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I
La mattina del 18 marzo don Celestino si svegliò di buon umore.
Da una settimana predicava alla Passione il suo primo quaresimale, e vi profondeva gli entusiasmi della sua fede giovanile, le balde certezze fecondate in lui dalla dottrina assoluta di un insegnamento imposto senza titubanze, accettato senza obbiezioni e senza riserve. Il discepolo umile aveva fatto l'apostolo impavido.
A quel tempo il clero era popolare; ma, appunto perché esprimeva il sentimento comune, era difficile il farvisi distinguere.
Pure la fama del giovane teologo si era sparsa rapidamente intorno.
Suo padre, lui che proprio l'adorava, e viveva da tanti anni abbagliato dalle speranze del suo avvenire, era rimasto sgomento di così repentino successo. E il giorno innanzi gli aveva detto:
— Sai, figliuolo, che le tue prediche piacciono fin troppo!...
Don Celestino non se n'era accorto; fra l'uditorio e lui nessuna relazione; non conosceva alcuno: l'uditorio, quando lui era sul pulpito, non gli appariva che come una folla immobile e silenziosa; parlava come pensava da solo nel silenzio della propria cameretta.
La notizia del successo non cercato lo aveva mortificato, accusandolo di una vanità di cui prima non aveva coscienza. Non si compiaceva forse un po' troppo delle proprie frasi? qualche volta egli s'ascoltava pure con piacere.
— Ciò non istà bene, — aveva esclamato arrossendo e sinceramente addolorato; — mi credevo forte, ed ecco qua che inciampo al primo passo. Sono un presuntuoso.
Il babbo non voleva dir questo.
— Oh! come corri, vecio! Ma tu predichi invece come un santo padre; troppo bene... capisci troppo! E ciò ti fa onore; tutti ti lodano e — non è perché tu sia mio sangue, — non ti regalano nulla del loro; non ci sei che tu in giornata a saper il mestiere, ad aver quell'ispirazione, a toccare i cuori per quel verso; ma, sai, un giovane che fa tanto parlare di sé dà sempre fastidio ai vecchi che sono zucconi e se ne tengono. Tu, per ora, hai bisogno di loro, della loro protezione, perché chi sta in alto ha sempre ragione lui, e non si proteggono che gl'inferiori. Bisogna lasciarli credere che tu riconosci la loro superiorità finché non hai spuntata la tua mira. Ma poi, quando avrai, come si dice, e qui è il caso, il tuo posto a predica... allora dirai la tua ragione e farai lungo e largo a modo tuo. Viscere mie, tu hai un gran talento, nel seminario ti hanno insegnato molta scienza, molta dottrina, ma, per quel che è del viver del mondo, hai da impararlo da sta pelata, che ne ha viste, ne ha intese e conosce i bertovelli con cui si pescano gli uomini — e che, colla prudenza e colla furberia, è riuscito a farsi un posticino e a tirar su un sapiente della tua forza. Non saprai mai, ed è meglio che nol sappi, — aveva aggiunto abbassando la voce, — quel che mi è costato, e come mi son fatto piccino e sottile. Se avessi dato retta alla tua povera madre, non sarei mai venuto a capo di nulla... Aveva un cuor grande, ma una testa debole...
Don Celestino, distratto, rammentava il suo professore di eloquenza in seminario, uomo rigido che diceva sempre:
— L'arte di trastullar la gente con le belle parole va lasciata ai ciarlatani, ai poeti e agli avvocati: il sacerdote deve istruire il popolo a costo di spiacergli.
— Istruire il popolo, non divertirlo, — ripeteva a se stesso il giovane prete.
— Bravo, — aveva soggiunto il maestro, — una persona che è ben disposta per te mi diceva la stessa cosa; e, ti riferisco le sue parole, che ora il popolo è agitato da cattive passioni, e che il clero dovrebbe esortarlo alla pratica delle virtù cristiane, e, prima di tutto, alla umiltà; mi consigliò di parlartene. Perché non tratteresti questo argomento?
— Lo tratterò domani stesso, — sclamò don Celestino: e i suoi occhi sfavillarono di zelo evangelico; era impaziente di sdebitarsi verso la propria coscienza, con un atto di coraggio, della debolezza di cui si credeva colpevole.
— Bene, predica ora l'umiltà per conto tuo, un giorno la predicherai per gli altri.
Don Celestino non gli badava più. La sua mente, afferrata l'idea, la stava già svolgendo.
Appena finito il desinare, si era chiuso in camera e aveva pensato e steso l'abbozzo della sua predica.
Però era quella mattina contento di sé.
Doveva aver passato una notte irrequieta; lo sentiva in modo vago e confuso; dei sogni strani lo avevano agitato; non li rammentava, ma gliene era rimasta una sensazione gradita ch'egli riassaporava involontariamente, una serenità quasi gioconda, senza causa apparente, ma limpidissima.
Fatto sta ch'era di buon umore: la sorella Carolina lo sorprese che canticchiava il Veni Creator Spiritus.
Ella venne a recargli la biancheria.
— È sabato oggi, — sclamò don Celestino, — ed io non ci pensavo!
Carolina gli disse che il padre era uscito già per tempissimo, raccomandandogli di non andar fuori e di aspettarlo.
Ma lui doveva uscire assolutamente. Aveva una messa in Duomo, all'altare della Madonna dell'Albero. Il martedì precedente gli avevano ordinati tre servizi divini ad intenzione: e lo scaccino, nel fargli la commissione, aveva aggiunto a bassa voce: «Sa, è per uno dei poveri morti dell'Arcivescovado». Poi, mentre don Celestino traeva il taccuino per pigliar nota dei giorni che si volevano fissare, una donna s'era fatta innanzi dicendogli:
— Reverendo, non occorre, prenda questo.
E gli aveva porto un bigliettino in cui stava scritto in tre caratteri di diversa grandezza:
Sul rovescio, tracciato colla matita, mezzo svanito, ma ancora intelligibile, un
Nulla di strano: queste parole si udivano e si trovavano continuamente per tutto: eran nulla ed esprimevano tutto: aspirazioni, speranze, — erano, secondo i casi, un saluto, un segno di conforto, di riconoscimento, protesta, sfida, provocazione: i monelli le scarabocchiavano sui muri, specialmente sugli edifizi governativi, gli scolari sui quaderni delle lezioni, i commessi di studio sulla carta suzzante dei libri maestri...
In istrada si meravigliò che piovesse. Carolina gli aveva messo in mano un ombrello, ma egli, senza riguardo alla sua cappa nuova, non volle aprirlo.
Prima di recarsi alla cattedrale, passò dal suo barbiere, sul Corso.
Per via incontrò molta gente. Faceva una giornataccia umida; veniva giù una acquerugiola minuta e penetrante; eppure molti camminavano senza ombrello e avevano, gli pareva, un'aria vivace, quasi festosa.
In bottega, caso strano in sabato, non c'era nessuno. Spedita la bisogna, e alzatosi, don Celestino, nel cavare il moccichino, fe' cadere di tasca una carta, quel tal bigliettino.
Un operaio che entrava in quel mentre, lo raccolse e, nel restituirglielo, con un sorriso e in tono espressivo, sclamò:
Poi, ammiccando e abbassando la voce:
— Da mane a vespro, tutto il giorno... che non è bello, — spiritosò il barbiere.
— Bellissimo, se Dio vuole, — ribatté quell'altro.
Don Celestino s'avviò prestamente al Duomo.
Là, sulla soglia della sacrestia, trovò la donna che gli aveva ordinato la messa, e la salutò dicendo:
— Ci siamo dunque.
E voleva alludere all'appuntamento.
Ma un giovinetto ch'era con lei, chissà cosa intese, mormorò a fior di labbra:
— Benedetto! — rispose sorridendo don Celestino.
La donna voleva dargli i denari dell'offerta, ma lui li ricusò, pregandola di darli in elemosina.
Ciò gli accadeva di fare soventissimo, senza proposito deliberato, per istinto, per una viva ripugnanza a vendere le sue preghiere.
Suo padre, che da lui trovava tutto ben fatto, con tutto il grandissimo rispetto che aveva per il danaro, si compiaceva di queste sue liberalità e ne faceziava dicendo: «Al purgatorio in questo mondo ci penso io; mio figlio mi compra il paradiso nell'altro».
Don Celestino, vestiti gli abili del celebrante, s'appressò alla cappella della Madonna dell'Albero; parecchi giovani vi si erano aggruppati e scambiavano, a bassa voce, qualche parola; si scostarono riverenti per dargli il passo.
La cappella era abbrunata per un funerale.
La giornata si rabbuiava sempre più: i pilastri nascondevano il capo nell'ombra della navata.
Don Celestino salì all'altare: il suo volto sereno contrastava colle nere paramenta e colla triste maestà del luogo e del suo ministerio: aveva il cuore pieno di festività.
Ma quando aperse il messale e vi lesse l'introito della giornata:
— «Ricordati sempre della tua misericordia; perché i nostri nemici non abbiano ad aver dominio su noi; liberaci o Dio d'Israele, da queste nostre angustie,» — fu sorpreso dal senso straziante di questo lamento e più dal tono involontariamente solenne della propria voce, e si fermò ad ascoltarne l'eco dentro di sé, come se un altro avesse parlato in vece sua.
Quella mattina il rituale rispondeva in modo singolare all'intimo svolgersi dei suoi sentimenti.
Subito dopo il primo versetto del salmo diceva:
— «A te, o Signore, innalzai l'anima mia, confidando in te, Dio mio, che non avrò ad arrossire».
E si fermò di nuovo, distratto, pensando che questa confidenza egli l'aveva avuta e interissima: di che dunque si vergognava, perché arrossire?
— «E non mi scherniscano i miei nemici. Saranno confusi coloro che commettono iniquità senza motivo».
Don Celestino involontariamente si voltò.
Quel sagrestano sciancato e zoppo non capiva certo le parole che diceva. Eppure esse non perdevano sulle sue labbra il loro tono fiero e minaccioso di profezia.
Al Confiteor il giovane prete si prostrò profondamente, e appoggiata la fronte all'altare, congiunte le mani, recitò la preghiera, accusandosi, davanti a tutte le potestà del cielo, di aver peccato col pensiero, colle parole, colle opere. Non mai egli aveva pronunziato quella formola con maggiore chiarezza di proposito, nemmeno nelle ore dei fantastici ed ipocondriaci ravvedimenti giovanili nel seminario. Ma al mea culpa una voce ribelle si levò dal fondo della sua coscienza e disse: — Quale?
Strano: v'erano in lui due persone, l'una convinta e l'altra no; l'una accusava l'altra che si difendeva.
Nella prima egli riconosceva bene se stesso, il proprio passato, il giovinotto che aveva abbracciato con fervore la carriera ecclesiastica come si abbraccia un ideale, e che, acceso d'entusiasmo, aveva attraversato la fredda prigionia dei lunghi anni di preparazione. Ma l'altra era una persona nuova, ignota e prepotente, che da qualche tempo gli s'imponeva e gli dava dei pensieri e dei sentimenti diversi da quelli di tutto il suo passato.
Egli aveva il sentimento confuso d'una contesa, d'una lotta dentro di sé, d'intorno a sé, fin nei versetti del libro sacro. Di questi, alcuni ch'egli leggeva a se stesso con la franca risolutezza della sua volontà, nel silenzio profondo della chiesa; e degli altri ch'egli sentiva proferire dal suo labbro, da una volontà diversa, più vasta, più forte.
Ascoltava stupito, smarrito, estasiato.
E nella chiesa giungeva l'eco confusa di una folla rumoreggiante.
Poi la strana soggezione si mutava in una gioia intensa e inesplicabile come quella della mattina: ogni lotta cessava in lui; e don Celestino pronunziava, senza il menomo stupore, l'epistola:
«Fratelli, noi vi esortiamo a non ricevere invano la grazia di Dio: perocché egli dice; ti esaudii nel tempo opportuno e nel giorno della salute ti porsi soccorso. — Ecco ora il tempo opportuno, ecco ora il giorno della salute!...».
Egli trovò altre parole che per la prima volta assalirono la sua attenzione; la sua mano voltava avidamente le pagine segnate come da un misterioso volere; i fogli frusciavano e cadevano con un suono secco e stridente, quasi agitati dal fremito delle antiche rampogne bibliche; rampogne eterne di un'autorità imperitura che giacevano là in quelle vecchie carte lettera morta ed erompevano improvvisamente per un arcano giudizio; trovò delle minaccie che diventavano sentenze, delle memorie rimutate in speranze, delle vecchie consolazioni che risuonavano come nuove promesse.
Si rammentava il vecchio muratore che aveva assistito due mesi innanzi.
Mentre stava genuflesso adorando l'Ostia eucaristica, e mentre recitava la preghiera della Comunione, la lugubre scena gli riappariva.
Gli tornavano alla mente quelle parole: «Spero che Iddio castigherà quelli che fanno del male senza motivo», e la sua risposta: «Sì, Egli li castigherà».
Ed ora quel sì gli risuonava nell'anima come una fiera certezza. Alla fine della messa, il commiato «Procedamus cum pace,» fredda, severa ammonizione, lo fe' trasalire.
Subitamente la sua esaltazione si freddò, si spense.
Discendendo dall'altare, vide che gli assistenti erano scomparsi. Il tempio era vuoto.
Non rimanevano che la vecchia e il ministro, i quali lo guardavano curiosamente.
Insospettì di aver dato scandalo colle sue distrazioni, e un fiero pudore lo punse, ricordandogli i discorsi e i propositi della vigilia.
Entrato in sacristia, svestì in fretta la stola e la pianeta ed uscì.
Poco mancava all'ora solita della predica; don Celestino si avviò malcontento di sé, sfiduciato, impaurito del suo proposito, ma colla ferma risoluzione di compierlo interamente. Frasi austere, rigide di tutta la severità onde condannava se stesso, gli flagellavano la mente, ed egli assaporava le battiture di quella disciplina morale: non andava a fare un sermone, ma ad incontrare una espiazione, contro la quale però il suo amor proprio si sollevava inconsciamente altero.
Nella strada gli si accostò l'Ambrosino e gli disse:
— Don Celestino, io debbo ringraziarla e anche domandarle scusa di non averla ringraziata prima. Lei non mi conosce: io sono il figlio di quel vecchio che lei ha assistito. Lei forse si dimentica del bene che fa; ma io dovevo rammentarmene. Perdoni, in questi tempi non si sa più di chi fidarsi...
Si fermò impacciato, e con tutta l'espressione del viso, pregava di dispensarlo dalla necessità di spiegarsi più chiaramente.
— Lei è stato così nobilmente discreto con noi, e noi invece... ma, veda, non desidero che un'occasione di provarle la mia buona memoria...
E siccome il prete voleva schermirsi dicendo:
— Di nulla, di nulla...
— Lasci, lasci... io non so se lei abbia avuto molestie per cagion nostra... so che lei s'è esposta, col suo silenzio, a un pericolo grande... Ma venga l'occasione, e lei conti sempre sull'Ambrosino del capomastro.
Don Celestino non capiva bene, ma si sentiva sollevato dall'effusione di quella schietta e cordiale riconoscenza.
Il giovane lo accompagnò sino alla porta della Passione, e continuò a parlargli dei casi e delle agitazioni di quei momenti; Don Celestino non l'udiva, seguiva preoccupato lo svolgimento del suo tema, però ascoltava il suono simpatico della sua voce, ne godeva come di un'approvazione incoraggiante, e sensibilmente la sua logica diventava meno rigida e la sua immaginazione più viva.
Sulla soglia della chiesa il giovanotto conchiuse i suoi discorsi dicendo:
— Preti giusti, santuomini come lei, ragazzi di coraggio come me, nell'occasione tutti d'accordo nel gridare: Viva Pio IX! e chi non gli piacerà di sentire, ci faccia la grazia di andare a casa sua. Va bene così?
E presagli franco la mano, gliela strinse vigorosamente.
Don Celestino non ebbe tempo a rispondere, perché in quel momento suo padre, che era venuto ad aspettarlo, gli si appressò con premura, lo prese per il braccio, e tiratolo in disparte, gli disse:
— Perché sei venuto fuori? Non avrei voluto che uscissi oggi.
— Cosa c'è?
Il maestro Fàvaro schiuse le labbra misteriosamente e rispose:
— Ma... ci sono dei guai per aria.
— Che guai?...
— Ma... se venissi a casa...
— E la predica?...
— Se per oggi tu tralasciassi?...
— Impossibile, babbo... — sclamò Celestino avvezzo alle continue ed eccessive sollecitudini del padre.
— Oh! capisco, — mormorò sempre inquieto, — se almeno potessi rimaner qui! — Basta, — disse poi, — appena hai finito, subito a casa.
Andò fino alla porta, poi tornò indietro, e soggiunse sottovoce:
— Ricordati di quel che ti ho detto ieri!... Ma mi raccomando con prudenza, da non irritare la gente.
Don Celestino rimase combattuto da opposti pensieri. Inginocchiato a piè dell'altare, ripeteva macchinalmente il suo tema: «umiltà, umiltà, umiltà», ma ora gli pareva quasi una cosa obbligata.
Un sentimento, stavolta più spontaneo, più suo lo spingeva a ribellarsi alla volontà.
Era lui che s'era imposto quell'argomento? davvero ne dubitava. Chi gli vietava di cambiarlo? Egli si sentiva in vena per qualunque altro meglio che non per quello.
Salito sul pulpito, al momento di cominciare, l'ultimo contrasto cessò subitamente.
Silenzio assoluto. Frugò nella sua memoria e vi trovò la ricca messe dei suoi ragionamenti abbattuta, pesta; le sue immaginazioni disperse, scolorite, smorte.
Ne infilò una a caso e cominciò a parlare.
Egli descriveva l'umiltà di Gesù, raccontava il suo viaggio nel deserto, il suo battesimo sulle rive del Giordano, la sua riverenza verso Giovanni Battista, la sua rassegnazione sublime nell'orto di Getsemani, e nello strazio che ne seguì sulla croce, nell'appressar le labbra al calice della passione e nel vuotarlo fino alla feccia...
Ma senza calore, senz'animo. Il sentimento non rispondeva alla convinzione. Mille rumori lo distraevano; un sedile sbattuto, un usciale accostato che destava gli echi delle navate; — per la prima volta l'uditorio lo disturbava con le sue tossi ostinate, i suoi raschii fastidiosi, i suoi sospiri, quasi col suo alitare: per la prima volta distingueva in quella folla le persone: un vecchietto che dondolava, sonnecchiando, la testa calva e luccicante, un bambino che sfogliava un libriccino di preghiere; Ambrosino in piedi, dirimpetto contro un pilastro, che lo guardava e gli dava soggezione.
Poi il suo sguardo era attirato da una candela pendente che gocciolava nel piattino, e a quel modo sentiva cadere le sue parole misurate, monotone.
Non gli pareva di parlare, ma di recitare una lezione.
A un punto si fermò. Il bandolo del suo ragionamento s'era spezzato. Se ne accorse quando vide molte faccie attonite levarsi verso di lui e guardarlo con istupore.
A sua volta egli le guardava con curiosità. Continuava a tacere, e ogni minuto che passava lo comprometteva; eppure egli non era menomamente sgomento: era freddo, annoiato, accidioso.
Vedeva chiaramente il proprio imbarazzo, non lo sentiva, tanto meno se ne accorava.
Gli altri ne soffrivano per lui, leggeva la stessa pena in tutti i volti, in tutti gli sguardi che lo incoraggiavano e lo minacciavano.
A poco a poco quest'ansietà lo stringeva, lo compenetrava, s'impadroniva di lui, lo obbligava a compatire se stesso, ma come se si trattasse di un altro.
Un'idea gli balenò nella mente.
Egli disse:
— Vi esorto dunque ad essere umili, poiché l'umiltà è coscienza della propria impotenza ed è anche fiducia nella onnipotenza, nella onniveggenza, nella sempre vigile giustizia di Dio.
Una nuova forza era entrata nel suo spirito, una scintilla elettrica aveva attraversata la confusa miscela delle sue contraddizioni, e le idee si precipitavano l'una contro l'altra, si combinavano, si fondevano, e dal cozzo sprazzava luce e calore e la fusione fecondava il ragionamento.
— Credete voi che la vostra pazienza nel desiderare il bene lo disperda, e la vostra rassegnazione nel tollerare il male lo giustifichi? No, se il bene e il male sono veri; no, se il vostro desiderio è giusto; no, se la vostra tolleranza è sincera; no e poi no se l'uno e l'altro si ispirano alla speranza, alla fede in Colui la cui sola esistenza è condanna del male, e onde ogni bene necessariamente deriva.
Egli era ridiventato eloquente, la parola scaturiva abbondante, efficace dalle sue labbra, zampillava in immagini vivaci e sfavillanti, cadeva sull'uditorio e quindi risalivano a lui gli sprazzi degli affetti che vi suscitava.
Tutte le sue facoltà erano entrate nella corrente e n'erano trascinate.
Enumerava le prove bibliche della Provvidenza; gli argomenti si affollavano rapidi, incalzanti nella mente; vi trovavano veste, espressioni belle e pronte, vi pigliavano il fatto loro, erompevano fuori, a furia...
— Rassegnazione di deboli, — sclamava, — non è mai stata forza di violenti. Le tenebre d'Egitto sono dense: fede, il sole non è spento; — i paesi e le fatiche d'Egitto sono gravi, una mano di bronzo stringe la sferza: speranza; una mano di acciaio la spezzerà; — il deserto è arido e infuocato: speranza! troverete la fonte; — il deserto sembra sterminato: speranza! troverete il sentiero. — A voi lo sperare se ingiustamente soffrite, perché vostra sorte è il sollievo; a chi ingiustamente vi percuote il temere, perché sua sorte è la pena. A voi la speranza, se siete giusti senza compenso, — a quelli il temere che sono iniqui senza motivo...
Per la seconda volta questa frase gli veniva alle labbra. E rammentò ancora il vecchio moribondo.
Vide Ambrosino che si stringeva con mano tremante la fronte e dai suoi occhi sprizzavano scintille e lagrime.
— «Poiché il castigo è lento ma inevitabile.»
Don Celestino si fermò di nuovo, ma per la commozione. Un minuto, e riprese:
— «Poiché il Signore ci dice oggi: ti esaudii nel tempo opportuno, e nel giorno della salute ti porsi soccorso. Ecco ora il tempo opportuno, giorno della salute!».
Sollevò la fronte pallida, spinse lo sguardo innanzi a sé, e nella pala dell'altare, dirimpetto, gli apparve l'immagine del Redentore che balza dal sepolcro stringendo in pugno il vessillo bianco con la rossa croce.
Egli ripeté solennemente:
— Ecco ora il giorno della salute!
Allora seguì una cosa straordinaria.
Ambrosino batté le mani, e un applauso entusiastico scoppiò d'ogni parte.
Don Celestino tacque: guardava smarrito quella folla che l'applaudiva e l'acclamava. Colle mani appoggiate al parapetto, curvo, guardava smarrito e affascinato.
Una voce stizzosa al piè del pulpito gli gridò:
— Scenda.
Don Celestino scese. Incontrò il curato, il quale lo rimbrottò dicendo:
— Lei ci tirerà addosso dei guai!
Egli non rispose; era tanto sbalordito...
Don Celestino tornò in sacristia: si inginocchiò ai piedi del crocifisso, dove era venuto un'ora prima a cercare raccoglimento ed ispirazione.
Egli vi tornava con un successo ben diverso dal suo primo intento. Uno scandalo, una profanazione; egli sentiva il dovere di condannarla, di condannarsi; s'umiliava, ma non poteva pentirsene. Invano la ragione incominciava i suoi rimbrotti; gli gonfiava il cuore un entusiasmo di missionario, un'ebbrezza di bibliche battaglie, un giubilo inesplicabile, sacrilego e pieno di religioso fervore.
Il luogo era deserto e silenzioso; ma veniva dalla chiesa la romba confusa della folla commossa, l'eco del tumulto da lui suscitato: e lo attirava.
Don Celestino s'alzò istintivamente e uscì.
Si ficcò tra la gente che usciva dalla chiesa rumoreggiando, attraversò la piazzetta inavvertito. Quella moltitudine ancora agitata dalla sua parola non lo ravvisava più.
Era stata la sua parola davvero?
Gli venne incontro l'Ambrosino, gli prese la mano, e, benché egli se ne schermisse, gliela baciò.
Don Celestino gli buttò le braccia al collo e sclamò commosso:
— E i suoi degni sacerdoti, — rispose Ambrosino.
Era là con lui un altro che se ne stava in disparte: Gaetano.
Don Celestino lo salutò con l'usata cordialità:
— Gaetano, vai alla stamperia?
Ma quegli rimase freddo, appena ricambiò con un cenno del capo il suo saluto, e rispose un no asciutto.
— La sua stamperia è chiusa d'ordine superiore, però...
Gaetano l'interruppe bruscamente:
— Sì, insomma, l'è chiusa e si va a spasso a leggere i proclami del Governo.
— Che promettono la libertà di stampa.
Don Celestino non avvertì la freddezza dell'incisore.
— Povero Gaetano, — gli disse, — voi siete dunque senza lavoro?
Un grande scalpitare di cavalli che si appressavano interruppe il discorso. Arrivava, di trotto serrato dalla parte di via Monforte, uno squadrone di gendarmi a cavallo: li seguiva una frotta di ragazzi che gridavano:
Don Celestino e i due giovani dovettero ritirarsi da banda contro il muro per lasciarli passare.
I soldati, confusi, infastiditi più che lusingati da questa dimostrazione, badavano a scansare la folla e a liberarsi dalle sue pericolose simpatie.
In quella sboccarono a tutta corsa sulla piazzetta dallo stradone della Passione tre o quattro giovani, dei quali uno portava un cappello alla calabrese di feltro nero con una grossa coccarda tricolore infissa nella fibbia d'acciaio.
La gente li accerchiò subito a li assalì con una gragnuola di domande.
Uno di essi, quello della coccarda, divincolandosi, a furia di spintoni, dalle strette dei curiosi, ripeteva:
— Al Governo! al Governo! Vanno al Governo!
— Chi?
— L'arcivescovo, — soggiungeva un altro.
— Anche l'arcivescovo?
— E a far che?
— A domandar la Costituzione.
— Viva la Costituzione!
Un'ondata di popolo irrompeva nel crocchio.
Il giovane della coccarda e i suoi compagni, un po' aiutandosi coi gomiti, un po' spinti dall'urto dei sopravvegnenti, riescivano a sfondare la diga dei curiosi e a proseguire verso Monforte. E tutta la gente dietro.
Gaetano, Ambrosino e il prete n'erano trascinati. La massa infilava l'angusta via del Conservatorio, vi si pigiava, vi si incalzava a furia.
Le porte e le botteghe si chiudevano, le finestre dei piani superiori si aprivano, si affacciavano visi curiosi di donne, fra le quali compariva qualche testa d'uomo.
Alcune delle donne guardavano inquiete e si ritiravano; la maggior parte si sporgeva salutando la folla con gesti vivaci, rispondendo con parole inintelligibili alle sue confuse acclamazioni, battendo le mani.
Una giovinetta, da un terrazzo, buttava coccarde tricolori e sorrideva; sotto, cento mani se le disputavano; il cavallone della folla le sospingeva, le sparpagliava come schiuma di quel torrente umano. Cento altre si levavano. Scattavano fuori dei motti festosi, scherzevoli di ringraziamento, di preghiera:
Gaetano ebbe l'idea di sporgere la coppa del cappello, e la fortuna di coglierne in aria tre o quattro. Se ne mise una fra i denti, le altre distribuì ai vicini. Una ne porse, senza volerlo, a Celestino; ma, accortosi, tirò indietro la mano e la diede all'Ambrosino. Il quale riparò allo sgarbo dell'amico, puntandola egli stesso al tricorno del prete.
Quella moltitudine sboccava nella via Monforte, urtava ed era respinta dalla folla fitta che l'ingombrava tutta quanta dal bastione al Naviglio: ne seguiva un ondeggiar vasto e continuo. Un alto frastuono, grida, risa, canti, acclamazioni, nessuna imprecazione. Una corrente scendeva dal ponte, un'altra dal bastione, cozzavano, si rompevano, si confondevano fluttuando.
Il palazzo del Governo era invaso, ne usciva uno strepito confuso di porte sfondate, di mobili infranti, la romba incessante e chiassosa di una disputa immensa.
Dalle finestre spalancate del primo piano si vedeva nelle stanze una ressa enorme, tumultuosa, uomini e donne di ogni età e condizione, mani e cappelli levati; questa gente vociava tutt'insieme. Qualcuno si affacciava al davanzale e gettava qualche parola, che cadeva soffocata dal rumore della strada. Sul balcone di mezzo un giovane in giubba nera e cravatta bianca, come uscisse da una festa da ballo, tentava invano di apostrofare la folla e di calmarla col gesto della mano.
Su tutti i volti una curiosità viva, gioviale e secondo i caratteri e l'età, l'ardore dell'entusiasmo e la fiducia della sicurezza — e non un'ombra di timore o di collera.
In alto, il cielo rannuvolato, gravido di nubi e minaccioso; in terra, la serenità, il buon umore: non pareva una rivoluzione, ma una festa.
Presso il portone, la garetta della sentinella rovesciata e macchiata di sangue: era la sola nota sinistra.
Ad un tratto, una bandiera tricolore, nuova fiammante, comparve sul balcone, fu legata alla ringhiera e si spiegò sventolando. Scoppiò un grido altissimo di gioia, un evviva unico e smisurato, un delirio giubilante. Lagrimavano, ridevano, si abbracciavano. Quel segno di ribellione, vergine di lotta, che col solo mostrarsi trionfava, era salutato da migliaia di mani inermi. Il tripudio della vittoria senza il sospetto della battaglia imminente.
Poi correva la voce che dalla Corsia dei Servi arrivava la rappresentanza del Municipio.
Tosto la gente si voltava ad incontrarla, si formava una corrente, i più vicini erano trascinati, i più lontani ributtati.
Gaetano coi due compagni, spinti fino al ponte, erano costretti di ripiegare in S. Damiano.
Giungeva il podestà cogli assessori, scortati dai pompieri, e poco dopo l'arcivescovo in carrozza: ed entravano nel palazzo del Governo. Dietro a loro la calca si rinserrava più fitta.
Poco dopo piovvero a più riprese dal balcone dei foglietti che recavano l'annunzio delle concessioni strappate l'una dopo l'altra al vice-presidente O' Donnel.
Sotto li raccolsero, li lessero: — «Il Governo ha concesso la guardia nazionale,» poi: — «Il Governo ha concesso la libertà di stampa.»
Taluno rispondeva: Viva la guardia nazionale — Viva la libertà di stampa!
A qualche passo dalla porta si gridava:
E più in là:
Le concessioni cascavano e l'entusiasmo montava e le copriva; la bandiera sventolava.
I marosi delle acclamazioni passavano, s'incalzavano.
Gaetano, Ambrosino, don Celestino discesero lungo il Naviglio fino al ponticello che dà nel vicoletto dietro il palazzo Visconti e lo attraversarono per venire verso S. Babila. Sopra un ponte lavoravano due muratori che Ambrosino conosceva.
— Vai a vedere? — gli domandò uno di essi.
— Vado con lui, — rispose Ambrosino indicando Gaetano.
— Tò, vengo anch'io.
— E anch'io, — disse l'altro muratore.
Porsero i loro martelli al ragazzo che li serviva.
— Teneteli, — disse Gaetano,— ché vi sarà forse da fabbricare qualcosa.
Il vicolo di S. Damiano si aggira in mezzo a certe stalle che hanno l'aspetto antico di un villaggio. I rumori della città penetrano difficilmente fin là: appena di tutta quella grande commozione si udiva una romba confusa e lontana. In una stanzaccia a terreno un pianoforte stonava tranquillamente una cabaletta d'opera buffa.
Gaetano guardò nella povera finestrella e picchiò nei vetri verdognoli.
Un giovinotto dal viso gaio, gioviale, incorniciato da lunghi capelli, aperse la finestra e salutò Gaetano e don Celestino. Era un allievo del maestro Fàvaro.
— Che si fa? — domandò a Gaetano.
— Della musica nova, chissà? Volete venire anche voi? — disse Gaetano.
— La padrona mi ha chiuso dentro, ed è uscita da più di due ore. Ma aspettate...
Montò sopra una sedia, e d'un balzo fu nella strada.
Usciva da una stalla vicina uno stalliere con un grosso timone da baroccio.
Uno de' muratori lo conosceva.
— Porto questo ad accomodare.
— Sarà difficile che tu possa passare; vieni con noi, ti aiuteremo a farti strada.
Anch'egli s'unì agli altri.
La compagnia, così accresciuta di quattro, proseguì verso S. Romano, ma allo sbocco di questa via la folla era tanto grande che non era possibile uscire.
Allora i sette tornarono indietro e si ritrovarono ancora a pochi passi da San Damiano; allo sbocco del ponte la folla era sempre grandissima.
Furono costretti a fermarsi: si sentivano delle grida a destra e a sinistra del ponte, ma non distinguevano nulla.
Ad un tratto corre una voce strana:
— I Tedeschi.
Si guardano in viso attoniti, con istupore.
Pareva che nel tripudio li avessero dimenticati; avevano quasi l'aria di chiedere cosa venissero a fare.
Le grida cessano subitamente: segue un minuto di silenzio e si ode un rumore da lontano, le raffiche minacciose di una tempesta che s'avanza.
La folla, si accorge allora d'essere perfettamente inerme, si rimescola, si agita con cupo fragore, si precipita in tutte le direzioni, alla ventura: sul ponte, lungo il Naviglio, a tutti gli sbocchi della strada.
Il panico è prepotente, la confusione enorme.
Nella calca si rovesciano gli uni sugli altri; quelli che son fuori corrono a precipizio; incontrano altra gente che accorre dai sobborghi e ripete anch'essa:
— Da che parte?
— Dal bastione.
Si voltano, si buttano contro i sopravvenuti, li costringono a ripiegare verso il centro della città.
La folla dirada, — ripassa il podestà coi pompieri, ripassano gli assessori, tirandosi dietro il vice-governatore O'Donnel, — l'arcivescovo si butta in casa Mantegazza.
Sul ponte, Gaetano apostrofa gli ultimi fuggenti;
— Coraggio ci vuole, per Dio! siamo uomini o cosa siamo?
Qualcuno si ferma: prima due, poi tre, poi dieci; si fa crocchio intorno a lui.
Egli si accende:
— I Tedeschi, bella novità! Si sa, bisogna battersi, bisogna batterli; credevate sfumassero da sé? Le riforme, ci credete voi? le concessioni, cosa servono? Oggi le danno per forza, domani le riprendono. Vi dico io che sarebbe tempo di farla finita.
Qualcuno risponde:
— Di farla finita, sì.
Ambrosino alza la voce a sua volta:
— Farla finita colle nostre mani, farsi giustizia da noi. Già, è l'unica, una buona fucilata soda. Vi pare?
— Sì, sì.
— Chi ha delle armi, vada a prenderle.
— Non ne abbiamo.
— Nemmen io, — sclama Ambrosino, — ma ne cercheremo; ogni cosa serve... Si suonino le campane.
Lì presso c'è la chiesa privata di San Damiano. Vi corrono. È chiusa. Si picchia, nessuno risponde.
— Bisogna chiamare don Ippolito, il proprietario.
Scuotono i battenti. Ci vuol altro!
S'avanza lo stalliere che portava ancora in ispalla il suo timone.
Due lo aiutano, gli altri fanno ala, li incoraggiano colle loro grida. Con quel corno d'ariete improvvisato si mena nella serratura alla rincorsa; una volta, due, tre, crach! la porta cigola, si sverza, si sfonda.
Avanti tutti. Un prete si slancia sulla scalinata; li ferma. È don Celestino, il quale colle braccia aperte grida:
— No! rispetto alla chiesa, adagio, non fate sacrilegio.
— Le sonerò io, — risponde don Celestino.
— Sta bene, sta bene: — e si fermano tutti sulla soglia.
Una squadra di gendarmi a cavallo veniva lungo il Naviglio, poi, vista la folla, tornava indietro.
Un sergente, cui nella ressa s'era imbizzarrito il cavallo, tagliato fuori dalle file, seguiva lo squadrone a qualche distanza.
Ambrosino che lo conosceva, lo apostrofò, dicendo:
— Gliel'ho detto io che ci avrebbero fatto fare uno sproposito?
Il gendarme lo salutò e tirò dritto per la sua strada.
Don Celestino corre sul campanile. Trova chiuse le corde: il custode ha portato via la chiave.
Monta su fino alle campane, e suona allegramente a distesa.
Ma l'ora del tripudio era passata.
— No, no, non così, — esclamavano dalla strada i compagni, — non così! — E colle pugna levate martellavano in aria per fargli capire di sonare a stormo.
Don Celestino non vedeva, non sentiva. Inebriato dal suo campanìo festoso, si esaltava nelle visioni delle bibliche vittorie, pensava alla tromba di Gerico, alle mura abbattute, agli eserciti sbaragliati, sgominati dallo squillo dei leviti, dagli scongiuri imminenti del popolo eletto. Pio IX aveva benedetto l'Italia; chi ardiva resisterle?
Le nuvole, basse, galoppavano, cacciate dallo scirocco. L'aspetto del borgo era mutato. La strada era deserta, le finestre del palazzo governativo restavano aperte e silenziose: ma la bandiera era comparsa, e da basso la garetta rovesciata e insanguinata animava da sola nella sua immobilità triste la triste scena, denuncia della ribellione alla vendetta.
Su quel fondo tragico il giubilo candido e fiero del giovane sacerdote s'innalzava sublime, gettava sopra le commozioni fugaci della moltitudine la sua parola di bronzo alle torri, alle guglie annerite, vette storiche di età remote.
Non sentiva il fermento che cresceva nella strada, finché questo montò fino a lui.