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IX
Guido, respinto dal palazzo Greppi, ritornò indietro verso il caffè della Cecchina; aveva visto là il Rovetta e non pensava più che a ritrovarlo.
Poté raggiungerlo che usciva dal cafferino per una porticina del cortile.
Lo prese pel braccio. Il coreografo diè un sussulto di terrore, poi, riconosciutolo, mormorò:
— Voglio parlarvi, — disse Guido.
— Ma non qui, non qui per carità, vieni.
E li condusse, evitando le strade grandi in cui passavano i soldati, in casa sua in via dei Piatti.
Tremava tutto: era la seconda volta in due giorni che la rischiava brutta. Arrivando nei sobborghi di Milano aveva fatto l'imprudenza di annunziare la ritirata del Re e per miracolo aveva potuto sottrarsi alla furia popolare.
Entrato in casa, si buttò su un canapè dicendo:
— Dunque.
Il Rovetta alzò le braccia in atto desolato.
— Ah, mio caro, mi ha abbandonato indegnamente, fuggita in Francia, non si sa dove, partita per l'America, per l'inferno... Oh i miei poveri sacrifizi... oh le mie cure!... fuggita con quel brigante, quello scroccone infame di Balestra!...
Era inconsolabile, piangeva realmente, ripeteva:
— Non me ne parlare! Non me ne parlare!...
Guido non gliene parlava. La certezza della fuga di Desolina l'aveva fulminato: ne dubitava ancora!
Il Rovetta seguitava a lamentarsi:
— Che ne dici tu? Sai quanto quella figliuola mi è costata! Non ti pare un'infamia?
Voleva essere compatito lui: voleva che Guido gli desse ragione, deplorasse la sua grande sciagura.
Proseguì enumerando le sue liberalità, calcolando le spese fatte da sei anni in poi per Desolina...
Ma Guido non lo ascoltava più; era uscito.
La folla che correva al Castello lo trascinò per via di Meravigli e di S. Vicenzino. Partivano cogli ultimi reggimenti migliaia di emigranti: i parenti e gli amici li accompagnavano sino all'arco del Sempione.
Lì i saluti dolorosi, strazianti, si ripetevano; la moltitudine si fermava e quelli partivano.
Passarono Gaetano e Carolina, avendo ciascuno un bambino in collo. Meno infelici di tanti e tanti altri compagni del doloroso esodo, essi trovavano la forza di confortarsi e di sorridersi.
Il sole tramontava. La fila dei soldati e degli emigranti rigava con un denso e lugubre solco le campagne.
Quando scomparvero sull'orizzonte, la folla ritornò e si disperse in città.
Guido errò lungamente fino a notte buia per le strade divenute deserte. Al frastuono orribile sottentrava un silenzio più orribile ancora. Erano chiuse tutte le porte e le botteghe; di tratto in tratto delle barricate senza difensori, testimoni di un errore impotente. La città rientrava nelle tenebre e nella servitù straniera.
Sul tardi, stanco, sfinito, Guido venne al suo antico quartierino in via Monforte: non entrò in casa, ma nello studio. C'era ancora appesa a un cavalletto una veste indossata da Desolina, quando posava per il suo ultimo quadro. Il suo dolore si ridestò. Afferrò quella veste, la baciò, si voltolò con essa smanioso sul pavimento gridando a se stesso:
Ma lui l'adorava, ma lui non poteva vivere senza di lei; colpevole o no, la amava, non poteva rassegnarsi a perderla.
La fatica del parossismo lo vinse: verso il mattino s'addormentò per terra. Sognò di lei; la rivide bella, radiante d'entusiasmo, uscir dal Duomo il giorno che si cantò il Te Deum per la vittoria delle Cinque Giornate. Poi mutava la scena; Desolina gli sorrideva sempre, ma lui aveva in cuore una gran pena: lui partiva per il campo e lei lo accompagnava fino a Porta Renza; all'allegra fanfara che precedeva il drappello, — sottentrava una melodia lenta, grave, funerea; Desolina lo salutava e s'allontanava: lui non voleva più partire, si voltava per correrle dietro.
La musica continuava.
I suoni lenti s'avvicinavano. Lui la conosceva quell'aria; era l'inno, l'esecrato inno austriaco.
S'alzò atterrito, uscì dall'abbaino sul tetto della chiesa di S. Damiano, salì per la breccia ch'era rimasta dal marzo in poi nel fianco del campanile fino alla cella: rimaneva là dimenticata una piccola bandiera tricolore issata nei giorni della rivoluzione, ripiegata dentro al vento. Si affacciò; tutto il lungonaviglio a sinistra era occupato dai soldati austriaci; le bianche uniformi si avanzavano anche a destra della via Monforte e passavano il ponte lentamente; la banda li precedeva.
Quelli di sinistra aspettavano che gli altri fossero passati.
Guido, preso da furore grande, irresistibile, afferrò la bandiera agitandola e sporgendosi fuori sulla strada, gridò due volte: — Viva l'Italia!
Quell'ultima voce di ribellione che partiva dal campanile, che per il primo aveva sonato la campana a martello per la rivoluzione, fe' alzare il viso ai soldati spauriti.
Poi uno alzò la canna del fucile e sparò.
Guido cadde bocconi sul davanzale; il sangue che gli sgorgava dal petto rigò la parete del campanile, la bandiera gli cadde di mano e precipitò in istrada, dove i soldati la fecero a brani.
L'inno seguitava lento e solenne nel silenzio profondo della città atterrita.
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