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V
Un grosso nuvolone venne in quei giorni a rabbuiare gli amori di Gaetano e Carolina.
Carolina era gaia come una passera, cui ogni pianta par buona per farvi il nido.
In sua compagnia, Gaetano si sentiva forte, sereno; nella giovialità limpida di lei l'avvenire gli appariva tutto luce e buon umore; ma da solo, ricascava nelle malinconie e nelle inquietudini.
Quella fretta del Fàvaro, più ci pensava, meno lo persuadeva. Ci fosse un qualche imbroglio?
E si dava ad investigare la condotta passata di Carolina, a scrutare le sue abitudini; preparava, congegnava faticosamente una quantità di trabocchetti alla sua ingenuità, si affacciava alla finestra, dove, malgrado la nuova confidenza, continuavano i loro ritrovi armato di mille insidie; e una risata, una franca parola della giovinetta gli sfondava, rovesciava, spuntava ogni cosa.
Poi vinto, sconfitto, si ritraeva, tornava a macchinare daccapo.
Cercava quali fossero state le sue conoscenze. Dei diciott'anni di Carolina, appena alcuni mesi gli appartenevano! prima essa aveva certo riso e parlato, — e con chi? come? Perché non si nasce all'amore come si nasce alla vita?
Il maestro Fàvaro abitava là da oltre dieci anni: e la casa non aveva portinaio; il quartierino di tre stanze a terreno si apriva nel vicolo S. Carlo.
Non c'erano altri vicini che lui; il cortiletto era chiuso a sinistra da un muro cieco, e rimpetto dal magazzino dove il padrone di casa, il signor Della Torre, teneva il fondo della sua mercanzia.
Gaetano, dopo aver istruito con inesorabile serenità il processo contro la propria passione, e contrastatole palmo a palmo accanitamente il terreno, si trovava disarmato, si riconosceva irragionevole, assurdo, e si dava dell'imbecille ad alta voce vigorosamente, ed era felice.
Si abbandonava alla corrente, la quale lo trasportava dolcemente verso il giorno della contentezza favolosa, incredibile e sommamente desiderata.
Avanti! c'erano altri ostacoli da superare? si chiudono gli occhi e si saltano a piè pari.
Il giorno di Pasqua, il gran giorno, alla fine sarebbe venuto. Dopo si sarebbe visto.
Si sorridevano, e l'avvenire sorrideva loro sereno, luminoso.
Solitamente, dopo cena, addormentati i bambini, Gaetano tornava dai Fàvaro.
Don Celestino si ritirava presto nella sua camera; il maestro era sempre fuori e rientrava tardissimo.
Carolina era sola: Gaetano passava con lei un paio d'ore a discorrere in santa pace: era questa la dolcezza della sua giornata.
Ma una sera verso la fine del carnevale Carolina aveva il mal di capo, e lo congedò più presto del solito.
Gaetano si ritirò di malumore e sopra pensiero. Non sapeva perché, ma il fare di Carolina non gli era parso naturale: aveva notato in lei delle distrazioni, un'inquietudine!...
L'indomani ella gli disse che il suo malessere persisteva; egli allora voleva chiamare un medico; ma Carolina gli diè sulla voce, non era nulla, solo aveva bisogno di un po' di riposo, di coricarsi presto...
Gaetano non chiuse occhio in tutta la notte, mulinando le cose più strane del mondo.
Non si poteva levar dal capo che la indisposizione di Carolina non fosse che un pretesto per mandarlo via.
La stèssa scena si ripeté la terza sera.
Carolina negò daccapo, si stizzì, poi parve pentirsi, e gli si mostrò più tenera ed affettuosa del solito: e daccapo finì colla storia dell'andare a letto di buon'ora, gliel'aveva consigliato il medico.
— Qual medico?
— Un medico... che aveva trovato dallo speziale.
Gaetano non insisté, ma si trattenne.
Carolina gli pareva sulle spine.
E perciò s'impuntava a rimanere.
Verso le nove gli parve sentir rumore nel corridoio. Carolina non si mosse.
— Hanno aperto l'uscio di strada, — le disse Gaetano.
— No, — rispose lei, ed arrossì e stornò il viso.
Ma dopo un po' s'alzò, uscì dal salotto: ritornò agitata e non sedette più, e non parlò più.
Si vedeva che egli le dava soggezione.
Gaetano alla fine non resse più, e ruppe il ghiaccio.
La prese per le due mani, — tremava, — se la tirò davanti, l'obbligò a guardarlo in faccia e le disse:
— Di' la verità, vuoi che me ne vada?
— No, no... per me no...
— Per te... per chi dunque?
— Sai, il babbo mi sgridasse!...
— Ah! non m'hai detto le cento volte ch'egli sapeva ch'io ci venivo e che era contento?...
Era verissimo; Carolina si confondeva.
— Sì, lui era contento... cioè...
Gaetano le lasciò andare le mani.
— Ma, sai, la gente sparla... si comincia a sospettare.
— Già, si comincia a sospettare, — disse Gaetano; e le fissava gli occhi in volto. — Contentiamo dunque la gente: — e s'alzò per uscire.
Aveva preso una decisione: Carolina lo accompagnò fin sull'uscio; nel salotto gli posò una mano sulla spalla:
— Figurati!...
— Pensa che fra due mesi staremo sempre insieme.
Egli stette in orecchi: non sentì rumore di passi nel corridoio.
Si scostò un poco e si fermò di nuovo.
Allora intese la porta riaprirsi piano piano.
Aveva una gran voglia di tornare indietro e di affrontare Carolina faccia a faccia. Ma si contenne; fe' mostra di nulla, trasse la pipa, l'accese, poi si allontanò fischiettando, con qual cuore lo si può pensare, uscì dal vicolo e si appostò in via Monforte. C'era neve in terra, e si vedeva una pedata che andava fino all'uscio del Fàvaro; qualcuno era entrato.
Non aspettò molto. Un uomo, intabarrato, venne fuori dal vicoletto e si avviò sul Corso.
Lo sconosciuto venne in piazza del Duomo, andò rasentando il portico dei Figini, entrò in piazza dei Mercanti, ne uscì per il vôlto del Cordusio, proseguì per il Broletto, svoltò pei Meravigli, sbucò sul corso di Porta Vercellina, l'attraversò in via Brisa nel palazzo del maresciallo.
Lo sconosciuto non abitava là, poiché, poco dopo, venne fuori ancora, tornò sul corso di Porta Vercellina.
Gaetano l'aveva preceduto; arrivato al forno sull'angolo dei Meravigli, rallentò il passo, se lo lasciò passare innanzi, e, al lume che usciva dalla bottega, poté vederlo ben in faccia; poi lo pedinò fino ad una porticina in S. Giovanni sul Muro.
La mattina seguente per tempissimo, Gaetano era là di nuovo ad aspettare.
Verso le sette vide uscire un uffiziale di stato maggiore in cui ravvisò subito il suo uomo.
Ne aveva fin troppo.
La sera all'ora solita, dopo una giornata d'inferno, venne da Carolina per vedere che faccia farebbe.
Le parlò d'una ragazza che i fratelli avevano cacciata di casa perché amoreggiava con un austriaco. Il caso era recente; la sciagurata, dall'avvilimento, non aveva neppure ardito lamentarsi.
Carolina non si commosse punto.
Gaetano, quella sera, non si fe' dire d'andarsene; prima delle nove si alzò e venne fuori a far la sentinella. Vide l'uffiziale austriaco venire e tornarsene.
L'indomani, nella giornata, capitò in casa all'improvviso.
Egli non era uso a fare di queste sorprese.
— Oh Signore! mi hai spaventata! — sclamò ridendo, ma voltatasi, dalla cera scura che egli aveva, capì che non era tempo di ridere.
Gaetano sedette, le contò una storiella inventata travagliosamente nell'insonnia della notte, con grande sciupìo di particolari atroci; di una spia pugnalata, buttata nel Naviglio.
— Così si farà, dicono, di tutti gli altri; c'è chi li conosce e ne ha preparato una lista; uno per volta li spaccieranno.
Gaetano più di lei. Poi dopo una pausa, tutt'ad un tratto le domandò:
— Tuo padre ieri e l'altro ieri sera è rientrato all'ora solita? dopo mezzanotte?
— Sì, — balbettò lei.
— Dunque quello là è venuto qui per te...
— Chi?...
Egli con un'occhiata le mozzò la parola sul labbro.
— O per te o per don Celestino...
— No, no per lui — ribatté pronta Carolina, che partecipava alle tenerezze del padre per il prete.
— Dunque per te...
Carolina era tanto turbata che non pensò neppure a difendersi.
Gaetano la guardava, aspettava che parlasse; una parola di giustificazione, di scusa, fosse anche una bugìa, ne aveva bisogno... Era vero dunque!...
L'amarezza che gli gonfiava il cuore da due giorni traboccò: il pensiero di essere stato giuoco d'un turpe intrigo lo rivoltò; le rimproverò, singhiozzando dal dolore e dalla rabbia, lo strazio della sua ingenua confidenza; maledisse, imprecò alla tenerezza di lei, al suo inganno ormai chiaro, — sì, chiaro come il sole... Negasse se poteva!...
Carolina, spaventata, angosciata, taceva sempre.
— Dovevo pensarlo, — egli soggiungeva, — dovevo pensarlo; la vostra premura di tirarmi dentro doveva mettermi in guardia; una signorina come lei non s'innamora di uno come me. Doveva esserci del marcio... e vi era!..., su, di' che non è vero, ma dillo!... Vedi, non hai il coraggio!
— Oh Gaetano, Gaetano! — sclamò supplichevole Carolina.
Il giovine s'era avviato in furia verso la porta; tornò indietro, premuroso, le ridomandò se aveva qualcosa da dire, la scongiurò di scolparsi...
Le prendeva le mani, gliele stringeva con passione, con tenerezza.
— No, ora no...
— Quando?
— Poi, sii buono... poi... non ora.
— Perché?
— Non posso.
La povera giovane, messa a quella tortura, diè in uno scoppio di pianto.
Gaetano insisteva; non poteva arrendersi alla triste evidenza; la sua mente gridava: è vero, — il suo cuore continuava a negare.
— Senti, — le diceva, — tu puoi confidarti in me, non sono il tuo sposo? C'è forse cosa che tu non possa dirmi? Ti prometto che sarò prudente: se c'è un segreto saprò mantenerlo. Dimmi.
Cercava tutte le ipotesi per giustificarla.
— Tuo padre è compromesso forse? Quell'ufficiale è venuto a interrogarlo, a perquisirlo d'ordine di Radetzky? Vi ha imposto di non parlare? Non fiaterò... ma tu parla, parla...
La giovane continuava a piangere dirottamente, disperatamente...
Gaetano sentiva spezzarsi il tenue filo dell'ultima illusione.
La sua collera si riaccendeva.
— Son pure bestia io ad insistere. Quello che non vuoi dirmi, che ti vergogni di dirmi, lo so... sì, lo so...
Non ci vedeva più, un'onda di sangue gli ottenebrava la vista, ebbe paura di fare uno sproposito, e scappò a precipizio.
Gaetano dai Fàvaro non ci mise più piede.
Carolina tentò più volte di parlargli quando egli si mostrava alla finestra: una sera era venuta a picchiare nei vetri. Lui era dentro, e non rispose. Non gli mancavano motivi di perseverare nel suo proposito. Finché la sua buona intelligenza con Carolina era durata, nessuno gli parlava dei Fàvaro, e lui non ne parlava direttamente con nessuno; viveva nell'isolamento e nella ignoranza degli amanti; subito dopo, naturalmente, le tristi informazioni saltarono fuori, e in copia, da tutte le parti. Tutti i suoi amici conoscevano vita e miracoli del Fàvaro.
Come, non lo sapeva? Il maestro era una spia dell'Austria!
Il primo sentimento di Gaetano, a queste rivelazioni, fu una viva contentezza per la supposta innocenza di Carolina: il suo primo pensiero, correre da lei. Ma tosto la riflessione fiaccò il suo slancio: — da lei? in una casa di spioni, di austriacanti, casa infamissima, dove un patriota non poteva assolutamente entrare? Carolina poteva avere la coscienza bianca come la neve; non era forse affetta da peccato originale, indelebile? Eppoi chi gli garantiva che ella fosse innocente? ch'ella ignorasse proprio ciò che tanti sapevano — il turpe mestiere del padre?
Invece egli ora si rammentava degli indizi tutt'altro che favorevoli: fra l'altre cose, Carolina, la vigilia del complotto del 3 gennaio, l'aveva pregato di non sortire l'indomani: e l'indomani per le vie di Milano frotte di croati ubbriachi buttavano il fumo dei loro sigari in viso ai cittadini, e sciabolavano chi aveva l'aria di non pigliare l'ingiuria per un complimento.
Poi venne a sapere che il luogotenente Hermann, quello stesso che egli aveva veduto uscire dalla casa di Fàvaro, aveva abitata la camera ch'egli ora occupava. Carolina doveva conoscerlo bene, forse!... un fiero sospetto lo assaliva, — sospetto?... certezza, ributtante certezza!
Una volta sulla china delle tristi supposizioni, non si fermava più; quella stessa camera dove lui aveva passate le notti pensando a Carolina, ad adorarla, era stata forse testimone della tresca... Non ci si poté più vedere; pigliò un'altra camera nella casa vicina, e sloggiò senza indugio.
Rimutò, a proposito, tutte le sue abitudini. Si dava l'aria di vizioso; ricominciò a frequentare la posteria della vedova Filomena sull'angolo di San Romano presso il ponte, dove, prima delle sue intimità colla Carolina, passava, la sera, qualche ora cogli amici a farne un mezzo. La Filomena gli usava delle parzialità significanti: aveva dei vecchi progetti su di lui. Gaetano riannodò con lei la relazione, si trovava nella bottega nelle ore che doveva venire la Carolina per la spesa, e in sua presenza chiedeva dell'acquavite, pigliava con la vedova un fare di intrinsichezza, che tutta l'inorgogliva; poi le confidava i bambini e lei aveva gran cura di non lasciarli toccare dalla rivale.
Carolina non resse a quest'ultimo affronto; non venne più in bottega, e, quando era costretta a passar di là, girava in largo.
Un'altra cosa tormentava profondamente Gaetano: s'era accorto che gli amici diffidavano, se non di lui, delle sue relazioni sospette, e non gli usavano più la confidenza di una volta. — Evitavano di diffondersi con lui in spiegazioni, lo lasciavano fuori dai complotti per le dimostrazioni che continuamente si facevano.
La sera del 17 marzo entrò nella posteria un po' più presto del solito: c'era l'Ambrosino con altri due e parlavano a mezza voce: ma, al suo comparire lasciarono il discorso. Uno dei compagni prese una carta che era sul tavolino e se la mise in tasca.
— Niente, — rispose questo.
Non dissero altro e, poco stante, i tre uscirono.
Allora la Filomena s'alzò di scatto di dietro al banco dove pareva sonnecchiasse sopra un abbozzo di soletta.
— C'è novità sì, — per domani, — gli sussurrò. Ma lei non sapeva nulla di più.
Gaetano si slanciò fuori del botteghino, raggiunse i compagni nel vicoletto di S. Damiano.
Dove? non volevano dirlo. Gaetano si fermò.
Gli altri tirarono dritto: ma poi Ambrosino parve pentirsi, si voltò, tornò indietro e gli disse:
— C'è torbidi a Vienna, si vuol fare una dimostrazione domani e andiamo, per gli orti, dal signor Loredan per avere novelle.
Ma non gli disse d'andare con loro.
Però a lui coceva troppo di rimaner così al buio d'ogni cosa e pensò a Guido, che poteva sapere dallo zio. E salì dal pittore.