Roberto Sacchetti
Entusiasmi

PARTE QUARTA

III

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III

 

Desolina non si contentava della casa. Ci rimaneva, disse fin dai primi giorni alla cognata, per riguardo a Guido; non si lamentava, ma da tutto il suo fare trapelava un assoluto disprezzo per la spilorceria dei Della Torre. Passava colla madre le intere giornate fuori di casa, non compariva più alla mensa battagliera del suocero. Interveniva sempre colla madre e col Rovetta a tutte le pubbliche dimostrazioni, a tutti gli spettacoli di quei giorni eccezionali. Rientrava di solito la sera tardi e non parlava che con la cognata Beatrice, la quale l'aspettava per la curiosità di sapere le novelle. Ma una sera il signor Della Torre, stizzito che si consumasse così l'olio per lei, impose alla figlia di andarsene a letto e mise egli stesso la stanga all'uscio dicendo:

— Chi c'è, c'è, e i vagabondi vadano a spasso.

Desolina, trovato chiuso e non ricevendo risposta, non si smarrì menomamente. Disse al padrino che l'accompagnava:

— Veniamo anche noi da te, potrai dire a Guido che ci hanno chiuse fuori.

E, senza darsi altro pensiero, rifece allegramente la strada col padrino.

Per alcune settimane non s'ebbero notizie di Guido. Finalmente alla fine di maggio capitò una lettera per Desolina. Martino la mandò alla cognata avvertendo in pari tempo Guido che sua moglie stava col padrino.

La lettera di Guido raccontava le sfortunate peripezie della spedizione nel Trentino: era triste ed affettuosa.

Avuta la lettera di Martino, riscrisse a Desolina direttamente lamentandosi ch'essa non avesse voluto farle quel po' di sacrifizio di rimanere co' suoi. Ma Desolina si difese risolutamente facendogli un quadro dei maltrattamenti ricevuti in casa Torre. E Guido non poteva smentirla: s'intenerì, le chiese perdono pregandola d'attribuire alla sua tristezza le frasi della prima lettera. Due giorni dopo, un'altra lettera: Guido non poteva sopportare la lontananza di Desolina. E prima che la settimana terminasse, un'altra ancora, dove si parlava di donne, parenti o amiche dei volontari, le quali seguivano la colonna, e vi erano queste parole: «Ti ricordi quella meschinuccia che il giorno della nostra partenza pareva avesse a spirare sul corso di Porta Renza? Eh bene, la poveretta ha trovato tanta forza da venir a raggiungere il ad Iseo ed ora, dopo un mese di fatiche e di strapazzi per queste montagne del Trentino, pare un'altra, tanto essa è fiorente. Ieri l'ho vista e abbiamo parlato di te; si ricorda delle parole che le hai detto quella mattina a Milano e mi chiese tue notizie».

Dopo una settimana di silenzio, Guido scrisse che la colonna, sfasciata dai malumori e dalle discordie, scendeva come tutte le altre nel Bresciano per riordinarsi. «Appena saremo fermi, soggiungeva, penso di fare una scappata a Milano per riabbracciarti, amenoché tu volessi venire fino a Brescia, che sarebbe meglio».

Desolina fe' leggere la lettera al padrino e gli disse ch'era risoluta di recarsi a Brescia.

— Vengo anch'io, — rispose Rovetta dopo un momento di riflessione, — e se vorrai rimanere presso a lui fino al termine della campagna, ti terrò compagnia.

E come fosse preso da un repentino impeto marziale, soggiunse ch'era stanco di quell'ozio inonorato, che voleva vedere se i Tedeschi erano ancora gli stessi a cui aveva picchiato nei cinque giorni gloriosi di marzo.

Due giorni bastarono per i preparativi: e poi il Rovetta noleggiava una vettura, partiva per Brescia con Desolina. La signora Edvige rimase a casa. Viaggiarono comodamente, fecero sosta a Bergamo, e l'indomani, 10 giugno, arrivarono a Brescia.

La sera, essendo venuta notizia della vittoria di Rivoli, la città s'illuminò a festa e vi fu una grande dimostrazione di gioia. Il Rovetta dalle finestre dell'albergo, salutò i Bresciani a nome dei Milanesi e fe' voti per l'unità d'Italia.

La città era piena di volontari dei battaglioni disciolti. Solo il giorno dopo, Desolina poté sapere che Guido era a Gavardo; e ripartì subito col padrino. Mentre attraversavano Rezzato, uno che li precedeva nella stessa strada, si voltò e li salutò con una lunga esclamazione di sorpresa.

Era Balestra, sempre vestito col suo abito teatrale di velluto, la mantellina sulla spalla, lindo e lucente come uscisse dal camerino per entrare in iscena.

Inteso che andavano a Gavardo:

— Vengo anch'io, — disse, e senza cerimonie salì in carrozza con loro, adagiandosi fra le numerose scatole e borse che l'ingombravano.

Raccontò per via le sue avventure, imprecando contro i vigliacchi fautori della fusione col Piemonte, che, a suo avviso, intralciavano in mille modi, coi loro scrupoli e colle loro lentezze, l'azione dei volontari, dei veri soldati della libertà e della nazione. Enumerò le prodezze di una compagnia da lui guidata e vantò la fermezza colla quale aveva fatto stare a segno i municipi retrogradi e malfidi, e fra gli altri quello di Crema, che negava il soldo alle sue truppe. Ebbene, il Governo provvisorio di Milano, aveva preteso mettergli la museruola, e lui era corso a Milano e aveva messi a posto i suoi calunniatori, strappando colle proprie mani sulla porta del palazzo Marino la sciarpa tricolore dal petto del podestà Casati, in mezzo agli applausi della popolazione.

— La museruola a me? Hanno provato i miei denti che sono buoni.

Buonissimi! — sclamò sorridendo il Rovetta, provocando da parte del Balestra un'occhiata di diffidenza.

Balestra disse poi che andava a Gavardo d'ordine del generale Oggiono per assumervi il comando di una compagnia nella nuova legione di bersaglieri lombardi, che il colonnello Fontana, il marito di donna Elodia, vi stava organizzando.

Probabilmente Guido sarà tuo compagno, — osservò Desolina.

— Di Guido avrei supposto tutto fuorché potesse diventare un soldato, — soggiunse Balestra. — Tu rimani coi volontari?

— Sì.

Bravissima; staremo allegri; vedrai con che buonumore io so far la guerra; ti divertirai.

— Sì! sì! — sclamò Desolina battendo le mani con giubilo infantile.

— L'essenziale è di montare continuamente il morale dei soldati, render loro con le maggiori possibili comodità, coi sollazzi, meno pesante il sagrificio che si impongono. Menar le mani quando è tempo, ma tra una battaglia e l'altra darsi bel tempo. Organizzeremo dei balli, delle feste, delle recite. E qui papà Rovetta buzzo, sarà il padre nobile della compagnia.

Arrivati a Gavardo, e smontati all'albergo, chiesero di Guido a due volontari. Al nome di Torre un ragazzetto disse:

— Il capitano Torre? Io lo conosco, gli porto io la colazione tutte le mattine.

Corse senz'altro ad avvertirlo e Guido venne di galoppo.

Era fuori di sé dalla gioia, abbracciò Desolina e la tenne lungamente stretta sussurrandole:

Buona, buona, grazie, grazie.

Aveva dimenticato in quel momento tutte le sue impazienze, tutte le sue gelose inquietudini.

— E a me che ve l'ho condotta non dite nulla? — domandò il Rovetta.

Guido gli strinse con effusione la mano ringraziandolo.

Balestra era rimasto in disparte.

Lasciata passare la furia delle prime tenerezze, si fece innanzi e disse:

Permetti a un vecchio amico, ed ora tuo commilitone, di salutarti?

Guido non poté dissimulare il dispetto che provava di vederlo . Gli strinse freddamente la mano e non fe' parola.

Dopo un quarto d'ora, Balestra s'alzò per andarsene. Rovetta e Desolina gli fecero delle premure per trattenerlo a cena con loro; ma lui disse:

— Il nostro caro Guido vuol rimaner solo e non posso dargli torto. Oramai non mancherà occasione di star insieme.

Salutando Desolina, soggiunse:

Pensa ai nostri progetti.

Ed uscì ridendo fra sé e sé della faccia di Guido a questa sua conclusione.

Guido si tenne per tutta la sera imbronciato, era troppo orgoglioso per chiedere sulla venuta di Balestra, perché si fosse accompagnato con loro, cosa significassero le sue ultime parole, e intanto la sua fantasia di geloso lo travagliava.

Desolina, tutta assorta dalla novità deliziosa di quella scampagnata e dallo spettacoloso trambusto che animava il paese, non si accorse quasi del suo malumore. Gli teneva una mano nella sua e discorreva col padrino, costringendolo a mettere delle pause fra i grossi bocconi che divorava avidamente.

Cenavano nella sala comune. Era stato un capriccio di Desolina, la quale sempre all'intimità preferiva il frastuono della folla.

L'osteria era piena di volontari, i quali, non ancora in uniforme, vestivano foggie le più diverse, dalle più splendide e teatrali, alle più misere e sordide. La presenza della bella arrivata, non poteva sfuggire alla loro ammirazione eccitata dalle privazioni della campagna. Tutti quegli occhi fissi su Desolina, non turbavano menomamente lei, ma davano noia grandissima a Guido.

Per fortuna suonò la ritirata. Il Fontana aveva da alcune sere introdotto quest'uso disciplinare ed era riuscito a forza di rigore a farlo osservare. I volontari s'alzarono, mormorando, e s'avviarono all'appello della sera. L'osteria rimase vuota. Guido si alzò dicendo che doveva recarsi al rapporto del colonnello; chiese a Desolina se voleva seguirlo nella sua stanza o rimanere.

Dove stai? — gli domandò Desolina.

— Ho affittato una stanzetta in una casa di contadini abbastanza pulita.

Preferirei rimaner qui... all'albergo si sta meglio.

Bene, come vuoi!...

— Ci verrai anche tu, vero? Ci verrai, t'aspettosoggiunse Desolina trattenendolo per la mano.

— Sì, — rispose Guido un po' rabbonito da quella insistenza.

Dopo mezz'ora Guido tornò. Desolina erasi ritirata in camera e si stava svestendo. Lui, salutatala appena, sedette in un angolo.

La moglie terminò tranquillamente di legarsi i capelli per la notte, li chiuse in una reticella di seta, e:

— Dunque? — disse voltandosi di profilo verso il marito.

Lui non rispose e non si mosse.

Lei frugò in una borsa, ne trasse una cuffietta ornata di trine, se l'aggiustò in capo guardandosi nello specchiuzzo del canterale. Poi s'appressò a Guido, sedette sulle sue ginocchia, e cingendogli col braccio il collo, si chinò a baciarlo sulla fronte.

— Tu non sei contento ch'io sia venuta!

A quella carezza tutti i risentimenti di Guido svanirono d'un tratto.

Due giorni dopo, la colonna, divisa in due battaglioni, passò la rivista del colonnello. Guido era al suo posto davanti alla fronte della terza compagnia, la prima del secondo battaglione, quando comparve il suo maggiore, un genovese, Marco Vado, accompagnato da Balestra, che indossava un'uniforme nuova fiammante di capitano, e presentandolo ai soldati e agli ufficiali della quarta compagnia disse loro:

— Ecco il vostro capitano... Capitano, prendete il comando della vostra compagnia.

Finita la rivista, il Balestra venne incontro a Guido e gli domandò:

— Come va, camerata?

Guido da quella sera del suo arrivo non l'aveva più visto: rispose appena al suo saluto.

Allora Balestra rizzandosi fieramente soggiunse:

— Non vuoi che siamo amici? Peggio per te.

E gli voltò le spalle.

Gaetano era tenente della terza compagnia, quella di Balestra. Ricondotti i soldati nella chiesetta oltre il Chiese, che serviva loro di quartiere, si presentò al colonnello Fontana che gli voleva bene e gli domandò se non era possibile cambiarlo di compagnia.

— Perché? — domandò Fontana.

— Se permette, le dirò che preferisco un altro capitano.

— Voi sparlate del vostro capitano...

— Lei sa cos'è...

Silenzio. — sclamò Fontana aggrottando il ciglio, — non ammetto queste insubordinazioni. Ricordatevi che la prima virtù del soldato è la sommissione ai suoi capi.

Gaetano si era messo in posizione e sosteneva con dignitosa riverenza il rabbuffo del suo colonnello.

Ma questi, rasserenandosi ad un tratto, con un sorriso disse:

— Il mio valoroso ex comandante di via San Romano capirà la ragione di questo richiamo alla disciplina che sono costretto a fargli. La disciplina è e deve essere la nostra sovrana.

E abbassando la voce soggiunse confidenzialmente:

— Se io vi compiacessi, come vorrei, sarebbe un triste esempio per gli altri ufficiali. La parzialità dell'atto non potrebbe passare inosservata. Il capitano... il vostro capitano è stato nominato dal generale e dal Governo di Milano.

Gaetano non ribatté parola.

Il Balestra quel giorno stesso raccolse la sua compagnia sul sagrato della chiesa e fece loro un discorsetto:

— Il vostro capitano, — disse, — spera che come lui tutti voi siate ben decisi di fare il vostro dovere, che ufficiali e soldati siano come lui amanti della patria e pronti a menar le mani. Presto torneremo al fuocodico torneremo perché i più di noi ci siamo già stati — e voglio che ci facciamo onore; guai al primo che lascia il terreno della battaglia. I Tedeschi mi conoscono e anche i vigliacchi: guai agli uni e agli altri; questa è la mia divisa.

La sera stessa ci fu un nuovo avvenimento. Arrivò donna Elodia da Brescia con una squadra di infermiere volontarie, ch'ella, come aveva promesso al marito, era riuscita a mettere insieme alla meglio. Era con lei la sorella del maggiore Vado e cinque altre donne che avevano nella colonna il marito o l'amante. Si presentò fieramente al marito che sapeva la sua venuta e l'accolse con tutti i riguardi, ma senza mostrarsi troppo entusiasmato del suo eroico progetto. Aveva fatto di tutto per attraversarlo, opponendo al desiderio di donna Elodia le prescrizioni della disciplina; ma lei s'era fatta autorizzare dal Comitato della guerra e veniva con uno speciale permesso scritto da suo zio il generale Oggiono.

Donna Elodia vestiva un abito grigio semplice, senz'altro distintivo che una coccarda al petto; e così pure Amelia. Ma le altre loro compagne portavano dei vistosi costumi di fantasia che le facevano piuttosto assomigliare a delle vivandiere di teatro che a delle infermiere. Il materiale dell'ambulanza condotto da uno studente medico corrispondeva mediocremente a tutto quello sfarzo. L'arrivo delle infermiere produsse fra i volontari una grande commozione. Il capitano Balestra, fedele al suo programma di buontempone, propose di far loro una serenata. Trovò a mettere insieme un violino, un clarino e un contrabbasso, e verso sera la sala dell'albergo era pronta per il festino.

Il capitano Balestra cogli altri ufficiali, meno Guido e Gaetano, vennero dal colonnello per chiedergli il permesso di protrarre l'ora del silenzio e di fare magari quattro salti. Ma il Fontana oppose alla loro domanda un asciutto rifiuto e li congedò senz'altre spiegazioni.

Uscendo il Balestra sclamò:

To', il colonnello è geloso!

E rideva dello stupore che queste sue parole destavano in alcuni dei più giovani suoi compagni.

Poi, ridiventando serio ad un tratto com'egli sapeva fare, soggiunse:

Guido propose a Desolina di arrolarsi fra le infermiere di donna Elodia e questa accettò la nuova recluta con molta bontà.

La mima non pareva troppo contenta di questa sua nuova condizione: disse alla contessa che non sapeva nulla.

— La donna, — sentenziò gravemente donna Elodia, — è infermiera nata; non è necessario che nessuno le insegni come si cura e si conforta un ferito. Non avete parenti?

— Sì, mia madre, ma è sempre stata lei a curar me.

— Dunque farete cogli altri come lei faceva con voi — disse Cornelia, la sorella del maggiore, che prendeva le sue future funzioni molto sul serio.

Era una brava e valorosa giovane. Suo fratello Marco, avuta una sera al Carlo Felice la notizia della rivoluzione di Milano, era uscito dal teatro e venuto a casa dritto, le aveva detto: i Milanesi si battono, io parto. E lei aveva risposto: aspetta un quarto d'ora e vengo anch'io. Erano partiti insieme quella stessa notte e avevano fatto, un po' a piedi e un po' sopra barrocci di campagna, il viaggio da Genova a Milano. Ora ella seguiva il fratello al campo con la stessa serenità, con lo stesso profondo sentimento di dovere con cui a Genova gli governava la casa. Quella giovinetta era animata dalla fede severa, dall'entusiasmo possente e pacato che fa i martiri e le suore di carità. Aveva appena vent'anni ed era bellissima, ma il suo viso composto e pensoso come quello d'una Pallade greca, imponeva l'ammirazione, respingeva le licenze e le facezie soldatesche. Fu la sola donna intorno a cui non si annodassero fin dal primo giorno cupidi intrighi.

Quella che più li attirava era Desolina; e quasi inconsciamente, per la sua educazione teatrale, per la sua attitudine ad agire sulla moltitudine. I suoi modi incoraggiavano la confidenza e lei la subiva. Non poteva uscire senza che intorno a lei si facesse crocchio.

Per Guido era una disperazione, un tormento incessante, da fargli rimpiangere la lontananza di prima. Provò ad avvertirla con belle maniere. Lei non capiva, se ne stizziva.

— Ma non siamo mica in un convento. Mi salutano; non debbo rispondere? Mi parlano; vuoi ch'io li cacci via?

Parlano con te come non fanno colle altre.

Bella ragione! Perché le altre sono antipatiche; ti piacerebbe ch'io fossi come loro?

— Ma non senti i discorsi che tengono?

— Quali discorsi? Gli uomini, si sa, sono tutti un po' birichini.

Lei non ne aveva mai conosciuti d'altra specie.

— Io non t'ho mai parlato a quel modo.

— Tu... tu non sei un uomo come gli altri... sei un santo.

Cosa dirle? La disputa finiva, ma ricominciava qualche ora dopo.

Era inutile, Guido non sapeva né far atto d'autorità, né essere indulgente; questo mestiere di custode della propria moglie lo stancava: non lo faceva bene e non poteva rinunziarvi. Con queste malinconie non tormentava che sé, e non dava ai proci insolenti di Desolina la menoma soggezione. Questi non s'accorgevano della sua gelosia, lo pigliavano a parte dei loro scherzi, e lui, per decoro, faceva le viste di riderne.

Quando le paturne l'opprimevano, si allontanava, si ritraeva nella sua stanzuccia a divorare con ismaniosa voluttà la propria amarezza, a piangere come un fanciullo, a correre come un ebbro nella campagna per poter gridare ad alta voce il suo dolore senza che alcuno lo sentisse. Qualche volta cercava la compagnia di don Celestino, il quale era rimasto colla colonna come cappellano. La sua amicizia l'aveva confortato nello sconforto dell'anno avanti, quando Desolina era a Parma. Il giovane prete viveva in mezzo ai volontari come nella sua cameretta di Milano: sempre assorto nelle sue meditazioni, nei suoi sogni, intangibile alla corruzione zingaresca, alla lebbra ciarlatanesca di quella gente. Guido trovava nella sua conversazione un po' di pace, rialzava, discorrendo con lui, l'animo ai nobili moventi della rivoluzione, si riaccendeva al calore di quello spirito ardente di fede e di speranze ideali; si riconciliava col bollore rivoluzionario la cui schiuma l'offendeva.

Ma poi, appena si trovava cogli altri, il disgusto lo riprendeva. La sua gelosia diveniva sempre più acuta.

Balestra, senza darsi il menomo pensiero del suo dispetto, della sua freddezza, veniva ogni giorno a trovare Desolina e Rovetta. Qualche volta, quando lui entrava senza salutarlo, canticchiava fra i denti: Ecco don Bartolo, e si godeva ridendo sotto i baffi il suo imbarazzo: poi lo stuzzicava parlando di donna Elodia.

La contessa, che stava al primo piano, s'era formato il suo salotto. Venivano da lei don Celestino, il maggiore Vado colla sorella Cornelia, qualche rara volta il colonnello Fontana. Aveva fatto invito anche a Guido e questo non poteva schermirsi dal farle qualche visita. La contessa lo trattava con una cortesia contegnosa, dava alla conversazione un'intonazione solennemente sentimentale che gli rendeva più disgustosa l'ignobile volgarità delle ciarle che era costretto a sopportare nella compagnia di sua moglie.

Delle volte le risa acute che venivano dal piano superiore facevano arrossire Guido. Fra il crocchio del primo e quello del secondo piano vi era una sorda opposizione: nel primo si aveva l'aria di ignorare il secondo, e in questo si sparlava continuamente di quello. Guido era il solo anello di congiunzione fra l'uno e l'altro, era per conseguenza bersaglio ai motteggi di quelli che, come Balestra, non erano ammessi alla conversazione di donna Elodia.

 


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