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V
Uno squillo di tromba riscosse Guido dalla sua triste contemplazione. Al campo suonavano l'assemblea.
Prese il breviario di don Celestino, se lo mise in seno, diede alla donna qualche moneta e ritornò indietro di corsa.
Al campo lo cercavano. Era arrivato il colonnello Fontana e aveva chiesto di lui.
Il Fontana discorreva col maggiore che gli raccontava l'avventura della mattina e la morte di don Celestino.
— Io sospettava di lui, — diceva poi rivolgendosi subitamente a Guido; — ma in casa iersera quando venni a parlarvi c'era qualche altro?
— C'era mia moglie, rispose Guido turbato.
Il colonnello fe' un gesto di dispetto.
— Era venuta sola? domando il Fontana guardandolo fiso.
— No, col suo padrino, Rovetta.
— Se non lo sapete, — replicò il colonnello — vi dirò che Rovetta è un cialtrone. E poi sentite: padronissimo di fidarvi di vostra moglie per ciò che vi riguarda, ma non per i segreti del servizio.
— Lei crede?...
Il colonnello si volse al maggiore Vado:
— La posizione è insostenibile, — disse, ripassi il fiume, e mi raggiunga col battaglione a Gavardo.
Risalì a cavallo e venne di galoppo a Gavardo. Smontò all'albergo ed entrato in camera della moglie le disse che ragioni imperiose del servizio imponevano che si allontanassero dal campo tutte le persone non strettamente necessarie, e la pregò di avvertire le compagne che si tenessero pronte a partire la sera stessa per Brescia.
— Ho ordinato la carrozza per voi; vi farò accompagnare dalla mia ordinanza. Di là sarà bene che torniate senza indugio a Milano.
E siccome donna Elodia pareva offesa di queste disposizioni, egli aggiunse:
— Vi prego di farmi questo sacrifizio d'amor proprio. Capirete che toglierei autorità al mio ordine se facessi delle eccezioni per le persone che mi appartengono.
— Potete voi lagnarvi di me? — domandò la contessa.
— Non mi lagno menomamente di voi, prendo una misura che l'indiscrezione di qualcuna fra le persone che vi seguono ha reso necessaria. Perdonate! non posso dirvi altro.
E fu irremovibile.
Il secondo battaglione arrivò un'ora dopo. Risaputosi tra i volontari l'ordine del colonnello, nacque un sordo mormorìo di malcontento. Il maggiore Vado si presentò a lui e gli disse:
— Mia sorella e io non ci siamo separati mai, quando morì mio padre era una bambina; l'ho tenuta come una figliola. Dove vuole che vada senza di me? Non può mica tornare a Genova sola.
— Mi rincresce; ma lei vede che non ho risparmiata neppur mia moglie. Se crede, può seguirla a Milano.
E quella sera stessa il corpo d'ambulanza si sciolse senza aver servito a nulla.
Cornelia andò a Brescia colla contessa; quindi donna Elodia ripartì, ma lei non volle allontanarsi troppo dal campo e rimase. E l'indomani chiese udienza al generale Oggiono, che la ricevette subito, e quando intese che il colonnello Fontana aveva ricondotto la sua fronte al di qua dal Chiese, montò su tutte le furie e spedì subito una staffetta per ordinare alla colonna di ripassare il fiume! Nel suo dispaccio, eccessivamente lungo, si diffondeva a spiegare come ai volontari spettasse colla propria iniziativa di riparare ai danni della vergognosa ritirata dell'esercito sardo.
La staffetta non trovò a Gavardo che il maggiore Vado e consegnò a lui il dispaccio. Il colonnello era ripartito quella stessa mattina per Montechiaro col primo battaglione, lasciando al maggiore la consegna di portarsi a Soprapponte e di non muoversi.
Il maggiore gli spedì il dispaccio del generale, e intanto conformando a questo, le cui ragioni lo persuadevano, le sue risoluzioni, si dispose a ripassare il fiume.
La sera le due compagnie uscirono dal paese e stavano per mettersi in marcia, quando arrivò di carriera il colonnello.
Era sdegnatissimo; ordinò al battaglione di ritornare in paese. Poi chiamò il maggiore.
— Il dispaccio era diretto a me non a lei; non essendovi urgenza doveva rispettare i miei ordini.
Il maggiore osservò che il dispaccio era chiaro e perentorio; non poteva supporre che il colonnello non volesse eseguirlo.
— Non all'ufficiale ma al compagno dirò che il dispaccio del generale non si può eseguire. Oramai la sinistra del Chiese è tutta occupata; ogni mossa autonoma dei corpi volontari non può avere alcun successo. Non ci resta a far altro che secondare la ritirata dell'esercito sardo, rinforzandone l'ala sinistra, e, se la fortuna non ci ha abbandonati interamente, cercare con esso una nuova base di operazione nel Bresciano o nel Bergamasco per difendere Milano. Ecco perché io intendo custodire la strada sulla destra del fiume, finché, come siamo d'accordo coi generali di Carlo Alberto, essi abbiano ripassato il fiume per ripiegare con essi sopra Brescia.
— S'io ho bene inteso, si tratta di sostituire al piano del generale Oggiono quello dello Stato Maggiore piemontese. Però non le dissimulo che trovo la cosa molto irregolare.
Il colonnello aggrottò il ciglio. Il maggiore proseguì:
— Lei è ben deciso?
— Decisissimo.
— Soldato volontario di un popolo che si è innalzato da se stesso a libertà, — soggiunse pacatamente il Vado, — non posso pigliare su me la responsabilità grave di far mancare un piano del suo Governo, di fargli mancare la gloria che esso ne spera. S'io lo facessi e retrocedessi coll'esercito sardo, mi accuserebbero di aver avuto paura.
— Rifiuto, finché non abbia conferito col generale da cui, con suo permesso, intendo recarmi subito.
— E vada! — esclamò bruscamente il colonnello. — Mentre voi delibererete, qui si combatterà contro i Tedeschi; vada.
Il maggiore fece qualche passo verso l'uscio, si volse, ritornò indietro e disse risolutamente:
— Colonnello, mi ordini di continuare la marcia avanti e io rimango: io e i miei soldati non ci lamenteremo mai dei pericoli a cui lei ci avrà esposti.
Ma il colonnello gli voltò le spalle e non rispose.
Chiamò i due capitani del secondo battaglione, Guido e Balestra, e disse loro:
— Il maggiore Vado deve assentarsi; in sua assenza il capitano Torre comanderà il battaglione.
Poi, licenziato il Balestra, ritenne Guido spiegandogli come col suo battaglione dovesse custodire il fiume da Soprapponte a Gavardo. Date queste istruzioni, ripartì.
Imbruniva; mentre Guido attraversava il paesello fu accostato da una ragazzina che gli domandò se era lui il capitano Torre e aggiunse che una signora, alloggiata in casa di suo padre, lo voleva.
Guido la seguì per un sentieruolo fino a un casolare di pescatore posto sulla riva del fiume a un tiro di schioppo sopra il paese.
Là trovò Desolina e il Rovetta.
— Che fate qui? — domandò inquieto.
— Sta a vedere, — rispose il Rovetta, — che tu strapazzi tua moglie di non essersi voluta allontanare da te! La poverina non ne ebbe il coraggio; a mezza strada per Brescia, volle ritornare indietro, e siamo venuti qui...
Guido guardava Desolina con qualche po' d'incredulità.
— Suvvia, sor rustego, le faccia un bacio, ché la se lo merita.
Desolina colla sua solita ingenuità gli sorrideva.
— Non posso acconsentire a che restiate contro gli ordini più precisi del colonnello. Ora è fatta, ed è tardi; promettetemi di partire domattina.
— Partiremo quando tu sarai partito, — disse Rovetta, — quando ripassate al di là del fiume.
— Non si passa più, si resta qui, — rispose Guido; poi si pentì d'aver parlato e soggiunse: — per ora.
Guido, pago di aver messo, a scarico di coscienza, un termine a quella infrazione di disciplina, si rasserenò. Desolina era del solito buon umore e Rovetta di un'allegria straordinaria. S'infiammava di ardore marziale, diceva che la sua campagna stava per cominciare, che finalmente, gli intrighi piemontesi avrebbero lasciato libero il campo al valore dei veri patrioti, di quelli che, come lui e Guido, avevano ardito guardare in faccia i Tedeschi sulle barricate.
Poi, abbassando la voce, gli domandava se era contento del colonnello, se non gli pareva infetto di albertismo.
Guido non sapeva spiccarsi di là; il Rovetta lo avvertì che si faceva tardi e gli domandò:
— Dove e quando a Dio piacerà: domani ci batteremo, e... — s'inteneriva.
— Voi andrete ad aspettarmi a Brescia.
Abbracciò Desolina stretto stretto, e le sussurrò all'orecchio:
— Ricordati che ti ho voluto tutto, tutto il mio bene.
Tornò a Soprapponte ch'era notte inoltrata, quasi le undici, e fu molto sorpreso che i soldati fossero ancora sparsi per il paese.
Incontrato Gaetano, gli chiese la ragione di questa novità, e seppe da lui che dopo la partenza del maggiore Vado, il malcontento aveva invaso il battaglione, e i sussurroni lo aizzavano con informazioni perfide e sinistre, accusando il colonnello di tradimento e di albertismo. Il capitano Balestra diceva ad alta voce che bisognava provvedere a schivare la trappola tesa ai volontari per perderli e disonorarli: aveva ricusato quella sera di ordinare la ritirata.
Guido comandò che le trombe suonassero immediatamente a raccolta: i soldati della sua compagnia, che gli volevano bene, obbedirono e vennero immediatamente alla visita della sera: ma quelli della quarta, senza darsene per intesi, restarono sparsi per il paese, rispondendo con fischi e urli di scherno allo squillo delle trombe che ripetevano l'assemblea.
Guido, finito l'appello della sua compagnia, si recò nell'osteriuccia dove stava il capitano Balestra circondato da cinque o sei de' più riottosi
— Sei venuto anche tu a berne un bicchiere? È il meglio che possa fare.
— Capitano, — disse Guido severamente, — avrei a dirvi una parola.
— Parla, parla pure; qui non ci sono capitani né subordinati, siamo tutti amici, tutti compagni.
Un mormorìo d'approvazione seguì le sue parole.
— Vi prego, capitano, vorrei parlarvi a quattr'occhi, — soggiunse con una fermezza che impose al Balestra.
— Ah, se preghi è un altro affare, se preghi...
Lo seguì in uno stanzino attiguo.
— Capitano, perché non fate ritirare i vostri uomini?
— Si aspettava te, — rispose con ghigno ironico; — non sei tu investito del comando? Ma sembra che tu avessi qualcosa che ti premesse più del servizio.
Guido impallidì, gli occhi gli si intorbidirono; un acuto sospetto gli attraversò il cuore; che colui conoscesse la vicinanza di Desolina?
— Prendila come vuoi! — rispose insolentemente il Balestra.
Guido si rammentò della grave responsabilità che egli aveva e si contenne.
— Ora l'ordine è dato, le trombe hanno suonato l'assemblea, — soggiunse; — spero mi aiuterete a farlo eseguire dai vostri soldati.
— Provati tu a farli obbedire, io rinunzio ad ogni autorità sovr'essi: ricuso di farmi strumento di gente sospetta, di capi che ci vendono ai cortigiani; se tu hai questo poco invidiabile coraggio, buon padrone, io non l'ho.
— E che intendete di fare?
— Farò quel che il mio onore mi consiglierà; intanto, ragazzo mio, faccio quel che mi aggrada.
Nella stanza vicina, i compagni cominciarono in coro una canzone; qualcuno chiamava Balestra ad alta voce.
Il luogotenente della terza compagnia entrò trafelato ad annunziare che gli Austriaci accennavano a passare il fiume a Gavardo; il capitano della seconda compagnia, accorso sul luogo del pericolo, chiedeva rinforzi.
La brigata aveva smesso di cantare, e si affollavano attoniti nel vano dell'uscio.
— Finiremo poi il discorso; ora il dovere di ogni buon patriota è di tenersi pronto agli avvenimenti.
Ed uscì a precipizio.
Un minuto dopo, le trombe coi loro squilli acuti d'allarme, risvegliavano gli echi della campagna e nasceva per il paese un gran tumulto. I soldati che dormivano nelle case, balzarono fuori, e col fucile in pugno si raccoglievano nella piazzetta. Quelli della quarta compagnia, sparsi per il paese, uscivano fuori alla rinfusa per la strada buia accorrendo ai fasci.
Dopo mezz'ora le due compagnie erano in piedi.
Il sottotenente che tornava dalla ronda d'ispezione, riferì a Guido che le sentinelle segnalavano, sulla riva sinistra del fiume, delle ombre e un luccichio sospetto.
Allora Guido venne al luogo dove stava la quarta compagnia e si appressò a Balestra, che in tutto questo movimento era rimasto inoperoso e aveva lasciato che Gaetano raccogliesse i soldati, e gli disse:
— Io corro colla mia compagnia a Gavardo e Dio voglia che arrivi in tempo a respingere lo sforzo del nemico! Voi rimanete: gli Austriaci potrebbero tentare qui il passaggio del fiume e noi abbiamo il sacro dovere di difendere questo tratto.
Balestra rispose a mezza voce:
— Non posso tenere i miei soldati esposti a un pericolo soverchiante: se tu parti, me ne vo anch'io.
— Non ricevo ordini da un mio eguale.
— Non ordino, — sclamò Guido piangendo di rabbia, di disperazione, — vi scongiuro in nome della patria, del nostro onore; vedete, vi scongiuro.
— Amici, coraggio; forse dovremo batterci prima che la notte finisca; siete tutti prodi e valorosi giovani.
— Morte ai Tedeschi! — disse una voce.
Era la voce di Gaetano. Molte altre grida risposero.
— Parli il nostro capitano, — disse qualcuno.
— Il vostro capitano, — soggiunse Guido, — è d'accordo con me.
Guido ritornò alla testa dei suoi soldati e diede l'ordine di mettersi in marcia. La compagnia partì al passo di carica. Il cupo trapestìo della marcia si perdette nel fondo a destra. Per alcuni minuti non s'intese più che il gorgoglìo del fiume sui pietroni, poi dei rumori indistinti s'intesero sulla riva opposta.
Allora un brivido corse per le file della quarta compagnia rimasta ferma sulla strada.
— Se ne vanno... e noi? — chiese qualcuno a mezza voce.
— Noi si rimane... a far che?
— Il nostro capitano?
— Son qui, son qui, figlioli, — sclamò il Balestra; — io non ho più ordini da darvi; il vostro maggiore l'hanno cacciato; non si sa più chi comandi, né cosa s'intenda di fare.
— Vogliono farci maciullare per liberarsi di noi!... La terza compagnia è fuggita!... Andiamo anche noi!
— Se volete andarvene io non vi trattengo, — soggiunse il Balestra.
— Andiamo, andiamo... Dove?... A Gavardo no, più dentro... allontaniamoci dal fiume.
Una confusione, un frastuono un gridìo grandissimo e le tenebre crescevano il terrore.
Un momento la voce di Gaetano dominava le altre:
— Stiamo fermi o ci perderemo e passeremo per vigliacchi.
— No! no! Sì...
I no erano i più, e i sì cessavano.
— Vergogna! vergogna! — gridava Gaetano; — avete combattuto i Tedeschi alla luce del giorno, loro armati, voi quasi inermi, e scapperete davanti al loro nome, alla paura di rivederli, e avete uno schioppo in mano... Vergogna! vergogna!
L'onda del malcontento soverchiava quell'ultima resistenza.
— Non siamo noi che fuggiamo, sono quegli altri. Andiamo, andiamo. Di qua, di qua...
E lo stuolo, alla rinfusa, senza capi, senz'ordine, si precipitava fuori del paese e infilava la prima strada campestre a destra.
Gaetano era trascinato; si liberava, poi li seguiva scongiurandoli uno per uno, ammonendoli ad alta voce, quando si faceva silenzio, di tornare addietro, al loro posto. Gli rispondevano con dei fischi e delle grida di scherno.
Un leggero barlume appariva: i volontari camminavano rimescolandosi, cozzando fra loro, urtandosi come un branco di montoni cacciati dal bastone del pastore.
Avevano superato, ansando, il poggio che sovrasta a Soprapponte, scendevano ruzzoloni il declivio opposto.
La strada infilata a caso, si perdeva in mezzo ai vigneti, e si restringeva tanto che i soldati erano costretti a salire sopra le ripe, a saltar fossi e siepi e a rompere i filari.
Una grossa scarica scoppiò improvvisamente alle loro spalle e li tenne un momento sbalorditi. La fucileria si ripeté; le palle fischiarono sopra i loro capi, spiccando le foglie degli alberi che caddero ondeggiando lentamente su quello stuolo muto dallo sgomento.
— Alt! — gridò Gaetano, e la sua voce tonò nel silenzio di quel momento sinistro. — Alt! chi ha coraggio si fermi.
Si buttava innanzi per trattenerli. Ma il terrore la vinse ancora questa volta: lo rovesciavano e ripigliavano la loro corsa.
Sulle alture di Soprapponte apparivano gli Austriaci. Allora un colpo dì cannone e poi una scarica di fucili rispondeva dalla collina dirimpetto.
I fuggenti si fermarono ancora e levarono il viso a guardar davanti a sé. Repentinamente una voce gridava:
— I Piemontesi, sono Piemontesi.
E al fioco lume dell'alba si videro in mezzo alle foglie delle viti gli alti sacò dei soldati piemontesi.
Gaetano, rialzandosi pesto e polveroso, correva dietro ai compagni, gridando: «Vili, vili!». Raggiuntili, colla spada sguainata, percuoteva gli ultimi sul dorso a piattonate.
Ma non si voltavano, pareva non sentissero; già la frenesia della paura li ricacciava; si buttavano disperatamente a sinistra, si sparpagliavano correndo pei prati. Dalle due alture, il combattimento incominciato seguitava.
I fuggenti passarono sotto l'altura dove stavano i Piemontesi, i quali s'erano avanzati sopra l'orlo di un'alta ripa e, avvolti nei loro grigi cappotti, dritti, imperturbabili alternavano le loro scariche contro il nemico che rispondeva.
Ad un tratto alcuni soldati abbassarono i loro fucili e fecero fuoco: tre volontari stramazzarono al suolo. Gli altri li lasciarono cacciando urli furiosi.
Gaetano gridò alzando la sciabola:
— Viva il Piemonte! Morte ai vili!
I soldati seguitavano impassibili il fuoco contro gli Austriaci, — il piombo nemico faceva nelle loro file dei vuoti che erano subito riempiti.
I fuggiaschi, ributtati, sboccarono sulla strada maestra; e lì trovarono un nuovo intoppo. Il colonnello Fontana con una diecina di volontari arrivava a briglia sciolta, e allo spettacolo di quello sgomento ignobile, si fermava. Parandosi incontro ai primi che incontrò, gridava:
A poco a poco tutta la compagnia dispersa si raccoglieva nella strada. Gli ultimi dispersi spingevano quelli davanti per seguitare la fuga; scoppiavano delle imprecazioni, delle bestemmie.
Il colonnello in mezzo alla strada sbarrava loro il passaggio e gridava:
— Indietro! indietro! vergogna! I coraggiosi voltano la fronte, non le spalle al nemico. Vedeteli là i buoni soldati, — e indicava colla mano i Piemontesi sopra l'altura. — Perdio, voi non passerete. Il primo che ardisca farsi innanzi o lui uccide me o io uccido lui.
E colle braccia tese, puntava contro i volontari le sue pistole.
— Ch'io li veda in volto quelli che hanno paura, — urlava Gaetano balzando avanti e mettendosi al fianco del colonnello, — ch'io li veda, per ricordarmi dei loro musi di vigliacchi.
Nessuno protestò.
Il colonnello, abbassando le pistole, domandò:
— Dov'è il capitano?
Nessuno sapeva dirlo; nessuno si ricordava di averlo veduto più dacché erano usciti di Soprapponte.
— Tenente, — disse il colonnello a Gaetano, — prendete il comando di questo branco e riconducetelo a Soprapponte. Io col resto del battaglione tenterò di penetrarvi dalla strada di Gavardo. A qualunque costo bisogna che ci siate.
— Se ci sono qui degli uomini, dietro-front e al fuoco, — disse Gaetano.
Rientrò nella viottola dalla parte onde venivano. Lo seguirono tutti.
Ripassarono davanti ai soldati piemontesi; erano sempre al loro posto; ma sulla fronte di battaglia si notavano dei vuoti che rimanevano.
— Viva l'Italia! Viva il Piemonte!
Non risposero.
Il colonnello continuò la strada a briglia sciolta: sbucò tra Gavardo e Soprapponte, e all'ingresso di questo villaggio trovò la compagnia di Guido che, decimata, respinta dal fuoco nemico, indietreggiava a poco a poco.
— Avanti, avanti! — gridò: — bisogna difendere il paese ad ogni costo, ributtare gli Austriaci oltre il fiume; i vostri compagni del primo battaglione arriveranno fra poco. I Piemontesi sono a Gavardo e una loro compagnia tiene fermo lì dietro la collina. Avanti avanti!
E si buttava avanti lui stesso per contendere agli Austriaci, che avevano già occupato il colle a settentrione, l'ingresso in paese. Dalle alture una fucileria continua molestava i difensori e copriva la marcia del nemico.
Stimolati dalla voce, dall'esempio del colonnello, i volontari si stringevano intorno a lui aspettando l'assalto.
Gli Austriaci, accortisi del rinforzo, indietreggiarono. Ma appena i volontari uscirono all'aperto, una scarica terribile li colpì di fronte, squarciando miserevolmente le loro file.
Il colonnello gridava sempre: «Avanti, avanti!» sfidando superbamente il pericolo. E la grandinata ricominciava. La fronte era abbattuta continuamente: i soldati dovevano progredire, scavalcando i corpi dei compagni caduti.
Il colonnello si trovò davanti solo; si volse allora a guardare le sue tre compagnie dimezzate e si persuase che il proseguire non poteva che condurle a una totale distruzione: il nemico era al sicuro, tirava sui volontari senza che questi colle loro scariche rade e disordinate potessero offenderlo.
Ricondusse i suoi in paese, e aspettava con ansietà che Gaetano colla quarta compagnia, molestando il nemico alle spalle, l'obbligasse a rivolgersi da quella parte.
Un momento credette che il suo disegno fosse per riuscire. S'intesero delle grida sul colle; i Tedeschi, risaliti su per la china, superarono tumultuosamente la vetta: il fuoco contro Soprapponte cessò, e cominciò vivissimo sull'altro declivio.
— Attenti! — gridò il Fontana.
Seguì un intervallo di silenzio angustioso.
— Avanti! avanti!
Ma mentre le tre compagnie ubbidienti al comando del colonnello si lanciavano all'assalto, il nemico tornò ad ingrossare sulle alture e ricominciò e far fuoco come prima.
— Maledetti! sono fuggiti di nuovo, — sclamò fra i denti il Fontana.
Ma non erano fuggiti; solamente avevano mutato piano. Gaetano voleva difatti attaccare gli Austriaci alle spalle, e prima d'inoltrarsi aveva mandato dal comandante del piccolo distaccamento piemontese a chiedergli se anche lui intendeva avanzarsi: ma questi, un maggiore burbero e ruvido, aveva risposto che non raccontava i suoi affari al primo capitato.
Gaetano aveva dunque condotto la compagnia ai piedi dell'altura e tentato un attacco; ma non sentendosi appoggiato da nessuna parte, perché anche i Piemontesi avevano cessato il fuoco, viste le forze soverchianti del nemico, desistette. Il colonnello avevagli detto di ritornare a Soprapponte, e lui fatto un giro a destra ci venne dalla parte di ponente.
Allora il Fontana ordinò un nuovo movimento avanti. Il battaglione uscì di nuovo dal paese e si lanciò con ardore all'attacco; un nuovo entusiasmo lo animava. La compagnia di Gaetano veniva prima delle altre; la vergogna li spingeva all'eroismo: provavano il bisogno di espiare con un sacrificio certo un momento di panico irragionevole: volevano a costo di morire far dimenticare di avere troppo desirato di vivere; sentivano la responsabilità pesante della disfatta del battaglione e la scuotevano con rabbia disperata.
Gli Austriaci scesero con tutte le loro forse dall'altura a respingerli: il cozzo fu terribile; i combattenti furono un momento divisi da un vasto mucchio di morti e di feriti; poi tornarono furibondi alle prese. Gaetano coi suoi si scagliò di nuovo sul nemico. Lo sforzo di quella disperazione riuscì per qualche momento a trattenere gli Austriaci, ma le loro file ingrossavano, opprimevano con forze soverchianti l'audace manipolo, il quale scemava rapidamente.
Gli Austriaci avevano tutti i vantaggi: del numero, delle armi, del terreno. I volontari erano stanchi, mal armati; pure resistevano Ma il colonnello capì che ciò non poteva durare: aveva mandato a Gavardo a chiedere rinforzo di truppa regolare e l'aspettava; pensò che l'unico modo di prolungare la difesa era di entrare in paese e di sostenersi nelle case.
Rientrò dunque colle prime tre compagnie in paese: Gaetano coi resti della quarta proteggeva la ritirata. Il colonnello fece chiudere l'ingresso della strada con una barricata improvvisata d'alcuni carri rovesciati, poi ordinò agli ufficiali di distribuire i soldati nelle case e di difendersi fino all'ultimo.
Intanto gli Austriaci distruggevano la quarta compagnia.
Quasi tutta rimase sul terreno. Gaetano con alcuni pochi supersiti, circondato dal nemico, riuscì appena a sottrarsi dal pericolo di essere preso.
Il disegno del colonnello non poté effettuarsi. La ritirata era una prova a cui non resse il coraggio di quei volontari che non erano avvezzi a sostenere di proposito, e a sangue freddo, una lotta troppo superiore alle loro forze.
Sentendo che gli Austriaci venivano, un terrore indicibile invase il battaglione.
Invano gli ufficiali tentarono trattenere i loro soldati, di riordinarli: attraversarono il paese alla rinfusa, si buttarono nella strada di Gavardo.
Il colonnello non sapeva nulla, badava a rinforzare la barricata; quando Guido gli si presentò tutto contrito a dirgli che era solo, che tutti erano fuggiti.
— Canaglia! — urlò il Fontana.
Ma non c'era tempo da perdere. Il nemico stava per entrare. Appena Fontana e Guido poterono nascondersi in un fienile. Di là, per una piccola apertura sotto il tetto, poterono osservare le mosse del nemico. Gli Austriaci, disfatta la barricata, stettero un bel po' prima di entrare in paese: non si fidavano. Ma poi rassicuratisi, vennero dentro e l'occuparono.
Potevano essere due reggimenti.
Mentre i capi deliberavano, fu accordato alle truppe di riposarsi; fecero i fasci, si stesero a terra e fu loro distribuito il rancio. Era mezzogiorno passato: faceva un gran caldo: un'ora dopo la via maestra di Soprapponte era mutata in un gran dormitorio.
Il Fontana aveva una speranza: aspettava sempre l'arrivo dei Piemontesi. Difatti, verso le due, una improvvisa agitazione ridestò i soldati da cima a fondo del paese; tutti balzarono in piedi, si disfecero in un attimo i fasci, si ricomposero le file: i tamburi chiamarono al rapporto gli ufficiali. Un quarto d'ora dopo, il piccolo corpo era in colonna e usciva dal paese dalla stessa parte onde era venuto per risalire sulle alture che occupava la mattina.
Ma ad un tratto si fermarono: sulle alture si udiva un rullo di tamburi cupo, affrettato e un frastuono di grida confuse. Gli Austriaci si fermarono: un brivido corse per le file. Il rullo e le grida s'appressavano.
Si vedevano luccicare tra gli alberi le canne dei fucili.
Allora nuovi comandi correvano per la colonna: e questa si rompeva e col più grande scompiglio si buttava dalla parte del fiume.
Il tumulto dileguava rapidamente e il paese rimaneva deserto e silenzioso.
Il rullo s'avvicinava sempre battendo il passo di carica.
Ed entravano in paese cinque tamburini, un maggiore a piedi, un sottotenente e sette soldati, unico avanzo di un intero battaglione piemontese.
L'audace drappello prendeva seriamente possesso del paese.
Lo seguiva zoppicando Gaetano.
Il colonnello Fontana lo chiamò e colle lagrime agli occhi abbracciandolo:
— Noi tre restiamo qui a provare l'inutilità dei volontari. Sentite, io vi giuro che non farò parte mal più di questa mala semenza.
— Perdoni, colonnello, — rispose Gaetano, — io che n'ho visti tanti cadermi al fianco, posso dirle che a questa semenza per diventar buona non manca che una cosa: la disciplina degli ufficiali.
— Ed è ciò che non avrà mai.
Un'ora dopo, un gran polverìo dalla parte di Gavardo annunziava l'arrivo di un battaglione piemontese.
In quello stesso momento il Fontana si presentava con Guido e Gaetano al maggiore che con sette soldati e cinque tamburi aveva fatto ripassare il fiume a due reggimenti di Reisinger.
E prendendo la parola a nome suo e dei compagni, gli disse:
— Maggiore, lei ha perduto stamane molti buoni soldati per riprendere la posizione che noi non abbiamo saputo difendere. Siamo qui tre uomini di buona volontà e la preghiamo di prenderci con lei.
Il maggiore, alla strana proposta, aggrottò il ciglio e li guardò attentamente; poi, osservati i distintivi dei gradi ch'essi avevano, rispose asciutto asciutto:
— Io ho bisogno di soldati e non di ufficiali.
— E soldati noi vogliamo diventare, — soggiunse pronto il Fontana, strappando dal berretto i distintivi di colonnello, — soldati coi veri soldati e devoti ai veri ufficiali. Ci prenda, o almeno ci lasci venire dietro a' suoi.
Il maggiore, colpito da quella risoluzione, non disse né sì né no, brontolò un ehm fra i denti e mosse incontro al colonnello che arrivava. Questi conosceva il Fontana, aveva concertato con lui la difesa della linea del Chiese.
Alla sua proposta rispose che aggregarlo regolarmente non si poteva; ma che nessuno gli impedirebbe di seguirlo coi volontari che fosse riuscito a raccogliere.
Il Fontana poté raccoglierne una trentina. Ma quando l'indomani all'alba egli fece la rivista della sua piccola squadra, trovò che una metà mancava e fra questi il capitano Torre.