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V
Un altro era uscito con don Celestino dal corpo di guardia di palazzo Monforte: Loredan. Nessuno in quel trambusto s'era accorto di lui: e lui li aveva seguiti di lontano, senz'affrettarsi, col suo passo lento e il suo solito viso pensoso.
Alla cantonata del vicolo di S. Romano li raggiunse, e, appressatosi a Guido, gli domandò:
— Dov'è il Comitato rivoluzionario?
— Oh lei, zio! — sclamò commosso il giovane abbracciandolo. — E dov'è stato?
— Sono stato arrestato, — rispose lui tranquillamente, — poi ripeté la sua domanda: — Dov'è il Comitato rivoluzionario?
Era stato arrestato nel palazzo di donna Elodia fino dalla vigilia. Al principio della dimostrazione era venuto a cercarlo nel suo studio il generale Oggiono per sfogare con lui la sua stizza contro i dimostranti.
— Cosa vogliono costoro? Perché gridano? — sclamava il generale. — Il Governo fa delle concessioni? benissimo; accettarle negli utili, senza impegnarsi a nulla, e aspettare l'occasione di averne delle migliori. I tempi forzano la mano dell'Austria? tanto meglio: un passo dopo l'altro si arriverà alla meta: e la meta, capite, caro professore mio, — soggiungeva alzando la voce, — la meta è l'autonomia economica e amministrativa, se non politica, della Lombardia... Cosa vogliono costoro? — ripeteva piantandoglisi davanti.
Loredan s'era arrischiato a rispondere:
— L'indipendenza d'Italia.
E n'era nata una di quelle discussioni vivaci ch'essi facevano di quando in quando, nelle quali, a quattr'occhi, si disputavano i destini della patria.
Intanto di fuori il tumulto era cresciuto e s'era mutato in rivolta; gli usseri e i croati caricavano la folla. Ma per essi il suono delle loro voci avrebbe coperto il fragore di una battaglia. Poi erano incominciati i rintocchi delle campane e i primi colpi di cannone, e poco dopo Ludovico venne a dire che donna Elodia era uscita con Aroldo per la porta degli orti. Allora si erano decisi di uscire.
Il peristilio era già pieno di soldati. L'Oggiono, che si trovava davanti, fu tosto accerchiato. Ma egli disse fieramente in tedesco:
— Rispettate un vostro generale!
Il suo cipiglio persuase gli assalitori, e lo lasciarono passare.
Ma Loredan era stato preso, menato nel palazzo del Governo e rinchiuso con don Celestino.
Ora, liberato miracolosamente, non aveva che un sentimento: la curiosità di sapere dove fosse la direzione del moto insurrezionale.
Lasciato Guido e gli altri che accompagnavano a casa il maestro Fàvaro, proseguì verso San Babila.
All'angolo della Cervia la prima barricata che incontrò eccitò in lui uno stupore uguale a quello provato il giorno innanzi dal maestro: anche a lui pareva cosa inverosimile: la toccò colle mani per persuadersi che non era un sogno. Poi, penetrato dentro e dato conto di sé ai cittadini di guardia, domandò loro dove fosse il Comitato rivoluzionario. Non sapevano: non capivano — tirò innanzi. Andò di barricata in barricata, passò attraverso venti combattimenti da un capo all'altro della città, ripetendo la stessa domanda inutilmente per mezza giornata senza stancarsi e senza fermarsi in nessun luogo. Al Pantano, a due cittadini che caricavano i loro fucili, chiese per chi e in nome di chi combattessero.
Si strinsero nelle spalle, e uno rispose:
— Combattiamo contro i caiserlich.
Finalmente gli dissero che al Palazzo Taverna era riunita la congregazione municipale e si stava formando un Comitato di guerra presieduto dal Cattaneo. Vi andò subito, sfidando, ignaro com'era delle posizioni del nemico ed inerme, i maggiori pericoli. Entrò nel crocchio che trovò nella prima sala e domandò se non intendevano fare il loro programma politico per rassicurare i patrioti e disingannare gli intriganti.
La maggioranza di quei signori riconobbe la necessità di quest'atto per raccogliere le fila della rivoluzione che fino a quel momento non si sapeva bene a chi ubbidisse.
Ma qual programma s'aveva a fare?
— Unitario e indipendente.
Qualcuno osservò che la Commissione municipale che sedeva nella stanza vicina non avrebbe acconsentito.
— Poh! — esclamò un altro: — se non consente la lasceremo fuori.
— Si tratta di unificare tutti gli italiani.
Nel gruppo di cittadini che assistevano alle deliberazioni, uno osservò a mezza voce:
— Bisognerebbe prima essere d'accordo fra noi.
— Unitario e indipendente, — ripeté Loredan.
Il generate Oggiono ch'era lì presente mormorò:
— Poh! una parola di troppo. Intestate i proclami, Italia libera, — disse poi, — ciò comprende tutto.
Loredan annuì con un cenno del capo e si mise a scrivere.
Il generale, cedendo alle istanze dei cittadini riuniti a palazzo Taverna, s'era incaricato di dirigere i moti nella parte orientale della città. Egli mandava ordini e messi di qua e di là, e si stizziva perché le chieste informazioni non arrivavano e gli ordini non si sapeva che esito avessero. Pareva che le braccia della rivolta continuassero a far senza del cervello che si era organizzato apposta per guidarle: la rivoluzione persisteva in un'anarchia di cui il generale non sapeva capacitarsi.
Irritato, mormorava: — è una cosa assurda, stupida, che finirà male; si è mai visto una battaglia senza capitano?
Mentre lui si arrovellava per disciplinare il moto in Milano, Loredan spingeva il pensiero oltre la linea di fuoco della battaglia, alle più lontane regioni della grande patria, chiamava nella lotta impegnata tutti i fratelli italiani, ed avviava intorno ai loro sforzi la simpatia e il rispetto d'Europa.
Insensibile ai rumori, agli allarmi, alle commozioni del momento, imperturbabile in mezzo a quel viavai continuo di quelli che entravano ed uscivano, scriveva, scriveva senza posa manifesti, proclami, indirizzi, e li dava a un ragazzo che li recava alla stamperia Guglielmini.
Guido, uscito dal Governo, era corso a casa di suo padre: al punto d'entrarvi lo prese il timore di non trovarci più sua moglie. Così indugiava al piè della scala, quando dal ripiano di sopra sua sorella lo chiamò:
— Chi?
— Mia moglie,
— Sì.
Allora lui fe' gli scalini interrompendo le esclamazioni festose della sorella, ed entrò.
Desolina era seduta in un cantone: lui corse a stringerla fra le braccia, dimenticando in questa carezza il pericolo corso, quelli imminenti e persino la suggezione della famiglia.
Disse poi della prigionia sostenuta e domandò alla famiglia notizie della notte. Il signor Della Torre raccontò la distruzione della barricata e soggiunse:
— Eppoi i liberali grideranno contro l'aristocrazia. Io ho sacrificato i miei mobili più belli, — soggiunse. — I miei tesori hanno servito di difesa a questo popolo che non mi sarà riconoscente.
Napo si lamentava della lentezza dei Piemontesi e pronosticava male del loro ritardo.
Martino lo interruppe ordinando a Beatrice di dar da mangiare a Guido, che, osservò, aveva fatta la sua parte e doveva aver fame.
A Guido, commosso di questa nuova bontà, vennero le lagrime agli occhi e si guardava intorno salutando con uno sguardo di tenerezza tutti gli oggetti famigliari della sua vecchia casa.
Quando Beatrice gli ebbe messo il coperto in capo alla tavola si fe' sedere la moglie accanto e, mangiando, le raccontò le peripezie della notte. Desolina, ancora sbalordita, non diceva nulla, e gli sorrideva. Passò così una mezz'ora.
Le cannonate seguitavano e ad ogni sparo i visi del signor Della Torre e di Napo si allungavano.
Ma Guido non si accorgeva di nulla; non mangiava più; e assaporava con beatitudine quegli insperati momenti di riposo.
— Se hai finito puoi venire con me a palazzo Taverna a vedere che si fa, perché quei signori del municipio, miei padroni, non ci abbiano a vendere come giumenti.
Guido non poteva dir di no al fratello, che aveva ripreso su di lui tutto l'impero d'una volta e lo seguì al palazzo Taverna.
Lì c'era una gran ressa di gente e parlavano tutti insieme. Il generale Oggiono, visto Guido, lo prese in disparte e gli disse:
— Giovinotto, andate a Porta Tosa, cercate mio nipote Fontana e ditegli da parte mia di venir qua subito, che gli ho già mandato due messi e che lo aspetto. Un momento...
S'appressò al tavolino, scrisse due parole sopra un pezzetto di carta e glielo diede:
— Ecco la mia firma.
Guido uscì e prese per via S. Paolo.
In piazza del palazzo di giustizia s'imbatté nella cameriera dell'albergo che lo fermò per domandargli:
— Sa lei dove sia il signor Fontana?
— Venga dunque a rassicurare la mia signora, che da stamane all'alba non è stata tranquilla un momento.
E lo condusse nel quartierino in via della Cervia.
— Il signor Della Torre, — disse alla padrona entrando nel salotto, — sa dov'è il sor Fontana.
Donna Elodia era buttata sul canapè, si levò di scatto e domandò al pittore:
— Voi sapete dov'è mio marito?
Guido le disse che andava in traccia di lui
— Aspettate, vengo anch'io con voi.
Ma subitamente, assalita da una crisi nervosa, si lasciò ricadere sul canapè singhiozzando.
Guido, commosso, s'era appressato: lei cavò dal seno un pezzettino di carta, recatole da una donna, sul quale l'architetto aveva tracciato in fine col lapis alcune parole per raccomandarle di non uscire. Il biglietto terminava: «pur troppo vi saranno dei feriti e degli orfani e ci sarà da fare anche per le donne».
— Ecco il concetto che voi altri avete di noi, non ci accordate che un valore inferiore e intanto ci infliggete il più grave sagrificio: l'inquietudine mortale di aspettare incerti le notizie di quelli che si battono e forse...
Parlava interrotta dai singhiozzi, tremava, batteva i denti, sclamando:
— Bella modestia; bella carità!
Guido le ripeté due volte ch'era pronto ad accompagnarvela,
— Mi respingerebbe — disse lei, — non hanno cuore gli uomini.
E seguitava a lamentarsi. Finalmente Guido si rammentò il messaggio del generale e si ritirò.
— Dite a mio marito lo stato in cui mi avete vista, — conchiuse la contessa, — e se non gliene importa nulla peggio per me e peggio per lui.
Guido affrettò il passo per guadagnare il tempo perduto. La città aveva ripreso l'aspetto di vita e di sicurezza della mattina innanzi: tutte le case erano aperte, nelle chiese si celebrava il servizio domenicale, e il sole fulgido dava alle strade affollate, un giulivo aspetto di festa.
A Porta Tosa si combatteva fino dall'alba: nel sobborgo fuori le mura i cittadini assalivano la polveriera della Bicocca e di dentro un pugno d'audaci, protetti da una barricata, molestavano alle spalle le truppe che custodivano la porta.
Fra questi l'architetto Fontana.
Guido gli fe' l'imbasciata dello zio Oggiono.
L'architetto indicò i Tedeschi che s'avanzavano scaricando i fucili contro la barricata e disse sorridendo:
— Bisognerebbe invitare quei signori là a desistere garbatamente finché io avessi fatta la corsa fino a palazzo Taverna. Attenti, — disse poi ai compagni che, curvi dietro la barricata, caricavano le armi, — attenti che ora viene il bono.
Difatti parecchi soldati scendevano di corsa dal bastione nella strada.
Ma, in quella, un grande frastuono scoppiò nel sobborgo, e i soldati tornarono indietro di corsa e lasciarono vota la strada, su cui alcuni cadaveri di tedeschi e di cittadini giacevano ammucchiati al sole.
Seguirono dentro le mura alcuni minuti di tregua.
Allora Guido parlò all'architetto di donna Elodia. Lui fe' un cenno dispettoso col capo e non rispose.
Il rumore cresceva di fuori: la fucileria non cessava più e di quando in quando tonava il cannone.
— Attenti, — ripeté il Fontana e poi gridò: — all'assalto!
E lui e i compagni si lanciarono fuori della barricata.
Dall'alto del bastione a sinistra furono ricevuti a fucilate che, per fortuna, non colsero. Essi corsero alla porta sforacchiata e cadente, e si sforzavano di sfondarla. Allora i soldati scesero di sinistra e nello stesso tempo nella destra scesero molti Reisinger.
Bisognò ritirarsi e ciò fecero, lasciando sul terreno uno dei loro, un giovinotto poco più che sedicenne che spirò gridando: viva l'Italia.
Protetti dal fumo, gli assalitori rientrarono nella barricata.
Dei soldati, alcuni si arrischiarono nella strada e vennero innanzi rasentando i muri senza far fuoco.
Guido era perplesso se dovesse tornare colla risposta dal generale.
— Ve ne dispenso io; rimanete, — gli disse l'architetto: — per ora la miglior strategia è quella di battersi. Per chiacchierare laggiù sono già in troppi.
— Non avete armi? — gli domandò poi: Guido aveva lasciato il fucile a casa di suo padre. — Ne troveremo.
Cinque tedeschi, non sentendo alcuno muoversi dietro la barricata, s'avanzavano pian piano.
L'architetto che aveva ricaricato lo schioppo, tolse di mira; sparò. Uno dei nemici cadde, gli altri fuggirono.
— Pigliate — disse lui a Guido porgendogli il fucile: — me ne sono procurato un altro. E lesto lesto, uscito dalla barricata si avvicinò al caduto, lo spogliò della giberna, prese il fucile, tornò nella barricata.
Guido rimase con loro e combatterono fino a notte inoltrata.