IntraText Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText |
I link alle concordanze si evidenziano comunque al passaggio
IV
Gli avvenimenti vennero a rimescolare quel piccolo stagno dove le acque si erano così prontamente corrotte. La fortuna si voltava ad un tratto contro le armi italiane: l'esercito sardo si ritirava dalle posizioni conquistate sul Mincio. Il generale Oggiono, partecipando all'opinione volgare che la causa del rovescio fosse l'inerzia del re Carlo Alberto, pensò di rialzare con una mossa ardita le sorti della campagna e il prestigio delle legioni dei volontari. Pose dunque il suo quartier generale a Brescia e quindi ordinò alle colonne di spingersi da una parte sino a Caffaro, dall'altra di valicare il Chiese e di portarsi innanzi verso il Mincio.
La colonna del Fontana si trovava al centro del movimento. Il colonnello divise in due le sue forze: col primo battaglione per Prandaglio e Barghe si recò a Vestone e diede ordine al maggiore Vado di discendere colle altre due compagnie verso Montechiaro.
Partirono la stessa mattina con un preavviso di pochi minuti, lasciando a Gavardo le donne, alle quali il Fontana vietò espressamente di seguire i volontari.
Guido fu quasi contento di sottrarsi alle miserie che per due settimane l'avevano tanto torturato.
Ma due giorni dopo, le strade verso Montechiaro essendo chiuse dalla ritirata dell'esercito piemontese, la colonna dovette restringere la propria fronte e il secondo battaglione riaccostarsi al primo.
Le due compagnie tornarono dunque a Gavardo e, senza fermarsi in paese, vennero a Soprapponte.
Guido poté appena salutare Desolina passando.
A Soprapponte ebbero ordine di trattenersi.
Passarono parecchi giorni: l'ozio fastidioso del campo ricominciò senza gli svaghi turbolenti di Gavardo.
Ma Gavardo era tanto vicino! La sera tardi i volontari partivano a frotte e venivano a passarvi la notte. Ufficiali e soldati s'incontravano e — discretamente — non si vedevano.
Balestra e Guido facevano come gli altri le loro escursioni, ma ciascuno per conto suo. Balestra aveva trovato, dicevasi, una relazione in paese: all'albergo non compariva mai.
Alla fine della settimana Guido colla sua compagnia fu comandato agli avamposti oltre il fiume sulla strada di Salò. Una compagnia di volontari che occupava quella posizione era discesa verso Desenzano. Agli avamposti si rimaneva quarantott'ore. La seconda notte Guido, tornando dalla ispezione delle sentinelle, intese due soldati che discorrevano dietro una siepe; l'uno era stato a Gavardo la sera innanzi e raccontava la gita al compagno.
Aveva passato il fiume a guado e fatta la strada così fradicio a piedi e cenato all'albergo.
L'altro gli domandava chi avesse incontrato. Lui gli nominò parecchi e, fra gli altri, il capitano della quarta compagnia: l'aveva visto salire le scale dell'albergo.
A Guido queste parole diedero un tuffo nel sangue. I più acuti sospetti lo colsero. In due minuti ebbe deciso: voleva sapere la verità.
Ritornato alla casupola che gli serviva di alloggio, e licenziata l'ordinanza, depose la sciabola, non tenne che le pistole, poi uscì quetamente, risalì sino al ponte e fece di corsa la strada fino a Gavardo.
Era tardi, potevano essere quasi le tre, mancava poco a giorno: nelle finestre di Desolina c'era lume ancora. Mentre pensava al modo di entrare nell'albergo, la porta s'aperse e n'uscì un uomo; — Balestra.
Se gli piantò davanti e gli domandò a mezza voce, fremendo, donde venisse.
Balestra lo guardò un po' sorpreso, poi diè in un gran scoppio di risa.
— Non è momento di ridere: vi proibisco di ridere.
Il tono risoluto di Guido impose a Balestra, il quale fe' un passo indietro.
— È tempo di finirla con le vostre buffonate. Vi avverto che non voglio scandali, ma che mi renderete ragione del vostro ignobile contegno.
— Poveretto! — esclamò Balestra, ripigliando il suo tono beffardo. — Se non è che questo che vuoi!...
— Bene! siamo intesi: ci rivedremo.
Balestra fe' qualche passo, poi si voltò e disse:
— Ricordati che aspetto i tuoi secondi, mandali presto, ti raccomando, perché alla sera vorrei essere libero.
E se n'andò facendo il bravo, canticchiando.
Guido spinse la porta dell'albergo che Balestra aveva lasciata socchiusa ed entrò. Salì le due scalette al buio, urtando nella ringhiera, incespicando negli scalini. Bussò alla porta del quartierino dove stava sua moglie col padrino. Gli aperse il Rovetta. Sulla tavola della prima stanza v'erano i resti d'una cenetta. Desolina stava ritirandosi e si fermò sull'uscio della camera per vedere chi fosse.
— Ancora alzata? — domandò Guido con voce alterata.
— È venuto Firino a tenerci compagnia e s'è fatto tardi. Tu avevi detto che per due sere non saresti venuto, mi annoiavo, e mi fece piacere. Rimani?
— No, riparto.
— Perché dunque sei venuto?
— Bravo! — sclamò Desolina, — prendi qualche cosa.
Tornò indietro, spense e depose la candela che teneva in mano, e tutta contenta di prolungare la serata, gli apprestava un po' di refezione coi rilievi della cena, gli avanzi di Balestra.
— Non ho fame, — disse cipigliato il marito, — arrivederci.
Lei lo guardava con quel suo stupore molesto.
— Vuoi andartene subito? — gli domandò. Potresti riposarti un poco, passar qualche mezz'ora con me. Bene, come vuoi...
Ripigliava il lume, e malcontenta soggiungeva:
— Dunque arrivederci... quando? Stasera? Ti farò preparare da cena.
— No, non preparar nulla, io non vengo da te per cenare.
— Balestra non verrà forse più da te, — disse, — ma se ci tornasse, rammentati bene, io l'ammazzo come un cane.
Guido uscì di là nauseato. Si vergognava della propria commozione: davanti a quella mancanza di delicatezza, di senso delle convenienze, la sua gelosia cadeva, si mutava in disgusto.
Era colpevole Desolina? Gli era infedele? Non si poteva dire: in ogni caso lo era senza averne coscienza.
Verso mezzogiorno la quarta compagnia venne a rilevare la terza agli avamposti sulla riva sinistra del Chiese. Guido pregò il suo tenente e il suo sottotenente di fargli da secondi: tacque il motivo della contesa; disse solo che il capitano Balestra l'aveva insultato.
Lo scontro fu fissato per l'indomani mattina alla pistola.
La sera Guido ritornò a Gavardo, ma, arrivato davanti alla porta dell'albergo, non ebbe coraggio d'entrare. Temeva che l'apatia di Desolina irritasse il suo turbamento da fargli commettere qualche scandalo.
La mattina, all'alba, i due avversari vennero sul terreno scelto dietro il cimitero di Soprapponte. I secondi stavano misurando le distanze e caricando le armi, quando comparve il maggiore Vado, il quale, rivolto ai duellanti, disse:
— Vi proibisco oggi di battervi: oggi forse il vostro dovere vi chiamerà a battervi coi Tedeschi
Guido e Balestra si appressarono.
Il maggiore commosso soggiunse:
— Bravi, ragazzi; fate come Aristide Temistocle: finché la patria ha bisogno di voi, seppellite i vostri rancori; promettetemi di differire la vostra contesa a dopo la campagna.
— Glielo prometto e le dò la mia parola d'onore, — disse Guido con subito slancio.
— E voi? — domandò il maggiore a Balestra.
— Poiché ha promesso lui, — questi rispose indicando l'avversario, — non c'è ragione perché io mi ricusi.
Ma aveva un sorriso sarcastico e spavaldo che indispettì i secondi di Guido.
Balestra se ne ritornò agli avamposti faceziando sulla prontezza colla quale il suo avversario aveva accettato la proposta del maggiore.
Nel pomeriggio Guido, tornando al suo alloggio con don Celestino, ebbe la sorpresa di trovarvi Desolina e Rovetta.
Questi gli disse:
— Ho saputo che dovete partire e ho proposto a Desolina di venirvi a salutare.
— Partire? Io non so nulla; come l'avete saputo voi?
— Ma, mi dissero che... è probabile...
S'ingarbugliò, non diede spiegazioni.
Guido fe' recare un po' di cena e pregò don Celestino di rimanere a far loro compagnia.
Sull'imbrunire avevano quasi finito di mangiare che bussarono alla porta della prima stanza.
Guido venne ad aprire; era il maggiore, il quale gli disse:
— Ho da dirvi due parole da solo.
Guido diede un'occhiata all'uscio che s'era richiuso e rispose:
— Ai suoi comandi...
Allora il maggiore l'avvertì che l'indomani mattina sarebbe arrivato a Desenzano un grosso carico di polveri colà sequestrate ai Tedeschi.
Il nemico aveva, dicevasi, ripassato il lago a San Felice e s'avanzava pure dal Mincio: bisognava mettere il prezioso bottino al sicuro. Il carico sarebbe stato scortato fino a una cascina che gli indicò a due miglia di là, sulla strada oltre il Chiese. Lo incaricava di andare colla sua compagnia a riceverlo.
— Sono venuto io stesso, — soggiunse, — perché è cosa delicata e calcolo sulla vostra segretezza.
Mentre stava per andarsene, la porta della seconda stanza si aprì e uscì don Celestino. Il maggiore lo guardò inquieto, ma riconosciuto il giovane prete, che era stimato da tutti, si rassicurò.
Rovetta e Desolina ritornarono a Gavardo.
Il giorno dopo era una domenica: alla punta del giorno le due compagnie passarono il Chiese, e là don Celestino celebrò la messa sul campo. Una rozza cassa serviva d'altare.
L'aurora spuntava dietro le colline di Salò e illuminava quel suo viso pallido acceso di fervore, e indorava i suoi capelli biondi.
La messa era al Vangelo, quando un soldato si accostò al maggiore, che cogli altri assisteva alla messa e gli parlò sommessamente all'orecchio. Il maggiore, turbatissimo, prese Guido che gli stava vicino e lo trasse in disparte dietro una siepe a cui l'altare era addossato e gli disse:
— I Tedeschi si sono avanzati alla cascina dove dovevate andare voi in questo momento: hanno saputo della spedizione e attendono là in agguato. Qualcuno deve aver parlato, — soggiunse il maggiore fra i denti, ficcando gli occhi in viso a Guido.
Tutti avevano notato l'allontanarsi del maggiore e del capitano e guardavano inquieti e curiosi dalla loro parte.
Il solo don Celestino non s'era accorto di nulla; la tromba di servizio invitava i soldati a prostrarsi, e lui, assorto, genuflesso davanti al suo altare, sul quale un sambuco allargava le sue bacche rosse, alzava la fronte al cielo sereno e pregava il Dio degli eserciti per il trionfo della sua patria.
— Che sia lui il Giuda? — disse il maggiore; — mi pare m'abbiano detto che suo padre fosse una spia.
Guido fe' per parlare ma il maggiore l'interruppe.
— Al castigo ci penseremo poi, ora bisogna pensare al rimedio, trovare qualcuno da mandare ad avvertire gli altri, perché non si movano e non diano nell'imboscata.
Mentre deliberavano sul da farsi, la messa finì, tutti s'alzarono e si levò un vivo mormorìo, ciascuno chiedendo notizie che nessuno sapeva.
Don Celestino svestiva i paramenti da messa riponendoli, coi sacri arredi, nella cassa che gli aveva servito d'altare.
Il maggiore gli si appressò e gli disse, fissandolo, dell'imboscata e di prevenire i compagni dell'altra colonna. Non si trovava nessuno di cui potersi fidare. Far travestire un volontario era cosa troppo lunga e poco sicura.
— Ci vo io, — disse subito don Celestino: — mi crederanno un prete del paese.
Il maggiore scambiò un'occhiata con Guido; questi gli disse all'orecchio:
— Si fidi interamente di lui; rispondo io.
Il prete era pronto a partire; il maggiore lo avvertì di deporre il nastro tricolore che portava sul cappello.
— Come sapremo che lei avrà compiuta la sua missione? — gli domandò.
— Verrò subito a riferire: quando al ritorno ripasserò su quel rialzo della strada, mi leverò il cappello due volte; di qui mi potrete vedere.
Il maggiore ordinò che le due compagnie si tenessero pronte in armi; diede alle sentinelle avanzate, che guardavano i sentieri, la consegna di non lasciar passare alcuno, poi salì ad un gruppo d'alberi sulla costa a sinistra, onde si vedeva la strada per parecchie miglia.
Don Celestino s'era avviato e camminava prestamente.
Dopo una mezz'ora, Guido venne a raggiungere il maggiore. Il prete era arrivato al rialzo da lui indicato; lo esaminarono col cannocchiale; aveva rallentato il passo, aperto il breviario e s'avanzava, con cautela, lentamente, all'ombra delle siepi alte, spiccando qualche foglia di tratto in tratto, come andasse a diporto; camminava calmo e sereno nella quiete della campagna. Superò il poggetto, ridiscese, scomparve.
Il maggiore e Guido stettero ansiosi a fissare la strada che risaliva in lieve pendìo al di là per un lungo tratto, finché svoltava con una curva ardita dietro la costa delle colline. Passò così una mezz'ora; la campagna s'addormentava nella torpida pace delle ore meridiane; la strada, simile ad un nastro giallo, solcava di tratto in tratto la verzura folta.
Finalmente videro un denso nuvolo di polvere alzarsi allo svolto in fondo.
— Per Dio, vengono! — esclamò fra i denti il maggiore stringendo con mano convulsa il braccio di Guido; — il prete non ha fatto in tempo ad avvertirli.
— Si fermano, — continuò Guido.
Dopo qualche minuto il polverìo si dissipava, la strada ritornava deserta.
— Sono tornati indietro! — disse il maggiore respirando più liberamente. — Che si siano accorti dell'agguato? Ma che n'è del prete?...
— Eccolo! eccolo! — disse Guido dopo un'altra mezz'ora di attesa silenziosa, — eccolo!
Don Celestino superava, tornando il poggetto; si fermava, si levava il cappello; il sole gli batteva sul viso bianco, — col cannocchiale lo si vedeva sorridere.
— Imprudente, — sclamava il maggiore, — che fa là tanto tempo? Potrebbe esser visto.
Non aveva finito di dir queste parole che s'intese un colpo di fuoco.
Celestino s'era rimesso il cappello, se lo levava di nuovo alzandolo sopra il capo... poi cadeva lungo e disteso...
Il maggiore strinse con violenza la mano a Guido; nessuno dei due parlò: si guardarono coll'ansietà disperata di quelli che vegliano al capezzale di un amico moribondo.
La strada solcava come un nastro giallo la folta verzura e in mezzo, sul colmo del poggio, c'era una macchia scura, immobile: il cadavere del povero martire.
La campagna si riaddormentava nella pace torpida dell'ore meridiane; lo stridìo delle cicale, voce monotona della natura inconscia, della indifferenza ordinaria e continua, riempiva il silenzio profondo in cui una fede, un'abnegazione sublime si era spenta.
Il maggiore e Guido ridiscesero:
— Potevo dirgli di non tornare: — disse il maggiore, e nella sua voce commossa, parlava il rincrescimento d'avere per diffidenza consentito che il prete, compiuta la sua missione, si esponesse a un pericolo inutile.
Guido non parlò; rammentava con una pena ineffabile i discorsi che avevano fatti lui e don Celestino; lo slancio retto e costante della sua coscienza verso la assoluta perfezione, e la sua carità infinita, e gli pareva ingiusto che tanta grandezza d'ideali, di aspirazioni, di devozione, dovesse terminare a quel modo, per salvare la vita a qualche diecina d'uomini, che tutti insieme non valevano lui.
E si ricordò d'aver una volta, in un momento di sconforto, mossa a don Celestino la stessa obbiezione, chiedendo perché s'avevano a sacrificare per della gente che non lo meritava, che quasi ignorava il loro sacrifizio.
E lui aveva risposto allora:
— Non c'è briciola dell'Universo in cui Iddio non abbia profuso la sua sapienza infinita. La margheritina ignora i tesori di perfezione ch'essa racchiude nel suo piccolo calice e ci vogliono milioni di margheritine per fiorire un prato.
Guido accompagnò il maggiore sino al campo, poi, senza dir nulla, s'avviò per il greto del fiume al luogo dove Celestino era caduto; vi giunse dopo un quarto d'ora di corsa affannosa. Una vecchierella aveva levato il corpo dalla strada e adagiatolo contro un rialzo dietro la siepe; quando vide Guido gli fe' cenno di allontanarsi.
— Sono forse ancora là, — disse indicandogli tra i sambuchi un casolare a mezzo la costa, ma Guido non le dava retta; guardava il suo povero amico, che aveva gli occhi aperti e pareva vivo. Il viso sempre bianchissimo come cera non aveva potuto impallidire. Gli abiti non recavano traccia di sangue. Si chinò a baciarlo.
— È morto sul colpo... l'ho visto cadere... sono corsa, ma era già spirato. La palla gli era entrata sotto l'ascella. Stasera, quando tornerà mio figlio, lo porteremo nel cimitero; se il parroco non vorrà saperne di fargli il funerale, lo seppelliremo noi e pregheremo per lui.