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VII
L'architetto Fontana e Gaetano uscirono insieme dal palazzo Greppi. Avevano smesso l'uniforme di volontario e ottenuto di portare un cappotto di fanteria piemontese.
Si lasciarono al ponte di S. Romano, là dove s'erano conosciuti, e nel salutarsi pensavano alle illusioni e alle speranze gioconde di quel giorno tanto diverso. Alcuni cittadini costruivano una barricata oltre il ponte tra il palazzo Cicogna e la chiesa di S. Damiano.
Gaetano interrogò con uno sguardo l'architetto, il quale si strinse nelle spalle e disse:
— Andiamo.
Rimasero intesi di trovarsi due ore dopo. Il termine per uscire dalla città concesso ai cittadini dalla capitolazione, scaduto a mezzogiorno, era stato prorogato fino alla sera.
L'architetto Fontana proseguì verso il palazzo di donna Elodia. In cortile aspettava una carrozza di posta. Per le scale il solito andirivieni di gente, e, sopra, nel salotto, la solita discussione tra il generale Oggiono e Loredan, nella quale, una volta, la contessa faceva da intermediaria. Ma ora i due parevano d'accordo.
Mentre l'architetto Fontana entrava, il generale Oggiono diceva:
— I cittadini rifacevano le barricate; si poteva tentare la difesa: ma il re ci ha venduti; egli ha venduta l'indipendenza che noi soli ci eravamo conquistata.
Loredan approvava chinando il capo.
Poi disse:
— Ma perché i cittadini non si ribellano al tradimento, perché seguono come branco di pecore l'esercito sardo? Questo mi accora.
— Ci hanno tolta ogni autorità; chi ha più influenza sulla folla? Gli ordini si dànno da Torino, e i nostri traditori della Consulta li seguono; non sono arrivati a ordinare che si sfacessero le barricate?
— Ma, ripeto, perché i cittadini non rivendicano la propria dignità?
In quella intervenne l'architetto Fontana e disse:
— Il perché ve lo dico io; perché non v'è alcuna dignità offesa. La resistenza in Milano non è possibile. La campagna non è finita. I Milanesi, facendo atto di solidarietà col Piemonte, ne afforzano il diritto e lo costringono a prendere una rivincita per la causa dell'indipendenza nazionale.
I due guardarono la sua uniforme con malevola aria di compassione. Donna Elodia venne ad abbracciarlo.
II ragazzo, chiamato dalla contessa, entrò e rimase perplesso a contemplare con istupore il dimesso abito soldatesco del padre.
— Voi partite? — domandò poi questi alla moglie.
— Sì, per Capolago, fra un'ora.
— Sola?
— Collo zio generale... e, se vuol venire, col professore Loredan.
— Ve l'ho detto, — ripeté Loredan con voce tranquilla ma risoluta; — non lascierò l'Italia finché rimane un'ombra di resistenza allo straniero. Ritornerò a Venezia a imparare da' miei concittadini come si muore per la patria.
Nelle sue parole non c'era ombra di iattanza, ma un sentimento vero e profondo.
L'architetto ne fu tocco; per la prima volta guardò con rispetto quell'uomo, al cui fascino si era sempre sottratto... Ma poi crollò il capo e disse a mezza voce:
— Invece io vo in Piemonte a vedere come si fa a vivere liberi.
— Ricordati, Carlo, di quel che ora ti dico, il Piemonte non si muoverà più, all'armistizio succederà la pace; tu sarai cacciato di là e forse consegnato all'Austria.
Il Fontana non rispose, e, dopo una pausa, disse alla moglie:
— Voi menate con voi nostro figlio.
— Certo.
Lui esitò un momento poi mormorò come parlasse fra sé:
— Meglio così; i disagi cui vado incontro lo farebbero soffrire; meglio così.
Prese il figlio fra le braccia, ve lo tenne stretto lungamente, nascondendo il capo tra le lunghe ciocche di capelli biondi che gli cadevano, sulle spalle.
La contessa, commossa, disse al marito:
— Ci rivedremo?
— Ma!...
— A cose tranquille, se voi rimanete a Torino, Aroldo verrà a trovarvi.
L'architetto prese la mano che Elodia le porgeva e la baciò.
— Forse non verrà solo, — soggiunse lei con un sorriso.