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IV
Una domenica di settembre, Gaetano, che da parecchi mesi quasi non vedeva più Guido, se lo vide capitar in casa all'improvviso con una cera sbattuta, che supplicava un po' di conforto e di amicizia. Lui ardeva dal desiderio di offrirgli il rifugio del suo cuore; perché da un pezzo aveva tutto indovinato, solo a vederlo camminare qualche volta per le strade col capo chino e gli occhi fissi a terra. Gli agevolò una di quelle confessioni in cui il dolore si abbandona, ma rimane dritto l'amor proprio. Non lo lasciò avvilirsi, lo difese contro di lui bravamente.
Mentre Guido parlava singhiozzando, comparve di fuori alla finestra del cortile Carolina Fàvaro la quale lo salutò e si ritrasse subito arrossendo.
Gaetano si rannuvolò un poco e guardò per qualche minuto distratto alla finestra. Poi ad un tratto si riscosse e pregò Guido di continuare.
Questi scotendo il capo soggiunse:
— Ah mio caro, è una gran responsabilità il matrimonio quando si è poveri!
— Oh sì! — sclamò Gaetano, come se le parole dell'amico avessero risvegliato in lui qualche penosa riflessione.
Gaetano aveva anche lui le sue inquietudini.
Era da qualche settimana promesso con Carolina. Come ciò fosse avvenuto lui non lo sapeva; e non lo rammentava bene neppure il maestro Fàvaro il quale quando gliene chiedevano, ripeteva a se stesso la domanda:
_______________________________________________________________________________________________________________________________ — To', come diamine è avvenuto?
_______________________________________________________________________________________________________________________________Ma la cosa non poteva esser più semplice. Era avvenuto così. Il padre aveva detto cento volte alla figliuola: — Vedi o vuoi stare con me, cuoci la mia minestra, la mangi, — e la figliuola ardeva invece dal desiderio di cuocere la minestra all'uomo ignoto e aspettato. Il maestro terminava il dilemma: — o vuoi maritarti; ma bada che di sacramenti uno basta per le mie povere forze; io penso all'Ordine di tuo fratello; al Matrimonio, se ne hai voglia, pensaci tu.
Carolina ci aveva dunque pensato lei. Ferma nel proposito di riuscire, non era schizzinosa nella scelta: però ebbe fortuna alla prima. Il primo uomo sul quale posò l'occhio, era un bello e bravo figliuolo: Gaetano. Le piacque, gli piacque: anzi a lui non pareva vera una tanta felicità, che una giovane, una signorina come lei, badasse a lui, — cosa tanto enorme, che spesso, in principio, lo sgomentava con delle ombrose diffidenze e lo pungeva con degli acuti sospetti. Era stato cólto all'improvviso dall'ardita franchezza di Carolina fin dai primi giorni in cui era venuto a stare vicino al Fàvaro. Un mese dopo, lui non aveva ancora risolto nulla che nei suoi discorsi lei sottintendeva le più serie risoluzioni.
Man mano che uno scrupolo spuntava in lui, lei lo metteva allegramente da parte. La mattina della domenica, Gaetano rimaneva in casa, si metteva alla finestra; Carolina apriva quella della sua camera. Lei ammanniva il desinare, lo faceva assistere alle sue faccende; lo interrompeva, correva a dare un'occhiata al fornello, a schiumare il manzo; tornava colla tafferia rimondando il riso e diceva;
— Mi chiami dunque signorina o mi dia del lei, se n'ha il coraggio!
Voleva assolutamente che fumasse la pipa, gli porgeva colla molletta la brace per accenderla.
Quando Gaetano s'era voluto fermare, lei lo spinse innanzi.
Un bel dì lui si fe' coraggio, le parlò seriamente, le confidò la sua povera condizione.
— Lo sapevo, — rispose la ragazza, — e poi?...
E poi, lui voleva aggiungere che gli era assolutamente impossibile il pigliar moglie; aveva deliberato di sciogliersi da ogni impegno. Ma Carolina non comprese: l'invitò a venire in casa: Gaetano ci andò, la trovò col padre, informato appuntino, il quale gli tenne questo discorso:
— Lei sta bene, anch'io, grazie. Felice di conoscerla, imparerò a stimarla. Veniamo all'argomento. Carolina non ha nulla, ma in compenso non ha neppure pretese. Dunque, ragazzo, cerimonie da banda e qua la mano.
— E quando volete che facciamo le nozze? Presto, si capisce. Gli innamorati amano le cose spiccie, ed anch'io; dunque quando volete: un po' di corredo è presto messo assieme, poco, pochino, badate...
Il giovane ebbe un momento di resistenza.
— Ma io non sono pronto, — balbettò...
— Come? — sclamò il maestro, — cosa mi raccontava Carolina! Non è vero dunque che le volete bene, che volete sposarla? Che siete dunque venuto a far qui?
— Lei sa quel che sono.
— Sicuro, mi hanno detto che sei un bravo ragazzo laborioso...
— Ma povero...
— E che importa?...
— Ma non ho casa, non ho mobili ora.
— Non hai una camera? basta quella; vuoi un appartamento?
— Perché vuoi che non si adatti? Le donne son fatte apposta per adattarsi. L'uomo condizion che gli giova, donna la sorte che trova.
— Tu mi dài nel sentimentalismo serio, nel dramma serio. Tu leggi per caso i romanzi che illustri? dove tutte le donne son principesse del sangue? Ai miei tempi tutte ste parabole non si usavano, si pigliavano le cose pel manico; quando ero giovine, non m'è mai venuto in mente di queste malinconie. La mia Aurelia era di buona famiglia, io suonavo il violino nell'orchestra del Mosè a Venezia, avevo due lire per sera; quando ci siamo sposati, ho comprato da un rigattiere il letto, due sedie, un canterano — li ho pagati poi...
In conclusione, Gaetano, venuto per ritirare la sua mezza parola, l'aveva data intera, ed era uscito sposo promesso.
Una volta saltato il fosso, egli non era uomo da tirarsi indietro. L'indomani, appena ebbe il coraggio di chiedere un sei mesi per procurarsi lo stretto necessario; e rimase fissato, che il matrimonio si celebrasse al principio dell'anno seguente.
Se ora vi rifletteva, non si conosceva; più stupiva della propria temerità.
Gaetano si rammentò che Guido non era venuto per sentire le malinconie altrui; tenne per sé i propri sopraccapi, gli parlò de' suoi.
Persistè perché accettasse qualche commissione di litografie — avrebbe pensato lui a procurargliene.
Passarono alcuni giorni che non si videro; poi una mattina, verso la fine della settimana, Gaetano capitò in casa dell'amico e gli raccontò la grande dimostrazione fatta la sera innanzi al nuovo arcivescovo Romilli, in cui s'era gridato viva Pio IX! Guido non ne sapeva nulla. Ai tumulti che seguirono per tre sere, provocati perfidamente e repressi ferocemente dalla polizia, Guido non prese parte alcuna: al racconto che Gaetano gliene faceva, qualche lampo di sdegno patriottico gli accendeva il viso, ma subito se ne scordava tutto assorto com'era nella lotta domestica che con la ineguale energia dell'artista andava sostenendo contro le dure necessità della vita reale. La sua indifferenza alle gravi sciagure di quei giorni impensieriva Gaetano: tornata la quiete, lui gli fe' avere le promesse commissioni di litografie. Ma a che serviva questo? Guido s'era deplorevolmente indebitato con tutti i bottegai del vicinato. Le strettezze si mutarono nel bisogno reale.
Desolina fu molto sorpresa un giorno quando sentì a dire che non c'era caffè da darle e più ancora che non c'era carne da fare il desinare: i bottegai ricusavano credito. Essa non si lamentò con Guido, non pretendeva nulla da lui: se la pigliò coi bottegai, col destino che non insegnava loro la creanza.
Guido, profondamente umiliato, uscì di casa col proposito di chiedere un piccolo prestito a Gaetano; ma non seppe vincere la vergogna e non osò neppure farsi vedere dall'amico, per timore che gli leggesse in volto il suo bisogno.
Digiuno dalla mattina, passò la sera girellando, sfogando la sua pena in sospiri e in lagrime.
Tornato a casa tardi, trovò nel salottino la tavola apparecchiata e carica di ghiottonerie.
Desolina era già a letto, si svegliò e gli disse:
— T'ho aspettato; perché non sei venuto? Adesso tutto è freddo, peccato! Hai cenato? No? Mangia dunque.
Lei aveva cenato.
Guido non osò chiederle spiegazioni. La suocera gli disse che Desolina era stata da un'amica a farsi imprestare qualche denaro.
Lui non toccò nulla; mangiò del pane avanzato la mattina.
Coll'avvicinarsi dell'inverno ricominciarono le commissioni: Guido fece alcuni ritratti: le angustie di quel giorno non si ripeterono più, ma le molestie continuarono. Guido non era capace di regolare la casa: appena aveva riscosso qualche denaro, correva a consegnarlo alle donne: e tosto le spese lo divoravano.
Un giorno Guido, esasperato, si lamentò della propria famiglia, del credito ch'egli aveva verso suo padre.
— Fatti pagare, — disse Desolina.
Guido non rispose altrimenti che con un gesto di invincibile ripugnanza.
— Poverino! — sclamò poi Desolina colla madre, — lui non saprà mai far valere le proprie ragioni.
Qualche giorno dopo, una mattina per tempo, Guido si stava vestendo nel salotto, entrò Martino col cappello in testa e la cera scura scura; depose sulla tavola un involtino.
— Sono trecento lire che ti manda il papà per gl'interessi delle tue settemila lire — disse; — non c'era bisogno di fare scrivere da tua moglie; non è da uomo mettere in mezzo le donne negli affari.
E, senza aspettare risposta, se ne andò.
Guido era tanto sbalordito dalla sorpresa che non aveva potuto pronunziare parola; prese con impeto il denaro e voleva correre dietro al fratello. Ma, accortosi della presenza di Desolina, si trattenne e, quasi per giustificare il suo atto, diede a lei l'involtino.
Da quel giorno non passò più per la via di San Romano, per non farsi vedere dalla famiglia.
Verso la metà d'ottobre, un giorno Desolina, che era uscita colla madre, indugiò oltre l'ora della cena; poi comparve tutta giuliva; e, senza entrare in camera, svestendosi nel salotto:
— Ho trovato il padrino, — disse, — e non s'è dimenticato di me; anzi ha sempre le migliori intenzioni.
— Quali intenzioni? — domandò Guido.
— Mi ha trovato una scrittura.
Guido, sorpreso, si fe' rosso rosso, ma chinò il viso sul piatto e tacque,
Desolina a tavola non parlò d'altro che delle sue nuove speranze. Si trattava d'andare a Parma come prima mima assoluta.
— Ci verrai anche tu?
— No, — disse Guido bruscamente.
— No davvero?
— No davvero.
— Andrò col padrino e con la mamma, — disse Desolina punta dal suo rifiuto.
Per tutta la sera Guido non disse una parola. Desolina si ritirò di buon'ora e lui l'intese, che mentre si spogliava, discorreva colla mamma del suo progetto. Lasciò che la signora Edvige uscisse dalla camera e la moglie fosse coricata, poi entrò, si chinò sul letto, le prese una mano e carezzandola le disse:
— Se mi vuoi bene, rinunzia alla scrittura di Parma.
— Perché?
— Perché l'idea di vederti tornare sulle scene mi fa male.
— Come si fa a vivere? — domandò seriamente Desolina.
— A questo lascia che ci pensi io.
Lei lo guardò con ingenua incredulità senza ombra di cattiveria: ma a Guido quella sfiducia che pareva tanto profonda quant'era tranquilla, fe' l'effetto d'un ferro rovente.
Balzò in piedi esclamando:
— Sai che debbo dirti? che non hai per me nessuna confidenza, nessuna stima, nessun rispetto, nessun riguardo: che fai tutto senza consultarmi, che mi lascieresti domani senza alcun rincrescimento.
Desolina, stupitissima, lo seguiva cogli occhi spalancati.
Ad un tratto Guido si ravvide; a quel primo impeto seguì una crisi di tenerezza, e, vergognoso della violenza delle sue parole, si appressò al letto, chinò il viso sopra quello della moglie, mormorando con voce di pianto:
— Perdona, codesto tuo progetto mi fa perdere la testa.
Lei non parlò neppure allora, non respinse le sue carezze, non rispose: aveva chiuso gli occhi e pareva che dormisse.
Più tardi nella notte Guido, che era riuscito, dopo un penoso fantasticare, a pigliar sonno, si destò subitamente e al lume che lei teneva sempre acceso, vide Desolina che, sollevata sul gomito, lo guardava fiso e pareva immersa in una meditazione profonda. Un brivido involontario gli corse per le membra: non si mosse, rimase là, colle palpebre appena socchiuse, sotto il fascino di quello sguardo, onde scaturivano tristi e paurosi presentimenti.
Nei dì seguenti lei non gli parlò più della proposta del Rovetta, e anche lui poté per un po' mantenere il proposito di non ritornare sull'argomento, che, del resto, si lusingava fosse messo da parte. Ma finalmente ci cascò.
Fe' peritoso qualche cenno scherzevole, sperando che la moglie lo rassicurasse. Ma lei non la prese per quel verso: alle facezie di lui oppose la maggior serietà e un silenzio ostinato.
Allora Guido si stizzì. Se tornando a casa la trovava seduta sul divano impensierita, col viso scuro, non poteva risolversi a starsene queto: bisognava che le si mettesse intorno, prima colle domande, poi colle preghiere, con gli scongiuri. Finiva col montare in collera: le scene si ripetevano ogni giorno mano mano più violente.
A tavola, egli cominciava col servire la moglie con una premura insistente, molesta, e com'ella non era pronta subito a corrispondere alle sue attenzioni, le domandava dieci volte di seguito:
— Ma che c'è? cos'hai? — Poi dopo qualche minuto in cui egli mangiava rabbiosamente, scoppiava in lamenti.
Bisognava esser senza cuore, brontolava, a fargli trovare ogni giorno quel piatto di cattiva cera, a lui che aveva già tanti sopraccapi.
S'andava così irritando da sé e finiva col buttare il tovagliuolo nel piatto e scappare nello studio a smaltire l'amarezza che gli riempiva l'anima.
Un giorno ch'era più cruccioso del solito, avendole rimproverato di non aver confidenza in lui:
— Che debbo dire, — rispose Desolina, — che debbo dire a un uomo come te che non ha giudizio?
Guido, non avvezzo a trovare aperta resistenza, fu sorpreso da questa improvvisa rivolta. Desolina soggiunse:
— Bisogna pur ch'io faccia senza dirti nulla.
— E cosa hai fatto?
— Quel ch'era necessario.
— Quel ch'era necessario? — ripeté sbalordito Guido fissandola torvamente, — quel ch'era necessario! Cosa significa questo?
Guido rovesciò con un gesto furioso la zuppiera, la bottiglia e quanto gli venne sottomano: il vino zampillò nel piatto e sul viso della suocera che in mezzo a tanta burrasca mangiava colla sua solita rassegnazione.
Desolina lasciò la tavola mormorando:
Guido non vedeva più lume; fuggì dalla stanza, ma ci tornò subito; aveva bisogno di trovare una scusa alla sua collera nella resistenza di Desolina. Le rimproverò la sua indifferenza, il suo egoismo, l'accusò della propria violenza. Poi poco a poco dalla sua collera sprizzava un dolore acuto, inconsolabile.
Desolina s'era buttata sopra una sedia, e, cogli occhi bassi, mormorava come parlasse tra sé:
— Ah! l'avevo previsto, patire ogni sorta di privazioni, vivere ai cenni di un uomo che ci maltratta! Ebbene questo non lo volevo credere.
La sua voce esprimeva più dispetto che risentimento.
Guido, commosso, già si pentiva, le si buttava ai piedi, le chiedeva perdono.
— A che serve? — diceva Desolina sfiduciata. — Un'altra volta tornerai a far lo stesso e peggio. Siete tutti così voi uomini.
Lui aveva assolutamente bisogno di una pronta riconciliazione; Desolina non si lasciò smuovere.
Verso la fine del mese di ottobre la mima se n'andò a Parma colla madre senza avvertirne Guido. La notizia della sua partenza egli l'ebbe dalla serva, improvvisamente, tutt'in un colpo, mentre tornava a casa per cenare.
L'indomani corse a domandare un passaporto per Parma, che gli fu negato: l'impiegato cui si rivolse, prima di dargli risposta conferì lungamente a bassa voce col capo ufficio e a Guido parve di sentire pronunziare il nome di Rovetta.
Allora corse dal padrino e seppe che era partito anche lui.
Fece quindi i più stravaganti e disperati propositi e finì col non farne nulla.
Cadde in un'apatia profonda, dalla quale non poterono riscuoterlo nemmeno le amichevoli premure di Gaetano, da cui era corso a lamentarsi della propria disgrazia.
Intanto scoppiavano intorno a lui avvenimenti gravissimi. La popolazione milanese protestava contro il Governo astenendosi dal tabacco, e la guarnigione e la polizia rispondevano con provocazioni violente.
Guido, dimentico di tutto quel suo fervore di cospirazioni patriottiche per via del quale aveva compromesso tutta la sua esistenza, uscendo di casa una sera, sul principio di gennaio, s'avviava verso il ponte di S. Romano. Un vecchio curvo camminava davanti a lui; alla cantonata di casa Cicogna fu fermato da due soldati che, mettendogli alla bocca un mozzicone di sigaro, gli gridarono:
Il vecchio, avendo respinto colla mano il gesto ingiurioso, gli si buttarono addosso, lo rovesciarono a terra e cominciarono a pestarlo rabbiosamente.
Guido si slanciò in suo aiuto, e afferrato alla vita quello dei due che gli capitò primo nelle mani, lo buttò contro il muro. Ma l'altro, lasciato il vecchio, sfoderata la daga, gli vibrava alla schiena un colpo furioso. Il ferro, lacerandogli il fianco, scivolò sull'anca e venne a spuntarsi contro lo zoccolo di pietra del palazzo. Guido, rivoltandosi subitamente, riuscì ad afferrare l'aggressore. In questo una compagnia di muratori venivano dal ponte e accorrevano in suo soccorso.
I soldati, visto il pericolo, se la diedero a gambe e si rifugiarono nel palazzo del Governo.
I sopravvenuti rialzarono il vecchio malconcio.
— Presto, presto, è mezzo morto; dove si porta?
Si udiva in fondo a Monforte un rumore che non prometteva nulla di buono: la sentinella del palazzo del Governo aveva dato due volte l'allarme, riparando nel portone.
— Portatelo in casa mia, venite, — disse Guido, avviandosi innanzi per indicare loro la sua porta.
Ma egli barcollava, e fatti alcuni passi cadde stramazzoni. Non s'era accorto prima d'essere ferito. Lo presero anche lui, e, senza altri inconvenienti, li portarono entrambi nel quartierino del pittore: misero questo nel suo letto e il vecchio in quello che prima serviva alla vecchia signora Edvige.
Guido mandò ad avvertire Gaetano, e questi venne con un medico, un giovane suo conoscente, persona sicurissima. Esaminati i due feriti, il medico promise bene dello stato di Guido, ma dichiarò aggravatissimo l'altro.
Nella notte il povero vecchio andò peggiorando rapidamente; chiese che prima di morire si chiamasse il signor Fontana e un prete. L'ingegnere per fortuna era a Milano, e venne subito la notte stessa. Per andare dal vecchio dovette passare per la camera di Guido, e, vedutolo, lo salutò, Si trattenne più di due ore col morente, ch'era un suo antico operaio, capo mastro della casa di donna Elodia. Uscendo si appressò al capezzale di Guido e assicuratosi con riguardo che questi fosse sveglio, gli stese la mano e gli disse con voce malferma:
— Vi ringrazio di quanto avete fatto per il mio povero Pietro.
Era più difficile il far venire un prete, senza destare sospetti nella polizia che perquisiva tutte le case dove erano feriti, arrestandone i parenti e gli amici. Eppure il vecchio insisteva a chiederlo con voce fioca e lamentevole che straziava le viscere.
Gaetano allora pensò di far venire don Celestino, il fratello di Carolina, che da poco aveva ricevuto gli ordini. Andò egli stesso a prenderlo.
Quando lo condusse nella camera del moribondo c'era molta gente: alcuni imprecavano; Ambrosino, il figlio, piangeva. Qualcuno, mentre egli entrava, pronunziò il nome di don Celestino; poi si fece silenzio; tutti uscirono lasciandolo solo col moribondo.
Il pover'uomo aveva il petto rotto e conservava appena un filo di voce. Dopo averlo confessato, il giovane prete lo esortava a perdonare i suoi uccisori.
— Li perdono, — rispondeva il vecchio, — non li conosco; ma spero che il Signore castigherà chi li comanda e commette delle iniquità senza alcun motivo.
Don Celestino lo assolse e aggiunse con impeto:
— Sì, sì, li castigherà.
Quando tornò la sera, il vecchio era spirato.
Gaetano gli fece lume giù per le scale e lui lo salutò ringraziandolo, e stava per uscire in istrada, quando si sentì prendere pel braccio e ributtare nell'andito. Riconobbe la voce di suo padre, che gli disse piano:
— Aspetta qui, non ti muovere.
Il maestro uscì di nuovo; don Celestino l'intese che parlava sottovoce con qualcuno: poi tornò a prenderlo e mentre lo riconduceva a casa a braccio gli domandò tremando:
— Sono stato a visitare un moribondo.
— Un ferito? Dio ti scampi da un'altra imprudenza di quella sorte.
La ferita di Guido, benché non grave, lo tenne lungamente inchiodato in camera. La convalescenza tirò innanzi per quasi tre mesi.
Veniva Gaetano, sempre che poteva, a tenergli compagnia, e malgrado l'avvertimento del padre veniva anche don Celestino con la sorella.
Gaetano e Carolina tornavano poi la sera insieme quando il maestro Fàvaro era in teatro. Si ritenevano per sposi promessi, ma avevano dovuto differire ancora il giorno delle nozze per una disgrazia ch'era loro sopravvenuta.
A Gaetano era morta a Gallarate, improvvisamente, la sorella, l'unica che gli restasse della famiglia. Il primo dell'anno, una domenica, avendo passata la sera innanzi cogli amici e fatto tardi, si era indugiato in letto, ed ebbe rotto il sonno della mattina da un forte picchio all'uscio.
Era il cavallaro di Gallarate, il quale, quando gli ebbe aperto, depose nella camera un grosso fagotto. Costui gli faceva le commissioni della sorella, e giusto la settimana innanzi, la vigilia di Natale, gli aveva portata una focaccia con un cappone.
— Uhi! — aveva esclamato Gaetano ricacciandosi in furia tra le lenzuola, — quanta abbondanza quest'anno! Anche la strenna mi manda la Beppa?
Ma il cavallaro era uscito, e poco dopo tornò tenendo per mano due ragazzetti tanto imbacuccati che sembravano due batuffoli di cenci. Poi gli raccontò che la Beppa, caduta da una scala, era morta in poche ore il giorno innanzi; la povera donna, vedova da un paio d'anni, lavorava in una filanda; essa lasciava le sue creature, un maschio di quattro anni e una femmina di tre, alla carità del fratello, e, morendo, glieli raccomandava.
Il cavallaro spinse i due fantolini alla proda del letto ed uscì.
Gaetano fu a terra d'un balzo. I poverini erano come due ghiacciuoli; li spogliò, li pose l'uno appresso all'altro al suo posto ancora tepido, e stette a guardarli finché, di lì a poco, s'addormentarono.
Compiuto questo primo atto della sua nuova paternità, il suo pensiero corse a Carolina.
Andò allora da lei a raccontarle la sua disgrazia, a dirle il grave carico cascatogli sulle braccia, a farle capire la necessità di nuove riflessioni...
Che! non lo lasciò neppure finire. Appena le ebbe parlato dei nipotini:
— Fa vedere, fa vedere, — esclamò.
E bisognò contentarla subito subito e mostrarglieli.
Così Carolina entrò per la prima volta nella camera di Gaetano.
I bambini dormivano: essa si curvò sul letto, e non poté tenersi dal baciarli.
Si svegliarono,
— Ehi, passerini, sapete chi son io?
Il più grande fe' cenno di no.
— Sarò la vostra mammina.
— Orsù, volete dormire ancora o venire a prendere un dolce?
Si consultarono seriamente coll'occhio l'un l'altro, poi si decisero per il dolce.
Essa li rivestì, e se li portò via l'uno in collo, l'altro per mano, dicendo a Gaetano:
Gaetano, che doveva fare? tenne le sue riflessioni per sé.
L'indomani i ragazzi non volevano staccarsi più dalle gonne di Carolina e la chiamavano «mammina» con moine tanto graziose che la Beppa, a vederli, se ne sarebbe ingelosita.
La povera donna poteva dormire tranquilla nella sua fossa: il posto era preso ed anche il suo titolo.
Carolina aveva un gran da fare per il fratello prete, a cui la tirannica predilezione del padre non permetteva si lasciasse formulare un desiderio; pure trovava tempo di lavarli, que' piccini, pettinarli, vestirli e rivestirli dieci volte al giorno. Li custodiva mentre Gaetano stava, alla stamperia dove lavorava; alle sei egli veniva a prenderseli; ella avrebbe voluto tenerseli con sé anche la notte e se ne separava sempre mal volentieri.
Ogni sera una piccola disputa tra lei e Gaetano.
— Fossi almeno buono a qualche cosa! — gli diceva: — scommetto che, se si svegliano, tu non li senti nemmeno. E l'è una vera crudeltà, poveri angioli, portarli al freddo, in quella spelonca di ladri: mentre qui starebbero bene, al calduccio: nella bambagia. Sei pure il grande ostinato!...
Gaetano rideva del rabbuffo, gongolava delle sue premure, ma teneva fermo per riguardo all'ultima volontà della sorella.
Allora Carolina si corrucciava sempre un poco, glieli spingeva tra i piedi.
— Portateli via, va... e schiavo.
Ella non li avrebbe più toccati con un dito, venisse a pregarnela in ginocchio, — guarda.
I piccini facevano il greppo e si davano a frignare.
E Carolina, intenerita, si buttava loro addosso e li mangiava di baci, li sciupava colle carezze.
Ah! cuoricini belli, forse che l'aveva con loro, con loro, innocenza di paradiso? ma no, con lo zio orso, solo con lui.
Lasciassero fare, essa sarebbe presto venuta a stare con loro.
— Ah! — sclamava, — avete un gran bisogno ch'io diventi la vostra mammina davvero!
Ecco una seria ragione di affrettare le nozze.
Tuttavia Gaetano aveva voluto, a costo di far borbottare il maestro, differire le nozze fino a Pasqua.
La loro compagnia sollevava un po' Guido: particolarmente gli era gradita la conversazione di don Celestino; avevano un punto comune, una grande timidezza nella vita e una inconscia infrenabile temerità di aspirazioni. Il pittore e il patriota, stimolato dagli ideali austeri ed ingenui del prete, si ribellava alle codardie dell'innamorato.
Passavano insieme delle mezze giornate nello studio; Guido inchiodato nella poltrona buttava giù qualche pennellata, e don Celestino, al suo fianco, leggeva i libri di Gioberti. Uno sguardo azzurro lucente lampeggiava di tratto in tratto in quel viso affilato e macilento di rachitico: alzava repentinamente la fronte e fissava l'occhio nel vuoto come contemplasse il pensiero incorporeo.
A poco a poco nell'animo di Guido germogliava una nuova primavera morale, il suo sentimento si liberava dalle forme in cui l'aveva successivamente ravvolto.
Ma poi tutto quel fermento morale si sviò nuovamente. Verso la metà di febbraio Guido cominciò a reggersi in piedi; una mattina sentì all'uscio un fruscìo particolare, minuto e frettoloso che lo rimescolò tutto. Aprì e vide Desolina.
La mima, ravvolta in una magnifica pelliccia nuova, entrò franca e risoluta. La madre sempre sordida e tremolante la seguiva.
Guido s'era lasciato andare sopra una sedia e la guardava abbagliato.
— Sono stato malato, ferito, — rispose con voce lamentevole.
— Fossi venuto con me a Parma, non ti sarebbe accaduto, — soggiunse Desolina senza durezza.
Gli domandò se stava meglio, e se ne rallegrò. Poi, senza affettazione, riprese possesso della casa.
A Guido non passò in quel momento neppure per il capo di resisterle, di farle dei rimproveri.
Era troppo felice che Desolina fosse tornata.
Si risentì dopo, ma il timore che lei gli sfuggisse ancora lo trattenne.
Desolina poté fare di lui quel che volle; essa ricuperò tutta la sua libertà senza sforzo, senza contesa.
La sua presenza fe' cessare le visite di don Celestino e degli altri amici.