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VI
Quella stessa sera, anzi in quello stesso momento, due persone uscivano da casa Fàvaro e per le strade meno frequentate si recavano al palazzo del maresciallo in via Brisa.
Erario il maestro e il capitano Hermann.
Il maestro Fàvaro era uno strumento di quella polizia formidabile che assorbì e concentrò in se stessa tutte le funzioni e tutte le forze dello Stato, ed ebbe perciò il carattere e l'importanza di un completo sistema di governo.
Uno degli istrumenti inferiori, ma più attivi.
Apparteneva alla classe dei confidenti, utilissima pei molteplici suoi servizi, utilissima al Governo che la sfruttava bene e la compensava male, procacciandosi e assicurandosi la loro devozione preziosissima e quasi impagabile, col mezzo delle passioni, dei vizi, dei timori, delle speranze abilmente stimolate, colla catena di un passato disonorevole, con l'esca di un avvenire desiderato, ed anche solo con l'attrattiva che esercita sempre il potere.
Spietata e senza viscere, la polizia non trascurava la molla potentissima del sentimento.
Esempio questo ritratto, che, con tanti altri degli agenti segreti della polizia, fu trovato poi negli uffici di Santa Margherita:
«Agostino Fàvaro, vicentino, maestro di musica, uomo sobrio, senza pretensioni, per sé costumato, ordinato, buon padre di famiglia. Ha un figlio avviato alla carriera ecclesiastica, nel quale ha riposto tutta la sua ambizione, e per cui andrebbe nel fuoco. Allo scopo di assicurargli alcune alte protezioni, egli serve il Governo che non ama, del cui favore vuole servirsi a vantaggio di detto suo figlio. Si può esser sicuri di lui perché lo si mantiene nella persuasione di giovare a questa sua affezione. Bisogna favorirlo quanto basta a conservare la sua devozione, non tanto da dargli l'indipendenza.
«Impiegato infido, ma utilissimo per la sua rara scaltrezza nell'intrigo. Si può valersene con grande profitto per le indagini nella società signorile, dove per la sua professione ha accesso, e dove, colla sua buonomia, col garrulito lepido e piacevole della sua conversazione, provoca le confidenze e le indiscrezioni. Ricordarsi in ogni caso che egli fa il mestiere per proprio conto e che delle sue scoperte parteciperà solo quel tanto che crederà di suo interesse far sapere».
L'anonimo Teofrasto poliziotto conosceva a fondo il soggetto. Appena era sorto l'antagonismo fra la polizia civile e quella militare, invadente, del Radetzky, il Fàvaro s'era subito arruolato in quest'ultima, senza però staccarsi dalla prima, presso la quale anzi esercitava una missione di vigilanza per incarico del maresciallo. Ma teneva sempre qualche segreto in serbo per sé, come scorta pei casi impreveduti. Da tutte e due le parti gli erano venute promesse: l'appoggio per l'investitura di beneficio canonicale, e la nomina di suo figlio a cappellano del governatore; badava a farle maturare, pronto a cogliere la più sicura, conservandosi per chi fosse più sollecito e più largo nel mantenere.
Intanto quella doppiezza contentava il suo talento naturale per l'intrigo; faceva la commedia e se la godeva; i servigi che rendeva ad un padrone lo vendicavano di quelli che l'altro gli imponeva.
L'atteggiamento liberale del Papa lo aveva sorpreso, non persuaso; non aveva creduto un momento al divorzio di Roma colle Potenze, necessario puntello al suo dominio terreno.
Nel grido nazionale di Viva Pio IX aveva avvertito il cemento di una illusione poco tenace e presentito il distacco di un disinganno, inevitabile tra quel nome e quel saluto. L'entusiasmo saliva, la marea era al colmo, — il riflusso non poteva tardare.
Qualche volta nelle case che egli frequentava lo obbligavano ad accompagnare sul cembalo l'inno di Pio IX. Al direttore Torresani, che lo rimproverava di tale condiscendenza, aveva risposto:
— Mi spingono, cedo: li accompagno per alcune battute; si scaldano, si accordano, io mi fermo ed essi non se ne accorgono. Io faccio come il Papa e il Papa farà come me.
Queste parole, riferite al maresciallo, avevano attirato sul maestro la sua attenzione.
Egli faceva gran caso delle sue informazioni.
Quando il capitano venne quella sera a cercarlo per ordine del maresciallo, il maestro Fàvaro aveva fatto il suo solito giro in diverse case e caffè della città, per indagare le impressioni che facevano le novelle dei moti viennesi. E questa esplorazione l'aveva lasciato perfettamente tranquillo.
Il Radetzky interruppe una conferenza d'alta importanza, e lo ricevette subito nel proprio gabinetto.
— Ebbene? — gli domandò.
— Ebbene, nulla di serio, nulla di importante, — aveva risposto il maestro; — molta curiosità, molta ansietà, non l'ombra di una cospirazione, non la minima intesa...
— Eppure, da avvertimenti che ho ricevuti, si direbbe che qualcosa vi sia.
— Sono avvertimenti anonimi. Non si fidi, Eccellenza, dei dilettanti.
— Voi mi assicurate che non c'è nulla?
— Saprebbe dirmi V. E. — aveva chiesto piccato il maestro — cosa ci sia?
Il maresciallo gli mostrò un bigliettino su cui stava scritto: sabato, domenica, lunedì.
— Lo conoscete?
— Sì, e so anche che ne ha messo in giro qualche decina un ragazzo, un allievo del defunto prof. Ravizza, il quale, arrestato domenica sera, confessò di aver ciò fatto al vano scopo di far raunare gente, colla speranza di provocare una dimostrazione pel seppellimento clandestino del suddetto professore eseguito dalla polizia.
Il maresciallo chinò il capo in segno di assentimento. Poi soggiunse:
— Siete certo che dal Piemonte non sieno venute intelligenze, incoraggiamenti, armi?
— Il Governo non ha diplomatici a Torino, non ha ufficiali e soldati alla frontiera?
Il maresciallo non aveva fretta; senza badare alla irriverenza del confidente si contentava di ripetere:
— Insomma niente?
— Niente. Vostra Eccellenza può dormire tranquillo.
Il maresciallo domandò ancora, congedandolo:
— Non v'ingannate?
Il maestro non s'ingannava: non c'era nulla di preparato, neppure l'ombra di un complotto.