Roberto Sacchetti
Entusiasmi

PARTE SECONDA

VII

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VII

 

Desolina era scritturata come prima mima assoluta per la stagione di primavera al R. Teatro della Cannobiana: segno che le ire della polizia erano dissipate e promessa di un futuro ritorno alle maggiori scene della Scala.

Il Rovetta venne in persona a darle la grande notizia: e lei gli saltò al collo e se lo voleva mangiare co' baci; poi subito decise di festeggiare il fausto avvenimento con un banchetto e di invitare la Monti e l'altre sue rivali. Il padrino, bono, vera immagine della Provvidenza che riporta il sereno dopo i guai del temporale, s'impegnò lui di pagare la cena e di far le cose a modo. — Però un'altra volta si facesse giudizio e non si compromettessero le cose serie con quelle grullerie della politica! per ora l'aveva aggiustata lui, e sa Dio se gli era costato, ma non poteva sempre esser sicuro di riparare alle malefatte.

Le ripugnanze del marito, Desolina non se le ricordava nemmeno: corse a raccontargli la sua fortuna e buttandoglisi in grembo con un abbandono che gli fe' sussultare il fianco ferito, gli domandò con tutta sincerità:

— Non sei contento? i malanni sono finiti. Perché mi fai codesta faccia d'un Cristo messo in croce?

E, senz'aspettare risposta, tornò ad abbracciare il padrino che s'era affacciato all'uscio.

Il Rovetta, sempre cortese e paterno, domandò a Guido notizie della sua salute.

Questi, alla presenza del mimo, di cui era sempre obbligato, fu preso da vergogna.

— Vi domando scusa se non ho potuto... — balbettò.

— Di che? di che ragazzo? badate a star bene, per il resto son qua io, lasciate fare al babbo di Desolina.

Questa clemenza l'umiliò veramente: più che se gli avesse detto: — chi sei tu mai in questa casa? Se Desolina ha un po' di fortuna e d'agiatezza è forse tuo merito? che diritto hai tu di tormentarla? lei e suo padrino sono già troppo boni di non metterti alla porta.

Il festino si doveva fare quella stessa sera; ma non prima di mezzanotte scoccata; perché Desolina non voleva baldorie in venerdì.

Tutta la sera passò nei preparativi: la mima non voleva sfigurare colle compagne. Guido, rimandato da un cantone all'altro, perché il quartierino appena, meditava ad andarsene fuori. Gaetano capitò a buon punto a deciderlo. Gli fece una festa che mai l'uguale, e, come gli ebbe detto il motivo della sua visita, prese il cappello.

Andiamo dallo zio, — gli disse.

— Tu vai fuori? ritorni per la cena?

— Non so, — disse lui sostenuto.

Va, spicciati e torna.

Dopo un anno, Guido rientrò zoppicando un po' in quella camera, dove aveva carezzato tante belle ed audaci speranze.

Giusto in quel momento ne usciva donna Elodia.

C'erano il generale Oggiono e due giovani signori.

— Come stai? — domandò Loredan al nipote.

— Poco bene.

Ma lo zio non aspettò la risposta; pareva ignorasse che era stato malato.

Si volse a lui vivamente e gli domandò:

— Non hai inteso parlare di nulla per domani, sabato? Tu che conosci tanti bravi giovani dovresti saperne qualcosa.

Guido disse di no, chinando la testa, vergognoso dell'indifferenza politica in cui era ricaduto.

— E voi? — chiese Loredan a Gaetano.

Questi tentennò il capo e lui pure arrossì.

Ma Loredan e il generale diedero al suo diniego un significato molto maggiore del vero.

Il generale scosse le spalle esclamando:

— Ve l'ho detto io? Nulla di serio, nulla di preparato, e sarà sempre così.

Quei due signori rimanevano contrariati.

Figlioli miei, — disse Loredan, — ci vuole ancora pazienza.

Il generale soggiunse:

— Non vi lasciate ingannare da lusinghe bugiarde.

Vi hanno detto che dal Piemonte son venuti quarantamila fucili. Vorrei che i nostri padroni avessero delle armi come quelle, che non sarebbero guari temibili. Il Re sardo è un ambizioso, m'insospettisce più che non m'affidi. Date retta a me, giovinotti, la Lombardia non ha nulla da guadagnare dalle convulsioni politiche: essa deve imporre all'Austria col suo buon senso, colla sua energia laboriosa, con la sua civiltà, farla vergognare davanti all'Europa di tiranneggiare un paese così colto e così civile. Ecco quel che deve fare. Andate a casa e non fate dimostrazioni...

— Dunque, domani niente?... — domandò a mezza voce uno dei giovani, e, con un'ultima speranza, fissava Loredan.

— Niente — questi rispose — non ebbi né dalle associazioni né dai corrispondenti alcun avviso. Tornate da me fra qualche settimana e intanto tenetevi pronti.

I due giovani uscirono e Oggiono se n'andò brontolando:

— È un vero peccato ingannare con quelle pazzie unitarie della brava gente come costoro.

Loredan si riscosse subitamente:

Tenete bene a mente, — disse con impeto insolito, — tenete bene a mente: o l'Italia sarà una, o l'Italia non sarà libera mai.

Poi, raccogliendosi di nuovo:

— Fra otto o dieci giorni arriverà, spero, il solito messo... Ed ora, amici miei, lasciatemi lavorare: l'opera è lunga e appena dieci notti basteranno a compierla.

Guido uscì con Gaetano, e per tornare a casa fecero un lungo giro perché numerose pattuglie percorrevano le strade.

Alla cantonata di S. Damiano, l'incisore salutò l'amico: ma questi disse:

— Vengo con te.

Non voleva capitare in mezzo al festino.

Gaetano lo condusse nella sua nuova cameretta. Parlarono di politica e d'arte: c'erano nelle loro cognizioni degli strappi e, ad ogni momento, il discorso cadeva.

— Abbiam fatto tutt'e due una grossa minchioneria, — disse finalmente Gaetano; — l'unica è rompere la rete finché s'è in tempo. Se tu ritornassi a star con me?

Guido non rispose. Però, due ore dopo, avviandosi a casa, ripeteva le parole di Gaetano e faceva a se stesso delle intimazioni e delle rampogne che non avrebbe voluto sentirsi fare da altri.

Erano quasi le quattro del mattino; per le strade non c'era più anima viva; il palazzo del Governo si drizzava nel rossiccio chiarore di un fanale e non ne usciva il menomo rumore.

In casa sua il banchetto era finito, gl'invitati erano usciti. Buttata sul canapè nel salotto, mezzo vestita, Desolina sognava ad occhi aperti e sorrideva.

Stese la mano a Guido, lo tirò con lei sul canapè, e gli disse con una grazia irresistibile: — Ti aspettavo.

— Non vai a letto? — domandò Guido resistendo debolmente alle sue carezze.

Desolina soggiunse con un filo di voce:

Aspettavo, che tu mi ci mettessi e mi spogliassi come una volta.

— Questo mi pareva bello, quando tu eri tutta mia.

— Non lo sono forse più?

E stese le braccia voluttuosamente.

Chi può dire se Guido ci si buttò o ci cadde?

 


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