi mobili con qualche attenzione. Una delle guardie venne a susurrargli qualche parola all'orecchio, e s'appressarono insieme alla porta del giardino.
— Nel giardino della proprietaria.
— Si può aprire?
— No, non ho la chiave; nessuno passa mai di lì.
I tre agenti si consultarono a bassa voce, e finalmente l'ispettore disse:
Poi, data loro un'occhiata aguzza, uscirono.
Per un quarto d'ora, nello studio, nessuno si mosse.
Poi la porticina del giardino s'aprì pian piano e s'affacciò il maestro Fàvaro, il quale, messo un dito sulle labbra, disse sottovoce a Guido ed al professore:
— Loro signori possono andarsene; quanto a lui — indicava lo Scauro — ci penso io. Non abbiano paura.
— Di che s'avrebbe paura? — disse Guido con ostentata pacatezza.
Il maestro lo fissò attentamente con fine bonarietà.
— Vengo da parte della contessa — soggiunse.
— Io rimango a vegliare il mio amico ammalato.
— Lo farò guarire io, — disse Fàvaro sorridendo ed entrando nell'alcova.
Lo Scauro si era levato a sedere sul letto.
— Che? siete voi, maestro? Come qui?
— Capece Avitabile, lo stesso io chiedo a voi, — rispose il maestro un po' sorpreso: — ora capisco... per poco la burla finiva in tragedia. La meno peggio è ancora farsi fischiare come baritono: codesto mestiere che fate è più pericoloso.
L'altro ammiccava coll'occhio, susurrando:
— È stato quel matto di Balestra.
— Ah era lui quel che ho visto sortire!
Scauro Capece si vestiva in fretta aiutato dal maestro: quando ebbe finito girò gli occhi intorno per la camera. Poi prese in disparte Guido, che non aveva inteso le parole del maestro e non capiva nulla, per domandargli dove avesse messo il denaro.
— Non ce l'avete voi? — disse Guido.
Non l'aveva, no, e cercava ansiosamente: si rammentava ora che avevano buttata la borsa sopra la sedia insieme co' panni, ma non c'era più.
Si fermava a riflettere, tornava a guardare. Ad un tratto si picchiò la fronte:
— Avete visto il Balestra uscire? — domandò al maestro.
Un fiero dispetto gli schizzava dagli occhi; brontolava fra i denti:
— Santissimo diavolo, quel mafioso m'ha colto!
Voleva uscire subito, ma il maestro lo trattenne e disse a Guido di andarsene a casa.
— Siete sicuro che lui non corre alcun pericolo? — domandò Guido.
— Non si trattasse che di lui, lo lascerei tanto volentieri nella ragna; ma state tranquillo, in grazia vostra e della contessa, l'aiuterò per stavolta a cavarsela. Però, date retta, voi che siete galantuomo: non v'immischiate più con codesti cialtroni.
L'indomani mattina per tempo, Guido fu molto sorpreso di vedersi capitare in casa il signor Fontana.
Gaetano era uscito un momento, e v'erano ancora i letti disfatti.
Guido, che finiva di vestirsi, rimase confuso non tanto per la visita imprevista quanto per il disordine della stanza.
Ma l'architetto non si guardò nemmeno d'attorno, e senza salutarlo disse:
— Quattro parole solamente. Credo avrà riflettuto alla scena di ieri sera che per miracolo non ebbe conseguenze. Tutte queste pagliacciate...
— Non so che voglia dire, — interruppe il giovane fieramente.
— Lei mi capisce benissimo, sono tutte pagliacciate che possono finire malamente. Abbia pazienza, io chiamo le cose col loro nome. Le dimostrazioni, le cospirazioni, le riunioni segrete cogli inni, le bandiere, i giuramenti sono tutta coreografia...
— Oh! — sclamò Guido e non poté proseguire.
Il signor Fontana alzando un poco la voce, terminò pacatamente la frase:
— … tutta coreografia che i furbi e i ciarlatani adoprano per abbindolare i semplici; mi permetta di metterla fra questi ultimi, è il meglio ch'io possa fare. Alla sua età si può credere un momento sul serio di liberare l'Italia con le canzoni, coi cappelli dalle fibbie davanti, con le prediche in chiesa e i fischi in teatro; ma alla mia si ha un po' di esperienza e so dirvi che in quel modo non faremo che renderci ridicoli davanti al mondo intero. Che volete fare? Una rivoluzione? Una rivoluzione di preti e di ballerine! Ritenete bene che l'Italia non farà mai la rivoluzione: non ci sono uomini capaci di sparar uno schioppo e ce ne vorrebbero di molte migliaia.
— Non sono punto del suo avviso... — disse Guido in tono solenne e convinto...
— Non si tratta qui del suo avviso, — replicò con ruvida pacatezza l'architetto, — non ho la menoma voglia di farle dei sermoni, e di convertire uno che conosco appena. Non mi sento, si sarà accorto, alcuna vena di apostolato. Lei si tenga quelle sue preziose opinioni e faccia quel diavolo che vuole, ma a casa sua...
Guido diventò bianco come un cencio lavato.
— Mi permetta di domandarle una cosa, se è la contessa che lo incarica di dirmi queste cose.
— Glie l'ho detto, lei non può negare che non siano giuste, supponga che sia mia moglie o che sia io, come le piace, già è lo stesso...
— Non è lo stesso, — sclamò Guido superbo, esaltato dal proprio ardimento.
L'architetto, a sua volta, perdette un momento la flemma.
— Giovinotto, lei dice una sciocca impertinenza.
Lo sdegno grande che gli bolliva dentro non permise a Guido di rispondere. Il signor Fontana si calmò e proseguì:
— Loro dimenticano troppo i riguardi dovuti a una donna, non si preoccupano minimamente della situazione della signora che con soverchia... fiducia li riceve in casa. Parlo non solamente di lei, ma anche di suo zio: con lui non si può parlar di convenienze, di riguardi, l'hanno da troppo tempo avvezzato a tenersi superiore a questa piccolezza che si chiama la discrezione, a credersi un grand'uomo... Ma con lei, giovinotto, credo che quest'inciampo non ci sia.
— Donna Elodia può dirle ch'io non le ho chiesta l'ospitalità; e che è stata lei ad offrirmela spontaneamente...
— Questo è il suo torto.
— Che non ne ho abusato, anzi ne ho usato il meno possibile; se ora si trova pentita delle sue cortesie, io non ho, glielo dica pure, nessunissima difficoltà di rinunziarvi.
— Alla buon'ora, lei mi ha capito. Sarà bene mettere subito in esecuzione questo divisamento.
Ed uscì, com'era entrato, senza salutarlo.
Allora, rimossa la soggezione, la collera di Guido proruppe. Come aveva potuto tollerare quell'albagia? Se fosse ancora lì quell'uomo! Gli bisognava una vendetta assolutamente. In un momento ebbe fatto il suo piano: avere una spiegazione dalla contessa, certo irritata dell'accaduto, farsi pregare a ritenere lo studio e rimanerci a dispetto del marito, per poi uscirne, dopo qualche giorno, con comodo, di sua volontà, magnanimamente.
Aspettò con impazienza che fosse ora di presentarsi e venne dalla contessa.
Ludovico, tutto cerimonioso, nel condurlo in sala gli manifestò il proprio rincrescimento che lui lasciasse lo studio.
Chi glie l'aveva detto? La cameriera.
— Non uscirò mica subito, — disse Guido.
Il servitore fe' un sorriso malizioso, che lo rese furibondo di non potersi spiegare come voleva.
— Annunziatemi alla contessa.
— Dirò alla cameriera di avvertirla: è di là col signor Fontana e col generale.
Pareva una cosa giurata ch'egli se lo trovasse ancora fra i piedi: quell'uomo gli scompigliava tutti i suoi disegni. Se uscisse? ma non era più in tempo.
Uscivano dal salotto l'architetto Fontana e il generale Oggiono. Questi precedeva scotendo vivamente le spalle, e diceva:
— Fammi un po' il piacere: con tutti i tuoi scrupoli di dignità io ti dico che sei un cattivo marito e un pessimo padre. E cosa ci guadagni? Che sei ridotto a chiedere come un favore quelle misure di prudenza che potresti imporre. Se tu fossi qui quel che hai diritto di essere, cioè il padrone, ti si rispetterebbe, invece per la tua delicatezza ti si trova esigente e molesto.
— È vero, — rispondeva il Fontana a mezza voce, — non c'è che la tirannia per aver ragione con le donne; ma che volete, a questo patto preferisco aver torto.
Essi non avevano visto il giovane, nascosto dall'alta spalliera della poltrona e dall'oscurità.
In quel mentre donna Elodia attraversava la sala per entrare nelle sue camere e gli passò davanti. Lui balzò in piedi istintivamente.
— Lei qui? — disse la contessa; — non l'avevo visto.
L'architetto e il generale si fermarono. Guido sentì che lo guardavano, e allora, con esagerata fierezza, disse le prime parole che gli vennero sulle labbra:
— Contessa, le sue bontà per me le sono cagione di disgusti ch'io non posso tollerare. Sento quindi il dovere di rinunziare alla nobile ospitalità di cui lei mi fu cortese.
— Lei lascia lo studio? — rispose la contessa con leggiero e freddo stupore.
Non sapeva dunque di nulla! Era tutta una prepotenza del marito. Se si potesse fargliela!
Ma Guido aspettò inutilmente che la contessa lo pregasse di rimanere. — Niente, neppure una parola di rincrescimento.
— Sì, — soggiunse, — lascio lo studio e le auguro che gli altri suoi amici abbiano per lei gli stessi riguardi e lo stesso rispetto che ho io.
Fe' un inchino profondo e rizzandosi tosto, uscì impettito senza salutare i due ch'erano rimasti spettatori della scena.
— Mi pare che si meritasse una piccola lezione, — disse il generale al nipote.
— Perché non gliel'ha data? — sclamò indispettita la contessa.
— Dovevo fargli il vanto di uno scandalo? — osservò tristamente l'architetto.