Roberto Sacchetti
Entusiasmi

PARTE SECONDA

III

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III

 

Guido era furibondo; uscendo in istrada incontrò lo zio, che ritornava, passo passo, leggendo; ma l'evitò, perché la serenità di quell'uomo sempre assorto nei suoi pensieri, che viveva senza chieder nulla alla vita, lo irritava maggiormente contro se stesso.

Si ritirò in casa, ma solo non poteva soffrirsi, gli bisognava un compenso della mortificazione avuta, e allora pensò a Desolina a cui da due giorni non si era fatto vedere.

Tornò fuori quasi subito. Sul Corso si imbatté in Rovetta, il quale, afflittissimo, lamentevolmente gli disse:

— Ho una gran paura che per me non ci sia rimedio.

E perché il giovine non capiva:

— Non sapete? Hanno sospeso la mia figliuola. Sono stato per tutto, non mi hanno voluto sentire. Bisognerà lasciare Milano ora che le cose si mettevano tanto bene. Benedetti ragazzi, mi avete rovinato!...

E s'allontanò ciondolando in modo insolito quella sua bella testa maestosa.

Guido, rianimato subitamente, affrettò il passo, ed entrò risoluto in casa della mima. La madre rivolgendogli per la prima volta la parola nell'aprirgli la camera della figliuola, sforzandosi di raddolcire la sua dura pronunzia straniera, gli disse:

Fate coraggio voi a lei, fate coraggio.

Il giovine rispose con un cenno sicuro.

Desolina abbandonata in una poltrona, profondamente abbattuta, quando lo vide venire così franco, si levò di scatto:

— Mi porti una buona nuova tu? Tornerò alla Scala?...

— Non so...

La mima gli lasciò prendere la mano e ricadde nel suo angoscioso stupore.

Lui le disse che era mortificato di non poterle dare la buona nuova che essa desiderava; aveva creduto che la sua compagnia le farebbe piacere, la consolerebbe un poco, perciò era venuto.

Seguì un silenzio penoso: Guido fe' qualche passo su e giù fermandosi di tratto in tratto, come cercasse di parlarle, davanti alla mima, che, seduta sull'orlo della poltrona, il capo chino, le braccia penzoloni, rimaneva immobile. La stanza piccolina era tanto ingombra e disordinata che ci si moveva a stento; egli prese una sedia e sedette vicino a lei.

Desolina! — disse in tono di carezzevole rimprovero, mettendo il viso sopra la spalla della giovine che alzò un momento il capo e gli fe' distratta un breve sorriso.

Capisco, — soggiunse lui aggrottando il ciglio e tirandosi indietro, — , è una cosa spiacevole, ma non è poi la fine del mondo, non è una ragione per... Anch'io ho avuto dei serii disgusti in questi giorni, delle gravi contrarietà, se sapessi!... Eppure, qui, vicino a te, dimentico tutto, il bene di rivederti mi compensa di tutto... E si tratta di ben altro che non una sospensione teatrale, che forse può essere per tuo bene...

Alla mima era ripreso un singhiozzo lento, rotto dalla stanchezza e le dava dei leggeri sussulti.

— Dunque addio, — disse Guido: e s'alzò risoluto, ma rimase ... ritto, impalato.

Desolina prese macchinalmente la mano che lui le porse; poi lo trattenne e gli disse meravigliata:

— Te ne vai?

— Sì, tu non sei d'umore, non mi dài retta! Vedo che ti secco!

Allora finalmente ella si scosse.

— Perché dici codeste sciocchezze? — domandò.

— Perché lo vedo.

— Non vedi nulla, non capisci nulla, non sai compatirmi e mi tormenti...

— Tu non mi guardi nemmeno: son qui da mezz'ora, non m'hai detto una parola.

— T'ascoltavo.

— Non è vero.

Zitto, qui, — gli pigliava il cappello e il mantello, lo buttava sul divano; — siedi , resterai qui a pranzo e staremo allegri.

Ma il suo buon umore non fu che un lampo, si rabbuiò di nuovo. E Guido non sapeva cosa dirle; taceva sforzandosi di dissipare il malcontento che tornava a fermentargli nel cuore.

Poco dopo la mamma, che s'era già seduta a tavola, li chiamò senza muoversi nell'attiguo salotto con uno strillo acuto che terminò in un accesso di tosse.

Desolina si levò e prese con vivacità carezzevole il braccio di Guido.

Vedi, mamma, — disse entrando, — lui non è come gli altri; è tanto buono da farci compagnia.

La vecchia, colla bocca piena, fe' un cenno ossequioso.

Avevano messo la posata del giovine a capo della tavola. Ma lui, rasserenato dalla gentilezza di Desolina, volle levarla di e metterla da una parte, alla sinistra di lei.

Preferisco star qui, — disse a bassa voce, — dove ero la prima sera ch'ebbi la fortuna di venire in questa casa.

A quel ricordo lei contrasse il viso dolorosamente; l'evocazione del suo trionfo, di quella gioia tanto desiderata, tanto insperata, tanto immensa e così presto svanita, l'annientò. Piegò il viso smemorata, rimescolando la minestra senza assaggiarla.

— Ma se fate così... — disse Guido spazientito.

Allora Desolina respinse il piatto e rovesciandosi sulla sedia diede in un pianto dirotto.

Guido chinandosi verso di lei la sgridava e confortava alternando i rimproveri e le tenerezze. Lei gli faceva cenno di tacere, poi alzandosi e appoggiandosi a lui venne a buttarsi sul canapè, nascose il capo fra le mani e seguitò a piangere convulsa.

Anche la vecchia s'era appressata e la guardava istupidita. Desolina se ne avvide e col gesto la persuase a mettersi a tavola.

Beh, io me ne vado, — disse Guido, ma non si mosse e soggiunse: — la disgrazia non è poi tanto grande come pare.

— Ma che mi poteva accader di peggio!... — sclamò finalmente la mima strascicando le parole pei singhiozzi.

— Mi vuoi bene? sì? Ebbene ti poteva accadere di peggio. Poteva accadere che non ci vedessimo più.

E rispondendo ad un suo sguardo interrogativo:

— Sono stato due giorni senza venire, e sai perchè?

— Perché?

— Ho corso un gran pericolo; quel ritrovo ebbe, come ti facevo prevedere, conseguenze gravi.

— Quale ritrovo?

— Non ti ricordi? te n'ho scritto; — disse Guido mortificato, — hai ricevuto il mio biglietto?

Se n'era dimenticata, aveva perduto la testa.

Lui le contò la scena della vigilia, lasciando capire che nemmeno in quel momento si teneva sicuro.

Desolina, senza parlare, raccapricciando un poco, gli strinse la mano.

Vedi, — sclamò Guido rianimandosi subitamente, — un destino ci riunisce nell'avversità e nel pericolo, certo perché noi troviamo l'un nell'altro incoraggiamenti e conforto. Facciamo il patto di lottare insieme, di non dividerci mai, di consacrarci a quella causa cui entrambi abbiamo sacrificato l'agiatezza e la speranza di fortuna. Io sono solo, tu quasi...

La mamma, terminato pacatamente di desinare, s'era ritirata. Guido proseguì:

— Tu non hai nessuno che protegga la tua giovinezza e la tua dignità di donna: vuoi tu lasciare a me questa cura? Dammi il diritto di difenderti...

Parlava tremando e si esaltava.

Lei lo fissò un momento pensierosa, poi un po' sorpresa, ma senza troppa commozione, gli domandò schietta:

— Tu vuoi ch'io ti sposi?

Colpito da quella franchezza, il giovane rimase interdetto.

Ma tosto, vinto dalla passione, la prese per le mani, e per tutta risposta, gliele coperse di baci.

Desolina soggiunse semplicemente:

— Non ci avevo pensato.

— Ti spiacerebbe, — disse Guido tenendole sempre le mani e premendosele al petto, — ti dispiacerebbe di avere costantemente sopra un cuore tutto tuo l'impero che una moltitudine ti ha per qualche momento accordato? Io ti offro umilmente, per sempre, la devozione che con tanti sforzi hai potuto fugacemente conquistare sopra un pubblico distratto e sarà smemorato domani; ti offro un'ammirazione uguale, senza rovesci, senza disinganni. Tu hai avuto un nobile, un grande successo sopra il più famoso teatro del mondo; ma quelli che ti applaudivano l'altra sera furibondi, ignorano adesso che tu sei la vittima del loro entusiasmo, permettono che ti si frodi dell'onore che ti hanno concesso, che ti si allontani da quelle scene dove pure ti hanno dato il trionfo. Ebbene, io vagheggio per te una scena meno rumorosa, dove tu sii sempre adorata, sola adorata. — La mia ammirazione merita la preferenza, — seguitò dopo una pausa; — perch'io non mi sono contentato di trovarti amabile, ma ti ho amata e ti amo più della prima sera che ti vidi, ed ora che tutti ti abbandonano son qui a dirtelo.

— È vero, è vero, — esclamò Desolina intenerita.

Poi volle sapere l'impressione che gli aveva fatta quando la trovò al Caffè, e Guido con la cieca buona fede dell'innamorato le disse, le ripeté le ingenuità più lusinghiere, più entusiastiche, prodigando in esse l'eloquenza della sua giovinezza, buttando ai piedi di quella donna tutta la passione preparata per la donna.

E Desolina l'ascoltava tenendo gli occhi chiusi, colle labbra sorridenti, che di quando in quando si contraevano ancora ad un leggero singhiozzo. Non capiva bene, ma il suono di quelle tenerezze carezzava il suo amor proprio e, nella prostrazione in cui era, addormentava dolcemente la sua pena. Finalmente Guido le domandò:

— Dunque non mi rispondi?

— No, per ora, è una mia idea.

Le chiese con insistenza il perché, non glielo volle dire, solamente aggiunse:

Bada che non ho detto di no.

E lo pregò vivamente di tornare il giorno dopo.

Guido ci venne prima di mezzogiorno: era punto da una curiosità gelosa più forte dell'amor proprio.

La mima non s'era ancora riavuta dall'abbattimento: si vedeva dalla trascuranza della sua toeletta di mattina. Aveva pianto di nuovo e fu sorpresa della puntualità di Guido: non lo aspettava tanto presto.

Ma si rasserenò un poco e gli disse:

— Ah! tu sei venuto per la risposta; ebbene, come vuoi, sei contento? — Gli buttò le braccia al collo e gli porse la fronte che lui baciò con un po' d'esitanza.

Guido le domandò perché non avesse voluto dirgli di sì la sera innanzi.

— Per una mia idea... ieri era venerdì, e sono già abbastanza perseguitata per non buscarmi altre disgrazie.

Era presente la madre.

Gliel'hai detto? — domandò Guido a Desolina.

— Sì.

— E lei...

— E lei è sempre contenta di quel che piace a me.

Desolina tirò a sé sua madre e carezzandole colla piccola mano il viso rugoso esclamava:

Povera mammina!... Povera mammina!...

La vecchia fece a Guido un grazioso sorriso, unico avanzo degli antichi vezzi.

— Voglio che stiamo allegri a dispetto di tutto, — soggiunse la mima, — faremo una gran festa, un gran pranzo, vero Guido?

— Ma... sì... E chi inviteremo?

Sicuro! chi s'ha ad invitare? le mie amiche, Balestra...

Ascolta: al Rovetta glie l'hai detto?

— No.

— Bisogna dirglielo; è tuo padre adottivo e occorre il suo consenso.

Bene, ora che viene glielo diciamo subito.

— Sei sicura che non abbia difficoltà?

Che difficoltà poteva avere?

Guido però non volle aspettare il padrino; preferiva gli parlasse lei da sola.

Uscì, andò in cerca di Gaetano e lo menò a colazione con sé all'osteria di San Romano.

— La stanza del povero verniciatore che è morto è sempre da affittare? — gli domandò. — La piglio io per farvi il mio studio.

Cambi studio?

— Sì... avevi ragione, in quelle case di nobili ci si trova a disagio; la loro liberalità non è che vernice. Poi quel marito che spadroneggia sempre e lo lasciano fare... oh una seccatura che non ti dico! Io non son uomo da voler stare in paradiso a dispetto dei santi. Ho preso una risoluzione, io non ci metto tanto!...

Gaetano trasecolava. Guido soggiunse:

— Anzi dovresti farmi il piacere d'andar tu con un facchino a levar le mie robe: per evitar scene spiacevoli, sai ch'io odio il patetico!

L'amico non volle contraddirgli: approvò la decisione e promise di fargli il piccolo servizio che gli chiedeva.

— Son contento di vederti fuori! — sclamò poi.

— Ed io! figurati, n'avevo fin sopra gli occhi, non mi potevo più soffrire in quella posizione falsa: tanto più ora che...

Sicuro, ora che...

— ... Ho tutt'altri pensieri: prendo moglie.

Gaetano lasciò a metà la parola che aveva incominciata e restò a bocca aperta; passava di meraviglia in meraviglia.

Guido, una volta trovato il verso, terminò la confidenza.

Sposo Desolina.

— La mima?

— Lei... che c'è?...

— Nulla: mi pare strano.

— Che c'è di strano? È una bella e buona ragazza che mi vuol bene: quanto ai pregiudizi, alle borie volgari, tu sai che me n'infischio. Son sicuro del fatto mio e vo' dritto per la mia strada.

Gaetano era ammutolito dallo stupore e Guido gli raccontò della sospensione della mima.

— E per cagion nostra!

Prevenne un'obbiezione che lesse in un gesto dell'amico aggiungendo risoluto:

— E specialmente mia; le dovevo una riparazione e sono felice di dargliela.

Egli saliva, nel concetto di Gaetano, vergognoso del proprio senso comune, ad altezze impreviste, e n'era orgoglioso. Ma dopo una pausa di compiacenza solenne, soggiunse modestamente:

— Ti assicuro che sono felice di dargliela, perché mi vuol bene.

— Ma tu?...

— E anch'io!... E se vedessi, — riprese a dire Guido sinceramente convinto, — se vedessi come mi è riconoscente, com'era commossa quando le dissi le mie intenzioni... piangeva, così angosciata, mi guardava cogli occhi pieni di lagrime, stupita!... Ah! povera Desolina!...

— Insomma, le vuoi bene?

— Sì, come non ne ho mai voluto ad altra donna. E senz'avvedermene, mentre io m'immaginavo d'aver il cuore altrove. Ma lei è così buona, così affettuosa, così degna di stima, così superiore alla sua sorte, alla condizione in cui l'avidità del suo padre adottivo l'ha messa!...

E descrivendo le perfezioni della sua sposa, il discorso lo trascinava, lo ispirava.

Intanto Desolina aveva parlato col padrino, il quale, alla notizia che la figliuola gli diede, fece una brutta smorfia; poi non voleva credere e la fece ripetere.

Parli sul serio? — sclamò poi. — Allora pensiamoci seriamente. Sono il tuo babbo e prima di dare il mio consenso bisogna che m'informi, che ragioniamo un poco, che riflettiamo...

— No, no, — interruppe Desolina infastidita, — informati, ragiona, rifletti tu, non ho bisogno di saperlo. Ma fa presto a deciderti, perché ho promesso a Guido e non posso disdirmi; poverino, ciò gli farebbe troppo dispiacere.

Rovetta pensieroso, costernato, si lisciava i baffi neri, imponenti: gli pareva impossibile.

— Perché vuoi sposare il pittore? — le domandò poi.

— Perché Guido lo desidera e perché ci vogliamo bene.

— Non è mica una ragione per sposarsi, — disse bonariamente il padrino, — non è mica una ragione, figliuola mia benedetta, di mettersi una corda al collo per tutta la vita. Perché un ragazzo vi scalda la fantasia con quattro stornelli, non è necessario di darglisi in balìa anima e corpo, avvenire, tutto; si può essere economi anche in amore, specialmente quando si hanno degli obblighi di riconoscenza. Che ti lui in cambio di tutto questo? dell'amore? Non siete pari fin d'ora? Il pittore, come tutti i suoi colleghi, è povero. Questo non sarebbe il guaio maggiore, — aggiunse a mezza voce come fra sé, — sarà meno esigente; ma scommetto che è geloso, e questo vuol essere un grande impiccio per te che devi vivere in pubblico.

— Tutti gli uomini sono gelosi, — disse Desolina.

— Eh no! — mormorò Rovetta, — però cogli altri è peggio.

Guarda lo Zerbi con Euridice, e lo Spettini e l'amante della Claudia, un tiranno!

— Ma quello lo può ringraziare quando vuole e mandarlo a spasso.

— La Claudia! se s'ammala quando lo vede guardare la sua ombra! Lui che lo sa non ha che a dirle di lasciarla per ridurla docile come un bambino: e allora ella si lascierebbe levar gli orecchini dalle orecchie: e lui le vende fin le corone delle serate.

— Oh lo so, — disse il Rovetta, colpito da una riflessione, — voi altre donne non c'è quanto la paura di perderlo per farvi innamorare di un uomo. Forse hai ragione, il matrimonio tranquillizza meglio.

In conclusione il padrino non disse né sì, né no; quando incontrava qualche difficoltà non si lasciava decidere dalla prima impressione; si faceva consigliare dalla calma, pigliava tempo e non alterava in nulla le sue abitudini che lo aiutavano a ricomporsi.

— Ne riparleremo, — soggiunse, e se ne andò a far la solita partita del pomeriggio al caffè dell'Accademia.

Uscendo disse alla mamma Edvige che l'accompagnò fin sul ripiano:

Brutto affare!

Lei chinò il capo, e Rovetta, risentito, soggiunse sottovoce:

— V'avevo pur detto di tener d'occhio vostra figlia: di abbadare i nostri interessi; perché non mi avete avvertito? Bisognava stare attenta, sgridarla, voi che siete sua madre, impedirle d'impegnarsi con quel povero figliuolo, contrariare quest'amorazzo.

La vecchia levò il viso pieno di sgomento e alzando le braccia:

Contrariare Desolina, e se lei per rabbia pianta me!

Pare che l'argomento fosse decisivo, poiché Rovetta chinò il capo e s'allontanò.

Tornò verso le quattro perfettamente sereno.

Figliola, vengo a pranzare con te per discorrere. Edvige, non vi date pensiero, son passato dall'albergo qui sotto ad ordinare quel che bisogna... Tu hai pianto? — disse guardando Desolina negli occhi, poi, con un po' d'ansietà, le domandò: — c'è qualche guaio? ti sei disputata col tuo...?

— No, ho letto sulla Gazzetta che stasera va in scena il nuovo ballo e m'ha fatto pena il veder data alla Monti quella parte che m'andava tanto bene, e lei non fa che rovinarla.

— Ah, meno male, vedo con piacere che l'amore non ti fa dimenticare l'arte; ricordati che quella è la tua strada e la tua fortuna.

— Sì, intanto eccomene fuori.

— Tu bada a star savia, che a fartici rientrare ci penso io.

Davvero? Quando? C'è probabilità?

Lascia fare a me.

La mima gli saltò sulle ginocchia, gli buttò le braccia al collo e strofinando la fronte sulle sue guancie liscie e tonde, ripeté:

Caro padrino, caro, caro.

Lui le restituiva le carezze con bontà contegnosa, domandandole:

— Mi vuoi bene ancora?

— Più che mai.

— Più che al pittore?

Chissà!

Bene, se lo mettessimo da parte? eh! sarebbe una difficoltà di meno per il tuo pronto ritorno alle scene; se almeno pigliassimo tempo... Egli non è della nostra razza; preferirei quasi vederti sposare un artista di teatro, avrebbe forse minori conseguenze.

La giovane s'era rifatta seria e pensosa: rifletteva.

— Gli ho dato la mia parola, — disse finalmente.

Vedi, sei più innamorata che artista!

— Si può essere l'uno e l'altro, mi pare.

Il padrino le carezzava i capelli malinconicamente.

— A proposito, — riprese Desolina, — l'hai preparato questo tuo consenso? Egli verrà qui fra poco e bisognerà darglielo, contentarlo.

— Come vuoi, — disse il Rovetta facendola sedere a tavola; e, porgendole un piatto di minestra prima di servirsi, chinandosi verso di lei: — Non mi ringrazi nemmeno? Convieni che io non mi sono mai opposto a nessuno dei tuoi desideri. Non saprei come resisterti: non capisco come si possa voler bene senza essere compiacente, e questa è la mia debolezza: ma che farci? è il mio carattere. Quando mi affeziono a qualcuno, il suo piacere diventa il mio. Vedi, ora tu stai facendo una pazzia ed io l'approvo e quasi ne godo perché piace a te. Facciamola adunque, e se gli effetti saranno cattivi li sopporteremo insieme.

Si faceva buono buono e proseguiva paternamente:

— Però rammentati che se cedo la mia autorità su di te, non rinunzio al diritto di aiutarti come ho sempre fatto. Tu sarai sempre e in ogni caso la mia figliola, ed io continuerò ad assicurarti l'avvenire che t'ho preparato. Spero che tu avrai per me un po' di riconoscenza.

Aveva gli occhi umidi, la voce malferma e saltellante per la tenerezza.

Erano alle frutta quando sopraggiunse Guido impaziente e premuroso come non l'avevano mai visto: s'era montata la testa e aspettava la risposta di Rovetta con una trepidazione molto maggiore di quando il giorno innanzi aveva fatto a Desolina la sua dichiarazione.

Caro Della Torre, voi mi sposate la figliola senza che quasi io ne sappia nulla.

— Ebbene? — balbettò il giovane.

— Eh... benedetto da Dio, mi rassegno: lei lo vuole e io non mi oppongo mai ai desideri di Desolina: è la mia debolezza. I padri non sposano le figlie... le allevano per gli altri.

Poi lo prese pel braccio familiarmente, lo tirò in disparte.

— È una cara creatura, mi sono sagrificato sempre e mi sagrifico volentieri, dico la verità, se lo merita: ha un talento e un cuore! è buona e si ricorderà di quel che ho fatto per lei. Sua madre te lo può dire; le ho trovate in uno stato da far paura, malate, morenti; le ho curate, le ho soccorse, ho fatto studiare la piccina; mi è costata più di cento svanziche al mese per molti anni solo in maestri; mi sarei levato il pan di bocca per lei; quando ho dell'affezione son fatto così... — Si asciugava una lagrima e proseguendo: — Merito bene un po' di gratitudine, una qualche ricompensa...

Guido aveva saputo quel che voleva: che consentiva, non lo ascoltava più da un pezzo.

Il Rovetta chiamò Desolina: se li fe' sedere uno per parte, ai due capi del canapè che occupava quasi intieramente da solo.

Voleva essere il loro babbo, ci si sentiva tagliato a questo, non chiedeva che un posticino nella loro felicitàera forse troppo esigente?

Guido rinfrancato da quella facilità disse che voleva far le nozze al più presto, e Desolina approvò. Nessuno fe' parola d'interessi, di convenienze, di necessità materiali.

Ne parlò la sera Gaetano, il quale chiese all'amico se intendeva rivolgersi al padre per avere il fatto suo.

— Mai, — rispose Guido fieramente.

— E come farete?

— Tu non capisci con che felicità, volendoci bene, noi soffriremmo insieme la fame.

No, non capiva affatto; perciò Guido, mortificato nel suo entusiasmo, aggiunse che avrebbe fatto di tutto, anche delle litografie, se fosse necessario. Intanto aveva due commissioni di ritratti che finirebbe a furia e gli darebbero di che fare largamente le spese delle nozze: un seicento lire.

Per la casa aveva trovato due camerette attigue allo studio lasciato dal verniciatore e potevano benissimo bastare per i primi mesi.

Gaetano utilizzò il riposo dell'indomani che era domenica per ritirare le robe dalla casa della contessa. Guido nell'esaminarle s'accorse che gli mancavano quasi tutti i suoi bozzetti.

— Ma non li hai venduti? — domandò Gaetano.

Lui ne aveva visto qualcuno in un negozio di quadri a Porta Romana.

Il negoziante a cui Guido venne a chiedere notizia, confessò d'aver comperato i bozzetti — ma li aveva tutti esitati. — Non tutto il male vien per nuocere; ecco un nuovo orizzonte: Guido non si perdette in querele, offerse al negoziante altri lavori. Poi si procurò dei ritratti, fu un mirabile divampar d'energia.

Le nozze erano fissate per l'ultimo giorno di carnevale e in quelle tre settimane che rimanevano finì i due ritratti e preparò la casa. Per questa non si perdette in minuzie, né l'una né l'altro ci tenevano molto. Desolina non aveva la menoma idea di ciò che sia una vera casa. Quando Guido la condusse nel quartierino diè un'occhiata frettolosa alla camera matrimoniale osservando che occorrevano le cortine senza le quali non poteva dormire, ficcò appena il naso nello studio, non si curò di alcuna delle comodità che sono l'ambizione più viva delle donne casalinghe: la cucina non volle neppur vederla e mortificò un poco Guido dichiarando ingenuamente che già lei non ci avrebbe mai messo piede.

Il Rovetta che l'aveva accompagnata, oltrepassata la soglia, sedette sopra una scranna che era presso l'uscio, e , maestosamente silenzioso, col pomo d'oro della sua mazza fra le labbra, aspettò che avessero fatto il loro giro. Non si stupì della povertà del quartierino, non turbò la serenità di Desolina con alcuna rimostranza.

In quei giorni di preparativi, fu indulgente come un padre trascinato dalla volontà di una figlia prediletta.

La vigilia delle nozze condusse gli sposi da un notaio e costituì a Desolina la dote di diecimila svanziche, delle quali s'impegnò a pagare annualmente la rendita.

Poi la sera regalò alla figlioccia una collana stupenda.

Questa e l'anello che diede Guido furono i soli regali ch'essa ebbe.

Mai nozze della borghesia più sottile furono meno splendide di queste originate dallo strepito di un successo teatrale.

Dopo un pranzo al Marino pagato dal Rovetta, e al quale Gaetano fu il solo invitato, un pranzo orribilmente comune, gli sposi colla madre vennero nel quartierino in via Monforte. Desolina intirizzita batteva i denti, s'era annoiata; ella aveva vagheggiato un banchetto e si sentiva avvilita di quell'abbandono di tutte le conoscenze, che l'una dopo l'altra s'erano schermite dall'accettare l'invito.

L'indomani, all'ora che Gaetano usciva dopo pranzo dall'osteria di S. Romano, trovò sulla porta Guido che l'aspettava e fe' un giretto con lui.

Poi seguitò a venire le altre sere, sempre solo, e si trattenne un po' più. Parlava della sposa, che era buona, cara, adorabile e d'una devozione... s'era perfino messa a far la cucina, lei che non l'aveva mai fatta; insomma era felicissimo quanto si poteva esserlo.

Una volta capitò un po' più presto; Gaetano stava ancora pranzando, si fe' servire qualche cosa anche lui, puramente per fargli compagnia e mangiò con invidiabile appetito.

— Il matrimonio ti fa bene, — disse Gaetano, — adesso pranzi due volte di seguito.

— Già, due volte di seguito: è strano!

Ad un tratto cessò di venire. Dopo due o tre giorni Gaetano andò lui a cercarlo in casa.

La vecchia gli aprì e lo lasciò nel salotto da pranzo dove rimase solo un gran pezzo, nella vicina camera si sentiva il bisbiglio vivace di una disputa; finalmente Guido comparve e gli strinse, con una straordinaria giovialità, la mano, esclamando:

— Oh bravo! bravo!

Disturbo?

— Tutt'altro... figurati!

Lo fe' sedere, gli chiese cosa faceva. Gaetano glielo disse, gli parlò delle proprie commissioni, modestamente come era solito. Guido però era distratto e inquieto: ogni momento si voltava all'uscio della camera.

Poi l'interruppe e chiamò Desolina, la quale di dentro rispose con un oh! tranquillo che non prometteva nulla.

— Dunque?... — disse Guido a Gaetano invitandolo a seguitare. Ma guardava sempre indietro.

Gaetano aveva ripreso il discorso, ma, accortosi che l'amico non gli badava, tacque.

Seguì un silenzio piuttosto lungo. Ad un tratto Guido venne fuori con un: bene! bene! d'approvazione.

Gaetano s'alzò per uscire.

Aspetta; ora viene mia moglie, — gli disse Guido, — è di che si veste.

E s'avviò per chiamarla. Ma Gaetano lo trattenne.

— La vedrò un'altra volta.

Bene, sì, come vuoi, — disse Guido prontamente e lo lasciò uscire.

Tornò parecchie altre volte; doveva aspettare sul ripiano, e dentro si sentiva il tramestìo di una famiglia disturbata da una visita inopportuna, dei mobili che si spostano in fretta, poi Guido veniva ad aprirgli frettoloso, affaccendato. Gaetano sorprendeva involontariamente dei lembi di veste che scappavano in un uscio, una tavola sparecchiata in furia, ancora sparsa di briciole...

Desolina, le rare volte che si lasciava vedere, gli pareva asciutta, di poche parole; sovente, appena era entrato, Guido lo menava nello studio e non gli faceva mai troppe insistenze per trattenerlo. Però tralasciò di venire.

Anche il Rovetta non si faceva più vedere, ma per proposito — perché per lui Desolina era sempre tutta riguardi e carezze.

Due giorni dopo le nozze, avea condotti gli sposi dal notaio per farsi rilasciare ricevuta della prima annata d'interessi sulla dote costituita a Desolina. Nello stesso atto la sposa, debitamente autorizzata, riconosceva con frasi di notarile pietà i benefizi ricevuti dal padrino, le spese da lui fatte per avviarla al teatro e il suo amore paterno calcolato in una somma di parecchie migliaia di lire; prometteva in compenso di cedergli la metà su tutte le scritture teatrali che ella avesse ulteriormente ad accettare.

Guido ascoltò in silenzio e per pura formalità la lettura di quest'atto, che, a suo avviso, non lo riguardava; solamente in ultimo domandò sottovoce al notaio se con esso Desolina s'impegnava a tornare sulle scene. Egli non voleva questo, ma rifuggiva dal dichiararlo apertamente.

Il notaio lo rassicurò dicendo che dipendeva interamente dalla volontà di sua moglie e quindi dalla sua. Guido firmò l'atto.

Di quella settimana, una mattina Guido, uscendo di casa, incontrò il maestro Fàvaro che veniva dal palazzo Fontana e tirava dritto a capo basso senza aver l'aria di vederlo; lui, che prima lo evitava il più che poteva, ebbe il ghiribizzo, di fermarlo. Gli chiese notizie di casa Fontana, non avendo più visto nessuno, neppure lo zio Loredan, a cui aveva annunziato il suo matrimonio. Non c'era nulla di nuovo.

— E Balestra è sempre ?

— Oh quello è scomparso a tempo, — disse Fàvaro, — coi danari di donna Elodia.

Lo informò come costui fosse un intrigante famoso condannato per truffa a Firenze, suo paese; condannato per scrocco in Piemonte e sfrattato a pena finita.

Poi il maestro gli parlò del suo matrimonio improvviso e gli domandò com'era rimasto il Rovetta.

Contentissimo.

Capisco, egli è un uomo che non piglia mai gli ostacoli di fronte.

— Ha senza difficoltà acconsentito.

— Non c'era né da acconsentire, né da proibire. Cos'è lui per la vostra sposa?

Padre adottivo.

— Niente affatto: voleva adottarla, ma occorreva il consenso del padre vero che è vivente e che non si lasciò mai trovare.

Guido e Desolina passarono le prime settimane in un gaio stordimento, senza darsi alcun pensiero dell'avvenire, senza fare alcun progetto, alcun piano di vita, più fuori che in casa; fuori Desolina era espansiva, briosa; faceva con la leggiadra vivacità dei modi rivoltare la gente, e Guido inorgogliva di darle il braccio, di trotterellare per le strade con lei, di mostrarsi con lei nei pubblici ritrovi.

Quand'era bel tempo facevano anche delle scarrozzate fuori delle porte, ma tornavano sempre a pranzare in città, perché lei abborriva le osterie di campagna.

Era una vita tollerabile se avesse potuto durare.

Piccandosi di passare agli occhi della moglie per un uomo positivo capace di guadagnar denaro, le aveva consegnato, subito all'indomani delle nozze, il suo peculio, un povero gruzzolo di alcune centinaia di lire, che a lui parevano chissà cosa. Con quelle Desolina gli aveva comperato delle sottovesti spettacolose come quelle del Rovetta, una grossa catena da orologio, un bottone di brillanti per lo sparato della camicia. Intanto in casa mancavano quasi del necessario: della casa non si curavano né l'uno né l'altra: non se ne servivano che per passarvi qualche ora tra una passeggiata e l'altra. Desolina sempre vestita come per uscire, avviluppata nel suo mantello di pelliccia, si raggomitolava sopra il divano intirizzita, intorpidita, indifferente fino all'ora di tornar fuori. Le tre stanze mal riparate, mal arredate, non avevano alcuno dei comodi indispensabili ad una famiglia qualunque. Ma né lei né Guido se n'accorgevano.

Un giorno che Desolina stava per uscire, la signora Edvige la trattenne per dirle che non c'erano denari per fare il pranzo.

— Ah benedetta! mi sono dimenticata stamane di mandare la donna dal padrino.

Guido intese, restò indietro un momento, e mettendo in mano alla suocera tutto quello che aveva in tasca, le susurrò tra i denti:

— Questo basta per oggi; non mandate da nessuno.

Poi appena fu libero corse dal Rovetta.

— Avete dato del denaro a Desolina voi? — gli domandò bruscamente.

— Sì. Quel che potevo, — rispose l'ex mimo spazzolandosi i capelli ritinti.

— Quel denaro io debbo restituirvelo...

Il Rovetta si voltò vivamente e rimase qualche minuto a guardare stupito. Poi disse tranquillamente:

— Come vuoi, viscere.

Terminò tranquillamente, senza scomporsi; quand'ebbe finito e si fu guardato nello specchio minutamente, cavò dal cassetto della scrivania un piccolo quaderno, tenuto con la cura di uno che fa diligentemente i suoi conti e lo mise sott'occhio al pittore.

— Ecco qua: al 2 di marzo cento svanziche...

Il 2 di marzo, una settimana dopo che Guido e Desolina erano sposati!

— Poi al 29 cinquantaproseguì Rovetta, e cinquanta al 25 di aprile, e settanta al 15 di maggio... C'è altro? aspetta... ah! ecco, venti il giovedì della settimana passata; in tutto duecentonovanta svanziche...

Guido impallidì.

— Ve li renderò... al più presto possibile.

Va bene... con tuo comodo, al mio ritorno, che debbo partire oggi o domani.

Fate un viaggio?

— Sì, un giro per affari.

— E quando tornerete?

— Non so, fra cinque o sei settimane.

— Siamo intesi: al vostro ritorno... — soggiunse Guido ripigliando coraggio.

— Sì, sì... non so se potrò andare a vedere Desolina; salutala tu.

Tornato a casa, Guido domandò alla signora Edvige, che aveva assunto il governo della casa:

— In questi tre mesi non v'ho dato per la casa quattrocento svanziche?

— Sì, quattrocento dodici.

Queste e le duecentonovanta e le cinquecento date prima dal Rovetta e il suo gruzzolo che aveva al giorno delle nozze, tutto era sparito in tre mesi!

L'indomani Desolina mandò dal padrino e rimase spiacevolmente sorpresa di sentire ch'era fuori.

Allora Guido l'informò della partenza del Rovetta.

— M'ero dimenticato di dirtelo.

Al sentire che rimarrebbe lontano qualche mese, Desolina si turbò.

E non aveva lasciato l'indirizzo!

— Come si fa a vivere senza di lui? Come si fa? — sclamava ingenuamente.

— Non basto io? — disse Guido mortificato.

Poverino, — sclamò la moglie con sincera compassione, — come vuoi fare a mantenerci tutti?

Infatti lui si persuase ben presto che era cosa enormemente difficile. S'era procurato delle lezioni, aveva dipinto qualche altro ritratto. Ma tanti venivano e tanti ne andavano. Desolina aveva una candida ignoranza di quel che costi la vita; sapeva soltanto così in nube che ci volevano molti danari e non faceva mica colpa a Guido di non guadagnarne abbastanza. Nel mondo in cui l'avevano allevata non erano i mariti che mantenevano le mogli, era press'a poco il contrario. S'arrabbiava della lontananza del padrino il quale rimase fuori fin verso la fine dell'autunno, nel quale tempo le scrisse due o tre affettuosissime lettere, ma senza darle mai il suo recapito. Ogni volta le parlava delle speranze d'avvenire sulla scena, le accennava qualche progetto ancora vago, le preconizzava sempre prossimo il ritorno e non tornava mai.

Quando Guido lavorava nello studio Desolina si metteva dietro a lui a passeggiare, colle braccia conserte, su e giù lentamente, con un'insistenza così monotona e fastidiosa che lui, nervoso, doveva cercare qualche modo per liberarsene. Essa usciva e andava a passeggiare nella sua camera: tutta la santa giornata quella creatura non sapeva cosa far di se stessa.

Dopo un po' tornava per dirgli con un gemito supplichevole:

Usciamo?

Certe volte Guido serio serio, diceva di no, perché doveva lavorare.

— A che pro? — domandò lei un giorno.

— A buscarci da vivere.

Lei tentennò il capo: non sembrava persuasa.

Venuta l'estate, le lezioni cessarono tutte; gli altri lavori diradarono.

Seguirono dei giorni difficili d'angustie dolorose senza lo sfogo di lamentarsi insieme. Guido s'accorse allora di una cosa: fra lui e Desolina non v'era alcuna intimità di cuore, alcuna affinità di pensiero. Sentiva sempre per lei quella stessa soggezione dei primi tempi, di quando le nascondeva la propria povertà, e quel che più lo faceva soffrire era che la moglie non lo lasciava tranquillo un minuto: aveva bisogno della sua compagnia per occupare l'ozio travaglioso della sua vita: esser sempre insieme e non aver nulla da dirsi! Lei tanto ci si adattava, le bastava non esser sola materialmente, di pensare faceva a meno. Ma lui! L'unico suo sollievo era di poter scappare fuori da solo qualche ora, per correre in qualche luogo deserto a sfogarsi a mezza voce, a illudersi di confidare in qualche modo il suo rovello.

In una di queste rade corse attraverso gli orti, capitò a passare davanti al suo antico studio e al cancello del giardino, che allora, alla fine d'agosto, era tutto ombre fresche e dense. Rimase lungamente con la fronte contro le stecche a divorare cogli occhi quelle delizie, quella pace amorosa che sei mesi prima aveva vagheggiato per sé. Poi lo prese una gran paura di essere veduto: la famiglia non era ancora in campagna; difatti un passo leggero e ineguale s'appressava dal fondo del viale a sinistra. Scappò a precipizio. Aveva pensato qualche volta nelle sue strettezze di ricorrere allo zio, ma il pensiero che lui ne lasciasse trapelar qualcosa con la contessa lo aveva trattenuto. Qualunque cosa avrebbe preferito al farle sapere le sue miserie: a tutto il mondo magari, ma non a lei.

 


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