Roberto Sacchetti
Entusiasmi

PARTE QUARTA

II

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II

 

L'indomani il battaglione partì fra le acclamazioni.

Si chiamava Esercito delle Alpi ed erano 129 in tutto compresi gli ufficiali. Rappresentava i molti che avrebbero dovuto esserci. Erano armati delle armi più strane e diverse: non avevano bagaglio di sorta. Pareva andassero a una spedizione di qualche miglio fuori delle porte. Qualcuno di quei giovani diceva che andava a inseguire gli ultimi tedeschi.

Il giorno dopo venne la notizia che Carlo Alberto aveva intimato la guerra all'Austria e che passava il Ticino con le sue truppe.

Allora si rinfocolarono in città le discussioni. In casa Torre scoppiò una disputa vivacissima: il padre e Napo stavano per l'annessione al Piemonte, Martino e Guido difendevano l'autonomia della Lombardia.

Il signor Della Torre sentenziava gravemente che la guerra bisognava lasciargliela fare ai soldati e lasciare che i re governassero.

Martino, impiegato al Municipio, disapprovava naturalmente, e stigmatizzava la servilità del podestà e del corpo municipale verso il Re di Sardegna. Guido teneva per lui; ma avendo soggiunto che bisognava mirare all'unità d'Italia, tutti, anche Martino, gli diedero sulla voce, e finirono col gridare tutti in una volta apostrofandosi l'un l'altro con violenza. Così ricominciarono in casa Torre i diverbi e nei giorni seguenti continuarono.

Le discordie cittadine li istigavano. Uno stormo di giornali diversi, ma tutti violenti, si buttavano alla ruffa sull'opinione pubblica e la sbranavano.

Guido, preso in mezzo tra lo sprezzo borioso del padre e di Napo, e lo sprezzo positivo e scettico di Martino, si sentiva tornato il ragazzo di qualche anno addietro, doveva ogni giorno assistere all'esecuzione degli ideali suggeritigli dallo zio, e che, per un sentimento di dovere, si ostinava a difendere.

Era tanto più mortificato inquantoché li sentiva tentennare in cuor suo. L'annunziata riunione dei delegati italiani non avveniva mai, non c'era, il minimo segno della sospirata unità nazionale. I successi delle armi piemontesi davano forza e autorità al partito della fusione, e in Milano s'inacerbiva la lotta fra quelli che la desideravano e quelli repubblicani unitari, federalisti, autonomisti, austriacanti che, per diversi motivi, la combattevano.

Guido passava quasi tutta la giornata per la città, nelle riunioni, nelle dimostrazioni che senza interruzione si seguivano; in continuo, non gli rimanevatempo, né mente, né ragione di lavorare. Viveva colla moglie al tagliere paterno. E in casa non gli risparmiavano le allusioni pungenti. N'era umiliato per la presenza di Desolina, la quale non gli dissimulava il proprio disgusto per quella vitaccia.

Una mattina, verso il principio di maggio, dopo un'aspra discussione sull'utilità dei volontari, argomento frequente delle beffe di casa Torre, Napo disse a Guido:

Vedo con piacere che tu ti contenti di difenderli, ma ti guardi bene dal metterti con loro.

— E invece ti sbagli, — rispose Guido fremendo, — perché io sto per andarmene al campo.

Nessuno parlò per dissuaderlo, nemmeno Desolina, la quale anzi, quando furono soli, gli disse:

— Hai preso una risoluzione da uomo. Soffrivo per te.

— E tu che farai? — le domandò inquieto.

— Io ti aspetterò.

— E se... — Guido s'interruppe, e scrutava ansiosamente coll'occhio il viso di Desolina, che non comprese. Lui soggiunse: — tu mi aspetterai... dove?

— Non ti dar pensiero di me...

Senti, io desidero che tu stia qui co' miei parenti. Non dirmi di no, so che è un sacrifizio, ma te lo domando per la mia quiete.

Vedremo... se tratteranno bene...

— Con te, col tuo carattere, non ci sono ragioni di dispute, non ti tratteranno male; promettimi...

Desolina ripeté ancora:

Vedremo.

Guido avrebbe desiderato una risposta più precisa, ma disperò di ottenerla da lei spontaneamente e gli mancò anche allora il coraggio di irritare la moglie.

Questo dialogo aveva un po' sfreddato il suo entusiasmo per l'improvvisa risoluzione. Ma, deciso di mantenerla per togliersi ogni onorato mezzo di ritirarsene, corse ad arrolarsi in una squadra di volontari che doveva partire due giorni dopo. Furono per Guido due giorni di torture fierissime. Desolina non si lasciò, in quell'ultime ore che passarono insieme, sfuggire un solo lamento per la prossima loro separazione. Guido non sorprese né sul suo viso, né nelle sue parole il più piccolo segno di timore per l'avvenire, per i pericoli che lui andava ad affrontare.

La notte che precedette la sua partenza, lei dormì tranquillamente al suo fianco, poi quel mattino gli fece il sagrifizio di alzarsi un paio d'ore prima del solito e disse risolutamente che voleva accompagnarlo fino alla porta della città.

Fuori, prese il suo braccio e camminò bravamente in mezzo alla folla che circondava i pochi volontari mostrandosi fiera di lui. Attaccò al suo berretto la coccarda tricolore fatta colle proprie mani e baciò la carabina che al Comitato consegnarono al marito. All'aperto, in mezzo alla gente, la sua solita apatia scompariva, si esaltava della commozione altrui, i suoi occhi lucevano e le sue gote si imporporavano come nei suoi successi teatrali.

In quel momento l'eroina sembrava lei; Guido camminava silenzioso, pallido e quasi triste. Guardava con tenerezza le case, le strade della sua città come non dovesse più rivederle; pareva insensibile alle acclamazioni che ad ogni passo salutavano il drappello.

Davanti a loro una donna giovane malaticcia, si attaccava al braccio di un volontario, se ne faceva quasi trascinare e sembrava dovesse cadere ad ogni passo. Non piangeva, pareva afflitta da pena mortale. Un momento barcollò e dovette fermarsi.

Coraggio, — le disse Desolina, e indicando l'uomo che le dava il braccio, soggiunse: — dovreste esserne orgogliosa.

La donna la guardò sbalordita e non rispose.

Poveretta! lei vuol bene a suo fratello!... — mormorò Guido con amarezza.

A qualche centinaio di passi fuor di Porta Renza, il capitano fermò la colonna, invitò i cittadini a salutare i soldati e congedarsi da loro.

Desolina buttò le braccia al collo a Guido e lo baciò. Una lagrima spuntò fra le sue palpebre.

— Ti rincresce di lasciarmi? — domandò Guido commosso.

— Non ti dar pensiero per me, — sclamò Desolina ad alta voce; — va e fa il tuo dovere. — E allontanandosi ripeté ancora: — Non ti dar pensiero per me.

La povera malata svenne e il fratello dovette lasciarla fra le braccia dei parenti.

Guido era rimasto intenerito a fissare Desolina che lo salutava agitando la pezzuola.

Un compagno lo prese per il braccio, dicendo:

— Ed ora andiamo.

Andiamo, — balbettò Guido.

La colonna riprese il suo cammino intonando un inno patriottico. La folla da lontano rispondeva con un ultimo applauso.

Per tutto quel giorno Guido camminò silenzioso e a capo basso. S'era provato di unire la sua voce a quella dei compagni che cantavano, ma la sua voce era tremula e gonfia di pianto. Si vergognava di far vedere la sua pena a quei giovani che correvano lieti, senza rammarico, ad affrontare i pericoli della guerra; molti, fra essi, non avevano mai cospirato; perché lui, una volta così desideroso di combattere, ora si sentiva avvilito?

Quella travagliosa marcia non finiva mai. Guido non ne poteva più; sospirava di rimaner solo, di potersi buttare in un angolo per sospirare a sua posta.

Da Vaprio, prima sosta del battaglione, Guido scrisse a Martino raccomandandogli Desolina.

E questi rispose:

«Se tua moglie vorrà contentarsi della casa, nessuno la manderà via. Però, bada bene, ch'io non rispondo di lei».

Martino aveva per questo le sue ragioni.

Quello stesso giorno che Guido era partito, Desolina, tornata a casa, s'era chiusa in camera e aveva dormito fino a sera; poi, vestitasi con gran sfoggio, era andata al teatro Carcano. L'indomani avendo inteso il cognato Napo pronunziare il nome di Guido, uscì nel salotto e, senz'altro, aveva dichiarato non permetterebbe se ne parlasse male in sua presenza che, se volevano liberarsi di lei, questo era il modo. E ad ogni momento lasciava capire che se l'avessero costretta, sarebbe uscita; sapeva dove andare, dove l'avrebbero accolta coi dovuti riguardi.

Guido le scrisse ripetendole la sua preghiera di rimanere colla sua famiglia: era insistente e supplichevole; capiva che sarebbe stato per lei un sacrifizio; lo facesse per amor suo. Desolina lasciò la lettera sulla tavola del salotto perché Beatrice la leggesse. Ciò non giovava a mantenere i buoni rapporti e Desolina diveniva sempre più piccosa nello scoprire intenzioni ostili e nel rintuzzarle con un eccesso d'amor proprio. Non pareva più la indolente dei giorni innanzi.

Ad Iseo, Guido trovò Gaetano e don Celestino e si consolò un poco; parlavano insieme di Milano. Guido esaltava nei suoi discorsi la moglie e, affascinato dal proprio ideale, arrivò a persuadere se stesso delle belle cose che diceva di lei.

Quando venivano su quel discorso, Gaetano si rabbuiava in viso e provava una stretta al cuore, perché non poteva non pensare alla Carolina.

Una volta, esso confidò la sua pena a Guido che lo disingannò raccontandogli gli ultimi momenti del maestro Fàvaro.

Il povero giovane ne provò una gioia da non dirsi e scrisse una lunga lettera alla Carolina per domandarle perdono: ma da Milano non venne risposta. Allora parlò con don Celestino e gli chiese l'indirizzo della sorella; non lo sapeva; tutto assorto de' suoi nuovi doveri, da molte settimane non aveva più scritto.

Il battaglione era continuamente in marcia, e i battibecchi fra volontari pigliavano anche quegli scarsi momenti di riposo.

Gaetano si fe' una ragione di aspettare la fine della campagna; quando, nelle marcie di notte, vedeva Guido andare innanzi col capo curvo, si incaricava di scuoterlo, pigliandolo a braccetto e dicendogli: — Allegro, perdio; se si scampa, penseremo ad acconciare il tetto quando saremo a casa.

 


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