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IV
Il maestro Fàvaro era la vigilia andato a letto con la certezza che non vi fosse assolutamente nulla di nuovo. Ma la sua polizia, scrutatrice infallibile del fatto ordinario, non sospettava della crisi violenta ed improvvisa: però facendo professione di non maravigliarsi mai di nulla, ora si trovava esposto alle maggiori sorprese.
Uscito di casa quella mattina all'ora solita, andò tranquillamente per le sue faccende. Trovò per le strade un insolito fermento: dei gruppi si venivano formando alle cantonate, ov'erano affissi manifesti del Governo che promettevano delle riforme a quattro mesi di distanza.
Il maestro Fàvaro non vide in tutto ciò nulla di grave. Mostravano tutti un aspetto, più che ansioso, vivace, quasi allegro.
— Volete vedere — pensò tra sé, — che questa brava gente farà una dimostrazione per ringraziare il Governo della sua bontà? Pecore!
Si compiacque, sogghignando, di star coi lupi.
Il suo accorgimento di poliziotto si fermò lì: a supporre una dimostrazione e a schernirla; il suo istinto paterno andò più in là, fino a temerla.
Incontrò sul Corso due giovani abatini che camminavano a braccetto allegramente tra la folla, osservandone curiosamene la commozione e fraternizzando con essa.
Rammentò che anche il suo Celestino era fuori di casa, e fu colto da repentina e vivissima inquietudine.
— Diavolmai nascesse qualcosa? La gioventù, non si sa mai...
Ritornò indietro; a quell'ora doveva essere alla Passione; vi corse, lo trovò; la sua docilità lo rassicurò.
Il maestro aveva una lezione di canto al Pantano. Egli era la puntualità in persona nell'adempire gli obblighi della sua professione palese, che in fin dei conti era il suo pane quotidiano; quell'altro mestiere segreto gli fruttava per allora ben poco più che le speranze.
Lasciò il figlio in chiesa, persuaso che egli avrebbe obbedito alle sue raccomandazioni di rincasare subito dopo la predica, e se n'andò pei fatti suoi. Aveva ricuperata tutta la sua tranquillità.
Finita la lezione, che durò due buone ore, durante le quali spese tutta la sua attenzione a metter in gola alla sua allieva olandese — una gola refrattaria — la tarantella: Già la luna in mezzo al mare, uscendo di là trovò la strada per un gran tratto nuda di ciottoli. Era ben sicuro che c'erano quand'era venuto.
Eppoi un'altra singolarità: la strada deserta in quell'ora e in quel luogo, nel cuore della città, le botteghe chiuse e nelle case un confuso mormorìo. Ai piani superiori qualche finestra socchiusa, e, nell'abboccatura dei volti ansiosi.
— Che sarà mai? — pensò il maestro, e di buon passo venne in via Larga, la percorse tutta senza incontrare anima viva.
Allo sbocco, in piazza Santo Stefano, s'imbatté in un ostacolo imprevisto. La strada era in tutta la sua larghezza sbarrata dai banchi del vicino mercato, accatastati.
Si fermò a guardare quello stranissimo spettacolo, con una curiosità profonda, quasi con incredulità.
Una barricata! Ma se ne facevano dunque davvero? Il suo criterio di poliziotto non s'era mai bene capacitato della possibilità di una temerità simile. Le barricate non erano dunque un mito, una amplificazione della rettorica liberale.
Dopo lo stupore, la compassione.
— Ragazzate! Se credono di fermare i croati con queste minchionerie!
La barricata gli volgeva la fronte: dietro si udiva un vociferare tumultuoso e sopra spuntava qualche canna di schioppo.
Il voler passare non era senza indugio e forse non senza pericolo. Meglio, ad ogni buon fine, tornare indietro.
Fece il giro di Sant'Antonio, passando davanti alla caserma di polizia, vide un nuvolo di guardie sotto l'andito del portone e nel cortile, pronte per qualche grossa spedizione.
Arrivato davanti all'Ospedale Maggiore, svoltò a sinistra per venire al Verziere. E lì trovò un altro intoppo. Un'altra barricata che si metteva insieme in fretta e in furia.
Intanto era scoppiato il terribile scampanìo: dall'alto di tutti i campanili la rivoluzione, questo spauracchio incredibile, gettava all'improvviso la sua cruda parola di presenza, il suo appello, la sua sfida, e metteva in iscompiglio tutti i suoi giudizi.
Rifece sbalordito la strada. Al crocicchio in fondo di via Larga, prima così deserta, c'era una gran ressa di gente. In via Pantano s'era nel frattempo compiuta una barricata colle carrozze di Corte. Rovesciate in mezzo alla strada, offrivano allo sguardo i loro fianchi rovesciati, verniciati in giallo e carichi di dorature, chiazzati di mota, coi cristalli sfondati, gli sportelli sgangherati, le ruote fiaccate sull'asse spezzato: l'una contro l'altra a rifascio sopra un mucchio informe di vecchie botti sucide ed ignobili carrette.
Altre barricate sorgevano in via Tre Alberghi, in via Chiaravalle, a tutti gli sbocchi delle strade; gente che andava e veniva correndo, cittadini di ogni condizione; uomini, donne, ragazzi, tutti contribuivano, buttavano, trascinavano roba nella strada; quei che ne avevano, mobili di lusso e povere masserizie; gli altri ordinavano, le ammucchiavano: arruffio, apparente, senza direzione, cospirazione ordinatissima di intenti e di attitudine! — l'armonia di un solo volere — e soprattutto la frase scultorea di una gioia epica, il crescendo di un momento culminante, il riflesso di un'era nuova.
Il confidente non si meravigliava più, non capiva più, girava smarrito, abbacinato, come un pipistrello sorpreso dal giorno in cerca del suo buio nascondiglio.
Camminando a caso, si ritrovò ancora davanti alla caserma di Sant'Antonio, dove la confusione e il panico erano al colmo.
Un commissario, col quale egli aveva abituali relazioni, lo fermò e gli ingiunse di raccogliere informazioni per la città, dandogli appuntamento alla caserma per il rapporto.
Ma il maestro non aveva che un pensiero: ritornare a casa sua.
Egli riuscì con un'infinita giravolta, attraverso le vie chiuse da barricate frequenti, a raggiungere la porta S. Celso. Quindi, per il bastione, occupato dalle truppe, dichiarando cento volte agli ufficiali che incontrava la sua qualità di confidente, venne fino a Monforte. Vi discese, passò davanti al Governo, e lì vide che anche il ponte era ingombro e difeso dai rivoltosi. I soldati tiravano contro la barricata.
Gli avessero detto che dietro a questa stava in quel momento il suo Celestino, l'oggetto di tutte, le sue sollecitudini!
Il maestro sostò davanti al Governo a riflettere: cosa fare? impossibile penetrare nel vicolo S. Carlo chiuso da tutte le parti fuorché verso il ponte.
In quel mentre il capitano Hermann affacciatosi al portone, lo vide, lo prese per un braccio, lo tirò dentro e, in presenza del colonnello, gli disse:
— Appunto vi cercavo: il maresciallo vuole assolutamente sapere dove sta il Comitato direttivo della rivolta, cercate e sappiatecelo dire: il Governo si rammenterà poi de' vostri servigi e avrete fatta la vostra fortuna.
Queste parole ridonarono al confidente tutta la sua energia.
La sorpresa degli avvenimenti aveva mutato i suoi pensieri della vigilia; anch'egli per via d'induzione, argomentando dagli effetti alla causa, che credeva necessaria, si era persuaso che un Comitato direttivo ci doveva essere e lo punse ambizione di essere lui a scoprirlo.
Aveva ritrovato occupazione degna di lui: un grande scopo, un'impresa difficile.
Ciò valse a distrarlo dalle vaghe inquietudini; don Celestino, così timido, figurarsi, era certo in casa appiattato e al sicuro: la sua timidezza gli era garante della di lui paura e questa della di lui sicurezza.
In un momento ebbe fatto il suo piano.
— Vado: — disse al capitano: — se trovo informazioni le porto qui. Lei mi aspetta?
— Sì, per qualche po', ma se mai tornando non mi ci trovaste, parlate qui col colonnello; egli vi darà le istruzioni e il modo per farle avere a S. E. il maresciallo.
— Come volete, purché sia presto...
Il maestro tornò a S. Antonio.
— Avete degli arrestati oggi? — domandò al comandante.
— Sì, dieci o dodici, levati coi bracchi in borghese: volete dare una mano anche voi?
Il maestro rispose con un'occhiata altera e domandò:
Il comandante si diè colla palma sulla fronte. Non ci aveva pensato.
— Chiudete me cogli arrestati, — disse in tono imperioso il maestro.
Egli fu obbedito, e così fece la civetta, adescando le rivelazioni dei cittadini che alla spicciolata i bracchi cacciavano fra le gambe dei gendarmi e dei poliziotti.
Così si trovava nel camerino di deposito quando vi furono menati Gaetano e Guido.
I prigionieri si lasciavano insieme: caldi, privi d'ogni sospetto, essi si abbandonavano alle confidenze, si comunicavano scambievolmente le novelle sui progressi, le vicende, le speranze, le risorse della rivoluzione.
Il maestro le provocava, le raccoglieva, le coordinava nella sua mente.
Ma, ad onta di tutti i suoi sforzi di abilità e di perspicacia, da lui provocati in questo dissimulato interrogatorio, in tre ore non aveva potuto cavar nulla di quel che cercava; poi ad un tratto aveva trovato quel che non s'aspettava affatto.
Ed ecco come.
Guido e Gaetano discesi a San Babila, erano entrati nella barricata che chiudeva a quel punto lo sbocco della Corsia dei Servi.
Lì incontrarono una prima peripezia. Un ragazzetto gridò: — To', il gobbo dell'acquaragia! I difensori del posto fecero delle difficoltà a lasciar passare la guida, e si spiegarono poi dicendo che s'era visto un gobbo girare per le barricate e gettarvi su dell'acquaragia per agevolarne l'incendio. Gaetano, che conosceva qualcuno lì, rispose per il compagno e proseguirono.
Il corso era buio, ma striato ad intervalli dalle liste luminose che uscivano da alcune botteghe aperte e trasformate in corpi di guardia e in cantine di caserma.
Parecchie delle strade laterali sbarrate; dei crocchi frequenti, e, malgrado l'oscurità, la pioggia che veniva e la belletta in terra, persisteva il buon umore e la facezia.
Un viavai vivace, affaccendato; benché senza scopo, almeno in apparenza, il desiderio dell'operosità.
Delle comitive accozzate a caso, che si scioglievano per ricomporsi dieci passi più in là, a questo o a quel richiamo; chi tirava da una parte, chi dall'altra; si chiedevano scambievolmente consiglio, ne davano tutti insieme; per lo più irresoluti, smettevano il proprio per seguire quello del primo capitato: non sapevano cosa valesse — doveva essere il buono.
Poi un grido correva da un gruppo all'altro: — Armi da fuoco ai Portoni o a S. Vincenzino o a Porta Romana, — e quei che avevano armi — eran pochissimi — correvano al luogo indicato.
I due giovani incontravano spesso gente di loro conoscenza — i Milanesi si conoscono tutti — e barattavano qualche parola.
Ma il gobbetto li avvertiva di non dire dove andassero, perché, aggiungeva, se tutti ci vengono dietro, sarà molto difficile ottenere qualcosa.
Arrivarono in piazza del Duomo, la attraversarono sotto il portico dei Figini, ed avendo saputo che i Tedeschi tenevano ancora la gran guardia in piazza dei Mercanti, presero per via dei Mercanti d'Oro, vennero per gli Spadari in Cordusio, rimontarono verso il Broletto.
Si trovarono nel cuore della rivolta.
Gaetano osservò che lì alméno si sentiva odore di tedeschi.
Si udivano delle grida, degli spari, il rumore di tegoli e di mobili precipitati sul ciottolato.
Affrettarono il passo; ma poco più in là s'imbatterono in una frotta di cittadini che venivano correndo.
— Cosa c'è?
— Li menano, li menano adesso.
Gaetano ne agguantò uno, lo tenne fermo, gli chiese informazioni.
Seppe allora che il Broletto era stato invaso fin dal pomeriggio, che i Tedeschi avevano fatti prigionieri alcuni assessori e impiegati, li trasportavano allora in Castello, e rimanevano ad occupare il palazzo donde tiravano con due cannoni e coi fucili addosso ai cittadini.
Andare innanzi era mettersi in bocca al lupo.
I due giovani tornarono indietro cogli altri in Cordusio.
La compagnia s'era ingrossata, potevano essere una ventina, tutti disarmati, alcuni soltanto avevano dei bastoni o delle spranghe.
Al crocicchio si fermarono: — dove andavano? — dove si va?
— Al Comitato, — gridò Gaetano, — a chiedere le armi!
— Sì, sì, — risposero tutti ad una voce. — Al Comitato!
Gaetano voleva solo domandare dove fosse. Ma quelle parole, gettate e ripetute da tutti, parvero a tutti in bocca degli altri, una vera proposta. Gaetano, dal suo canto, credette ravvisare, nella risoluzione generale, un disegno chiaro e determinato.
Due o tre avevano proseguito: tutti tennero loro dietro.
Erano tutti fermamente persuasi di andare al Comitato.
Uno chiedeva:
— Eh diamine! Sono arrivati dal Ticino quarantamila fucili, e ce ne sarà bene ancora qualcuno per noi!
— Li ha fatti passare il Martini!
— È andato a Torino la settimana passata.
Sbucarono per via Moneta in via della Palla.
Un'altra comitiva risaliva dal Carrobbio; si trovarono di fronte e qualche parola fu barattata fra quelli che stavano dalle due parti in prima fila.
— Avete armi?
— No, andiamo a cercarne al Comitato.
— Per di là.
— Sì, in via del Torchio, e voi?
Nel gruppo di Gaetano si guardarono l'un l'altro: — c'era qualcuno di loro che sapesse da che parte andavano?
Chi li guidava? Ma!...
— Il Comitato albertista è in via del Torchio? — domandò Guido.
— Che albertismo d'Egitto! — rispose una voce stizzosa nell'altro gruppo.
— Carbonaro, — spiegò un altro.
— Repubblicano! — corresse un terzo.
Nonostante la confusione, pareva che i nuovi avessero quel che a loro mancava: una meta determinata.
Si lasciarono smuovere.
— Vengo anch'io, — cominciò a dir uno.
— Veniamo anche noi.
— Bravi, evviva, l'Italia fa da sé.
Gaetano tornava già indietro cogli altri; si voltò per chiamare Guido.
Questi s'era fermato a parlare col gobbetto.
Credevano di averlo perduto nello scompiglio di Via Broletto.
Ma egli li aveva seguiti. Quando s'erano imbattuti con quell'altra comitiva, aveva scambiato qualche parola con uno di essi, poi s'era accostato a Guido e l'aveva preso in disparte per dirgli:
— Lasciateli andare, trattenete il vostro compagno; ho avuto delle informazioni, se venite con me vi troverete contenti.
— Vieni, — disse Guido a Gaetano,— vieni con noi: quella gente là mi par che vada a caccia di farfalle. Lui sa dov'è.
— Dove? — domandò Gaetano al gobbetto.
— In fondo a Chiaravalle.
E, loro tre soli, proseguirono per la loro strada: infilarono via Tre Alberghi, uscirono in via Larga.
Quando furono in via Chiaravalle, il gobbo passò innanzi, e tirò dritto, spedito, cantarellando la Bergamina:
Din! dan! la campanaccia
Come fosse vicino alla meta, affrettava il passo e alzava la voce.
I due giovani lo seguivano discorrendo senza alcun sospetto, quando in capo alla strada sbucò di dietro alla cantonata una pattuglia di poliziotti e si buttò loro addosso.
In un batter d'occhio furono presi, legati e disarmati, l'uno della sciabola, l'altro della pistola, e trascinati nella vicina caserma di Sant'Antonio.
Li rinchiusero nel vasto camerone terreno che serviva di deposito nei casi di razzia.
V'erano parecchi altri cittadini arrestati quella sera stessa, i quali ingannavano come potevano l'impazienza dell'inazione forzata, discorrendo dei casi della giornata e facendo ogni sorta di pronostici.
Ogni nuovo arrivato era una nuova messe di notizie fresche per quella gente frenetica di curiosità e senza posa rimbalzata dalla speranza al timore.
Però corsero tutti intorno ai due giovani, tempestandoli di domande a mezza voce.
— Cosa si fa? Si resiste? Si battono?
Guido e Gaetano cominciavano a rifiatare, quando un oh! più vivo delle altre voci li fe' voltare.
Agonia, l'accendilampade, fattosi innanzi a furia di spintoni, li abbracciava sclamando:
— Camerata, consolatevi, ci sono anch'io. E la nostra barricata? neh? stamattina noi si pensava di fare chissà che prodezze, e invece ci siamo lasciati pigliare come tante oche.
Essi in poche parole gli raccontarono la sfortunata loro spedizione.
— Ah! press'a poco come me; è un destino questo? Tutto il giorno a guardar in aria per finire in questo modo! Dico la verità, la mi cuoce.
Anche lui era stato preso mentre andava in cerca d'armi.
Era la storia di quasi tutti quegli altri catturati! Agonia domandò poi chi era rimasto al posto in Monforte.
Glielo dissero: nominarono fra gli altri don Celestino.
A questo nome entrò nel dialogo un nuovo interlocutore.
E i due giovani s'accorsero allora soltanto della presenza del maestro Fàvaro, il quale s'appressò loro vivamente e domandò:
Essi fecero le meraviglie di trovarlo là coi prigionieri, e Gaetano gli strinse calorosamente la mano per riparare al torto che credeva avergli fatto sospettando del suo patriottismo. Il maestro ripeteva:
— Mio figlio avete detto? mio figlio?
— Proprio lui.
— Alla barricata?...
Gaetano fe' allora i più grandi elogi del giovane prete.
Ma l'altro, lungi dal mostrarne piacere, impallidiva, tremava. Interruppe Gaetano:
— Ma lui, Celestino, sei sicuro? Non è una burla?
— E come no? È del vostro sangue...
Il maestro barcollò come se gli avessero dato una mazzata sulla testa.
Stette là trasognato, smarrito, un bel pezzo, mormorando parole inintelligibili: poi, di scatto, corse alla porta e si diè a picchiare furiosamente.
— Cosa c'è? — gridarono di fuori.
— Voglio parlare al comandante, subito, subito.
Passarono alcuni minuti; egli non restava dal menar calci e pugni all'uscio. Pareva un ossesso.
— Maledetto! — urlarono nell'atrio, — è la fine del mondo?
Finalmente la porta si schiuse ed egli scappò tra le guardie che comparvero sulla soglia, lasciando i compagni sbalorditi di quella scena bizzarra e incomprensibile.
La notizia recata da Gaetano era piombata come un fulmine nel suo spirito, cacciandone ogni cura, ogni pensiero, non lasciandovi che un grande sgomento per il pericolo del suo Celestino. Dimentico di ogni precauzione, d'ogni prudenza, appena gli fu aperto, corse fuori in istrada, e, senza voltarsi indietro, senza darsi pensiero degli ostacoli, attraversando con temerità la barricata, per la più corta venne al ponte di Porta Tosa, svoltò verso S. Damiano.
Era buio e pioveva dirottamente. Andava come uno spiritato; lo scampanìo, che non cessava più un minuto, gli metteva il fuoco nel sangue e gli rimescolava le viscere come una minaccia e come uno scherno.
— Maledetti! — sclamava: — anche delle chiese abusano e dei preti!
Quella rivoluzione lo irritava.
A qualche passo dalla meta, sentì mancarsi sotto le gambe.
— Purché non me l'abbiano ammazzato! purché io arrivi in tempo!
Raccolse tutte le sue forze, s'avanzò fino al ponte, era sgombro e la strada silenziosa: la barricata, i difensori, tutto scomparso.
Corse a casa, Carolina era alzata: gli venne incontro col lume.
— Non so, è fuori ancora.
— Dove?
— Per Milano.
— L'hai lasciato uscire, non gli hai chiesto, non sai?
Guai a lei se suo padre avesse avuto testa ad adirarsi!
Ma il colpo era stato troppo forte.
Egli s'abbandonò gemendo angosciosamente sopra una sedia.
Intanto Carolina gli raccontava quel poco che sapeva... la storia della barricata...
— Fuori, egli è fuori, dove sarà mai?
Un lampo attraversò il suo stupore.
— Bisogna cercarlo! Dove?... Bisogna cercarlo!
Si levò di scatto, uscì, corse sul ponte e guardò intorno smarrito, cercando nei luoghi che erano stati testimoni degli atti di suo figlio un consiglio, un filo per uscire dalla perplessità orribile.
Mentre andava su e giù pel ponte come uno spiritato, inciampò in qualcosa di molle, un cencio inzuppato d'acqua. Si chinò istintivamente, lo raccolse e si trovò tra le mani un cappello di prete: quello di suo figlio, certo. Il cappello era tutto bucato.
Il maestro si guardò attorno ansioso, atterrito di trovare qualcosa di più.
Era troppo buio: un lume, un lume!
A due passi, nella casetta dietro alla chiesa abitava il sacrestano di S. Damiano. Il suo bugigattolo terreno aveva un finestrello sulla strada. Andò a picchiare nei vetri.
Dopo qualche minuto il finestrello si aprì e una voce tremante rispose:
— Eccomi, chi è?...
— Un lume!
— Ah è lei sor Agostino?... Benedetto, mi ha fatto paura!...
— Cosa cerca?
— Mio figlio.
— Ma dove lo cerca, se è al Governo!
Gli disse che aveva visto menar il prete nel palazzo. Il maestro gli fe' ripetere parecchie volte il racconto.
Aveva temuto ben peggio. Quella era una consolazione. Respirò.
La speranza gli ridonò il sentimento del proprio valore.
— Alla buon'ora! — pensò: — egli è là, io lo libererò.
Andò difilato al palazzo del Governo, diede il suo nome; fu fatto passare e condotto dal colonnello, il quale lo riconobbe subito e gli domandò:
— Dunque sapere dove Comitato rivoluzionario?
Il maestro si ricordò del proprio incarico, e pensò che, per farsi valere, bisognava fingere un qualche successo.
— Sono sulla strada per iscoprirlo, — disse.
— Glielo saprò dire fra poco: intanto Le chieggo un favore: i suoi soldati hanno catturato un giovane prete?
— Sì.
Ad un ordine del colonnello fu ricondotto don Celestino.
Il maestro a vederlo fu lì per isvenire dalla gioia.
Ma il padre in quel momento nocque al poliziotto: egli commise un'ingenuità imperdonabile.
Parlò colla voce dell'affetto e non con quella della prudenza.
Disse al colonnello:
— C'è stato errore; questo è mio figlio... egli non può aver fatto nulla di male, lo lasci uscire con me.
— Come nulla! aver mani insanguinate, aver ammazzato soldato!
Il povero padre capì allora d'aver sbagliato strada; impallidì, guardò in faccia al figlio.
— No, no... digli che non è vero.
— Il poveretto ha paura, non può scusarsi, lo dico io che non ha fatto nulla; lo vede; è un ragazzo; un prete!
— Preti, — sentenziò il colonnello, — tutti traditori, tutti servitori di Pio IX.
— Lo lasci uscire, garantisco io per lui, io sono, lei sa, un suddito devoto di S. M. Io darò, se occorre, tutto il mio sangue per servirla.
— Intanto non fare nulla! — lo interruppe, alzando le spalle il colonnello. — Promettere, non mantenere, tutti traditori italiani, Governo pagarvi, voi burlarlo.
— Il capitano Hermann non le ha detto chi sono, quel che sono capace di fare?
— Parlare, tempo perdere, meglio cercare Comitato, provare vostra fedeltà, non parole, fatti.
— Ebbene, le assicuro che io lo troverò e lei potrà darne notizia al maresciallo.
— Mio figlio viene fuori con me?
— No, egli resta qui caranzia ti fare bona spia.
Il maestro sentì lo sguardo del figlio sopra di lui, uno sguardo doloroso e severo che gli ghiacciò il cuore. Non ardì levargli gli occhi in viso; ma ne indovinò la passione ed ebbe paura di leggervi una condanna.
Il suo ragazzo era dunque un uomo?
Il colonnello fe' un cènno ai soldati; essi ripresero in mezzo don Celestino; il padre se lo vide menar via prima che egli avesse potuto protestare contro la decisione del colonnello.
Protestare! Oh sì, che quel ceffo di boemo avrebbe dato retta alle sue proteste!
Don Celestino uscì a capo basso, molto più avvilito di quando era entrato: allorché egli fu scomparso, al maestro parve gli avessero strappato il cuore.
Il colonnello lo congedò dicendo:
— Fare vostro dovere, fare presto. — Egli si trovò spinto, ricacciato nel buio della strada.
Fece qualche passo, poi si voltò indietro a guardare il portone dove lasciava tutto ciò che aveva di più caro al mondo. Ricordò la calda speranza con cui v'era entrato pochi minuti prima: ed ora invece! — Una collera sorda gli fermentava nel cuore: con essa rinasceva vivissimo il proposito di spuntarla, di levar suo figlio di là ad ogni costo.
Il suo amor proprio si ribellava contro l'affronto patito.
— Per chi mi ha preso quel soldataccio immondo? — sclamava; — io confidente del maresciallo!
Perché non si rivolgeva al Radetzky? Giusto; se ci andasse?
Aveva inteso dire che il maresciallo s'era ritirato in Castello.
Risalì sul bastione; al primo gruppo dì soldati in cui s'imbatté, si presentò all'ufficiale che lo comandava, chiese un salvacondotto per recarsi dal maresciallo.
L'ufficiale lo squadrò con un'occhiata sprezzante e, senza dirgli una sola parola, ordinò a un fante croato di condurlo in Castello.
Fecero il giro delle mura da Porta Renza a Porta Tenaglia: il maestro innanzi, il soldato dietro coll'occhio attento alle sue mosse e l'arma pronta.
Per tutto il circuito, le truppe scaglionate vegliavano al buio ed alla pioggia, sgomentate della città rumorosa e sospettose della silenziosa campagna, poste tra la minaccia e l'insidia, tra il riflesso sinistro delle barricate e la tenebra cupa della pianura.
Le porte custodite da battaglioni interi, i viali perlustrati da pattuglie numerose.
A tratti, le fiamme, levandosi dalle case incendiate, disegnavano e confondevano in una tetra fantasmagoria i profili rigidi degli alberi nudi e le ombre di soldati, immagini di terrore e di smarrimento; illuminavano visi biechi, inferociti dal disagio e dalla paura.
Ad ogni gruppo e ad ogni pattuglia che incontravano bisognava dare la parola d'ordine: i soldati guatavano torvamente il maestro, come segugi ai quali si fa passare sul muso la selvaggina.
Il croato lo mise alla soglia del Castello, lo consegnò all'ufficiale di guardia e tornò indietro.
L'ufficiale lo accompagnò egli stesso dal maresciallo, facendogli attraversare i cortili e gli androni pieni stipati di truppe, di soldati di ogni corpo, cavalieri che tenevano i cavalli per le briglie, fanti col fucile in pugno, pronti ad una sortita, ufficiali ed ordinanze che correvano per ogni verso imprimendo alla folla il flusso e il riflusso continuo degli allarmi, degli ordini e dei contrordini, gli eccitamenti e il garrito in cui si rivelano le convulsioni del comando e la confusione dei capi.
Al primo piano il maresciallo interrogava egli stesso con ansietà febbrile e con frequenti accessi di collera i messi d'ogni sorta, i prigionieri, i capitani reduci dalle spedizioni in città; li apostrofava, li rampognava, li minacciava. Militari, poliziotti, spie, alla rinfusa, gettati gli uni contro gli altri, affluivano nel suo gabinetto, vi erano ributtati, aggirati, rimescolati nella vasta anticamera come le acque di un vortice.
Il maestro dovette passare in mezzo a un gruppo di cittadini che, legati due per due, a furia di spinte e urtoni venivano ricondotti da basso: sereni, impassibili alle contumelie e agli strapazzi, baldi e superbi del pericolo quanto egli era avvilito e afflitto.
Comparve, tremando, innanzi al maresciallo. Per la prima volta quell'omino gli faceva paura.
Il formidabile generalissimo gli si piantò davanti e disse:
— Non c'è nulla, vero? Vi siete persuaso che il Governo ha dei pessimi confidenti?
— Eccellenza, — balbettò il maestro, — i suoi funzionari non sono stati più fortunati...
Era un tentativo di giustificazione, ma poteva sembrare un'ironia.
Il maresciallo con un gesto mise fra sé e lo spione tutta la immensa distanza che li separava, si levò, ricacciandolo nel suo fango, alle altezze sublimi dell'autorità.
Poi disse:
— Non è momento d'improntitudini, fate il vostro mestiere e sbrigatevi: sapete dove si trovano i capi della vostra canaglia e le armi?
Il maestro, messo alle strette, rammentandosi quanto aveva inteso dire a Sant'Antonio, rispose:
Il maresciallo fe' un sorriso di scherno:
— Bravo! — esclamò, — cinquanta prima di voi mi hanno contato l'istessa cosa. Ho fatto rovistare in tutte le case di quella via, mi hanno trovato un piccola tipografia clandestina e alcune corbellerie in versi dedicate a Pio IX. Se non avete di meglio...
Il maestro perdette le staffe, rinunziò all'inutile pretesa di lottare col sagacissimo maresciallo, e tremò di vedersi sfuggire lo scopo per cui era venuto.
Il dolore acutissimo stimolò il suo coraggio: egli corse dietro al maresciallo e con la voce rotta dall'affanno sclamò:
— Eccellenza, volevo chiederle una grazia. Speravo che Vostra Eccellenza mi userebbe riguardo.
Il maresciallo, infastidito, si voltò appena e disse:
Con un tono che voleva dire: non basta?
— Ho un figlio prete, un ragazzo innocente, incapace di far male ad una mosca, me l'hanno arrestato, condotto al Governo...
— Che importa mai a me?
— È uno sbaglio di certo.
— Si vedrà poi, lasciatemi.
Il maestro voleva buttarsi alle ginocchia del maresciallo; l'ufficiale che l'aveva condotto si fece innanzi, lo prese per un braccio e lo tirò via.
Prima ch'egli si fosse potuto riavere, si trovò buttato fuori, con una minaccia e una bestemmia, sulla spianata.
Smarrito, col cuore spezzato dalla disperazione, si allontanò dal Castello.
Andava innanzi a caso, mormorando inebetito: — E adesso? E adesso?
La sua disgrazia era tanto enorme che la sua mente non arrivava a capirla.
Incespicò e cadde bocconi sopra un mucchio di ciottoli. Si pose a sedere. Si guardò intorno.
Aveva smesso di piovere: la luna piena appariva tra le nubi squarciate e incalzate dal vento di tramontana.
Stette lì smemorato chissà quanto.
L'istinto soffriva senza che egli se ne accorgesse.
Portandosi le mani al viso, se lo trovò caldo di lagrime.
Era dunque vero? Il suo Celestino, egli doveva lasciarlo? Il suo cuore urlava: no, no; la sua mente cercava un aiuto: che fare? Dava in ismanie violente, si contorceva.
Poi la piena della passione lo rituffava nello stupore; passavano sopra di lui le ondate dense e profonde di un dolore sterminato. Si faceva buio, si faceva silenzio intorno a lui. Ma egli si dibatteva, ritornava a galla, riprendeva l'abbrivo del suo dolore.
Coloro a cui egli aveva dato tutto il suo zelo, a cui aveva sagrificato tanti suoi patrioti, gli pigliavano la sua creatura, il suo Celestino; essi avevano promesso di proteggerlo. — Infami, infami! — Una collera terribile gli si snodava nell'anima.
Ed egli voleva castigarli, voleva schiacciarli. Era forse diventato buono a nulla?
Si levò in piedi di scatto gridando:
— Ah per Dio!
Moveva alcuni passi — dove andare?
Ritornava indietro, ricascava al suo posto, dilaniandosi nell'impotenza del furore la fronte, strappandosi i capelli: non si sentiva forte che di odio, ed era solo, e l'odio suo non ischiacciava che lui.
Diceva cose insensate, cose che aveva intese dire le mille volte da gente che egli aveva visto soffrire senza intenerirsi, ed egli le ripeteva stupidamente: non c'è dunque giustizia, giustizia tedesca! L'egoismo del suo affetto gli ripresentava la sua disgrazia come la sola disgrazia vera; se ne meravigliava.
Doveva capitare a lui? — Si indignava che l'universo non ne andasse sconvolto come la sua testa.
Sentiva il diritto di essere soccorso.
— Ma che mondo è questo, — sclamava ad alta voce, — che mondo birbone è questo?
Intimava alla terra e al cielo di venirgli in aiuto. Tornava religioso, per chiedere a Dio la sua protezione, egli la esigeva assolutamente. Suo figlio non era forse consacrato a Dio? Dunque Iddio doveva aiutarlo.
E aspettava... cosa aspettava? Volgeva in alto uno sguardo ansioso e violento.
Il cielo, fatto sereno, lo scherniva; la luna gettava il suo raggio freddo sopra il Castello, e profilava le linee della città buia.
Un calpestìo di cavalli si avvicinava dal fondo del viale, coperto a tratti dallo scampanìo intermittente della città e interrotto da qualche sparo lontano.
Uno stuolo di cavalleria avanzava; egli vedeva luccicare gli elmi.
Venivano innanzi di passo.
Poi la luna si oscurava subitamente e non c'era una nube, un'ombra la divorava, a poco a poco l'orlo luminoso spiccava sul firmamento limpido e terso dal vento.
I cavalli s'impennavano, un sordo mormorio sorgeva tra le file. Un ufficiale ordinava la marcia e urlava e gridava bestemmie, le stesse bestemmie con cui avevano ributtato lui poco prima quando era venuto in Castello a chiedere grazia per suo figlio.
Il maestro invaso da pazzo furore, prese un ciottolo, si levò, lo scagliò contro i soldati.
Un grido di dolore, di terrore rispose là in mezzo. Lo squadrone si scompiglia, tutti si danno a fuga rovinosa. Il maestro li tempesta di pietre e d'imprecazioni, i tocchi a martello li inseguono, vanno a precipizio, volano incalzati da superstizioso terrore, vanno nel fioco barlume della luna eclissata, come ombre di dannati incalzate dalla maledizione divina.
Sono spariti, il vento tace, la luna riappare: lo scampanìo echeggiava più forte, e Fàvaro misura su quel metro terribile la sua collera insaziata.
Anche la città si rischiara; nella luce bianca, fredda, i comignoli si assottigliano, le guglie del Duomo s'aguzzano come fascio di alabarde.
I rintocchi ridiventano più frequenti e più squillanti.
Quella collera risponde alla sua e l'attira. Là si odiano e si combattono i Tedeschi, come egli sente di odiarli e vorrebbe combatterli; là una popolazione scuote vittoriosamente il proprio giogo e là intanto suo figlio è prigioniero.
Si leva repente e viene correndo verso la città.
All'entrata di via S. Vincenzino, s'imbatte in una barricata. Gli gridano il chi va là?
Non è la parola d'ordine: ma non sono schizzinosi, lo lasciano entrare, lo attorniano.
— Gli Austriaci sono rientrati nel palazzo del Governo; essi vi menano i cittadini per iscannarli, chi vuol darmi una mano per riprenderli? Ci troverete armi e munizioni.
— Voi venite di là? — gli si domanda.
Qualcuno aggiunge con aria di incredulità;
Un vecchio alto, che sembrava il capo della barricata, disse:
— Non possiamo abbandonare il nostro posto; ma andate innanzi, troverete bene chi vi aiuti nell'impresa.
Il maestro s'interna nella città. Ad ogni barricata il grido di morte ai Tedeschi gli apre la strada; ma le sue proposte sono sempre accolte freddamente.
A misura che si avanza cresce la sua impazienza, egli parla con tutti di suo figlio, quasi si meraviglia che a questo nome gli altri non risentano anch'essi la sua commozione. L'ansietà lo rende eloquente: egli supplica la rivoluzione come ha supplicato Radetzky.
Egli dice:
— Voi almeno avete l'obbligo di soccorrere uno che si è battuto per voi, un ragazzo che stava nella bambagia, e che ha cimentato la vita per la vostra causa.
Perorava la sua causa colle lagrime e coi singhiozzi.
Alcuni s'inteneriscono; una donna lo compassiona; ma nessuno è disposto a seguirlo. Hanno tutti il loro da fare.
Egli prosegue la dolorosa Via Crucis; ad ogni stazione lascia un briciolo della sua speranza.
Ha il cuore dilaniato; un vero sconforto lo assale. Va innanzi a caso, silenzioso. Le gambe per abitudine lo riportano a San Damiano; ripassa il ponte fatale, va ronzando intorno al Governo; — il portone è socchiuso; nell'abboccatura vigila la sentinella.
Il cortile è vuoto; segno che il corpo di guardia è molto assottigliato.
Pensò un momento di buttarsi là dentro alla ventura, pur di vedere suo figlio ancora qualche poco. Lo avrebbero ucciso; questo era certo. Non gliene importava. Ma e poi il suo Celestino, che sarebbe divenuto quando lui non ci fosse più a pensare ad esso?
Tornò indietro lentamente; i rintocchi a martello continuavano e aguzzavano il suo dolore; tornava a ripudiare la rivoluzione, che deludeva le sue speranze, che non rispondeva ai suoi scongiuri. A che serviva tanto baccano?
Alla cantonata del vicolo San Carlo si sentì prendere pel braccio:
— Oh papà! — disse Carolina, la quale oppressa da molteplice inquietudine aspettava da più di cinque ore qualcuno de' suoi: — non l'hai trovato?
A questa domanda la piena dell'angoscia traboccò: il maestro balenò, e dovette appoggiarsi al muro.
— L'ho trovato, — disse poi: — è là al Governo, arrestato, e forse a quest'ora...
— E i suoi compagni l'hanno abbandonato; non c'è un cane che pensi a lui, e lo lascieranno assassinare. Una dozzina di buone braccia basterebbero!...
— Se ci fosse Gaetano, egli sarebbe capace...
Il maestro diè un balzo e ripeté come parlasse a se stesso:
— Gaetano?...
— Sì — soggiunse scorata Carolina, — chissà dov'è anche lui a quest'ora!... È partito in prima sera...
Ma il padre non l'ascoltava più.
S'era spiccato in fretta da lei senza dirle una sola parola, e s'allontanava correndo giù per la via San Romano. Alla cantonata della Cervia svoltò e scomparve.
Ai prigionieri in Sant'Antonio le ore andavano pigre, terribilmente fastidiose.
Dopo Guido e Gaetano non era venuto nessun altro arrestato. Le autorità avevano perduto la coscienza della propria forza. Ciò si capiva anche dalla loro tolleranza. I rinchiusi si lasciavano, senza alcuna molestia, schiamazzare e far baccano. Urlavano e tempestavano vituperi contro la polizia, picchiavano nella porta, ma nessuno vi rispondeva.
Quel silenzio e quell'inerzia irritarono dapprincipio le loro smanie. Ma la porta ferrata e solidissima resisteva. Finirono con lo stancarsi.
Vuotato il sacco delle imprecazioni e delle contumelie, fiaccata negli inutili sforzi la loro energia, esaurite le ultime vibrazioni impulsive degli avvenimenti cui avevano partecipato, cominciarono a risentire gli strapazzi della giornata faticosissima.
A mezzanotte sonnecchiavano: un'ora dopo dormivano sdraiati sulla panca fissa al muro tutt'intorno, Guido e Gaetano come tutti gli altri.
Repentinamente Gaetano si sentì pigliar pel braccio: aperti gli occhi, vide al lume della lanterna, appesa alla vòlta, il maestro Fàvaro, il quale, postosi il dito sul labbro, gli disse sommessamente:
— Levati e vieni con me.
E senza dargli tempo di far domande superflue, gli indicò la porta socchiusa.
Gaetano, riavuto dallo stupore, chiamò a sua volta il compagno, e tutti e due, si alzarono per seguire il maestro.
Altri tre si destarono in quel punto, e indovinato di che si trattava, vennero dietro a loro. Sulla soglia il maestro si voltò e disse:
— Occhio, ragazzi; in fondo all'androne fermatevi, lasciate che vada innanzi io. Sotto il portone c'è la sentinella; io mi incarico di menarla in fondo al portico e di incantonarla dietro un pilastro. Appena ci vedete fermi, voi uscite, sfilate lesti contro il muro; la porta è a destra ed è aperta; uscite, e correte ad aspettarmi al cantone dei Bergamini. E piano, piano.
In quei casi si intende presto e si ritiene bene. Fecero come aveva loro raccomandato.
Il maestro prese pel braccio la sentinella, la tirò adagio adagio nel chiostro e si dilungò con essa discorrendo dalla parte opposta del portico.
I cinque fuggitivi s'avanzarono allora in punta di piedi. I poliziotti, venuti dalla caserma di via Lanzone a rinforzare la guardia, avevano messo i fucili in fascio sotto il portone. Guido, passando, non seppe resistere alla tentazione di quelle armi, che la buona ventura metteva a loro portata; si appressò ad uno dei fasci, ne levò un fucile; gli altri lo imitarono, e poi, senza inconvenienti, poterono svignarsela: in istrada che furono, gambe aiuto, e in due salti arrivano in via Bergamini. Lì si fermarono ad aspettare il maestro, il quale non tardò a sopraggiungere.
Nessuno pensò a ringraziarlo. Egli però aveva acquistato su loro una certa influenza; e nell'ingenuità del sentimento che lo possedeva, mirò dritto allo scopo. Poteva invitarli all'assalto del palazzo del Governo, dare all'impresa un carattere d'utilità generale: egli chiese semplicemente il loro aiuto per la liberazione di suo figlio.
Avevano tutti la loro propria impazienza, l'ansietà di rivedere, di rassicurare degli amici, dei parenti.
— Servizio per servizio; siamo con lui, andiamo al Governo, e se ci riesce di riprenderlo, ci saremo fatto onore.
Gli altri acconsentirono, e avanti.
Il maestro incominciò la sua affannosa odissea: trottava innanzi agli altri; egli solo era disarmato.
In quei momenti di avventatezza sublime, le azioni si accettano o si respingono, non si discutono. A nessuno venne in mente di indagare la bizzarra condotta del maestro.
Strada facendo, per via San Clemente, il Verziere, il Durino, incontrarono cinque o sei barricate, appena custodite; la strada era quasi deserta, i rintocchi d'allarme più radi e più lenti, la luna tramontava, le stelle impallidivano, l'alba non poteva tardare. Il vento, poco prima gagliardo, era calato. In quell'ora che una stanchezza pesante incombe sulla natura, e posano le bufere e le febbri, illanguidiscono le tempeste degli elementi e dei cervelli umani, anche la rivoluzione sonnecchiava.
Il maestro, a cui l'ansietà, la speranza, il dolore davano trafitture violente, s'irritava di questo torpore.
Erano riusciti a raggranellare una diecina d'uomini. Egli avrebbe voluto menare a Monforte la città intera, voleva essere sicuro del successo; e quando qualcuno si schermiva, lui si crucciava, alzava la voce.
Gaetano osservò giudiziosamente:
— Non bisogna essere in troppi: se dal bastione ci vedono, i Tedeschi verranno a difenderne il palazzo.
Si persuase.
E, senz'indugio, sbucati per la Cervia in via S. Romano, passarono uno ad uno il ponte, e sfilarono lungo il palazzo Cicogna.
In questo momento decisivo il maestro ricuperò la sua presenza di spirito. Disse ai compagni di lasciarlo andar avanti solo e di venirgli dietro.
I battenti del portone erano accostati: egli picchiò sommessamente cinque volte, com'era stabilito pei confidenti che venivano a recar informazioni.
Il soldato che era dentro di sentinella aprì e lasciò entrare il maestro; ma prima ch'egli avesse tempo di richiudere, gli altri, appostati dietro la colonna a sinistra, si slanciarono all'improvviso, irruppero dentro, lo buttarono a terra, lo disarmarono.
Il soldato non fece resistenza, diè uno strappo a Guido che lo teneva, e scappò in istrada senza fiatare.
Intanto gli assalitori erano penetrati in cortile senza fare il menomo rumore. Ma improvvisamente una sentinella in fondo al cortile diè l'allarme.
Al suo grido, i soldati — una compagnia di croati che dormivano in terra sotto il portico a destra — si svegliano, e, visti i borghesi armati nel cortile, presi dal panico, loro più formidabile nemico in quei giorni fatali, si danno anch'essi a fuga precipitosa. Gli assalitori tirano contro i fuggenti qualche fucilata, che aumenta il loro terrore e la loro confusione.
In un momento il cortile rimane vuoto e i quindici cittadini padroni del terreno.
Gaetano, veduto un lume al piano superiore, nelle sale del governatore, si avventa su per lo scalone, seguito da tutti gli altri, meno il maestro, che, tutto intento al suo scopo, era corso alla porta dove aveva visto rinchiudere il figlio, e col calcio del fucile tolto alla sentinella menava colpi furiosi per sfondarla.
Non riuscendogli, e vistosi abbandonato dai compagni, corre loro dietro, e li chiama, e si sforza inutilmente di trattenerli.
Sopra, nella sala, stava il colonnello con cinque ufficiali. S'erano appena accorti della sorpresa e si guardavano in viso perplessi.
Gaetano rovescia con un colpo di baionetta il soldato di piantone, entra, spara il fucile, abbatte un ufficiale; i compagni si buttano sugli altri e sul colonnello.
Questo, omaccione fortissimo, riesce a divincolarsi dal parapiglia e ad infilare la porta.
Al piè dello scalone gli si para dinanzi il maestro: impugna la pistola che aveva alla cintura, e gliela spara nel viso quasi a bruciapelo.
Il maestro cade urlando disperatamente.
Gaetano e un altro inseguendo il colonnello, trovano lì il maestro boccheggiante, col viso sfigurato e inondato di sangue.
Gaetano si ferma e chiede aiuto; sopraggiunge Guido e tra tutti e due lo sollevano.
Il ferito si dibatte, e indicando loro la porta dove sta chiuso suo figlio, con quanta forza gli rimane, grida imperiosamente:
I due giovani lo depongono a terra, vanno al luogo indicato e lavorando colla baionetta riescono finalmente a scassinare la serratura e a liberare don Celestino, il quale, sentendo le voci, era in piedi dietro l'uscio.
E tornando insieme presso il ferito, che non li ha perduti d'occhio un minuto, e visto il figlio, dà un grido di gioia, gli butta le braccia al collo, gli si abbandona addosso inondandolo di sangue e sviene.
Intanto Carolina era passata per le perplessità più crudeli, le angosce più acute.
Le era rimasta giusto tanta forza quanta bisognava per sentire le proprie pene.
Per molte ore aveva continuato ad andare innanzi e indietro da casa a palazzo Monforte, dove era chiuso il fratello, alla Cervia e al crocicchio di S. Babila, ad incontrare istintivamente e inutilmente suo padre e Gaetano.
Ai cittadini che incontrava chiedeva notizie che, già lo sapeva, essi non potevano darle; e a quel no inesorabile, ogni volta preveduto e pur sempre duro, tornava indietro, affrettava il passo, correva — caso mai fossero venuti durante la sua assenza — prima certa di non trovarli, poi dubbiosa, smaniosa; entrava in casa, rovistava in tutte le sue stanze; n'usciva subito, esplorava i dintorni, lungo il Naviglio, un buon tratto.
Una volta, poco prima dell'alba, vide la posteria socchiusa. Vi si appressò; Filomena comparve nell'abboccatura.
All'ansiosa sua domanda, ch'ella andava da più ore macchinalmente ripetendo, costei rispose spartanamente:
— Dove vuol che siano? A battersi; mi stupirei che fossero rimasti!
— Vuole un bicchierino di ratafià? un liquore piemontese. Gaetano lo pigliava ogni sera, e mi diceva che gli raddolciva l'anima amareggiata.
Carolina ringraziò e s'allontanò barcollando.
Finalmente rientrò, si buttò contro la proda del letto col proposito di non muoversi, di non vivere, di non pensare a nulla finché essi tornassero.
Non li disgiungeva nel suo pensiero; temeva che separando i loro nomi, uno gli rincrescesse più degli altri.
Non andò molto che intese un calpestìo frettoloso passare nell'andito ed entrare nella camera di suo padre.
La camera del maestro comunicava colla sua. Carolina vi entrò e vide disegnarsi sui vetri, dove cominciava la prima luce dell'alba, la figura alta di un militare.
— St! — fece lo sconosciuto, movendole incontro; — silenzio o siamo perduti io e i suoi!
Riconobbe la persona che da parecchi mesi veniva sovente la notte a conferire con suo padre.
Ella lo aveva sempre visto in borghese, ma lo riconobbe alla voce.
Il capitano Hermann si trovava a palazzo Monforte, quando, poco prima, era nato quel po' di scompiglio; venuto per la seconda volta in quella notte a ricercarvi gli ordini del maresciallo, discendeva le scale, quando vi si lanciava Gaetano coi compagni. Protetto dall'oscurità, aveva potuto uscire senza difficoltà insieme cogli ultimi soldati fuggitivi, e pigliare la strada del bastione. Ma allo sbocco del Vivaio, una mano di cittadini, sbucando dagli orti, aveva loro tagliata la ritirata.
Mentr'essi si buttavano sui soldati, egli era corso indietro; la via della Passione era barricata in fondo, il lungo Naviglio mal sicuro. Sentendosi inseguito, aveva passato il ponte ed era venuto a rifugiarsi nella casa del confidente.
I suoi persecutori l'avevano perduto di vista.
— Mi lasci qui, — disse egli a Carolina, — e pel bene della sua famiglia badi che non ci venga nessuno.
Ella non aperse bocca, obbedì; appena uscita dalla stanza intese un forte picchio alla porta di strada, che il capitano aveva chiusa, poi un frastuono di voci confuse.
Al Governo erano accadute altre novità.
Don Celestino e Gaetano avevano fasciato alla meglio la testa del maestro per ristagnare il sangue che seguitava a sprizzare dalla ferita. Gli altri si consultavano.
E tosto uno scalpitìo di cavalli che s'avvicinavano.
Si guardarono in viso: cominciava a far giorno; gli assalitori si contarono e meravigliarono del proprio ardimento. Ma in così scarso numero, come resistere, come difendere un edificio tanto vasto? Non restava loro neppure il tempo di asserragliarsi dentro.
Celestino non era stato lì a riflettere: al primo grido d'allarme, aveva preso il padre fra le braccia e l'aveva portato fuori. Gaetano corse ad aiutarlo.
I compagni li seguirono, e, usciti insieme nella strada, spararono i loro fucili contro la cavalleria che s'avanzava lentamente.
Quell'atto ardito fu la loro salvezza. Gli usseri, sorpresi dal brusco saluto che rovesciò di sella tre o quattro dei loro, tremando di aver a fare con un nemico molto più formidabile, si fermarono alla cantonata del palazzo.
Gaetano e Celestino, col loro carico, corsero al ponte; gli altri dietro a loro, e, protetti dal fumo, poterono compiere senza inconvenienti la loro ritirata e raggiungerli.
All'angolo del vicolo San Carlo si separarono. Guido, Gaetano e un giovane medico assistente all'Ospedale, accompagnarono col figlio il ferito; gli altri si internarono in città.