Roberto Sacchetti
Entusiasmi

PARTE TERZA

II

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II

 

Guido quel mattino non s'era mosso; non s'era lasciato tentare dal rumore della dimostrazione: temeva di incontrare i suoi amici di una volta, ed egli, per un profondo sentimento di vergogna, cercava di evitarli. Ma lo scampanìo che ad un tratto gli scoppiò sulla testa lo riscosse.

Il quartierino non aveva finestre verso strada: la finestra dello studio s'apriva con un abbaino sul tetto basso sotto il campanile. Uscì di e si trascinò carponi sul tetto della chiesa. Alzando il capo scorse in alto, estatico in mezzo al rombazzo enorme che saliva dalla strada, don Celestino. Suonava sempre a distesa tranquillamente. Guido intese le grida di sotto: — Non così, non così, più forte. — Allora preso da grande curiosità, si ficcò per un finestrello che s'apriva a fior di tetto nella scaletta del campanile e montò su fino alla cella. s'affacciò al parapetto, tuffò l'occhio sopra la folla fluttuante e gridò con voce tuonante che s'intese tra gli squilli placidi della campana:

Viva l'Italia!

In quella sbucò fuori dalla scaletta Ambrosino e con una grossa spranga di ferro che stringeva in pugno, si diè a picchiare sulle due campane.

Don Celestino lasciò le corde e stette a guardarlo.

Il giovine operaio menava, martellava furiosamente: gli occhi gli schizzavano dalla testa e la fronte gli grondava di sudore.

Poco dopo le campane di S. Pietro dei Servi risposero all'allarme, poi quelle di S. Babila, poi quelle di S. Carlo, della Passione, poi quelle di S. Vito, di Santo Stefano.

Man mano che lo scampanìo si allargava, Ambrosino tralasciava un minuto, porgeva l'orecchio, salutava con una esclamazione, con un sorriso il nuovo squillo e poi con gioia crescente ripigliava di lena a battagliare, gridando:

— L'attacca, l'attacca!

Finalmente, stanco, porse la spranga al prete, dicendogli:

— Vuol divertirsi un poco anche lei?

Si affacciò al parapetto.

Da tutti i campanili si suonava a stormo. Ai suoni violenti rispondevano i rintocchi furiosi, affrettati delle squille. Anche i grossi bronzi affiochiti nel ritmo solenne e mesto della rassegnazione, rompevano la secolare gravità e tuonavano bravamente alla rivolta. Una tempesta sonora, le cui raffiche scoppiavano or qua or , si allontanavano, tornavano impetuose, s'incrociavano, si sposavano in un frastuono ora stridente, ora fragoroso.

Milano mandava, dopo tanta pazienza e tanta soggezione, il suo formidabile grido di collera.

Ambrosino levò la berretta, salutò con riverenza profonda, poi disse:

Musica italiana!

E trinciando colla destra, batteva la solfa del fiero concerto.

Dopo alcuni minuti, in un breve intervallo, sentì uno sparo: tese l'orecchio e ne sentì un secondo, poi un altro poi parecchi altri insieme, una vera fucilata e il grandinare delle palle sui tetti bassi della casa di faccia, di dal Naviglio, alla sinistra del ponte.

Veniva gente alla corsa dalla parte di Porta Renza, e, varcato il ponte, fuggiva per via S. Romano.

Sull'angolo del vicolo S. Carlo e del passaggio dirimpetto si costruiva una grande barricata; un carro di botti vuote, che passava sul ponte, era fermato, e, staccati i cavalli, rovesciato sull'uno dei fianchi.

La gente rimasta da basso davanti la chiesa aveva cominciato a smuovere il ciottolato; ma subitamente lasciava a mezzo il lavoro e si rifugiava anch'essa oltre il Naviglio.

— Ci siamo, — pensò Ambrosino, e, pigliato per un braccio don Celestino, che seguitava a picchiare a buono, lo tirò seco giù per la scaletta dicendogli:

— Presto, presto, se non vogliamo ballare noi la polka sonata per gli altri.

Attraversarono la chiesa deserta, sboccarono nella strada.

Passava correndo un muratore.

Ehi, ehi, che c'è? — domandò Ambrosino.

L'altro, senza rallentare il passo, voltandosi appena, rispose:

Tedeschi da Porta Tosa... dalla Passione... bastioni... cannoni, cavalleria...

Anche dall'altra parte, lungo il Naviglio, s'avanzavano degli Austriaci; prima alcuni Usseri di trotto e dietro molti Reisinger al passo di carica.

Non c'era tempo da perdere.

In due salti furono al di del ponte, e, sgattaiolando tra la barricata e il muro, entrarono in via S. Romano, la quale tra il ponte e il Leoncino era tutta ingombra di ripari, lasciati imperfetti, alla voce che i Tedeschi s'appressavano.

La gente, parte s'era ritirata oltre San Babila, parte rifugiata entro le case: le porte si chiudevano, si serravano, si puntellavano di dentro.

I passi dei soldati già risuonavano sul ponte. Ambrosino col compagno riuscirono a ficcarsi nel portone. Nel cortile v'erano molte persone: levavano i ciottoli, li recavano sul tetto della casa, che aveva un piano solo, oltre il terreno.

Ambrosino salì con loro.

I Tedeschi s'erano fermati davanti alla barricata, incerti, irresoluti.

Si sentivano gli ordini, le rampogne, gli eccitamenti imperiosi dei capi.

Poi, mentre gli altri si davano a rimuovere gli ingombri, qualche dozzina di soldati, condotti da un ufficiale, penetravano nella strada.

S'appressavano alle prime porte e picchiavano col calcio dei fucili. L'ufficiale gridava:

Porte aprire, porte aprire, o sfondare.

Dopo qualche minuto una voce tonava dall'alto:

Giù! — E subito, come ad un segnale, cominciava una terribile gragnuola di pietre e di tegoli.

I Tedeschi, colti dall'inaspettato saluto, si confondono, si spaventano, fuggono; malconci, pesti, sanguinanti, saltano, bestemmiando, strillando, sopra la barricata e gettano il panico e lo scompiglio fra i compagni.

Alcuni si voltano e tirano qualche fucilata sui tetti, che per fortuna non coglie nessuno, e subito tutti quanti ripassano il ponte e ripiegano verso il Governo.

Segue un momento di silenzio; i rivoltosi si guardano stupiti.

Uno esclama:

Ehi, come scappano!

Un ragazzo da un tetto di faccia risponde:

— L'antipasto è bastato.

E scoppia da un tetto all'altro un'allegra risata.

Subito le finestre e gli usci si riaprivano, ne sbucava fuori la folla imbaldanzita dal mirabile successo, e, con furia febbrile, correva a riparare, a compire le barricate sfatte o interrotte.

Da tutte le case, a gara, si traevano, si buttavano fuori mobili di ogni sorta, che battendo sul lastrico si sfasciavano, ed erano trascinati, ammucchiati, accavallati alla rinfusa.

Ambrosino e don Celestino erano usciti cogli altri nella strada, e all'angolo del vicolo San Carlo incontrarono Gaetano, il quale veniva innanzi curvo sotto il peso di una grossa madia da lui tolta nella posteria della Filomena.

— Qua una mano, — disse egli all'Ambrosino.

Ma don Celestino, che si trovava sulla mano, fu più lesto, e, con un vigore di cui non si sarebbe mai creduto capace, abbrancò la madia, e sollevandola di peso, la recò egli stesso sul mucchio.

Poi i giovani in tre o quattro volte vuotarono la camera di Gaetano e sgombrarono le botteghe vicine dei mobili superflui.

Mentre essi andavano e venivano, altri cittadini di buona volontà portavano assi, imposte, panche, carrette, rottami d'ogni sorta,

In quella una palla di cannone tirata dalle mura squarciò il campanile di San Damiano. Pareva una vendetta dei Tedeschi.

Ambrosino alzò il capo ed apostrofò il campanile dicendo:

Veterano, avrai la menzione onorevole.

Ma uno spettacolo più inquietante attirò la sua attenzione.

Alla cannonata era succeduto un vivo fuoco di moschetteria. I soldati, chiusi nel palazzo del Governo, tiravano in istrada e contro le case dirimpetto.

Il palazzo Fontana era tutto crivellato.

Ambrosino impallidì mormorando:

Donna Elodia!

E tosto, senza curare il pericolo, si slanciò sul ponte, passò davanti al palazzo del Governo ed entrò nel portone aperto di casa Fontana. La conosceva molto bene, per averci lavorato con suo padre, capomastro.

Fe' le scale in due salti, percorse l'appartamento e finalmente trovò la signora nella camera del figlio Aroldo verso il giardino.

— Presto, presto, signora contessa, venga con me, la casa non è sicura.

Donna Elodia si alzò subito, Ambrosino diè mano ad Aroldo, e tutti e tre, seguiti dalla cameriera, scesero in giardino, uscirono negli orti.

La fucileria continuava in via Monforte. Ambrosino per certi cortili li condusse in piazza della Passione, di lungo il Naviglio di S. Damiano per il ponticello e il vicolo in via di S. Romano.

I compagni avevano ricominciato a lavorare intorno alla barricata.

Ambrosino disse ad uno dei muratori:

Conduco la signora qui vicino e torno subito.

Dove andiamo? — gli domandò poi donna Elodia.

— Qui vicino alla Cervia, a casa del signor architetto.

Elodia fe' un gesto di sorpresa, ma non disse nulla e seguì Ambrosino.

La donna che serviva l'architetto li condusse nel quartierino ch'egli occupava al primo piano di una casa di modesta apparenza in via della Cervia: tre stanze in tutto. La fece entrare nella sala, che era arredata con un certo decoro, di mobili antichi.

Aroldo si sentiva poco bene.

Donna Elodia, che non era mai stata in quella casa, domandò alla donna dove fosse la camera dell'architetto, per mettervi il figlio a riposare. Costei le indicò un uscio in fondo: ma rimaneva perplessa: il padrone le aveva sempre vietato rigorosamente di lasciar entrare alcuno nella sua camera da letto.

Ma donna Elodia non s'avvide di nulla; prese Aroldo ed entrò. Nonostante la sua gran commozione di quel momento, fu colpita dall'aspetto di quella camera non solo modesta, ma povera propriamente: i muri nudi solamente imbiancati, un lettuccio liscio senza tende, due sedie, un tavolino. Nella nudità della stanza, attirava l'attenzione un quadretto appeso al capezzale e religiosamente coperto di mussola rossa. Donna Elodia riconobbe il proprio ritratto: appese intorno ad esso, tante piccole minuzie le quali le rammentavano diverse epoche solenni della sua vita di famiglia.

Mentre lei guardava con profondo rispetto quella stanza così piena del suo ricordo, parlante di un amore virilmente discreto e verecondo, s'aperse l'uscio e comparve l'architetto Fontana.

Ambrosino tornando al ponte di San Damiano l'aveva trovato che lavorava coi due muratori e Gaetano a riparar la barricata. Era arrivato poco prima dalla campagna e correva a casa della moglie: ma l'avevano avvertito che donna Elodia era andata coll'Ambrosino, il quale aveva detto di tornar subito. Si era dunque fermato ad aspettarlo e da lui aveva saputo il resto.

L'architetto rimase sulla soglia senza dir nulla; aveva un fucile in mano ed era tutto infangato e impolverato.

Donna Elodia fu lei la prima a parlare: gli mostrò Aroldo steso sul letto che gli sorrideva, e disse:

— A casa non si era troppo sicuri e siamo venuti a chiedere ospitalità a voi.

— Avete fatto bene, — mormorò l'architetto colla sua voce solita.

— Siete contento? — domandò donna Elodia stendendogli la mano.

Allora lui parve uscire da una profonda distrazione; si buttò innanzi, afferrò quella mano e la baciò furiosamente. Elodia contemplava meravigliata quell'uomo abitualmente così freddo, impassibile, che, preso da un impeto di tenerezza, tremava, come un giovinetto innamorato al primo appuntamento.

Il fucile che aveva lasciato contro lo stipite dell'uscio cadde a terra rumorosamente.

Elodia trasalì e domandò:

— È carico?

— Sì...

— Voi vi battete dunque?

— Se sarà necessario, magari.

L'architetto le volse uno sguardo timido e con un sorriso soggiunse:

Oggi sono pazzo anch'io.

Donna Elodia gli buttò le mani sulle spalle e mormorò:

Oggi siete grande.

Ella posò un momento il capo sul suo petto. Lui si chinò e le diede un bacio sui capelli.

Il ragazzo seduto sul letto li guardava stupito.

L'architetto si scosse.

Rimanete qui; arrivederci.

— Quando?

— Fra poco; sto qui vicino.

Elodia stava pensando se doveva o no seguirlo; egli era già in istrada.

I due muratori ed Ambrosino, secondo le sue istruzioni, stavano costruendo una seconda barricata a una ventina di passi dietro a quella prima, allo sbocco del ponte, appena sconnessa dai Tedeschi nel loro breve assalto e che pure venne ricomposta per istabilire una doppia difesa.

Altri due ripari minori sorgevano intanto dietro a loro nel tratto dalla via Cervia a San Babila.

I Tedeschi, ritiratisi nel palazzo del Governo, non turbarono questo lavoro.

Solo dal bastione, in fondo, avevano cominciato a lanciare delle racchette innocentissime, delle quali alcune cadevano dietro le barricate ed erano subito spente senza il menomo inconveniente.

Il nemico si raccoglieva per venire alla riscossa? Chi sa? Nessuno più si dava pensiero del pericolo imminente; col sentimento della sicurezza era tornato il buon umore; i preparativi di difesa somigliavano a quelli di una galloria di un ballo improvvisato in campagna, ove ciascuno reca quel che ha, e in mancanza d'altro, il suo consiglio, il suo chiacchiericcio, e chi fa la festa se la gode. Raffinavano il disegno della loro barricata con l'ingegnosità illogica e grottesca dei bambini che fanno il presepio. Si inventavano le cose più strambe: una stia coi polli dentro fu sollevata in cima al mucchio col beccatoio volto in fuori; vicino ad essa si piantò una granata che un bell'umore della compagnia s'era fatto la mattina buttar giù da un servitore di casa Mantegazza, «per ispazzar via i caiserlich».

Nella madia tolta nella posteria dell'angolo trovarono un barilozzo pieno di spirito che nel conquasso s'era un po' sconnesso e spandeva il liquido pericoloso. Lo buttarono in mezzo alla strada, e vi appiccarono il fuoco, ne fecero una baldoria, ottima a rasciugare gli abiti umidicci per il piovigginare della mattina.

Fatta la barricata, si tenne nella posteria, trasformata in corpo di guardia, un consiglio di guerra, al quale presero parte tutti gli uffiziali superiori e inferiori e militi della piazzaforte, compresa la proprietaria dell'esercizio, rappresentante del servizio intendenza e provvigioni, che entrò subito in funzione col distribuire alcuni bicchierini di grappa ai membri del consiglio. Mentre si deliberava, i nipoti di Gaetano si baloccavano, ruzzavano per la bottega, mescolando i loro gridolini e le loro risa infantili alle discussioni.

Gli uomini erano otto in tutto: Gaetano, Ambrosino, l'architetto, il musicista, i due muratori e un accendilampade municipale che, per la sua vociuzza fioca ed asmatica, si chiamava Agonia, e colla sua indole vivace e piacevolona sapeva rendere allegro anche il soprannome. Don Celestino era entrato cogli altri.

Gaetano, conosciuto da tutti, cemento ed anima della compagnia, fu naturalmente acclamato generale in capo e presiedette l'adunanza.

Visto il prete sulla soglia del botteghino, gli ficcò gli occhi in faccia e disse:

— Siamo dunque tutti ben risoluti di batterci? Non c'è mica fra noi alcun vile o traditore? Chi non si sente d'odiare i Tedeschi e di morire combattendoli, se ne vada. I patrioti restino, e viva l'Italia.

Tutti, compreso don Celestino, gridarono:

Viva l'Italia!

L'architetto Fontana disse ruvidamente:

Ora, poiché siamo in ballo, bisogna ballare, e non far delle ragazzate. Le rivoluzioni sono giuochi da uomini.

Gaetano soggiunse:

Giuriamo di batterci all'ultimo sangue!

Risposero di nuovo tutti ad una voce.

— Anche lei? — domandò al prete.

Questi fe' un sorriso distratto e malinconico: i suoi occhi azzurri brillarono più dolci e più soavi.

— Ah caro signore, — mormorò la fantesca della posteria, — pare l'angiolo dell'Annunziata.

Gaetano invitò il suo stato maggiore ed esercito a deliberare sui mezzi e sui modi della difesa.

Punto primo:

Armi.

Non ne avevano.

L'accendilampade propose di chiederne al municipio. Si approvò senza discussione, e per la carica ufficiale, ne fu incaricato lui. Egli partì subito per la sua spedizione.

L'ingegnere aveva della polvere da caccia nascosta in cantina: il fucile gliel'avevano sequestrato in seguito ai rigori provocati dalle dimostrazioni del settembre.

Corse a prenderla, e ne recò circa un tre chili che depose sul banco.

Era qualcosa, ma mancavano sempre i fucili.

La postera disse allora che le pareva di averne vista nel magazzino del signor Torre.

Si sospese la discussione.

Gaetano vi corse con Ambrosino e l'ingegnere.

V'era il proprietario, il quale però, non si sa come, preso dalla febbre del momento, non si fe' pregare, e lasciò che i giovani si pigliassero quel che volevano. Di questo suo impeto di civismo rimase poi ammirato fin che visse, e quando gli parlavano dei sagrifici e degli atti eroici compiuti dai Milanesi in quei giorni memorandi, interrompeva dicendo: «Venite a dirlo a me!». L'Italia libera non gli fu poi riconoscente, ed egli non cessò di mormorare. «Bel costrutto che s'è avuto dal buttarsi via a quel modo! Pensare che per arrivare a questo io mi sono spogliato; che ho aperto io il mio magazzino e ho dato i miei mobili, un patrimonio: un sofà, un tavolino di ebano, un cembalo di palissandro».

Queste preziose rarità figuravano davvero nella barricata, per una bizzarra idea del giovine maestro di musica, il quale se ne servì ad improvvisare, in mezzo alla strada, un salotto singolarissimo per «i festini della guarnigioneaddossando il sofà alla barricata, mettendo a ciascuno dei due lati seggioloni primo impero, un cencio di tappeto in terra davanti, il cembalo nel mezzo.

Gaetano cercava tutto ciò che poteva avere una lontana analogia con un'arma; fu abbastanza fortunato di trovare un vecchio archibugio damaschinato a ruota, due grandi sciaboloni da scuola di scherma, una terzetta, alcuni pugnaletti da teatro, la mazza di un tamburo maggiore del Regno italico, lo spiedo di un girarrosto.

Compiuta l'esplorazione, portarono questi ferrami nella posteria e si fece la distribuzione.

Gaetano, per consenso unanime, si tenne la terzetta: diede una sciabola al maestro e l'altra all'Ambrosino, la mazza e lo spiedo ai due muratori. Essi ebbero, inoltre, un pugnale per ciascuno. Il solo don Celestino non ebbe arma alcuna; egli non ne chiese, e Gaetano finse dimenticarsi di lui.

Il fucile fu tenuto in comune per il servizio di sentinella.

Si riprese la deliberazione.

L'ingegnere aveva portato anche un po' di piombo, di grosse quadrelle da lepre. Queste potevano intanto servire per le due «bocche da fuoco»; la postera s'incaricò di fondere delle palle col piombo delle finestre sue e dei vicini. Fu autorizzata di aggregarsi per questo altre donne.

A risparmio di munizioni, si convenne di non tirare che a bersaglio ragionevole, determinato e quasi sicuro.

Si decise finalmente che uno, per turno, avrebbe fatto la sentinella nel tratto chiuso fra la barricata e il riparo alla testa di ponte.

Tutti si disputavano la prima fazione. Bisognò tirare a sorte.

Ambrosino scrisse i sette nomi dei presenti su alcuni pezzettini di carta. Li pose incartocciati nel proprio berretto, ve li rimescolò e porse il berretto a Gaetano.

Il quale estrasse e lesse con una smorfia di dispetto, il nome di don Celestino.

Egli rimaneva perplesso e cercava un pretesto di mandar a monte il sorteggio.

Ma il prete non gliene diè il tempo; si fe' innanzi pronto, e preso il fucile, ch'era in un cantone, s'avviò tranquillamente al posto.

Tutta la compagnia volle accompagnarvelo. Il bizzarro drappello sfilò fra le due barricate, facendo sfoggio delle armi, che provavano, se non altro, il loro coraggio.

Il maestro di musica aveva snudato la sciabola; quella d'Ambrosino s'era ossidata nella guaina.

Erano grottescamente sublimi: furono salutati da allegre e vive acclamazioni.

Posta la sentinella e datale la consegna, si ritirarono nel corpo di guardia.

La consegna era semplicissima: tener d'occhio il nemico.

— E le spie, — aveva aggiunto Gaetano.

E l'assediò cominciò tranquillamente come se non dovesse mai finire.

Dopo mezz'ora, non si pensava che a combattere la noia.

La postera aveva raccolto una discreta provvigione di striscie di piombo e requisite cinque o sei donne del vicinato, ed era venuta con queste anche Carolina.

L'ingegnere insegnò loro a fabbricare proiettili per le due armi da fuoco che si avevano e per le altre che si aspettavano.

Gli uomini giuocavano alla morra sul banco.

Tutt'insieme, petulanza puerile, ma formidabile.

Quella fanciullaggine di barricata, costrutta da un prete appena uscito dal seminario, difesa da alcuni capiscarichi, munita di un archibugio da museo e di alcuni ferrami arrugginiti, era protetta da un talismano possente: l'assenza della paura; perciò li ispirava.

Tanta imprudenza doveva sembrare un agguato.

Alla baldanza sconfinata i Tedeschi opponevano precauzioni infinite.

Per quasi due ore si tennero queti, nascosti nel palazzo del Governo e negli orti dietro il palazzo Cicogna.

Parevano scomparsi. La via Monforte rimaneva deserta e silenziosa: solitudine e silenzio pieni di vigilanza e d'insidie.

In questo frattempo la brigata della posteria s'era accresciuta di tre persone.

Guido dal suo abbaino aveva seguito le peripezie del primo assalto e della ricostruzione della barricata: aveva visto Gaetano affacciarsi infaticabile, incoraggiare i compagni con la fiera arditezza del suo esempio e colle sue parole.

Egli contemplava tutto questo come si contempla uno spettacolo straordinario, meraviglioso.

Ma subitamente sbalzò un grido dalla sua coscienza: — Quella era la rivoluzione invocata da tanto tempo! Come non la riconosceva? Perché non era laggiù cogli altri?

Si vergognava del ritardo, scendeva precipitosamente in casa. Nel salotto da pranzo, Desolina e sua madre, spaurite, aspettavano tremanti, in silenzio, il finimondo. Il cannone che tonava di quando in quando, le faceva trasalire.

— Io vo giùdisse Guido — a fare il mio dovere. Venite anche voi con me?

Desolina s'alzò ed anche la signora Edvige.

Discesero nella strada deserta: lo scampanìo rallentava ad intervalli, ed allora si udiva un rombo lontano e distinto come un fremito minaccioso.

Poterono senza molestia arrivare al ponte ed attraversarlo. Furono ricevuti nella posteria con vivi applausi.

Gaetano abbracciò Guido: le donne fecero posto a Desolina e a sua madre.

Per Guido quest'accoglienza fraterna fu come una assoluzione: egli si risentì degno dei suoi ideali giovanili. Un grande ardore eroico lo prese. Aveva bisogno di affrontar qualche grande sorpresa.

Nella posteria s'annoiavano. Gaetano sulla soglia terminava uno schizzo della barricata.

— Quando si farà la storia di questo giorno, questo servirà per illustrarla.

Era diventato solenne.

Le donne seguitavano a preparar munizioni.

Finalmente alcuni soldati s'avanzarono, rasentando il muro fino alla curva sporgente di casa Cicogna, e cominciarono a far fuoco contro la barricata. Si facevano innanzi, uno alla volta, sparavano e tosto si appiattavano contro il muro.

Al primo colpo la brigata sbucò fuori dalla posteria e stette aspettando l'assalto, che per allora non venne.

I soldati, sparati i fucili ad uno ad uno, si ritirarono. Dopo ne vennero degli altri, e, colla stessa prudenza, fecero fuoco anch'essi.

La fucileria seguitò ad intervalli.

Le palle, passando sopra i ripari, si perdevano inoffensive in fondo alla strada o scrostavano i muri delle case.

La minaccia, che non osava farsi pericolo, restò un divertimento; fu rintuzzata a colpi di risa. Uno dei muratori prese la granata, andò a piantarla, colle barbe in su, in mezzo alla barricata esteriore, perché «quei poveri coscritti avessero almeno un bersaglio».

Il giovane musicista sedette al cembalo nel «salotto» e cominciò a pestare sulla tastiera il coro dei Druidi nella Norma,

I compagni cantavano:

Gue... ra, gue... ra

Alcuni ragazzetti scappati dai cortili vicini, schiamazzavano e monelleggiavano nella strada, disputandosi le palle che cadevano.

Le campane, percosse a stormo, coprivano dall'alto, colla solenne sinfonia, il chiasso giulivo delle vie.

Lassù la burletta si mutava in tragedia: la rivolta di un popolo inerme in una minaccia del destino, in una terribile condanna di Dio.

Don Celestino, calmo, pensoso, passeggiava dal vicolo S. Carlo al vicolo S. Damiano.

Gaetano era tornato fuori, e immobile, appoggiato alla barricata, lo osservava.

Il riparo, ineguale, in certi punti era tanto basso che copriva imperfettamente la sentinella.

Il suo largo cappello da prete serviva di mira al nemico.

Una palla lo colpì e glielo levò di capo.

Don Celestino lo raccolse e se lo ricalcò tranquillamente sulle tempia.

Poco dopo un'altra scarica glielo buttò a terra di nuovo.

— Non se lo rimetta, — gli disse Gaetano, — lo dia piuttosto a me. — E andò ad appenderlo al piede di una sedia che sporgeva fuori dalla catasta.

Non tardò ad essere bersagliato dal nemico.

Don Celestino riprese a passeggiare a capo scoperto, imperturbabile, benché avesse ricominciato a piovigginare.

Gaetano non lo perdeva d'occhio un minuto e, guardandolo, il cipiglio diffidente del suo volto si scioglieva per una commozione profonda.

Il prete s'affacciava spesso ai vani della barricata, e scrutava con uno sguardo attento e coscienzioso la via Monforte.

Tutto compreso dal suo dovere, egli dimenticava il rischio cui si metteva.

Finalmente Gaetano lo ammonì:

— Non si esponga così!

Egli rispose sorridendo:

— Come si fa a vedere senza lasciarsi vedere?

Gaetano piegò il capo e s'allontanò. Non l'osservava più, l'ammirava.

Dietro la seconda barricata, nel salotto, il concerto continuava. Cantavano l'inno di Pio IX:

 

«Viva gridiamo unanimi,

Figli d'un padre istesso,

Viva il gran Pio concesso

Dal Cielo al nostro amor...».

 

Don Celestino li accompagnava a mezza voce.

Compiuta l'ora, Gaetano, cui toccava la seconda fazione, tornò a rilevarlo, e, mentre ne riceveva il fucile, gli strinse la mano e sclamò:

Bravo!

Non seppe aggiunger altro, ma con quella parola egli voleva chiedergli scusa dei sospetti ingiuriosi, dei giudizi temerari ed ingiusti fatti contro di lui da un mese in poi, dello sguardo della mattina quando l'aveva incontrato, della coccarda negatagli, della diffidenza nel concedergli il suo turno di guardia: sembrava una famigliarità, ed era invece un elogio dimesso: voleva dire: — lei è bravo davvero, il più bravo, il solo bravo; — mettere fra lui e sé una distanza grande quanto la sua ammirazione per lui: riconoscere la superiorità di quel giovane educato alla preghiera e alla rassegnazione, e che impugnava l'armi non per odio, non per vendetta, ma per ispontaneo e quasi inconscio impulso del cuore: non contro un nemico, ma contro i suoi protettori. Riconoscerla ed affermarla al cospetto della propria coscienza, perché il dare un merito ad altri è sempre un negarlo a se stesso, una penosa mortificazione dell'amor proprio, ed egli aveva bisogno di castigarsi perché al confronto di quella trasfigurazione di un chierico in un eroe egli si sentiva troppo l'uomo solito dei giorni avanti.

Rientrando, pochi minuti prima, nella posteria, vi aveva trovata Carolina venuta con altre donne ad aiutare la Filomena. La sua vista gli aveva dato un tuffo nel sangue. Egli aveva avuto paura di sé, di batterla o di abbracciarla e perdonarle tutto, di essere brutale o vile, ed era fuggito tutto tremante.

Perciò specialmente la serenità di don Celestino l'umiliava.

Don Celestino gli restituì la stretta di mano e disse:

Diamoci del tu.

Gaetano lo abbracciò.

 


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