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I
La mattina del giovedì, alla punta del giorno, l'architetto Fontana entrò impetuosamente nel quartierino in via della Cervia, dove donna Elodia era rimasta con Aroldo.
Aveva gli abiti laceri e polverosi, lui di solito così pulito e composto, ma nel viso gli sfavillava una gioia immensa. Si precipitò presso il divano dove suo figlio dormiva ancora del suo sonno greve di fanciullo malsano, e prendendolo fra le braccia e stringendolo con insolito slancio di tenerezza:
— Vieni, figliolo, — gli disse, — vieni a vedere una gran cosa; i Tedeschi che se ne vanno.
Al suono della sua voce accorse donna Elodia, l'aiutò a vestire il ragazzo; poi, prima che uscissero gli pose nelle mani una piccola bandiera tricolore. Era la stessa da lei preparata per Scauro; l'aveva, con le altre sorprese, trovata nella camera del marito.
L'architetto le domandò se nel suo povero quartierino ci si trovava bene.
— Benissimo! — sclamò lei con entusiasmo; ma soggiunse che non voleva dargli troppo disturbo, e domandò se poteva tornare nel suo palazzo di via Monforte.
— Sì... potete tornare, — rispose con esitanza e con voce leggermente tremolante il marito: — se ci fosse pericolo verrei ad avvertirvi.
— Vi aspetterò là, voi verrete? — disse donna Elodia.
L'architetto fe' un cenno frettoloso del capo e corse fuori.
All'aria aperta, in mezzo alle vie affollate e vivaci, la sua fronte si rasserenò.
Ogni tanto dei gruppi di cittadini, testimoni delle sue prodezze, si fermavano a salutarlo ad alta voce con delle acclamazioni alle quali egli rispondeva passando con qualche evviva Milano, evviva l'Italia.
Insensibile alle fatiche di cinque giorni passati alle barricate, egli correva lesto tenendo sempre suo figlio in braccio. Salì sul bastione. Era giorno chiaro: delle grandi masse di truppe si allontanavano in fondo, le tuniche bianche si confondevano colla grigia caligine che chiudeva l'orizzonte.
Dietro a loro la campagna, spoglia d'alberi, devastata, fumante d'incendi innumerevoli, pareva che, colla sua desolazione, mandasse un'ultima imprecazione contro la violenza degli stranieri che fuggivano.
Da tutte le parti frotte di contadini traevano verso Milano. L'architetto rimase lungo tempo assorto in quello spettacolo incredibile, portentoso. Trascinato nell'insurrezione da un impeto istintivo, non aveva mai sperato davvero che i Tedeschi si ritirassero davanti alla collera di una popolazione quasi inerme.
Ora alla meraviglia cominciava a sottentrare la riflessione.
— Se il temporale s'allontana a levante, segno è che il vento lo incalza da ponente, — diceva fra sé.
E una gioconda speranza gli balenava ancora negli occhi.
— Andiamo! — disse levandosi repentinamente.
— Dove andiamo, papà? — domandò con voce piagnucolosa Aroldo, stanco per il sonno interrotto e il disagio di quella passeggiata mattinale.
— A Porta Vercellina e a Porta Ticinese a vedere chi arriva. Cos'hai?
— Ho freddo.
— Ora camminerai un poco e ti riscalderai. Bisogna che tu vegga quel che oggi accade per ricordartene, figlio mio. Vieni.
E presolo per mano s'avviò percorrendo la linea dei bastioni, dove rimanevano le vestigia delle truppe tedesche, le ceneri dei grandi fuochi accesi ancora quella notte; di tratto in tratto sulla corteccia dei tigli, iscrizioni ingiuriose contro l'Italia, i Milanesi, Pio IX e la rivoluzione.
A Porta Vittoria teatro delle ultime e più eroiche battaglie popolari, un tripudio immenso.
I fuorusciti, i fratelli delle città vicine, che durante la lotta avevano avuto il coraggio di accorrere alle spalle degli Austriaci, entravano accolti con frenetiche dimostrazioni di tenerezza e d'entusiasmo patriottico.
L'architetto si fermò un momento a guardarli.
— Son valorosi, — disse, — ma son pochi.
Affrettò il passo; gli premeva di arrivare alla meta. Prese la scorciatoia, rimontò fino al Naviglio, e, seguendone il corso, venne per di là alle colonne di San Lorenzo e ridiscese quindi alla porta.
Risalì sul bastione e affissò lungamente nella campagna; alcune diecine di contadini si appressavano alla città; salvo questo, null'altro.
Proseguì fino a Porta Vercellina.
Nulla, nemmeno lì.
Una comitiva, che pareva venuta di lontano, arrivava in quel mentre.
— Di dove siete?
— Di Vigevano.
— Dove sono i Piemontesi?
— Non vengono?
Si strinsero nelle spalle e tirarono innanzi.
L'architetto passeggiava su e giù sul bastione, sempre tirandosi dietro Aroldo che, trattenuto dallo soggezione, frignava sommessamente. Lui non se ne accorgeva, — gli diceva:
— Ritieni che la salute deve venire di qua.
Il ragazzetto non capiva, lo guardava stupito cogli occhi lagrimosi.
L'architetto Fontana rimase là più di due ore; le campane della città suonavano a festa, e allo scampanìo si sposavano squilli giulivi di trombe e grida di gioia.
Insensibile a tutto quel chiasso, lui fissava sempre l'occhio ansioso nella campagna sempre muta e malinconica; non poteva staccarsi di là, lasciare quell'orizzonte delle sue speranze.
Ritornò indietro verso Porta Ticinese. Lì si sentì abbracciare stretto da un suo vecchio amico che da gran pezza non aveva più visto.
Questi gli disse:
— Avete vinto, dunque?
— Lo credo.
— Di qui al Ticino non c'è più neppure un Austriaco.
— Vieni di là?
— Vengo da Torino.
— Dunque?... — domandò l'architetto.
— Dunque, ho inteso che vi battevate e son corso, e non sono arrivato in tempo che per rallegrarmi con voi.
— Ma l'esercito sardo? ma Carlo Alberto?
— Fino all'altrieri, quando lasciai Torino non s'era mosso; il re è deciso a tutto, dicono, ma ci sono delle difficoltà diplomatiche, politiche. Bisogna che noi lo invitiamo a soccorrerci; se i Milanesi son disposti a far causa comune con lui, egli verrà.
L'architetto era divenuto pensieroso e tentennava il capo.
— Lo saranno, disposti? non lo so io.
— Bisogna che lo siano.
Una folla grande ingombrava le strade rivolgendosi verso il centro, contemplando le fascine che erano servite di trincee mobili agli insorti. Un grande entusiasmo in tutti; grida d'ogni sorta; viva Pio IX, viva l'Italia...
L'architetto disse all'amico:
— Vuoi che proviamo?
E avanzatisi, gridarono l'un dopo l'altro:
— Viva Carlo Alberto! Viva il Piemonte!
— Evviva! — risposero molte voci.
Ma mentre i due amici scambiavano uno sguardo di compiacenza, si fecero innanzi due personaggi portentosamente vestiti in costume, intorno ai quali la folla si apriva con meraviglia quasi irriverente.
Uno, nel quale l'architetto Fontana non tardò a riconoscere il coreografo Rovetta, portava in testa un antico morione e sul petto una mezza corazza tutta fitte e ammaccature, e trascinava un rugginoso spadone, la cui guaina cadeva a brandelli.
L'altro era tutto in velluto, colla mantellina all'italiana sulle spalle e un amplissimo cappellaccio ornato di una piuma bianca sterminata. Questi prese la parola:
— Milanesi! siete dunque già stanchi d'essere liberi che acclamate un altro padrone? In questo giorno sacro alla vostra vittoria perché gridate il nome di un re? e di qual re? Cos'ha fatto egli per voi? quali aiuti vi ha mandato? sono forse i suoi soldati che hanno espugnato due volte il palazzo del Governo, che hanno spazzato i Tedeschi dal palazzo Reale, dal Duomo, dalla Gran Guardia, dal Broletto, dal palazzo di via Brera, dal Genio? Io sono stato in questi cinque gloriosi giorni ai portoni, a Porta Romana, a Porta Vittoria, in via Lanzone, dappertutto dove si combatteva contro i nostri oppressori e non ho visto un solo soldato piemontese. Ne avete visti voi?
Un sordo mormorio rispondeva, e l'oratore proseguiva:
— Voi, popolo, le vostre donne, i vostri fanciulli, i vostri vecchi infermi si levavano a sfidare il primo esercito d'Europa e Carlo Alberto non s'è mosso, eravate pochi e vi ha lasciati soli nel tremendo pericolo, eravate inermi e non vi han mandato né una baionetta né una cartuccia. Ora che avete vinto egli si muoverà forse, e già sento certi Antoni che vi spingono a offrirgli la corona del vostro successo; egli verrà forse a chiedervela. Sapete quel che s'ha a rispondergli? — Troppo tardi! Ci avete lasciati combattere soli, lasciateci intero il nostro trionfo; ci avevano detto che il vostro aiuto era necessario, che per respingere un esercito ci voleva un altro esercito, che i soldati non si vincono che con degli altri soldati: ebbene, noi abbiamo provato che la tirannia si abbatte colla sola insurrezione, che per disperdere le migliaia di tartaifel bastano le centinaia di cittadini; voi venite troppo tardi, non abbiamo bisogno di voi; noi abbiamo cacciato i Tedeschi dal Castello, dalle nostre vie, dai nostri bastioni, dalle nostre campagne; il furore del nostro coraggio li insegue in questo momento, li incalza oltre le Alpi mal varcate. — Questo dobbiamo rispondergli, o Milanesi, ed io che fui compagno e testimone del vostro eroismo, vi propongo un grido più giusto, vi dico di acclamare non un re che vi ha abbandonati, ma: Viva il popolo che si è salvato! Viva Milano!
— Viva il popolo! viva Milano! — rispose la folla.
Incalorito da queste approvazioni, l'oratore, dandosi delle grandi palmate sul petto e scotendo fieramente il suo pennacchio:
— Sì, noi abbiamo salvato Milano, noi abbiamo dato un esempio all'Italia, noi abbiamo liberato la nostra bella patria dagli oppressori. Le nostre spade serbano traccia del loro fetido sangue, le nostre membra i segni del loro piombo omicida.
E aprendosi le vesti mostrava la camicia sanguinosa, e indicando il Rovetta che, intenerito, imbuzzito nella sua corazza, un po' impacciato, posava per l'apologia, proseguì con un'enfasi finemente grottesca:
— Ecco qua i colpi delle baionette croate, — toccava col dito le fitte della corazza del compagno; — le tre braccia che li hanno vibrati giacciono inerti al fianco dei loro possessori freddati d'una sciabolata da questo prode mio amico.
I contadini, che pendevano dalle labbra dell'oratore, si stringevano allora intorno al Rovetta e tutti volevano vedere, toccare le fitte.
II mimo, inquieto di quella insolita sua popolarità, sussurrava nell'orecchio del compagno:
— Per carità, Balestra, tiriamo de lungo prima che ci accoppino!
Ma l'altro se la godeva e rincarava la dose delle rodomontate, che seguitavano a far mirabile effetto.
L'architetto Fontana, allontanandosi disgustato da quello spettacolo, diceva all'amico:
— Vedi? il Piemonte ci abbandona e i ciarlatani trionfano.
In quella gli si accostò un pittore scenarista che lo conosceva, e gli disse ridendo:
— Studio la macchietta d'eroe della sesta giornata: il povero mimo ha basito cinque giorni rinchiuso nel magazzino della Scala. Sono due ore che me la godo.
— E vi diverte?
— Dopo la tragedia un po' di farsa non guasta.
— Vedrete, — replicò bruscamente l'architetto, — che la farsa ci farà fischiare.
Egli proseguì verso il centro della città. Dappertutto trovò lo scoppio naturale di una gioia irriflessiva per il successo ottenuto, della quale, più che delle gradassate che incontrava di quando in quando, si rattristava.
In mezzo al tripudio non mancavano gli episodi tristi. Milano celebrava la sua vittoria e seppelliva i suoi morti gloriosi; le comitive festanti che si recavano al Duomo colle bandiere che spiegavano la prima volta al sole baldi e fiammanti i tre colori, s'incrociavano coi mesti convogli che scendevano verso i cimiteri e si salutavano, e poi si dipartivano gli uni pensosi, gli altri consolati.
Al ponte di Monforte, l'architetto, proprio là dove esistevano ancora i resti della barricata, trovò quasi tutti i suoi compagni della prima giornata: Guido, Gaetano, Ambrosino, don Celestino. Accompagnavano la salma del maestro Fàvaro.
I vicini, i nuovi amici di don Celestino, erano venuti tutti al funerale. L'architetto si scoprì e si fermò per lasciarli passare.
Avevano portato fuori la cassa nel vicolo e Carolina la seguiva sorretta al braccio d'una vicina, quando vide Gaetano che aspettava ritto, a due passi col cappello in mano. Dalla domenica sera non s'erano più veduti. Gli si avventò contro e, scoppiando in lagrime, gli disse:
— Non c'è più!...
Gaetano stornò il viso e rispose bruscamente a mezza voce:
— Forse meglio per lui; meglio così.
Meglio così! le stesse parole del padre, ma, come il senso era diverso e anche la giustizia!
Gaetano allontanandosi poi tosto da lei si avviò col corteo.
Carolina rimase impietrita, e la campana di San Babila suonava da morto, più cupa, più lugubre; il sole splendeva vivo ma a lei sembrava offuscato.
La vicina la riprese per il braccio e la tirò dietro al funerale che svoltava in via S. Romano.
Si lasciò menare così barcollando un poco, senza piangere, senza dir una parola fino al cimitero di Porta Renza.
Gaetano camminava davanti, in mezzo alla gente, ella vedeva di dietro il suo capo scoperto e non ne staccava gli occhi un minuto.
Dopo la cerimonia lo vide allontanarsi, scomparire frettoloso dietro il muricciuolo del cimitero, e poi non vide più nulla. Celestino la ricondusse a casa in uno stato d'abbattimento da far pietà. Al vedere il letto sfatto e, in mezzo alla camera, le quattro sedie che avevano sostenuta la bara, parve ridestarsi subitamente alla coscienza de' suoi dolori, si abbandonò sul letto gridando:
L'architetto Fontana, salutati i suoi compagni d'armi, proseguì verso il palazzo di sua moglie: camminava lentamente, a capo chino; aveva vinto abbastanza l'antica sua diffidenza contro la rivoluzione: ora rinasceva.
Il portone del palazzo era spalancato, aperto sui cardini anche il cancello e molta gente vi si affollava.
Da una rimessa a pian terreno usciva un frastuono confuso di una vivace discussione. Ad intervalli la voce di Loredan la dominava.
L'architetto ricondusse Aroldo di sopra dalla madre, poi ridiscese lentamente ed entrò nella rimessa.
In quel momento Loredan diceva: — Avete spezzato come fragile canna le baionette austriache, infranto in cinque giorni le secolari catene, percuotendone il tergo dei vostri oppressori. Ora un più difficile compito vi rimane: disperdere le insidie degli amici malfidi, le lusinghe dei lupi in sembianza di agnello, di qualche nuovo Filippo il Macedone che vi adesca a nuova tirannide. Una rivoluzione, rammentatevi bene, è sempre lo svolgimento di un principio. Qual è il principio per cui vi siete levati contro lo straniero?
Loredan tacque un momento, girando intorno lo sguardo come per esplorare gli effetti che il suono della sua voce armoniosa suscitava nell'uditorio e pareva aspettasse una risposta alla sua domanda.
Quella gente si guardava in viso inquieta.
L'architetto chiese a due operai coi quali aveva combattuto a Porta Vittoria e avevano ancora, come lui, gli abiti lordi per l'ultima veglia d'armi:
— Per quale principio vi siete battuti voi? Lo sapete?
— Per mandar via i conigli, — rispose quell'altro alzando le spalle.
Allora l'architetto alzò la voce, e disse:
— Vi sono qui alcuni che si sono battuti e non sanno di qual principio vogliate parlare; essi non hanno che un fine: cacciare lo straniero. L'impresa è appena cominciata; io vi propongo in nome loro di continuarla; i Tedeschi sono a poche ore di distanza!
Seguì nell'uditorio un vivo rimescolamento e un mormorio di commozione.
Ma Loredan, colla sua solita serenità, continuando il suo discorso, soggiunse:
— Il principio per cui siete insorti è la rivendicazione della sovranità popolare, dell'autonomia nazionale. Non è forse questa la fede che infiammava i vostri cuori, che dirigeva le vostre menti, che afforzava il vostro braccio? Il vostro eroismo aveva una chiara eloquenza che gli eserciti dell'Austria hanno compresa: voleva dire: noi siamo un popolo interprete del pensiero di Dio, il pensiero di Dio è libertà e le nostre glorie nazionali sono glorie di popolo libero; le nostre tradizioni, l'insegnamento dei nostri grandi sono tutte prove della legittimità del nostro diritto.
Lo ascoltavano stupiti di avere, senza saperlo, avute delle idee che neppure adesso capivano: una viva compiacenza li esaltava, li sbalordiva.
L'architetto ruppe ancora l'incanto domandando:
— Io non m'intendo di metafisica: ripeto che gli Austriaci sono a poche ore di distanza e chiedo con quali mezzi voi volete spingerli oltre le Alpi.
— Il mezzo è quello indicato dal valoroso popolo milanese: l'insurrezione. Ecco il mezzo che ci renderà vincitori non solamente dell'Austria, ma di tutti i poteri fantasmi, corruttori per indole e per necessità, ligi per tradizione allo straniero, che opprimono il diritto e il pensiero italiano. Io ho qui al fianco due rappresentanti di Genova, accorsi per recarvi il saluto e i consigli della loro città, della grande nostra sorella. Ora sapete quali sono i consigli di Genova? La grande città che da quasi sei lustri, spogliata delle sue libertà, soggiogata a un Governo che di italiano non ha altro che una recente presunzione, vi ammonisce di guardarvi dal laccio funesto che ora vi si tende: di non porre la democrazia lombarda sotto il giogo dell'aristocrazia torinese, di non sottomettere il vostro diritto popolare alla più rigida, dispotica monarchia d'Italia. Questi buoni fratelli che hanno ieri scaricati i loro fucili contro lo straniero che vi bersagliava dai bastioni di Porta Tosa, vi scongiurano di aver fede nelle loro parole, di non confidare che nella gioventù animosa che in tutte le città d'Italia si sta rialzando per fondare l'unità nazionale.
— Quanti sono? — domandò l'architetto.
— Quanti erano che combatterono nei cinque giorni scorsi in Milano? — replicò Loredan. — Quelli che ci consigliano la fusione — nome ignobile, lega cattiva non di popoli, ma di schiavi con tiranni — vi dicono che a ribattere la forza occorre la forza e vi vogliono far credere che non vi è forza all'infuori degli eserciti costituiti a difesa dei despoti e spingendovi fra le braccia malfide di questi, mormorano sommessamente: Poi che ci saremo giovati di essi e dei loro battaglioni e della loro influenza, noi li infrangeremo, come gli Israeliti facevano dei loro idoli. Badate a questo: le nazioni non si rigenerano colla menzogna; i despoti v'infrangeranno voi, vi legheranno colle concessioni che avrete loro fatto, vi schiaccieranno cogli omaggi che avrete loro reso.
Il discorso di Loredan non riscosse alcuna approvazione.
S'alzò allora un giovane alto e magro che discorreva vivamente col generale Oggiono:
— Sentite, io sono positivo, amo andare al fondo delle questioni. Qualcuno ha qui nominato il re di Sardegna ed il Piemonte: quali notizie sanno essi darmi del soccorso promesso tante volte a bassa voce e mai nel fatto recato? Quanto al Piemonte, al popolo piemontese, io vorrei che fosse con noi; vorrei che tutti gl'Italiani fossero con noi, non isdegnerei neppure l'aiuto di tutti i principi italiani, notate bene, di tutti, ed è per questo che nel Comitato di guerra ho approvato l'altro giorno un appello ai principi italiani per avere nell'interesse di tutti una garanzia contro l'ambizione di ciascuno e particolarmente di Carlo Alberto...
— Voi non fate la guerra ai Tedeschi, ma a Carlo Alberto! — interruppe con un riso sarcastico l'architetto.
— Sicuro, anche a lui, se, come dicono, si presenterà a noi non come alleato, ma come padrone, come sovrano. Noi abbiamo conquistato il diritto di essere trattati da pari a pari: noi abbiamo combattuto; c'è qui qualcuno che sappia dirmi quel ch'abbia fatto lui?...
Vive approvazioni scoppiarono nell'uditorio:
— Io temo che egli non voglia la nostra alleanza, ma la nostra dedizione, la nostra sottomissione!...
— No! no! mai! mai! — gridarono molte voci.
— La nostra sottomissione, — ripeté il giovane: — per questo desidero che si rimova ogni equivoco. Forse si dovrà fare la guerra: ma se questa necessità si presenta, è necessario che la Lombardia abbia un esercito proprio, ben distinto dagli alleati, che la possa difendere anche da questi in caso di bisogno. I Milanesi hanno mostrato, vivaddio, di saper essere, all'occasione, buoni soldati: e non manchiamo neppure di generali capaci: sono ancora vivi alcuni gloriosi superstiti di quel valoroso esercito italiano, di quelle eroiche legioni lombarde che seppero conquistare un alloro proprio nella epopea napoleonica. Vicino a me c'è un illustre generale che ha combattuto a Marengo e ad Arcole e a Rivoli.
— Evviva il generale Oggiono! — gridò uno, e moltissimi altri risposero.
— Uomini come questi guidino i nostri giovani battaglioni: essi coll'autorità del loro nome, colla loro esperienza, sapranno tenere in rispetto le ambizioni invadenti.
— Io domando all'architetto Fontana, a lui così tenero del decoro di questa nostra Lombardia diletta, se questo avviso non sia prudente ed opportuno.
— Io non so, non penso in questo momento che ad una cosa: ripeto che i Tedeschi sono ancora nel nostro paese, e non vedo che una cosa necessaria: respingerli. Voi pensate a garantirvi i frutti della vittoria, ed io vi dico che prima bisogna vincere, e vi dico ancora che sperare di vincere da soli è una pazzia.
Pronunziate sdegnosamente queste parole, l'architetto Fontana uscì di là, e tornato nel suo quartierino in via della Cervia, vi si rinchiuse, e diede ordine alla serva di non lasciar entrare nessuno. Ma verso sera questa venne a dirgli che l'Ambrosino insisteva per vederlo.
L'Ambrosino non era solo; aveva con sé Gaetano. Gli domandarono scusa, ma non avevano voluto partire senza salutarlo.
— E quanti siete?
— Più di cento.
Il Fontana sorrise tristamente.
— Bravi giovani! — sclamò, — voi andate alla guerra con la stessa serenità con la quale avete fatto le barricate. E venite a salutarmi? Ma vengo anch'io con voi.
Chiese dov'era il luogo della riunione. Gli risposero quella sera stessa nel locale della Gran Guardia in piazza dei Mercanti.
— Ci sarò.
Era deciso e pronto alla partenza; tornò subito dalla contessa per salutarla e abbracciare il figlio. Donna Elodia, commossa, esaltata dalla sua risoluzione, voleva seguirlo, accompagnarlo, e alla fine accondiscese a lasciarlo partire solo, ma disse che intendeva raggiungerlo quando avesse potuto reclutare tra le donne milanesi un corpo di ambulanza di cui le era venuto lì per lì il pensiero.
La sera, Gaetano e Ambrosino, uscendo dalla riunione dove s'era senza indugio organizzato il battaglione di spedizione, incontrarono Guido e don Celestino.
Questi, intesa la notizia della loro partenza, domandò se lo volevano anche lui, e Gaetano, abbracciatolo, s'impegnò di farlo ricevere.
— Verrei volentieri anch'io con voi altri. Ma ci sono di grandi cose per aria. Ho parlato con mio zio Loredan. Si aspettano i delegati delle altre città italiane: si farà certo qualcosa di grosso, e bisogna che qualcuno rimanga; ho promesso di non allontanarmi da Milano.
Gaetano e Celestino approvarono il suo divisamento e lo salutarono.