IntraText Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText |
I link alle concordanze si evidenziano comunque al passaggio
VI
Il maestro Fàvaro nel tratto dal palazzo del Governo a casa sua non si era riavuto.
Carolina, corsa ad aprire, ebbe ad un tratto la gioia di trovare Gaetano ed il fratello, e il colpo terribile di vedersi portare il padre in quello stato.
— Non ti spaventare: speriamo bene.
E lasciato a un altro l'incarico di sorreggere il maestro, lui pratico della casa, andò innanzi per guidarli alla camera, l'ultima in fondo all'andito.
Carolina li lasciò passare; ma, colpita da un subito lampo di riflessione, si buttò innanzi, sbarrò loro il passo e aprì l'uscio della propria camera dicendo vivamente:
— Qui! qui!
Obbedirono. Carolina corse all'uscio per cui le due camere comunicavano internamente: il capitano Hermann l'aveva chiuso di dentro.
Fece deporre il padre sul proprio letto, e poi lo sgomento l'assalì di contraccolpo tanto forte, che impallidì e le ginocchia le piegarono sotto.
Gaetano la sostenne, e, attribuendo il suo convulso al dolore improvviso, cercava di confortarla amorevolmente.
Intanto un giovane medico esaminava la ferita e s'adoperava a far rinvenire il maestro.
La palla l'aveva colpito sotto la tempia sinistra, e, fracassato lo zigomo, era uscita lacerando diagonalmente la guancia fino alla narice.
— Se possiamo evitare l'emorragia, si va bene, — disse il medico.
Il maestro aveva ricuperato i sensi: era tanto debole per il sangue perduto che non poteva muoversi né proferir parola, ma girava ansioso gli occhi attorno.
— Stia quieto, stia quieto, — raccomandò il medico.
Gli lavava i margini della ferita; gliela fasciava; poi ordinò di cambiargli ogni tanto le pezze bagnate; promise di tornare, ed uscì.
Allora don Celestino, ch'era al capezzale, si appressò, gli pose una mano sulla fronte e gli disse amorosamente:
— Stai bene così?
Il pover'uomo si riscosse, e voltandosi con subito sforzo, alzò il labbro e baciò la mano che lo carezzava, dando al figlio uno sguardo parlante in cui trasfuse tutti i sentimenti e le ansietà e gli affanni di quella notte terribile; e con questi il dolore di avergli scoperto il doloroso segreto delle sue delazioni, la paura del suo giudizio, poi la gioia di quel momento che dissipava ogni cosa, finalmente la riconoscenza a lui che gliela procurava.
Era troppa la commozione: si abbiosciò un momento, sopraffatto dalla piena degli affetti. Ma tosto si rinfrancò e sorrise agitando le labbra per parlare.
— Zitto, papà, — disse Carolina, — sta tranquillo.
Ma bisognò che don Celestino gli ripetesse lui l'esortazione: e a lui obbedì con sommissione.
Era giorno fatto: una gran luce invadeva la camera: una splendida giornata primaverile; e intanto il cannone ricominciava a tuonare con frequenza, iracondo la fucileria e lo scampanìo continuavano senza tregua.
Don Celestino s'era spiccato dal letto e appressato alla finestra: era distratto; la sua mente, si capiva, correva a tuffarsi nella mischia della battaglia.
Una dolorosa gelosia oscurò il viso del maestro.
Indifferente alle cure di Carolina, la quale, reprimendo le acute sue inquietudini, non lo abbandonava un minuto, egli non aveva occhi che per il suo Celestino, e una lagrima silenziosa gli rigava la guancia.
Si sentiva dimenticato da quella sua creatura; e ne soffriva senza accusarlo d'ingratitudine.
Il frastuono cresceva di fuori; i colpi di cannone si avvicinavano: la casa, certi momenti, n'era scossa dalle fondamenta.
Il maestro Fàvaro ne soffriva. Gli echi violenti della battaglia turbavano il vago ondeggiare dei suoi affetti e delle sue fantasticherie d'infermo.
Una viva impazienza agitava don Celestino.
Verso mezzodì tornò Gaetano col medico: entrarono dalla cucina: venivano dalla parte del cortile, perché i Tedeschi, spinti due cannoni fino al ponte, tiravano incessantemente e rendevano impraticabile la via di S. Romano.
I cittadini dai tetti li molestavano colle fucilate; aperti con delle breccie interne i muri divisorii, le case comunicavano l'una coll'altra fino a San Babila.
Il medico fece una visita frettolosa al ferito; non lo trovò peggiorato e diede un giudizio piuttosto rassicurante.
Quando furono per uscire, Celestino corse loro dietro.
— Aspettate, — disse — vengo anch'io.
— No, rimani con tuo padre, per ora bastiamo noialtri.
Aveva notata una dolorosa contrazione sul viso del ferito.
Celestino rimase, tornò indietro lentamente e sedette al capezzale. Ma non poteva star fermo: ad ogni colpo sussultava. Le sue repugnanze della notte avanti erano svanite. A tanta luce di sole si riconciliava colla rivoluzione.
Finalmente si alzò e fece qualche passo per la camera.
Il maestro, che lo seguiva continuamente collo sguardo, non poté reprimere un sospiro:
— Come ti senti? — gli domandò Celestino appressandosi.
Il maestro questa volta rispose:
— Bene, viscere, quando ti veggo.
Celestino sedette, il padre gli mise una mano sulla spalla e lo carezzava.
— Ti rincresce dunque tanto di restare qui con me?
Celestino gli fe' cenno di no col capo. La sua tenerezza non pretendeva di più.
Col declinar del giorno si sviluppò la febbre. Il malato cominciò ad agitarsi; alla prostrazione sottentrò una viva irrequietezza; una penosa chiaroveggenza gli fe' intravedere i più grandi pericoli.
— Bisognerà che pensiamo a' tuoi casi, vecio mio... No, lasciami dire: — soggiunse rispondendo a un gesto di Celestino, — la tua condizione mi inquieta e bisogna provvedere subito... Questa non è più aria buona per te; appena la baldoria sarà finita, vuol essere un bucato famoso. Allora guai a chi si sarà tinto nella rivoluzione. L'Austria non perdona; io la conosco...
S'interruppe sconcertato da uno sguardo del figlio che sentì più che non vide.
— Tu devi lasciare Milano; andare a Roma o piuttosto in Piemonte; meglio in Piemonte, dove il Governo l'ha rotta coll'Austria e si vedono di buon occhio i preti liberali come te.
Queste parole avevano per lui medesimo che le pronunziava un senso aspro di sorpresa e gli scompigliavano le idee.
— E... e... dunque tu andrai in Piemonte per la parte del Lago Maggiore... Tu non mi dai retta, viscere!
— Sì, ci penseremo...
— Quando sarai guarito.
— So io quando sarò guarito? Non ti dar pensiero di me. Io verrò a raggiungerti appena potrò; intanto voglio essere sicuro di te e il saperti in salvo mi farà bene più degli impiastri del medico.
Celestino voleva interromperlo. Lui riprese vivamente:
— Ascolta. Nel mio tavolino ci sono dugento svanziche; per fare il viaggio basteranno. Prendile.
Poi continuò abbassando la voce:
— Ho messo qualche soldo da parte.
— Ma papà, perché dite queste cose a me?
— Perché sono interessi tuoi, figliolo; non è bene che li sappi? Sono quindici mila svanziche che ho imprestate a due conoscenti del Torre, il padrone di casa, troverai le due obbligazioni insieme col denaro che ho detto; l'una scade a S. Michele, l'altra a Pasqua dell'anno venturo. Incaricherai qualcuno di riscuoterle; il Torre stesso, lasciando qualcosa a lui, ti renderà questo servizio, e anche, se ti preme, ti farà anticipare la somma; se ne intende di questi affari. Ti ricorderai di tutto ciò? Dunque siamo intesi. Sta bene attento: la rivolta continua.
I colpi difatti continuavano e facevano ogni tanto rintronare i vetri coprendo la voce del maestro. Lui tirava innanzi:
— Ma non può durar molto; i Milanesi, benedetti da Dio! si fanno delle illusioni, ma o su o giù: è più probabile giù. Fra un giorno o due, i Tedeschi vincono o si ritirano per ritornare ben presto; sta pur certo, ritorneranno ad ogni modo: sono molte migliaia; hanno più cannoni che voi fucili; sono il primo esercito d'Europa. Però appena smette il temporale, profittare della confusione e spulezzare senz'indugio. Cerca di Rovetta, il coreografo; è mio amico e un po' mio obbligato. Sta in via dei Bossi, appena svoltata la cantonata dei Clerici, a sinistra. Va da lui, digli che son io che ti mando, che devi andar fuori di Milano, e se lui, come spero, ti saprà insegnar la maniera, aggiungi che vai in Piemonte; non dirgli quello che è accaduto a te e a me la notte scorsa; non dirgli altro, sai... null'altro. Ti farà forse passare per qualche comico o cantante...
Celestino non poté trattenere un gesto di ripugnanza.
— A Torino conosce molta gente, ti raccomanderà a qualcuno. Ah birbone di un destino! Essere inchiodato qui, in questo momento, non poter andar io! — continuò il maestro, rivoltandosi sul letto; — figliolo mio, adesso che hai più necessità della mia esperienza ti toccherà far da te!
Tendeva l'orecchio: i colpi di cannone più lontani e più radi; la fucilata languiva.
— Verso sera smetteranno, tu non perder tempo. Via de' Bossi, non ti scordare, e al Rovetta digli quel che t'ho detto, né più né meno. — Glielo ripeteva. — Avuto il suo consiglio, parti subito senza tornar qui. Carolina, — era la prima volta che si occupava di lei, Carolina ti farà avere poi nostre notizie, tu non indugiare, parti subito, me lo prometti?
Il maestro insisteva scotendogli la mano che teneva fra le sue.
— Me lo prometti?
— Papà, vuoi ch'io fugga mentre qui si battono?
— Ma sono matti, non sanno quello che si fanno...
Celestino, calmo, disse con molta fermezza:
— No, papà, non sono matti e sanno di fare il loro dovere: difendono la loro città e il loro paese, combattono nel nome di Pio IX, e volete che io, suo ministro, soldato del suo esercito, volti le spalle al nemico?
— Ma ti ammazzeranno, viscere, e alla meno peggio ti manderanno allo Spielberg...
— Sarà di me, come degli altri fratelli nostri, quel che Dio vorrà.
Il maestro trasecolava, stava ad ascoltarlo incantato. Poi tornava alla sua idea fissa: — salvarlo — voleva salvar suo figlio ad ogni costo.
— Senti, vecio, ti hanno esaltato; tu non conosci il mondo; è la pazzia comune di voi altri patrioti. Ma rifletti un momento, dà retta a me tuo padre, che ti voglio bene; non andrà molto che mi darai ragione e mi benedirai cento volte. Ascolta: per un momento di stravaganza hai già avuto una dura lezione; tu sei qui per miracolo. Stanotte, se sapessi che notte! non lo speravo più. Alla buon'ora, il colpo è riuscito; ti abbiamo cavato fuori; tu sei qui; per amor del cielo, non farmi un'altra imprudenza, non tentare la fortuna; sono bravure che finiscono male; obbediscimi: tu sei religioso, buon figliolo, dà retta a tuo padre. La tua prodezza l'hai fatta, ringrazia Dio che l'è andata così; oramai chi si vuol rompere la testa, padrone, tu pensa alla tua salute.
— Ci pensano gli altri che in questo momento arrischiano la vita cento volte il minuto?
— Gli altri... che m'importa degli altri? Tu sei mio figlio e non voglio che ti perda.
— Se tutti dicessero così?
— Ebbene, tanto meglio... Perché gli altri si rompono il collo, è necessario che tu faccia altrettanto? Via, sei diventato un guerriero adesso, ragazzo? col tuo carattere, coll'abito che indossi, tu, un prete, un uomo di pace! Credevo che queste fossero spartanate della storia antica. Ma che ti hanno insegnato in quel seminario della malora, ove, per mia disgrazia, ti ho messo? Che ti hanno insegnato?
Parlava con grandissimo sforzo e, ad ogni parola, una trafittura acuta gli faceva storcere il viso.
Celestino, nel suo fervore di apostolo che sacrifica i proprii affetti e dimentica gli altrui, inconsciamente crudele gli dilaniava il cuore rispondendo:
— Mi hanno insegnato a posporre il bene proprio a quello degli altri, a desiderare la sorte di quei generosi che, nel nome di Dio, incontrano i maggiori pericoli per la giustizia e la carità. Il Signore è stato tanto misericordioso da offrirmi l'occasione di far del bene, di propugnare la sua causa, la causa degli oppressi, di combattere per essa, mi ha chiamato con la voce del suo Vicario, con lo squillo delle sue chiese; un'occasione tanto facile, tanto chiara, che tutti, anche i secolari, anche le donne e i ragazzi, la vedono e vi si buttano con entusiasmo...
Il maestro s'era alzato sul gomito con impeto a contraddirlo.
— Chi non si sente coraggioso, — soggiunse tranquillamente don Celestino, — chi non si sente patriota oggi è da compiangersi.
— Oh, tu mi condanni! — esclamò lamentevolmente il maestro.
— Papà, tu hai errato, — disse con dolcezza, ma inesorabile il prete: — il mio errore però sarebbe cento volte più colpevole. Io sono certo che Iddio vuole che l'Italia sia libera.
Il padre si abbiosciò sul guanciale: non lottava più, non discuteva più le convinzioni di don Celestino, ne soffriva orribilmente. Sentiva aggravarsi sopra l'unico affetto della sua vita, sopra la sua tenerezza paterna, una potenza invincibile che abbatteva d'un colpo tutti i suoi disegni, disperdeva i suoi sforzi, le fatiche e le previdenze per fabbricare la fortuna del figlio, che gli toglieva la sua creatura, che con la stessa mano di lui lo respingeva nel fango dov'era andato a cercargli un po' di bene, contestandogli fino il diritto di sagrificarsi a lui.
Allora intravide, comprese la sua abbiezione, e, come Israele battuto dall'angelo, adorò la mano che lo percuoteva, riconobbe, illuminato dalla sua ammirazione illimitata per il figlio, il sentimento sublime che lo schiacciava.
— Dio vuole l'Italia libera! — mormorò.
Dio, l'Italia, due nomi ai quali lui non aveva mai pensato sul serio! ai quali aveva schernito le cento volte!
Ora quelle due potenze si vendicavano, si levavano formidabili, e lui era rovesciato.
Si rammentava del male che aveva fatto, delle persone perfidamente compromesse per gli affetti, per i nomi che ora ricadevano sul suo capo dal labbro del figliuol suo, ed ebbe orrore di sé. La punizione era spaventevole ma giusta; non gli restava che abbandonarvisi. Un'angoscia mortale, una rassegnazione disperata gli torceva il viso.
Carolina si spaventò. Corse al capezzale esclamando:
— Papà, papà, non ti tormentare così; Celestino farà tutto quello che vorrai tu: — volgeva al fratello un'occhiata supplichevole: — Vero?
Celestino si avvide allora del suo turbamento, ma non conobbe mai la passione di suo padre in quel punto.
— Coraggio, papà, — gli disse, — il cielo che ci ha aiutati, ci aiuterà ancora: tutto finirà bene... riparleremo poi, se vorrai, di queste cose...
Il padre lo ringraziò con uno sguardo ineffabile della pietosa lusinga; tutte le sue illusioni erano svanite, si sentiva colpito, condannato irremissibilmente dal destino e vi si abbandonava. Aveva rinunciato a tutto, alla stima del figlio — accettava la sua indulgenza come una consolazione suprema. Da quel punto abdicò ad ogni suo diritto su quella vita, fecondata col suo lavoro, col suo triste mestiere, alla quale aveva affidato il proprio avvenire, la ricchezza della propria vecchiaia.
Celestino non gli voltava le spalle prima che lui chiudesse gli occhi; ebbene, era tutta bontà sua. Divorava dentro a sé le lagrime cocenti del proprio dolore e gli sorrideva.
Di lì a poco, Celestino gli chiese permesso di uscire, solo per vedere quel che accadeva di fuori.
— Va, va pure, ragazzo benedetto.
Quando fu uscito, disse a Carolina:
Celestino fu di parola; non rimase fuori che alcuni minuti.
Come il maestro aveva preveduto, col calar della sera il combattimento era cessato; il nemico respinto, si ritirava ancora sui bastioni.
La rivoluzione guadagnava terreno.
Il maestro ascoltò con gioia queste notizie; oramai aveva fede nella rivoluzione e faceva voti ardentissimi per la vittoria de' cittadini; la sorte di suo figlio ne dipendeva.
— Non si sa nulla de' Piemontesi? — domandò.
— Nulla.
— Venissero, venissero presto; i Tedeschi hanno paura; Milano sarebbe libera.
Sul far della notte, rifinito dalle emozioni di quelle lunghe ore di lotta, cadde in un sopore grave ed affannoso.
Un triste silenzio si fe' nella camera; la campana maggiore del Duomo continuava ad intervalli a ripercuotere dei suoni gravi e lugubri.
Carolina accese un lume e lo pose sul canterano a capo del letto. Ella piegava sotto il peso della fatica e del dolore; ma una viva e tormentosa sollecitudine la sosteneva. Più volte aveva inteso il capitano moversi nella camera vicina, e ora, che si faceva buio, tremava che volesse uscire. Nel vicolo San Carlo v'era sempre gente che veniva da una casa all'altra. Se lo vedessero!...
Verso mezzanotte, quando tutto pareva finalmente tranquillo e Carolina sperava di mandar fuori l'ospite malgradito, un improvviso rumore si fece udire in cortile; delle voci confuse, un trapestìo frettoloso, uno strepito d'armi percosse nella ringhiera della scala; poi uno scalpitìo di cavalli dalla strada e lo scoppio di fucilate lontane.
Celestino s'alzò, uscì in cortile; avevano messo in terra una lucernetta e al lume incerto di quella vide gente che entrava dalla breccia aperta nello sfondo della scala nel muro divisorio e saliva correndo.
S'imbatté in Guido che arrivava con Ambrosino e Gaetano.
Cessato il combattimento a Porta Tosa, Guido era corso a casa di suo padre, ed appena aveva fatto in tempo ad entrare.
— Cosa c'è? — domandò don Celestino.
— I Tedeschi che, sazii di palle di giorno, vogliono provare se quelle di notte son meglio, — rispose Ambrosino. — Viene anche lei?
Tornò in casa e disse piano alla sorella:
— Sui tetti si battono. Il papà riposa, chiudi bene le finestre e le porte perché lo disturbino il meno possibile. Se si sveglia digli ch'io torno subito. Non m'allontanerò dalla casa. Se vi fosse pericolo verrò ad avvertirvi.
E via di corsa in cortile e sugli abbaini cogli altri.
Il maestro non dormiva; aveva inteso tutto; aveva aperto l'occhio libero dalla benda e lo guardava spaurito. Quando fu uscito, tenne l'occhio fisso, incantato, verso l'uscio.
Subito dopo, le fucilate cominciarono sul tetto; dei tegoli smossi caddero e vennero a spezzarsi davanti alla finestra della camera.
La battaglia si riaccendeva nella strada; lo scampanìo si ridestava furioso da tutte le parti.
Il maestro, riscosso, s'era levato a sedere sul letto; un forte brivido gli squassava le membra; batteva i denti e le labbra tremolanti mormoravano:
— Si batte, si batte, me lo ammazzano.
La sua mente era vinta; ma l'istinto si ribellava.
Carolina tentò di quetarlo; inutilmente.
La poverina, sola, in quella confusione non sapeva cosa fare; lo abbracciava, piangeva, gridava, — il rumore di fuori copriva la sua voce.
Il padre si dibatteva, la ributtava; il parossismo raddoppiava le sue forze e ripeteva:
— Va, va... vederlo, vederlo... una volta.
Carolina dovette obbedire, correre in traccia del fratello.
Il maestro cadde riverso, percuotendo il capo contro il capezzale; convulsioni orribili lo assalirono; le sue grida morirono strozzate da un rantolo violento.
Il capitano Hermann aveva udita tutta la scena; intese uscir Carolina, poi le smanie del maestro e il suo lamento spasmodico. La figlia tardava a rientrare; il rantolo si faceva più fioco e più rauco.
— Muore, — disse; e preso da un sentimento di carità per quell'uomo a cui era personalmente obbligato di servigi preziosi, aperse l'uscio e corse in suo aiuto.
Lo trovò, col capo penzolante dalla sponda che s'agitava furiosamente; la fasciatura slegata scopriva la ferita tumida e sanguinosa, l'occhio stravolto, il viso livido, la soffocazione imminente.
Lo rialzò, lo ripose sul letto e ve lo trattenne cercando di rifasciargli il capo.
Carolina aveva visto Celestino salire la scaletta in fondo al cortile. Vi corse. Il rumore della battaglia si andava rallentando.
Al primo svolto della scala, rischiarata da un'altra lucerna posta in terra sul pianerottolo, incontrò Gaetano che scendeva.
— Celestino?
— È sul tetto,
— Per carità venga subito, il papà sta male e lo chiama.
Lei sedette sulla scala ad aspettarlo; le gambe le piegavano sotto e le mancava il respiro.
Celestino aveva preso parte vivissima alla difesa, scagliando con febbrile ardore tegole e mattoni sul capo degli assalitori.
I nemici erano ancora respinti. Bersagliati, pesti da quella gragnuola terribilissima, si ritrassero precipitosi oltre il ponte, lasciando sul terreno una dozzina di malconci che furono ricoverati nelle case vicine.
Celestino, inebbriato dalle emozioni del breve combattimento, era rimasto l'ultimo ad osservare la ritirata, mentre, i compagni che avevano armi correvano ad inseguire il nemico e a chiudergli con una nuova barricata il passo a un tentativo di rivincita.
Gaetano lo fe' discendere e lo menò dalla Carolina. Discendendo trovarono Guido che usciva dalla casa del padre e li accompagnò dal maestro.
Sulla soglia rimasero tutti e quattro a bocca aperta, vedendo il capitano che sosteneva il maestro svenuto. Il capitano si voltò e Gaetano lo riconobbe subito, tanto quel viso gli era rimasto impresso; notò poi anche l'uscio lasciato aperto dal capitano, e con la rapidità riflessiva dei gelosi, connetteva questo particolare colla furia mostrata da Carolina per non lasciarli entrare in quella camera: ne concluse che colui dovesse essere da molte ore colà nascosto.
Celestino si lanciò verso il letto; il capitano se ne scostò lasciando a lui la cura del padre, e, fatto inquieto per sé, si guardava attorno. Vide i due estranei armati e impallidì.
Gaetano si fece innanzi; era turbatissimo.
— Capitano Hermann, — gli disse con fermezza, facendolo trasecolare dalla sorpresa di vedersi riconosciuto — Capitano Hermann, lei è mio nemico e più che nemico, — io l'odio; ma lei ha reso un servizio a uno dei nostri e io debbo proteggerla. Noi italiani si paga i debiti puntualmente.
Il capitano, commosso, gli venne incontro:
— Brava e valorosa gente! — sclamò. — Ricorderò sempre, ricorderò sempre.
— Venga, l'accompagnerò fuori del pericolo.
Uscirono loro due insieme, passarono in mezzo a un gruppo di cittadini che ricostruivano la barricata alla testa del ponte. Qualcuno si voltò a guardare con curiosità il capitano, ma l'incisore disse:
— È un parlamentario.
Nessuna osservazione.
Gaetano lo accompagnò fino al portone di casa Mantegazza, lì si fermò.
— Vada, — disse, — e non si lasci cogliere a tiro della mia carabina.
Il capitano non capiva, gli stese la mano.
— Le ho detto che l'odio, — soggiunse bruscamente Gaetano; — vada, vada, — e gli voltò le spalle.
Alla voce di Celestino il maestro si era calmato; lo aveva abbracciato, tirandoselo con violenza sul petto. Poi subito le forze lo abbandonarono e ricadde sul guanciale.
— Cosa ti senti? — domandò Celestino.
— Qui, qui, un peso... una confusione.
Si toccava la fronte, aveva gli occhi iniettati di sangue; era l'emorragia che si sviluppava.
— Sono alla fine, — mormorò con voce fioca e lamentosa; — avrei voluto saperti sicuro... Senti, — soggiunse, — prendi nella scrivania, nel cassetto a destra, tutte le carte, ti possono serv...
Il poliziotto riapparve per un momento, per un momento solo.
— Distruggile... sono compromettenti... il carteggio col... maresciallo.
S'interruppe accorgendosi che non erano soli; Guido era rimasto.
Lo guardò sbigottito un minuto, poi gli fe' cenno supplichevole di avvicinarsi, e con uno sforzo supremo, rialzandosi sulla persona:
— Voi siete testimonio che mio figlio non ne sapeva nulla e non ne ha colpa... io, io solo... se lo accusano... voi lo direte... Vero?
Lo scongiurava con lo sguardo, con tutta l'espressione del viso.
Guido chinò il capo e rispose:
— Lo dirò, parola di galantuomo, e dirò pure che don Celestino è un eroe; l'ho visto.
Allora il maestro parve tranquillo; ma coll'ansietà anche le sue forze svanirono ad un tratto. La sollecitudine paterna era stata la molla più possente della sua vita ed era anche l'ultima.
Guido si mosse per uscire, e stringendo la mano a don Celestino che lo accompagnò macchinalmente fin sull'uscio, gli disse:
— Coraggio... vostro padre ha aggiustato per bene ogni cosa.
Celestino tornò presso al letto.
— Non lasciarmi più, — mormorò il maestro... — non sarà per molto.
Carolina, ginocchioni, singhiozzava.
Celestino rimaneva ritto, incantato, immerso in un muto stupore, in cui l'angoscia penetrava a poco a poco. Una lagrima silenziosa, la prima, gli scese lungo le guancie. Il padre se ne accorse e con accento in cui vibrava intera la sua tenerezza, gli disse ancora distintamente:
— Non piangere... meglio così... ti rifaccio un nome onorato... altrimenti avresti pianto per me vivo.
Celestino s'inginocchiò anche lui al capezzale: il moribondo si volse verso di lui, posò su quel capo adorato la suprema carezza del suo sguardo e non si mosse più.
La pioggia che picchiava ne' vetri coprì con un rumore sordo il suo respiro fievole come di un bambino che dorme.
Quando Celestino e Carolina, in un momento di silenzio, alzarono il capo e i loro sguardi si incontrarono sul viso del padre — era spirato.