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VI
Guido non aveva potuto resistere la sera innanzi alla tentazione di recarsi al casolare dove aveva lasciato Desolina col padrino.
Gli dissero che era partita un'ora prima: gli Austriaci erano passati di là senza molestare né lei né Rovetta, senza usar con loro le durezze colle quali trattavano i paesani. Ripartiti gli Austriaci, erano partiti anche loro, ma nessuno sapeva dove fossero andati. Rovetta aveva preso una carretta che veniva da Prandaglio e vi era salito con Desolina: il carrettiere era tornato indietro qualche tempo prima, il pescatore lo conosceva, si offerse di menarlo da lui: Guido accettò.
A Prandaglio trovarono il carrettiere che rigovernava nella stalla la sua bestia e seppero da lui che mentre conducevano i due colla carretta avevano incontrato l'oste di Soprapponte, il quale colla moglie se ne fuggiva a Rezzato da un suo parente e aveva consentito a prender seco nel suo calesse il Rovetta, la signora e un altro capitano dei volontari, che all'uscir di Soprapponte si era unito a loro.
Guido pensò subito che fosse il Balestra; sempre costui! Ritornò indietro. In queste ricerche la notte era passata. Le strade sulla riva destra del Chiese erano tutte ingombre di truppe piemontesi che continuavano la ritirata.
Guido non poté passare che a stento. Egli del resto non sapeva bene dove andasse; ritornava macchinalmente a raggiungere i compagni, ma l'anima sua correva dietro a Desolina.
A Soprapponte quando arrivò dopo mezzogiorno non trovò più nessuno. Quel paese che poche ore prima era stato conteso con tanto sacrificio di sangue, rimaneva aperto e abbandonato al primo occupante.
Allora Guido tenne dietro alle truppe che si ritiravano.
Nella notte arrivò a Rezzato, all'osteria dove era venuta Desolina coi compagni. Ma erano già partiti per Milano.
Guido non ebbe più che un pensiero; ritornare a Milano, trovare Desolina — perché? per vendicarsi o perdonarle ancora? Non sapeva bene, non voleva pensarci, non aveva che un intento chiaro: trovarla!
Dopo qualche ora di riposo, divenutogli indispensabile per la mortale stanchezza che l'opprimeva, riprese la strada, venne a Brescia, non entrò in città e continuò verso Milano.
Camminava a stento zoppicando, perché i piedi gli si erano gonfiati.
Si trovò travolto nella ritirata dell'esercito piemontese, che disordinatamente, a precipizio si portava anch'esso su Milano. I soldati vedendolo zoppicare a quel modo, lo schernivano, altri irritati dalla campagna infelice, dai disagi sofferti, dalle passioni di quei giorni tristissimi, lo insultavano, chiamandolo lombardo brigante.
Guido, inebbriato dal suo dolore acutissimo, non se n'accorgeva, continuava, barcollando, la sua strada travagliosamente, fermandosi quando non poteva più andare innanzi, rimettendosi in cammino appena le forze glielo consentivano. Lo inseguiva il rombo del cannone, l'eco di una battaglia continua. Una numerosa emigrazione precedeva l'esercito.
La patria straziata urlava di spavento intorno a lui, l'Italia ripiombava nel nulla; l'edifizio della libertà cadeva con uno scroscio tremendo; Guido non pensava che a Desolina, a quella donna di cui egli aveva fatto un simbolo dei suoi ideali patriottici e che ora, indegna dell'alta rappresentanza, indegna anche come moglie, egli amava perdutamente.
Appressandosi a Milano, il suo furore cresceva, e gli dava forza di scuotere la stanchezza, di vincere la fatica del viaggio.
Alla Bicocca s'era attendata l'avanguardia dell'esercito piemontese e le truppe ingrossavano preparandosi alla resistenza. L'avvicinarsi del pericolo, l'esempio dei capi ridonava a quei poveri avanzi di Santa Lucia, una risoluzione cupa, una fierezza disperata.
Mentre Guido attraversava l'ultime file, un soldato balzò improvviso sulla strada e lo abbracciò: era Gaetano e gli domandò:
— Dentro, e tu?
— Io rimango, c'è anche il sor Fontana: ci batteremo fino all'ultimo.
Guido entrò in città con la moltitudine che fuggiva le rappresaglie degli Austriaci.
Una folla immensa ingombrava le strade e fermava ansiosa, insistente, quelli che arrivavano per averne notizia.
Guido fu, appena oltrepassata la porta, accerchiato come gli altri.
La sua uniforme lo denunziava particolarmente alla curiosità della popolazione.
Gli chiesero notizie dei volontari.
Queste parole furono accolte da grida vivissime:
— È un traditore.
— È una spia.
Guido li guardava attonito, ignorando il motivo di quel furore improvviso.
Le minaccie e le grida continuavano: qualcuno di quelli che pei primi l'avevano interrogato si sforzava invano di reprimerle per curiosità di avere dei particolari.
Intanto Guido aveva capito che l'avevano con lui e, indignato, rispondeva:
— Spia io, chi mi chiama spia?
— Sì, tu, tu sei una spia! un disertore...
A quest'ultima parola, Guido si sentì dare un tuffo nel sangue: disertore lo era!
La vergognosa certezza gli balenava dinanzi alla mente come una spada fiammeggiante. Guido si vide perduto, disonorato, e nella confusione tumultuosa della sua coscienza si domandava come avesse potuto arrivare a tanta abbiezione.
— Disertore, — mormorava inconsciamente piangendo di dolore e di rabbia.
Non si difendeva, s'abbandonava agli insulti della folla che coi pugni alzati lo minacciava.
— Non lo toccate! fosse un messaggio! meniamolo al Comitato di guerra. Là lo sentiranno.
La proposta di una risoluzione si impone sempre a una folla indecisa. L'uomo che aveva parlato si fe' innanzi e preso per il braccio Guido che non fece resistenza, si avviò con lui, seguìto dalla folla, che a poco a poco andò scemando, attratta da nuovi oggetti di curiosità.
Al Comitato v'era il generale Oggiono in grande uniforme di generale napoleonico; interrogò Guido, il quale gli disse che aveva lasciato il campo la sera del combattimento di Soprapponte.
Il generale domandò notizie del colonnello Fontana, e avendogli Guido risposto che erasi unito ai Piemontesi, sclamò:
— Avete fatto bene voi a ritornare: il posto dei soldati patrioti non è alla coda di un esercito di colui che tradisce la causa della libertà; ma qui alla difesa di Milano. Voi avete combattuto sulle barricate, mi pare.
— Sì.
— Bene! le rifaremo; tenetevi pronto, ripassate di qui stasera.
Guido uscì. Il cittadino che l'aveva accompagnato uscì con lui e a quelli che li avevano seguiti da Porta Romana fin là e aspettavano in istrada, disse:
— Rispettate il capitano: è un valoroso che ha combattuto contro i Tedeschi sulle barricate e al campo, e accorse a difendere Milano.
Quella gente fe' largo e batté le mani.
Guido, sorpreso, irritato da quella dimostrazione come dall'affronto di prima, si allontanò prestamente.
Dileguatasi la tempesta ond'era stato assalito, ricadde nello stupore doloroso che da tre giorni l'opprimeva.
Si abbandonò per qualche tempo alle ondate della folla; poi a poco a poco l'impulso che di Soprapponte l'aveva spinto fin là, riprese forza e lo condusse in via Piatti al quartierino del Rovetta. La portinaia gli disse che non era tornato ancora; Guido avendo chiesto di parlare con la signora Edvige, la donna aggiunse ch'era partita anche lei la vigilia; era venuta sua figlia col signor Balestra a prenderla e certo erano andati fuori di Milano, ma lei non sapeva dove.
— Ma lei, — domandò la portinaia uscendo dal suo stambugio per osservarlo meglio al barlume che colava giù nel cortiletto, — lei non è il marito della signora Desolina?
Guido le diè un'occhiata bieca e scappò fuori coi pugni stretti.
Annottava: la confusione cresceva; dominava ad intervalli il frastuono della folla, il rombo cupo e sinistro del cannone che tuonava a Porta Romana. Le tenebre scendevano. Qualche raro lampione era acceso e tagliava delle liste giallastre su quel nero e rumoroso rimescolìo. Certe strade interamente buie, avevano l'aspetto di bolgie dove la moltitudine d'ombre irriconoscibili andavano fluttuando. Le porte aperte, le finestre spalancate e buie come grandi occhiaie che guardassero ansiose quel pauroso spettacolo.
Di tratto in tratto, un'ordinanza a cavallo attraversava la folla schermendosi dalle sue domande clamorose.
Sulle cantonate erano appesi dei grandi manifesti: la gente si addensava davanti, si accavallava per leggerli: un cerino infilzato sopra un bastone svettava un momento: qualcuno leggeva ad alta voce: gli altri ripetevano, parafrasavano ai più lontani le frasi del manifesto «Carlo Alberto coi suoi figli difenderà Milano».
Sorgeva qualche esclamazione di dubbio; alcuno non era persuaso, gli davano sulla voce; il crocchio si agitava fieramente, si rimescolava; il cerino scompariva e la disputa si perdeva nelle tenebre, nel brulicame generale.
E il cannone tuonava sempre, e come un ordine imperioso imponeva al tumulto qualche minuto di silenzio riverente.
Guido si lasciava abballottare a caso dalle correnti del flusso e riflusso della folla, senza partecipare alle sue agitazioni, senza quasi comprenderle. Di strada in istrada, spinto e respinto, si trovò al Leone di San Babila.
Gittando un'occhiata in fondo alla via di S. Romano, gli sembrò che l'abbaino del suo antico quartierino dietro S. Damiano, fosse illuminato.
Un guizzo di speranza, di timore, di sentimenti contrari, indefiniti, indefinibili, gli attraversò l'animo ottenebrato.
Si fe' largo a spintoni, e si buttò da quella parte.
Sul ponte alzò il capo: il finestrino era buio dentro, ma la luna vi si rifletteva.
Bussò all'usciolo della donna a cui dal marzo in poi aveva lasciato la chiave del quartierino, da lui pigionato fino al S. Michele. La donna, riconosciutolo, fe' un «oh!» sterminato di sorpresa. Mentre gli porgeva la chiave, Guido le domandò:
— È venuta qui mia moglie?
— Sì, è venuta... — ma la donna ancora tutta sbalordita non proseguì: seguitava a guardare il suo viso stralunato.
Guido non ebbe cuore di fare altre interrogazioni, prese il lume e la chiave che lei gli porgeva, infilò la scaletta e in due salti fu alla soglia delle sue antiche gioie e de' suoi antichi dolori. Era senza fiato, il cuore gli batteva, e tremava tanto che stentò ad aprire.
Di dentro, quando passò il limitare, nessuno si mosse: pure il quartierino sentiva un alito umano; un tanfo di cucina recente, e a Guido parve sentire il respiro d'una persona viva.
Sulla tavola nel salotto, erano alcuni piatti, delle bottiglie vuote e dei mozziconi di sigaro.
Spinse l'uscio della camera da letto, silenzio: sporse: il lume, vide il letto sfatto, il disordine brutto di una nozza volgare.
A una Madonna ch'era in capo al letto avevano fatto i baffi con un mozzicone di sigaro.
Guido si sentì rintronare gli orecchi di risa e di laidezze da palcoscenico.
Uscì correndo di là; scese in istrada, passò davanti al botteghino della Filomena e vi gettò uno sguardo di desiderio; Desolina c'era stata quella sera strana e gioconda del 18 marzo. Ripassò uno ad uno pei tutti i luoghi dov'erano stati insieme, dove il ricordo di una carezza, di una parola amorosa gli rammentava la sua donna; attraversava la folla agitata, fremente di terrore, di dolore, di sdegno, di disperazione, non pensando che a Desolina. Salì sul bastione di Porta Nuova dove l'aveva condotta quel giorno uscendo dalle prove, e chiudeva e tendeva l'orecchio La brezza notturna faceva stormire le foglie, e lui s'immaginava di sentire il fruscìo della sua veste di seta, e stringeva involontariamente il braccio come per premerne il suo!...
Poi tutto questo sforzo penoso d'immaginazione si fiaccava, si spuntava in un'amarezza infinita e disgustosa. Una tenebra muta si addensava nel suo spirito: il rammarico gli scavava nell'animo un vuoto immenso, e la sua memoria non riusciva a riempirlo, e nemmeno il suo dolore.
L'aveva cercata la sua memoria dovunque — non l'aveva trovata in nessun luogo — non la trovava più neppure dentro di sé.
Ad un tratto disse a se stesso ad alta voce:
— Ebbene, non me n'importa più nulla; ne amerò un'altra!
Avrebbe fatto vita nuova: la sua giovinezza vibrò un momento. Ridiscese in città, e per i boschetti dei tigli, ritornò sul corso di Porta Renza, guardò stupito la folla e si domandò il perché ci fosse a quell'ora tanta gente per le strade; poi, come un ricordo lontano e confuso, gli tornarono alla mente le vicende di quella terribile giornata.
— Il re ha capitolato. Gli Austriaci tornano.
E un nembo di irose proteste la soffocavano.
— Hanno un bel negare, la battaglia è cessata. Sentite: non c'è più un solo sparo. Mi disse il portinaio di casa Greppi che Carlo Alberto lascierà Milano stanotte.
— È un traditore!
— È un re.
A Guido pareva d'aver inteso altre volte quella voce dall'accento veneto che gli rammentava il palcoscenico della Scala.
Quell'altro soggiunse:
— Ecco qua Loredan.
Guido vide lo zio che usciva dall'offelleria Lazzaroni e gli venne incontro.
Lo zio lo abbracciò; poi, senza domandargli notizie delle sue avventure, di ciò che aveva fatto in quei quattro mesi che non s'eran più veduti, lo prese pel braccio e, come continuando un discorso allora interrotto, gli disse:
— Il re ha capitolato, lo sai. Domani si saprà da tutti che egli abbandona Milano ai Tedeschi. Bisogna che i cittadini facciano come i miei Veneziani: difendano la loro città. Bisogna rifar le barricate. Se vinceranno, è sperabile che sapranno usar meglio della loro vittoria. La lezione è stata dura e meritata.
Così discorrendo lo tirò con sé nella sua camera — abitava sempre nel palazzo di donna Elodia — e là gli parlò lungamente della necessità che il popolo facesse finalmente da sé.
— Guarda, — diceva — se questi rovesci possono far rinsavire gl'Italiani e scioglierli dalle trappolerie monarchiche, disingannarli dalle lustre costituzionali, e dissipare il miserevole concetto di un'Italia a pezzetti, io li benedico questi rovesci. Quando tutti questi poteri fantasmi saranno caduti davanti alla purissima luce dei nuovi tempi; quando gli eserciti dei re malfidi saranno fuggiti e i cittadini rimarranno soli sulle barricate; allora la libertà vera, la nazione trionferanno.
Nella sua voce grave e tranquilla parlava la solennità di quel momento storico.
Guido si era commosso. S'udiva lontano la romba cupa della città spaventata, e quella voce sicura, imperturbabile, la dominava.
— Se Milano cadesse, cercheremo di penetrare in Venezia, combatteremo finché ci sarà una terra italiana che resista e sta pur certo che vinceremo. Qualunque cosa possa accadere, per quanto gravi siano le disgrazie che ci attendono, rammentati di ciò ch'io ti dico in questo momento coi Tedeschi alle porte: — non passerà molto tempo che l'Italia sarà libera ed una! Mai una fede profonda come quella che mi sento ha mentito a cuore umano.
Loredan continuò a parlare così calmo, così fidente nella risurrezione della sua patria moribonda — e intanto l'alba appariva nelle finestre del giardino.
Finalmente Loredan s'alzò e disse che usciva per concertare la resistenza.
— Tu puoi aspettarmi qui, — soggiunse.
Gli strinse vivamente la mano e ripeté giubilante: — Rifaremo le barricate.
Lo lasciò tutto infervorato del nuovo ardore che aveva saputo ispirargli. Era smanioso di scuotere l'obbrobriosa apatia dei giorni addietro, di cimentarsi per il suo paese che nelle sue malinconie di marito ingannato aveva dimenticato. Possibile che egli non potesse amare la patria se non nelle corone tricolori innalzate da una mima o nelle smorfie isteriche di donna Elodia!
Il piccolo Aroldo schiamazzava in giardino. Si rammentò dov'era. Se donna Elodia venisse! To', quasi lo desiderava. In quel momento pensare a simili miserie!
Uscì, ma appena fuori da quella stanza, dove la voce di un entusiasmo costante, indomabile, rinfocolava il suo, si sentì raffreddare subitamente.
Il terrore era su tutti i visi. Incontrò al ponte Ambrosino, il compagno della prima barricata, che gli si appressò per domandargli notizie di don Celestino, e quando le seppe si mise a piangere.
— Come si farà adesso?
— Le barricate.
— A che servirebbero; i Piemontesi si ritirano, come resisteremo da soli?
Guido non replicò; quella sfiducia gli si appiccicava al cuore.
Ambrosino s'allontanò tentennando il capo.
Guido passava davanti alla casa di suo padre e istintivamente v'entrò; aveva bisogno di trovarsi tra gente conosciuta.
La famiglia era raccolta nel salotto. Il padre e due fratelli gli strinsero la mano. Poi il signor della Torre disse a Martino:
— Dagli tu uno de' tuoi vestiti e per carità bruciate subito quella divisa di ciarlatano.
— Fra qualche ora i Tedeschi saranno tornati, e se si trovasse qui quella roba guai a noi!
— No, non occorre: io non rimarrò in casa; non voglio compromettervi.
— Sì, sarà meglio che te ne vada, — soggiunse il padre; — qui non saresti troppo al sicuro.
— Me n'andrò, me n'andrò lontano che non abbiate più a darvi fastidio per me, — mormorò Guido; e gli occhi gli si riempivano di lagrime.
Ma il fratello Martino gli diè sulla voce, dicendo:
— Dove vuoi andare, ragazzo che sei? Non ne hai abbastanza di vagabondare? Non ti par tempo di mettere testa a partito? Con tutte le vostre prodezze avete forse levato un ragno dal buco? Per cosa siete usciti a scorrazzare per i campi: per ispaventare gli uccelli?
— A combattere per l'Italia, — esclamò Guido.
Martino rise del suo riso sardonico.
— L'Italia, bel nome! Bisognava difendere Milano, la Lombardia; quello bisognava fare se ci fosse stata della gente buona a comandare e dei soldati buoni ad obbedire. Ma hanno voluto fare la fusione, l'unità o la trinità d'Italia, ed ecco il bel costrutto che se n'è cavato.
— Bisognava fare quel che dicevo io: lasciare che i veri soldati facessero la guerra.
— E che i re governassero, — soggiunse Napo. — Se si chiamava subito il re Carlo Alberto e si lasciava a lui la cura di tutto, non saremmo quello che siamo.
— Sarà meglio; — rispose il padre, e soggiunse brontolando: — Io sono già abbastanza compromesso, se si saprà che i miei mobili, i miei poveri mobili servirono per fare le barricate. Non volevo io; li hanno presi per forza; li ho avvertiti che ciò non poteva finir bene.
Per la città il tumulto cresceva. L'armistizio era pubblicato alle cantonate.
Le truppe piemontesi ritirandosi da Porta Romana, dove per due giorni avevano resistito con prodigio di valore all'urto degli Austriaci, attorniavano Milano. Entravano laceri, lordi di fango, abbattuti dalle fatiche della disastrosa ritirata, col capo basso e il viso scuro.
Qualche rado evviva, qualche parola affettuosa li salutava nel loro passaggio. Non rispondevano: volgevano alla folla uno sguardo triste, stupito, e quando questa mormorava, un lampo di sdegno cruccioso balenava negli occhi, rossi per oftalmia.
Subitamente Guido si sentì preso alle spalle. Era ancora Gaetano il quale gli disse:
— Vieni con me fino al palazzo Greppi, poi staremo un poco insieme.
Mentre coi soldati attraversavano la piazza a braccetto, Gaetano gli disse che la capitolazione concedeva ai patrioti milanesi di seguire l'esercito sardo: che lui era risoluto di andare in Piemonte.
— Vieni anche tu? — domandò.
Intanto sboccavano in via Santa Margherita.
Il palazzo Greppi, dove stava il re, era stretto da una folla immensa, da cui s'alzava un frastuono, un gridìo grandissimo.
Il maggiore che comandava il battaglione col quale Gaetano veniva, quello stesso maggiore di Soprapponte, ordinò ai soldati di fare front'indietro, di respingere la folla e di spingersi al palazzo.
La folla cedette all'urto; i soldati passavano come un nembo furioso davanti al caffè della Cecchina.
Guido e Gaetano si trovavano in prima fila, e a due passi v'era il Fontana.
Guido vide, sulla porta del cafferino, Rovetta che declamava gridando:
Scoppiava un nembo di voci: poi qualcuno gridava più forte:
Il Rovetta un po' impacciato, guardando uno che lì presso lo stimolava a parlare, ripeteva:
— Il re vi tra...
Ma vide i soldati che venivano, si fermò e rientrò nel caffè. Intanto una bordaglia furiosa s'agitava intorno al palazzo Greppi, gridando: il Re! il Re!
Sul balcone usciva molta gente in uniforme e in mezzo una figura lunga, scarna; Carlo Alberto stendeva la mano verso la folla.
Ad un tratto partivano delle fucilate, sul balcone avveniva un grande rimescolìo; poi tutti rientravano; le finestre e il balcone si chiudevano.
Di sotto gli urli continuavano.
Il maggiore si faceva strada, correva alla testa del battaglione e lanciandosi gridava:
— Addosso alla canaglia, salvate il Re — evviva il Re!
I soldati lo seguivano alla corsa: primo Gaetano, trascinando seco anche Guido.
La folla degli schiamazzatori aveva invaso il cortile: al piede della scala un sergente dei bersaglieri le sbarrava il passo a colpi di daga.
Gaetano, lasciato Guido, si precipitava innanzi, e, mettendosi al fianco del sergente, colla propria daga percuoteva i più audaci gridando:
— A me, a me; anch'io ho il torto d'aver esposta la vita per voialtri cani!
Intanto i soldati entravano in cortile e arrestavano due o tre colti colle armi alla mano e ricacciavano gli altri in cortile; cogli altri anche Guido.
I soldati si disponevano in doppia fila davanti al portone e seguiva un momento di quiete.