Roberto Sacchetti
Entusiasmi

PARTE TERZA

III

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III

 

Finalmente verso sera la brigata si accorse di esser quasi digiuna dalla mattina in poi, e Filomena preparò il rancio per tutti: del riso, delle luganeghe, dello stracchino, tutto ciò che lo svariato più che ricco commercio della sua bottega poteva fornire.

L'architetto Fontana aveva fatto una scappata in casa e tornò con donna Elodia, che questa volta volle seguirlo. Per la prima volta ella si trovò impacciata alla presenza di Guido.

Egli invece la salutò allegramente e le presentò sua moglie.

Donna Elodia accettò la cena di Filomena e mandò la cameriera a prendere l'argenteria che costei, previdente, aveva recato seco dal palazzo.

L'architetto si mise a ridere e disse alla cameriera:

— Sarà meglio che ci facciate portare anche una dozzina di bottiglie: la donna vi darà la chiave.

Quando la minestra fu cotta, Filomena chiamò la compagnia; don Celestino, l'architetto, il maestro, Guido, la contessa, Desolina e sua madre sedettero al tavolino degli avventori. Ambrosino e i due muratori mangiarono ritti dinanzi al banco: tutti attaccarono le provvigioni coll'affetto e il buon umore d'una merenda da caccia.

Non mancava che Gaetano.

L'architetto, ff. di comandante, dichiarò che le sentinelle non mangiano e consigliò la Filomena di tenergli la sua porzione in caldo.

Ma Carolina prese una scodella, la riempì ed uscì in istrada.

Gaetano, che aveva cominciata la sua fazione, la vide venire a sua volta con quella mirabile sicurezza abituale che le donne di casa conservano nei momenti più solenni e nelle maggiori emozioni della vita.

Ma Gaetano non si mosse, la guardava con occhio torvo.

Carolina stette un po' perplessa, poi depose con una mano la scodella sopra un'asse che sporgeva dal mucchio del riparo.

— La metto qui, — disse con voce di pianto, — la metto qui; se la mia presenza vi fastidio io me ne vado.

Gaetano prese la scodella, la tenne qualche minuto in mano, e poi, mentre già Carolina lo ringraziava con uno sguardo di riconoscenza, la scaraventò di dalla barricata. A Carolina fu come se le avesse dato una mazzata sul capo.

Il suo coraggio svanì; barcollò e per non cadere s'appoggiò alla barricata.

Gaetano le disse ad alta voce:

Grazie.

E sommessamente, con grande amarezza, soggiunse:

— Vi ho ringraziata, potete andarvene, i rispetti sono salvi, nessuno si accorgerà di nulla, andate dunque.

Lei non si moveva, piangeva dirottamente.

— Che volete di più? Non sono stato gentile abbastanza? Che ci devo fare: noi popolani non sappiamo le cortesi imposture dei signori. Non vi ho risparmiata la vergogna di un rifiuto, la fatica di trovare una bugia? E sappiate che se ho fatto tanto non l'ho mica fatto per voi, ma per quel bravo giovine di vostro fratello. Ma, voi... mi meraviglio di voi... della vostra faccia franca... Non avete pensato che io poteva, dopo quel che è avvenuto, ricordarmi delle vostre indegnità, e lasciarmi prendere dalla collera e dirvi qui in mezzo alla strada quel che vi meritate? Ringraziate vostro fratello, vi dico... Perché siete venuta a cimentarmi? Perché? Cosa pensate di fare?

— Nulla, — rispose finalmente Carolina singhiozzando, — nulla; quando poco fa sono uscita dalla posteria, la Filomena mi disse: Devo andare io? con una cert'aria che pareva sapesse mi avresti respinta. E lo temevo anch'io, ma tanto son venuta. Sono tre settimane che mi sfuggi; ora ti avevo visto, eri qui, ho voluto vederti... parlarti.

— A cosa serve? Vi ho pregata, scongiurata di parlare, di dire quel che potevate a vostra difesa; avete taciuto: che cosa potevate dire? nulla, lo so bene; ma allora se anche mi avessi detto una bugia, una scusa purché fosse, ti avrei creduta, perché allora non avevo occhi che per chiuderli quando tu non c'eri a prestarmi i tuoi per vedere, e la mia testa era un cofanetto dove tu potevi metterci quel diamine d'imbroglio che volevi, senza che curiosità al mondo avesse il coraggio di disfar il nodo per vederci dentro... allora avevo quella febbrona... adesso, mia cara, sono guarito e ringrazio il Signore... Sarebbe inutile, il beveraggio non serve più...

Annottava. Le fucilate spesseggiavano. Alla fine il silenzio della barricata imbaldanziva il nemico, e i soldati s'avanzavano, per tirare, fino al portone di casa Cicogna.

Nella posteria continuava il gaio acciottolìo della cena. Gaetano parlava basso con Carolina, curvandosi verso di lei, come nei loro colloquii amorosi d'una volta quando ella usciva in cortile la sera e discorrevano dalla finestra, egli dentro ed ella fuori. Con che strazio ella ricordava ora quei momenti benedetti! La voce era la stessa, ma le parole quanto diverse e che crudele confronto!

Carolina soffriva troppo; a mani giunte lo scongiurava di tacere.

Gaetano, non dir così, non dir così per amor di Dio! Tu mi detesti, ebbene ammazzami.

— Non ti detesto, nemmen per sogno: mi sei indifferente; adesso dico per dire...

La sua commozione smentiva la calma che voleva ostentare.

Egli proseguiva:

Guarda, ero tanto credenzone, ti avevo messo tant'alto nel mio cielo che le nuvole del sospetto non ti potevano arrivare. Avrei dubitato di tutto il mondo e di me piuttosto che dubitare di te. Tu eri diventata un articolo di fede. E quella sera quando vidi quell'uomo, sai cosa ho pensato? Ho sospettato, me lo perdonino, di tuo padre e di tuo fratello. E allora sì che ho sofferto!

Carolina levò il capo e lo guardò ansiosamente.

Soffrivo perché ti stimavo, ti volevo bene e pensavo che un ostacolo veniva a frapporsi fra noi, ch'io avrei dovuto, per debito d'onore, rinunziare a te, e perderti, e rimpiangerti, perché un patriota non può imparentarsi coi traditori, e tali credevo i tuoi. Alla buon'ora, sono libero di ogni rammarico: io posso disprezzarti senza far torto a nessuno, senza far torto nemmeno a te, perché tu sei la causa del tuo male... seppure il mio abbandono è un male, come vuoi darmi ad intendere...

Le voltò le spalle e s'allontanò.

Carolina si guardò intorno smarrita.

La sua condanna era dunque pronunziata! Le campane coi loro rintocchi violenti, a cui l'ora triste del crepuscolo dava un'intonazione lugubre, la ripetevano al suo orecchio, gliela ribadivano in cuore con la loro voce di bronzo.

Ella volle ribellarsi, protestare, difendersi.

Un grido le eruppe dal petto:

Gaetano! Senti!

Ma quando egli si voltò, le mancò il coraggio; un nuovo pensiero le mozzò la frase sul labbro. Ella mormorò:

— Mi lascerebbe lo stesso!

Lasciò cadere le braccia; tutta la sua persona si accasciò sotto l'incubo di una disgrazia prepotente, inesorabile. Nel suo cervello i pensieri tristi, funesti, martellavano con la rapidità dei rintocchi delle campane sempre più cupi e furiosi, e il cuore rispondeva con dei gemiti nei quali esalavano tutti i suoi affetti, tutte le sue speranze.

Aveva cominciato a piovere: non se ne accorgeva; alzava istintivamente il capo; l'acqua le rinfrescava la fronte ardente.

Fissava lo sguardo nell'oscurità della via Monforte. Quella tenebra bieca, gravida di rumori indistinti e sinistri, l'attirava, rispondeva allo sconvolgimento cieco del suo spirito.

Il lampo di uno sparo gittò il guizzo di una risoluzione in quella coscienza rabbuiata.

Coll'impeto della disperazione Carolina s'aggrappò alle sporgenze della catasta, s'arrampicò, si rizzò sopra la barricata: il suo profilo spiccò un momento sulla penombra scialba.

Seguì un'altra scarica formidabile di dal ponte, il riparo ne traballò.

Carolina balenò e cadde.

Gaetano l'intese ruzzolare, le fu sotto d'un balzo, la raccolse fra le braccia.

Colla furia insensata dello sgomento la stringeva, la scuoteva, le dimandava:

— Sei ferita? dimmi, sei ferita? per carità dimmi!

Carolina gli si abbandonava sul petto.

Finalmente disse di no.

— No, sono caduta, ho avuto paura, sono una sciocca!

— Tu non sei ferita davvero?

— No! così fossi morta!

Gaetano la guardava impietrito.

— Poco fa, nel venire qui, ero risoluta di ammazzarmi se tu mi respingevi... pensavo che avresti avuto pietà di me e che sarei morta fra le tue braccia. Ora tu crederai ch'io facessi da burla.

Morire? — esclamava Gaetano; — ma io non voglio, non voglio.

Soggiogata dall'impero di quella passione che risuscitava tutt'intera e con potenza, ella lo guardava un momento intenerita e lagrime cocenti le sprizzavano dagli occhi.

Poi faceva per divincolarsi,

Lasciami andare, lasciami...

Dove?

Egli la prendeva pel braccio.

— Mi prometti di rientrar in casa? Ti ci condurrò io.

— No... Sei stato tanto buono, ma ti pentirai...

Pregherò tuo fratello di tenerti compagnia, gli dirò che stai male... vieni...

Ella non opponeva resistenza. S'avviarono, ella appoggiata a lui, egli sorreggendola. Ma subito egli si fermava:

— No, resta qui con me... non sarei tranquillo... resta qui con me, dopo ti accompagnerò io...

Carolina singhiozzava.

— Tu ti pentirai, — ripeteva, — tu tornerai daccapo a maltrattarmi, a parlarmi in quella maniera di poco fa...

— No, no, te lo giuro. Ti giuro che non ti dirò più nulla; non vedi che mi sforzavo, che facevo la voce grossa per darmi coraggio, ma che non ti odio… ma ti voglio bene, bene?

— Ah, di', di' ancora... — esclamava Carolina sfacendosi dalla gioia.

— Ti voglio bene, sei contenta?

Erano abbracciati, i loro volti si toccavano, le labbra si cercavano, si trovavano... la pioggia fredda li inondava... non sentivano...

Poi egli la tirava contro il muro.

I rintocchi delle campane continuavano, e anche le fucilate; essi non udivano che il battito dei loro cuori.

Poi Carolina diceva:

Piuttosto che sentirti ancora parlare in quel modo, preferirei morire...

Gaetano trasalì.

Una tristezza improvvisa attraversò il parossismo della sua gioia.

Un rammarico acuto lo assaliva.

Quella donna, ch'egli adorava, ch'egli teneva fra le sue braccia, come fosse tutta la sua felicità, tutta la sua parte di paradiso, quella donna l'aveva ingannato, egli non poteva stimarla

Ma senza di lei, egli non poteva vivere!

Se la morte fosse venuta in quel momento, l'avrebbe benedetta. L'invocava con ansietà voluttuosa.

Resta qui con me, ho in mente che il nemico ci assalirà questa notte, fra poco forse... tu non hai paura?

— No.

Combatteremo insieme, sarà sempre meglio che vivere divisi.

Carolina lo guardava con occhio ardente d'amore.

Gaetano, inebriato, riprendeva:

Sai, se noi moriamo questa notte, noi moriamo felici, come fossimo alla vigilia delle nozze.

— E se non moriamo? — domandava Carolina stringendogli con carezza impetuosa il viso fra le palme. — Se non moriamo? Dopo?...

A questa domanda egli non era arrivato, non voleva arrivarci... ella ve lo spingeva con tutta la forza del suo amore... e lottava contro l'ultima sua resistenza.

Dopo? — sclamò vinto Gaetano, — oh, allora quei saranno tutti scomparsi e il passato sarà passato davvero... noi l'avremo dimenticato.

Tutte le sue ripugnanze, i suoi rancori dileguavano, sparivano.

Carolina gli afferrava le mani, gliele copriva di baci e di lagrime con tripudio infantile, la sua gioia sentiva già le campane suonar a distesa.

I Tedeschi, avanzando fin quasi al ponte, seguitavano a far fuoco alla cieca, sciupando la polvere, contro le ombre della propria paura.

La pioggia imperversava.

I due giovani, stretti l'uno all'altra, sotto la gronda che li riparava imperfettamente, fantasticavano in due i sogni più dolci e ridenti. Di tratto in tratto scambiavano qualche parola, insensata e profonda: susurravano sommessamente come usavano una volta la sera, alla finestra del cortile.

Gaetano s'abbandonava ora anche lui alla tenerezza, cui il suo perdono riapriva l'avvenire e riconciliava la speranza. Carolina gli diceva:

— Allora io potrò dir tutto e tu sarai contento.

E Gaetano non capiva, ascoltava la musica deliziosa delle di lei parole, assaporava la carezza del suo alito, si crogiolava nel tepore che emanava dalla sua persona e la sentiva sorridergli, e le sorrideva.

Obliati dalle tenebre, chiudevano gli occhi, e un'onda di luce riempiva i loro cuori.

L'ora della fazione era passata da un pezzo, Gaetano aveva appoggiato il fucile contro il muro, e non pensava a richiamarsene.

Finalmente Guido venne a rilevarlo.

Gaetano e Carolina rientrarono insieme nella posteria tenendosi per mano.

L'architetto Fontana, appena erano ricominciate le fucilate, aveva assolutamente obbligato donna Elodia a ritirarsi in casa sua dicendo che le donne non ci avevano che fare.

Egli ardeva dal desiderio di far qualcosa di serio: gli pareva da certi spari lontani che altrove ci si battesse coi Tedeschi.

Quando Gaetano rientrò, chiese a lui il permesso di fare un giro per la città.

— Il permesso? — ripete l'incisore.

Sicuro; non siete voi il capoposto? non siamo noi vostri soldati?

L'Ambrosino volle seguirlo e s'internarono insieme nella città.

Poco dopo sopraggiunse un nuovo personaggio, un gobbetto bizzarro, il quale trascinava un vecchio spadone da teatro.

Affacciatosi all'uscio della bottega, al chi va ? gridatogli, con cipiglio marziale, da uno dei muratori, aveva risposto chiedendogli la parola d'ordine.

L'operaio non la sapeva.

Il gobbetto aveva poi domandato del capoposto.

Lo presentarono a Gaetano, e allora declinò la parola d'ordine ch'era Pio IX! la prima parola d'ordine della prima veglia d'armi della rivoluzione italiana!

Egli soggiunse che veniva da parte dell'accendilampade, rimasto in servizio al Broletto.

A Gaetano premeva saper l'esito della missione affidata all'accendilampade.

— E le armi? — domandò.

— Non ne avete? — sclamò il gobbetto dando un'occhiata intorno.

Inutile il dissimulare la verità: tranne la pistola di Gaetano, nulla che meritasse quel nome bellicoso.

— Ne aspettavo dal Municipio.

L'omiciattolo fe' un risolino.

— Ne avesse avuto... a quest'ora! Ma bisogna trovarne assolutamente, perché i Tedeschi possono venire...

— Oh, giusto, cosa fanno?

— Si ritirano queti queti dall'interno della città; appena alcuni edifizi governativi resistono: essi si ritirano sui bastioni ed evidentemente vi preparano una visita per domattina. E come si fa a rispondere?

— Come si fa?

— Non avete pensato al Comitato di Carlo Alberto? Dicono che abbia quarantamila fucili da distribuire.

— Oh, appunto, dove si trova?

— Il luogo non lo so bene, ma in Broletto lo sapranno di certo, — rispose il gobbetto con aria di mistero. — Dobbiamo provare? Prendete con voi un compagno fidato, di cui possiate garantire.

Gaetano non se lo fe' dire due volte. Il maestro s'era buttato sopra una panca e dormiva saporitamente.

Lo svegliò, lo pregò di assumere la difesa della barricata.

— Io ho bisogno di menar via Guido; qualcuno lo rilevi.

Ma Guido era inquieto per Desolina che dormicchiava dietro al banco, in fondo alla bottega. Gli rincresceva di lasciarla colà.

— Potresti dare ricovero per questa notte a lei e a mia suocera? — domandò a Gaetano.

Volontieri, — questi rispose, — ma non ci sono più mobili.

— Come si fa?

In quella, uno, che Guido non aveva visto entrando nella bottega, si avvicinò a lui e lo toccò sulla spalla.

Lui si volse e riconobbe Martino, suo fratello, il quale gli disse semplicemente:

— Possono venire a casa nostra; staranno meglio che qui.

Guido non trovava parole per rispondere.

— Ero venuto apposta per dirtelo, — soggiunse Martino.

— E papà?

— Anche lui lo sa.

Guido voleva buttarglisi al collo; ma la terribile soggezione che il fratello gli ispirava lo trattenne anche in quel momento. Si limitò dunque ad esternare la sua gratitudine in un grazie sonoro che destò Desolina. Egli corse da lei e le raccontò l'attenzione inaspettata della famiglia. Lei accettò senza stupore e senza cerimonie. Fu dunque deciso che le due donne sarebbero andate in casa Torre.

Guido voleva condurvele.

— No, no, — disse Martino, — se vuoi le condurrò io.

E, avviandosi, soggiunse:

Naturalmente, tu verrai quando ti piacerà.

Desolina e sua madre erano istupidite dalla stanchezza: non si fecero pregare per seguire Martino in casa del suocero.

Andiamo? — domandò Gaetano a Guido che restava sbalordito.

Non c'era più nulla che lo trattenesse. Gaetano prima d'allontanarsi pensò che era conveniente dare un segno di presenza al nemico: egli e Guido spararono il fucile e le pistole un paio di volte contro le prime ombre di Tedeschi che comparvero di del Naviglio.

I difensori rimasero dunque in cinque, quattro soldati e un comandante: il maestro, il quale, valendosi dei privilegi della sua carica, si stirò di nuovo sulla panca e riappiccò il dolce sonno interrotto. I due muratori e lo stalliere, l'un dopo l'altro montarono la guardia.

Le donne sonnecchiavano accanto al fuoco; Carolina, inquieta per la prolungata assenza del padre, andava dalla casa alla posteria. Di fuori seguitava a piovere.

Don Celestino leggeva il suo breviario dietro il banco, e quando i tre operai ebbero compiuto il loro turno, senza svegliare il maestro, riprese il fucile e tornò a far sentinella.

Si pose sotto la gronda al posto stesso dove erano stati Gaetano e Carolina, e al buio, tra il gocciolare delle grondaie, trovò anch'egli la sua estasi luminosa.

Il povero prete era quel giorno immensamente felice. Egli era una di quelle indoli singolari che si sentono, si rivelano solo in ispeciali circostanze solenni; di solito stonate, incomplete, inerti, attraversano i tempi ordinari inavvertite, ignote, oscure, mute, impotenti, insignificanti, e trovano in certi ambienti, nell'ardore di certi momenti, il loro complemento, la loro scintilla, — s'accendono e brillano; trovano l'occasione e appaiono sublimi, non la trovano e son nulla.

S'era sempre sentito in disaccordo con gli altri e con se stesso; il suo corpicciolo gracile, infermiccio, strumento inetto agli slanci dell'animo, non gli aveva mai procacciatogioia, né simpatia; in casa la tenerezza egoista di suo padre l'opprimeva, in seminario la turbolenta allegria dei camerati lo lasciava freddo: qui soffriva istintivamente le pene del prigioniero, dello spostato, e le scambiava per la condanna di una inferiorità umilmente accettata. Mai egli si era trovato forte salvo che nei momenti di esaltazione, di meditazione operosa, quando l'affanno dell'ideale, l'ansietà del vero o piuttosto la smania del bene, gli spingeva a fiotti il sangue nel cuore. In quei momenti soltanto, quando si dimentica la vita, egli sentiva di vivere; allora tutto il suo essere inerte, disarmonico, slegato, si temprava subitamente, si intonava, vibrava all'unisono; il suo sentimento si sprigionava dalla densa materia grigia e fredda delle miserie quotidiane, la penetrava di scintille, di correnti vivificatrici; la sua _______________________________________________________________________________________________________________________________giovinezza sbocciava improvvisa come quei fiori equatoriali dopo anni di incubazione, spandendo per il deserto il loro profumo violento. Ma quella vitalità non iscattava che per lanciarsi fuori della vita. Il suo spirito, avido delle palme che crescono sulla vetta scoscesa del sagrifizio, cercava l'altare per farvisi olocausto. E fino a quel punto sempre inutilmente.

Ora egli risentiva quella animosa coscienza di sé, della propria missione; e un intimo presentimento lo avvertiva che il suo momento era venuto davvero. Una figura venerata, che da due anni stava dritta in tutti i suoi sogni e in tutte le sue meditazioni, la figura di Pio IX, gli indicava chiara e vicina la meta. Egli vedeva appressarsi la vetta desiata, l'olocausto invocato; egli vi correva e non più solo, ma incalzato da una moltitudine immensa.

La rivoluzione consacrata dalla parola di Pio IX, che si combatteva col suo nome in suo nome, appariva al giovane prete, ignaro del mondo e pieno della propria fede, come la rigenerazione dell'umanità intera dal male universo: si trovava in prima fila di quel popolo eletto che s'avviava cantando inni alla conquista della sua Canaan: la libertà.

Libertà: parola, incompresa e magica.

Stringendo lo schioppo, don Celestino sognava la pace in terra, la gloria nel cielo; una moltitudine giuliva, il Pontefice che stendeva sovr'essa le palme benedicendo e un'intensa luce di sole per fondo alla visione grandiosa.

Poi una compiacenza di fanciullo attraversava l'estasi dell'apostolo: ricordava le parole dette dalla fantesca della posteria: egli somiglia l'angelo dell'Annunziata! Non era dunque più il mostricciuolo ripulsivo che credeva d'essere; lo spauracchio che, quand'era ragazzo, le vicine pigliavano in braccio per intimorire i loro marmocchi discoli.

Intanto erano passate quasi tre ore.

Gli altri non tornavano più; la notte avanzava; le fucilate erano cessate, pioveva sempre; il tedio s'infiltrava nel corpo di guardia.

Il maestro, dopo essersi voltato e rivoltato sulla sua panca, disperando di ripigliar sonno, si mise a sedere e dichiarò ch'egli cominciava a seccarsi.

Gli altri tre avevano cominciato da un pezzo.

Visto che l'armi non venivano e non venivano neppur i nemici, egli si domandava cosa stavano a fare .

La barricata, si doveva convenirne, si era difesa da sé; per il che non c'era bisogno di loro, tanto più che, inermi com'erano essi, potevano dirsi difensori inservibili.

Se gli altri non erano tornati, segno che avevano trovato da spendere più utilmente il loro tempo e le loro braccia.

Gli spari che s'udivano di quando in quando da diversi punti della città, davano credibilità alla supposizione.

Però il musicista sentiva la responsabilità delle sue funzioni.

Egli pose il quesito se, data la convinzione di essere inutili in un luogo, fosse più meritevole di rimanerci o cercarne un altro.

— Non parlo di dovere, — egli soggiunse, — noi qui ci siamo messi da noi, nessuno ci ha data qui alcuna consegna.

L'argomento era decisivo.

— In fin dei conti, — egli sentenziò, — non siamo mica gli strumenti ciechi di una disciplina tirannica, ma soldati volontari ed intelligenti della nostra causa.

La conclusione fu che ciascuno riprendesse la propria libertà, e la guarnigione si sciolse. Uscirono dalla posteria e discesero verso S. Babila.

A don Celestino nessuno pensò: essi l'avevano dimenticato.

Carolina, che era stata a dare un'occhiata a casa, trovò, tornando, la Filomena che chiudeva la bottega, e le disse che tutti se n'erano andati.

— Anche mio fratello?

Credo di sì.

Don Celestino montava la guardia da più di due ore; aveva visto chiudere la posteria, senza neppure gli venisse l'idea di muoversi dal suo posto per vedere che facessero i compagni. Il sentimento del dovere e l'abitudine della disciplina non gli permettevano di pensare al proprio pericolo.

Il pericolo veramente egli non lo conosceva bene. Attraversava quella crisi di sicurezza cieca, la quale, ad onta delle credenze volgari intorno ai presentimenti, copre solitamente le minacce delle più gravi sciagure.

Stava tranquillo come avesse al suo fianco un reggimento, ed il nemico spiava la barricata come se vi fosse dietro un esercito.

Delle ombre svoltavano lungo il Naviglio, sfilavano davanti a S. Damiano.

Don Celestino le osservava senza rendersi ben ragione che potessero essere dei nemici.

E intanto si appressava il momento più serio della giornata.

Don Celestino fu scosso nel bel mezzo della sua gloriosa meditazione dal rumore di un passo che si appressava al ponte, poi di uno scricchiolare dietro la barricata.

S'appressò a sua volta, rasentando il muro, e sporse la testa sopra il riparo, che , alla congiunzione del parapetto del ponte colla cantonata della casa, era più basso.

Si trovò faccia a faccia col ceffo di un croato.

— Chi è ? — disse egli bravamente.

Il soldato che stava arrampicandosi sulla barricata, si buttò giù e si ritirò in gran fretta. A qualche passo si voltò e fece fuoco nella sua direzione. La palla gli fischiò sopra il capo. Allo sparo seguirono altri parecchi, e don Celestino capì che uno stuolo numeroso di Tedeschi s'avanzava.

Appuntò istintivamente il suo fucile e sparò a sua volta.

Quella gente si diede a fuga precipitosa verso Monforte: uno cadde, mandando grida lamentose. Don Celestino lasciò cadere il fucile di mano e rimase come fulminato. Fissava l'occhio smarrito avidamente nelle tenebre. Non vedeva nulla, sentiva il lamento che continuava e ne provava una trafittura acuta, ineffabile. Non capiva, sentiva una stretta al cuore e alla gola. E il lamento continuava sempre più doloroso e straziante.

Finalmente si scosse; con subito impeto scavalcò la barricata, attraversò il ponte, corse al ferito, il quale giaceva supino coi piedi sul ponte, la testa più bassa nella strada.

Si chinò verso di lui esclamando con voce piena di lagrime: — V'ho fatto male, tanto male?

Il soldato non rispondeva; mormorava qualche parola inintelligibile e gemeva penosamente.

La sua voce affiochiva ed era interrotta da un rantolo cupo e affannoso.

Don Celestino lo prendeva per le braccia, lo rialzava a sedere, appoggiandolo contro la testa del parapetto, lo sorreggeva, lo scongiurava di farsi coraggio, e mormorava angosciato: — Oh Dio! sarà nulla, sarà nulla!

Subitamente sentì le mani bagnate e calde: le ritrasse inorridito, un'onda di sangue gli apparve davanti agli occhi; il sentimento, gli avvenimenti della giornata, la coscienza della causa cui si era consacrato, il sacro diritto della difesa, tutto in quel terribile momento sparì dalla sua coscienza, non rimase che una cosa, l'unica a cui non avesse pensato, alla realtà spaventevole, miserabile ed enorme della guerra, spoglia della cornice vasta e fulgida dei motivi e degli intenti: l'omicidio. Il povero giovane ebbe orrore dell'opera sua, contro cui la mansuetudine del suo cuore si rivoltava, protestava e di cui si disperava.

Il ferito era ricaduto a terra e non si lamentava più.

Don Celestino volse uno sguardo cercando istintivamente un aiuto. La strada era da tutte le parti deserta e silenziosa.

Aveva paura di toccarlo. Poi, superata ogni esitanza, si curvò, lo prese, lo sollevò: voleva portarlo nella barricata; qualcuno avrebbe trovato nella posteria. Ma quando l'ebbe tra le braccia sentì il peso soverchiar le sue forze: l'infelice era un uomo di grandi membra: egli si abbandonava interamente, il suo corpo penzolava inerte. Allora capì che egli teneva un cadavere: barcollò, il corpo gli scivolò tra le braccia, stramazzò a terra a rifascio, ed egli cadde ginocchioni accanto ad esso. Atterrito dell'opera sua, tremava, balbettava gemiti e preghiere.

I Tedeschi, movendo dal Governo all'assalto, s'erano divisi in due squadre. Mentre l'una, quella che s'era presentata sul ponte, respinta dalla paura, si voltava in fuga, l'altra, costeggiato il Naviglio fino al ponticello di ferro che sta dietro il palazzo Visconti di Modrone, l'aveva passato, e abbattuto, senza fatica, il cancello, entrava nei chiassoletti in cui viene a perdersi il vicolo di S. Damiano, e quindi riusciva a penetrare nella barricata. Il vicolo era sbarrato da alcuni cassoni e da un baroccio capovolto: si appressarono pian piano e cominciarono, in silenzio, con grande perplessità, a smuovere l'ostacolo. Il solo timore della resistenza dava loro il convulso e l'atonia della febbre.

Non avendola trovata, diventarono furibondi; la vergogna della paura irragionevole si mutò in ferocia inutile; imperversarono a vuoto, sfogarono il livore contro la barricata, la grande colpevole della loro codardia, la dispersero, buttarono le assi, il carro, i mobili nel Naviglio.

Però si guardarono bene dall'inoltrarsi verso S. Babila.

Soddisfatti della facile vittoria, ripassarono il ponte.

trovarono don Celestino e il cadavere del loro compagno.

Era certo il prete della barricata. Alla buon'ora, ne avevano uno! E gli si buttarono addosso in dieci o dodici, disputandosi l'onore della importante cattura.

Don Celestino non oppose la menoma resistenza, si lasciò prendere, malmenare, spingere nel palazzo del Governo.

menarono il prigioniero davanti al colonnello, un boemo imbestialito, il quale gli saltò al viso coi pugni stretti urlando:

Comitato, Comitato, dir subito o morire!

Don Celestino aveva ricuperato la sua calma rassegnata. Teneva testa bravamente a quella sfuriata.

Comitato, dove Comitato rivoluzionario, piemontese, ladro, assassino, o io fucilare, impiccare!

Don Celestino taceva.

Il colonnello, esaurito il suo vocabolario di vituperi italiani, imprecava in tedesco, in boemo, in croato.

Finalmente, non potendone cavar nulla, lo fece menar via, e, mentre lo menavano, gli gridava dietro: impiccare, squartare!

 


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