Roberto Sacchetti
Entusiasmi

PARTE QUARTA

VIII

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VIII

 

Gaetano, lasciato l'architetto, era corso in traccia de' nipotini, che aveva lasciati alla Filomena.

Alcune settimane dopo la sua partenza, la tenera e liberale vedovella, trovata un'occasione e, i maligni dicevano, una buona compagnia, era andata dietro ai volontari a fare la cantiniera; una sua sorella aveva consentito a custodire la posteria, ma non i bambini, e lei li aveva rimessi a una sua comare, portinaia di via della Cervia. Però, quando Gaetano venne alla posteria, lo mandarono da quella.

La portinaia non c'era; il portinaio, un vecchio, sordo come un turacciolo, rispose che i bambini sua moglie li aveva rimessi a un'altra amica sua in via del Durino: ma non seppe dargli che delle vaghe indicazioni. Pure Gaetano voleva trovarli e il tempo stringeva. Andò per il Durino di porta in porta a chiedere informazioni. La via non è poi tanto lunga ed ebbe ancora fortuna: alla quarta porta gli dissero di salire al primo piano.

chi gli venne ad aprire fu Carolina!

La povera ragazza era passata per delle prove terribili.

Il giorno susseguente a quello tristissimo che aveva sepolto il padre, s'era decisa di tener dietro al fratello e a Gaetano che partivano, ma, a Treviglio, non trovandone traccia, perché la colonna si era spinta tra le montagne del Trentino, era tornata indietro, e lasciata la sua casa, la cui desolazione le era divenuta intollerabile, era venuta ad abitare nel Durino, con una sarta che le voleva bene e da cui era stata, bambina, ad imparare il cucito. Col danaro lasciato dal padre e che il fratello aveva appena toccato, le rimaneva abbastanza da vivere.

Alla fine di luglio, colla rapidità terribile delle cattive notizie, le pervenne l'annunzio che don Celestino era morto.

Carolina n'era rimasta tramortita: non comprendeva più quel che le accadeva, non sapeva quasi più di vivere, tutto le pareva un sogno, un purgatorio.

Il vuoto intorno alla poveretta era enorme, completo: tutto il suo universo vi si era, crollando, sprofondato una volta per sempre.

Per sempre?

— No, — le diceva la sarta per confortarla, — ora che non può andar peggio, andrà meglio.

Peggio non poteva andare.

La sera la coricava come una bambina e le teneva un po' compagnia, e le ripeteva:

Oggi niente, ma la buona nuova verrà, non dubitate.

Il giorno del ferragosto, la sarta aveva fatto un po' di festa, e Carolina, a cui voleva far bere un po' di vino, aveva versato il bicchiere sulla tovaglia.

Allora essa aveva dichiarato colla convinzione più profonda, che la buona novella non poteva tardare.

Il giorno dopo Carolina, passando per la Cervia, si sentì pigliare per le gonne, due fanciulletti sbucati da un portone all'improvviso, le saltarono intorno e le si avviticchiarono alle gambe.

Erano Peppino e Carletto, i nipoti di Gaetano.

A Carolina, nel vederli, parve le tornasse la vita, che le sorridesse nei loro sorrisi infantili.

Se li voleva mangiare di baci.

— O cari, cari, vi ricordate di me? Sapete chi sono? Vediamo, vi ricordate?

Peppino, il maggiore, si raccolse un minuto e poi serio serio, allungando il ditino:

— Tu sei la mamma.

Carolina aveva fatto per il suo piano; la portinaia, allo scoppio di quella contentezza, era venuta sulla porta, lei le propose di lasciarglieli; l'altra che, della propria carità, non sperava un gran che, non aveva fatto difficoltà; e Carolina, senz'altro, se li era portati con sé dalla sarta, la quale, saputo chi erano, aveva spalancato gli occhi ad una ammirazione colossale.

Politicona! tu fai credito alla fortuna e ti pigli il pegno.

To', Carolina aveva l'aria di non capire.

La sarta cambiò metafora.

— I rondinini ce li abbiamo, certo verrà anche la rond...

— Che cosa?

Rondine? La similitudine non calzava.

— O rondine, o... insomma, verrà!

Carolina si stizzì, si scandalizzò.

Davvero! Dio mi castighi se ci ho pensato!

! c'era bisogno di scaldarsi a quel modo? Ammesso pure che non ci avesse pensato, non le faceva forse piacere, non desiderava che venisse?

Carolina protestò ancora: la sola supposizione la rimescolava tutta.

— Verrà... e poi?

Il poi le faceva paura.

Per tre giorni aveva portato questa spina nel cuore, che ogni giorno le penetrava più addentro.

Gli avvenimenti precipitavano: i volontari tornavano alla spicciolata. Gaetano non era mai con essi. Le avevano detto che era coi Piemontesi.

Carolina pigliava delle informazioni senza dirlo all'amica, e questa faceva le viste di non saper nulla e l'aiutava nelle ricerche.

Figurarsi come rimase a veder Gaetano!... Anzi come rimasero tutte e due...

I bambini erano accorsi; era accorsa anche la sarta, sclamando:

Vedi, Carolina, è venuta la... è venuto il...

Ma Carolina, ritta contro lo stipite dell'uscio, smorta da far paura, non osava alzar il viso: aspettava tremando la sua sentenza.

Subitamente si sentì avvinghiare da braccia possenti e coprire il viso di baci. La sarta scappò a precipizio e per prudenza aveva chiuso l'uscio del pianerottolo.

Carolina, se le avessero detto di morire in quel punto, avrebbe risposto senza pensarci: — Tanto in paradiso ci sono. — Ma sotto a quella tempesta non c'era mezzo né di pensare né di parlare. A mala pena poteva sorridere. Sorrideva e singhiozzava, e i bambini spaventati dall'uniforme dello zio strillavano.

Finalmente Gaetano si ricordò di parlare e le diceva:

— Mia bella... mia buona...

Poi venivano i rimproveri.

— Perché non dirmi subito? Perché non confidarti in me?

Non aspettava risposta e, a sua volta le chiedeva perdono.

Sai, era per rispetto a lui, ch'io non potevo immaginare... per rispetto a tuo padre: lo credevo un...

Carolina gli metteva una mano sulle labbra e gli diceva:

Zitto, è morto.

Fu questa la prima parola che lei poté proferire.

— È vero, — sclamava Gaetano.

Il triste ricordo attraversava la loro gioia, e li calmava un poco.

Gaetano soggiunse poi carezzandole teneramente la mano tra le proprie:

— Fu Guido che mi disse tutto una sera al bivacco. Mi ripeté le ultime parole di tuo padre, mi raccontò anche del povero don Celestino.

Un'altra fossa in cui la loro gioia inciampava.

Carolina esaminava Gaetano; la sua uniforme di soldato sardo che cascava a brandelli, il suo viso scarno e bronzato...

— Non sei ferito? non sei malato?

— No; e tu come stai?

Benissimo.

Scordavano in un punto i crepacuori, gli strazi, le fatiche di quei cinque mesi terribili, dimenticavano le ansietà paurose di quel triste momento, non sentivano la folla che, spaventata, correva tumultuando all'impazzata per le strade.

Ma un rullo di tamburi li riscosse. Il sole declinava; il termine della capitolazione spirava.

Gaetano balzò in piedi.

Dove vai? — domandò Carolina.

Le rispose macchinalmente:

— Me ne vado.

Dove?

Dietro l'esercito; forse in Piemonte; non vo' veder più Tedeschi in Milano.

Carolina impallidì paurosamente.

Gaetano le prese le due mani e fissandola ansiosamente negli occhi le disse:

— Vuoi venire anche tu? Vuoi?

Era caso di domandarlo? Sarebbe andata in capo al mondo.

In due minuti fu pronta.

 


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