Goffredo Mameli
Pagine politiche

DAL DIARIO DEL POPOLO DI GENOVA, DOPO L'ARMISTIZIO SALASCO

FRATELLI, CARICATE I VOSTRI FUCILI!

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FRATELLI, CARICATE I VOSTRI FUCILI!7

 

Alla Camera di Torino si è discusso se si deve, o no, far la guerra. Noi proponiamo un'altra questione: che cosa si dovrebbe fare se la guerra incominciasse senza aspettar la decisione: se la Lombardia balzasse dal suo letto di dolore come chi ha bevuto lungamente al calice della schiavitú, e ne torce ad un tratto le labbra gridando come il Cristo: «Signore, fa ch'io nol beva».

E gli increduli sorridono a queste parole come alla vigilia delle giornate di marzo, perché sta scritto che gli uomini i quali non credono perché non han fede nel cuore, non abbiano occhi per vedere l'avvenire — non veggano se non il passato. Questo è veramente triste a pensare che il della seconda prova trovi gli Italiani non preparati come il della prima! Ci ricorda di aver visti varie migliaia di genovesi correre in Lombardia il 20 marzo e giunti al Gravellone rimanervi senza capi, senza ordine, senza saper che farsi cinque giorni, mentre i Milanesi fugavano con «poche centinaia di fucili» (questa non è figura rettorica) l'armata che col nostro soccorso poteva essere distrutta, e che pochi mesi dopo ci incalzava vittoriosa — che serve mentire la nostra vergogna? — nella fuga. Ci ricorda d'aver visto l'armata di Radetzky correre tremante alle fortificazioni di Mantova e Verona tanto atterrita dalla sconfitta che trecento disertori le stettero a fronte, e la respinsero a Montechiari (presso Brescia) e nondimeno gli Italiani erano colti alla sprovvista e non hanno potuto inseguirla. E l'armata di Radetzky ebbe tempo di riparare intatta nelle fortificazioni per quivi ridivenire terribile e cambiare un'orda di fuggiaschi in un'armata regolare. Gli Italiani hanno congiurato perché accada ancora ciò che accadde — se pure questa volta Dio non avvolge cosí prepotentemente la mano nei capelli ai caduti, sicch'essi sieno obbligati a levarsi senza volerlo — e noi speriamo e gridiamo ai nostri fratelli: fate vostro prò del tempo che Dio vi concede per prepararvi alla battaglia. Che il soldato non dorma aspettando la pugna; ma affili la sua spada, e carichi il suo fucile, e si prepari a far fuoco. Perché gli uomini del governo vanno domandando se si deve far la mentre vi è la guerra, vanno domandando se si dee mantener la pace, mentre non vi è pace.

Per Dio, l'uomo che ha il nemico nella sua casa e chiama questo la pace, e va domandando se si deve combattere, quello è l'ultimo degli uomini! E intanto l'alba d'una nuova èra del mondo biancheggia allo sguardo dell'Umanità, l'Europa si dibatte nel gran parto convulsa, e i popoli della terra sono schierati in battaglia, e si domandano se una penisola fu ingoiata dall'onde del Mediterraneo, perché un popolo manca nelle loro file, e chiamano gl'Italiani in rango e gl'Italiani non rispondono. Che quanti credono nei destini dell'Italia e della Democrazia, ascoltino la nostra parola. Ella è sacra perché è sacra la parola che sgorga dal cuore: fratelli, affilate le vostre spade, caricate i vostri fucili perché siamo alla vigilia della battaglia.

 





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7 Il Diario del Popolo, 26 ottobre 1848.



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