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Parte prima I TEMPESTA NEL PADULE | «» |
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Parte prima
Il ritorno del flebotomo Bossano a Murialto d'Asti avvenne alla vigilia della festa di maggio, e benché seguisse di sera e di nascosto, fu subito segnalato da un complesso di strane commozioni. Come negli antichi misteri il diavolo si annunziava con un forte puzzo di zolfo, così la presenza di questo famigerato perturbatore era tradita dal disordine, suo naturale elemento.
La notizia scoppiò come un fulmine nella casa comunale.
Un'ora dopo il tramonto per il paese non se ne sapeva nulla.
In piazza la solita funzione era quasi compiuta: il maggio era calato nella buca e rizzava la sua vetta di pino davanti l'arme di Murialto, i tre simbolici cucuzzoli color d'ocria dipinti sul muro; i sei abati della cerimonia avevano fatto torno torno ciascuno il suo giro pestando coscienziosamente per riassodare il terreno, mentre il clarino gemeva il motivo tradizionale: due strilli acuti e una cadenza grave, — e il coro cantava negli intervalli, colle stesse modulazioni, il ritornello:
Ben venga maggio
Poi gli abati erano venuti ad allinearsi ai due lati della porta del Comune, chiusa come richiede il costume — tre per banda con le labarde a pied-arm — ed aspettavano pazientemente.
Alcuni contadini silenziosi, in riga diseguale come le comparse di un teatro dei sobborghi, facevano la parte di popolo che si annoia necessario alle feste ufficiali che non divertono. Sul finestrino dell'ufficio postale e sull'altro più basso del tabaccaio due miseri e consunti moccoletti di sego, piegando la fiamma avida e stenta a bere le sgocciolature sul davanzale gettavano delle fioche zaffate di luce rossiccia su quella festa allegra come un mortorio. Intanto l'antica torre quadrata dormiva nell'ombra della notte nuvolosa e da qualche finestra socchiusa la curiosità assonnita sbadigliava.
Finalmente, dopo un gran pezzo, Strambo, l'inserviente, — spalancò adagio i battenti e domandò con voce chioccia:
— Chi viva?
— Viva Murialto, risposero gli abati discordemente.
— Chi viva? ridomandò lo Strambo.
A questo punto cominciarono i guai.
Un grido strano e beffardo, il gracidare di un rospo colossale rispose dal fondo della piazza.
Gli abati e i sonatori furono introdotti.
Il sindaco Biancardi li aspettava nella sala del consiglio al primo piano e li ricevette mormorando:
— Là, buona sera, là, buona sera...
La comitiva sfilò scalpicciando lungo la parete: i sonatori svitarono e sgocciolarono gli strumenti.
La nudità della sala, il sito di muffa e di rinchiuso mostrava l'intorpidimento della vita pubblica murialtese. Però quel corpaccio municipale inerte aveva un viscere vivacissimo. Dalla parte della segreteria veniva un garrito stizzoso incessante. Il segretario Stroppiana che abitava colla famiglia il palazzo comunale e ne faceva gli onori, strapazzava la moglie chiamandola mortaio, erpice, rullone, ciabatta: — e calunniava quegli utensili di una riconosciuta utilità agricola e domestica.
Intanto il sindaco rimaneva goffo ne' suoi abiti da festa, si stropicciava lentamente le mani callose, mormorando:
— Ora viene, ora viene il segretario.
Lo Stroppiana entrò finalmente, spingendo innanzi la moglie coi bicchieri. Egli, piccolo, magro, segaligno, tutto voce e scatti, le correva dietro, le sfarfallava intorno, le dava punzoni, — su bionda, lesta la bionda — stimolandola colla tormentosa insistenza del tafano: ella corpulenta e placida come una mucca ci pareva avvezza a quella molestia, tirava innanzi senza che ne' suoi occhioni sonnacchiosi e sul suo viso bianco di sugna trasparisse il menomo segno d'impazienza.
Lo Strambo era di nuovo scomparso. S'era dimenticato di aprire il balcone e di accendervi sulla ringhiera i tre ceri per la serenata.
Il segretario schiattava dalla bizza; dormivano tutti perdio! scaraventò sul sindaco un rabbuffo di interiezioni, riportò i bicchieri nella segreteria, mandò la moglie in traccia dell'inserviente, ci andò lui stesso: la sua collera minuscola ronzava per ogni dove suscitando appena col suo brusio gli echi pigri e intorpiditi dello squallido luogo.
Tornò collo Strambo e coi ceri: l'aiutò a fermarli, ad accenderli e chiamò fuori i sonatori e gli abati. Pareva il solo vivo di quella gente.
Allora si riudì il gracchiare di prima e una voce nota aggiunse:
Gran brutto segno se Andrea alzava la voce; segno certo che v'era qualcosa di nuovo.
Andrea era il figlio del segretario, figlio di primo letto — e da gran tempo il suo nemico implacabile.
La piccola orchestra si fe' coraggio e stonò fra le distrazioni la monferrina rituale.
L'aspetto della piazza era mutato.
All'angolo della farmacia s'era radunato nell'ombra più densa un crocchio, e ne veniva un cupo mormorio.
Sull'angolo opposto del caffè, un altro gruppo più inquieto di tre o quattro persone si stringeva intorno ad un coso lungo e magro che minacciava con degli strilli selvaggi e dei gesti da energumeno la casa comunale.
Lo spazio in mezzo rimaneva vuoto come campo aperto ad una prossima zuffa: e i ceri gettavano sul ciottolato ineguale un lume incerto che vi disegnava delle asperità singolari.
La romba di una ignota tempesta turbava la morta quiete di Murialto e agitava quel pugno di automi.
L'insolito turbamento assaliva i sonatori, li confondeva, abbaruffando tempi e toni e facendoli dare in lamentevoli sgarrate.
Il solo capo banda, soprannominato il Pesce, per antitesi, teneva fermo nello sbarraglio soffiando imperterrito nel suo clarino picchiando infuriato la misura a suon di calci contro la ringhiera che tutta ne tremava — affrontando bravamente le minaccie nemiche e lo sgomento dei soggetti, coi suoi trilli squillanti, sterminati e coi gruppetti vittoriosi.
Ma l'orchestra ruzzolava alla confusione.
A un certo punto il bombardino tacque e allora il fazioso gracidare fe' da accompagnamento tanto a proposito che delle risa di scherno scoppiarono sulla cantonata del caffè.
E soggiunse:
Questo grido tanto audace da colpire di fronte il potere di Murialto con un soprannome che appena i malevoli osavano susurrar in istretta confidenza, sgominò i curiosi che riparavano in fretta dietro la cantonata della farmacia.
Nessuno voleva pigliarsi la grave responsabilità di averlo inteso.
Il gruppo sedizioso rimasto padrone del campo, crebbe d'ardimento. Andrea vociò:
— Qua! Qua!
E il rospo misterioso sbucò dal cancello dietro alla farmacia, trasse al richiamo, rasentando il muro del comune e gettando con ritmica frequenza il suo grido grasso, qua, qua. Passò nell'ombra sotto il balcone, sostò davanti la porticina del Segretario.
A un tratto i battenti si spalancarono e lo Strambo ghermì qualcuno che stava lì accoccolato sul gradino, tirando la sua preda in cucina, dove il notaio e segretario Stroppiana l'attendeva.
Il lume appeso alla cappa del camino rivelò nel catturato un ragazzone sbilenco che tremava come una foglia, sbarrava gli occhi rossi di coniglio in cima a una grossa testa senza fronte, e sbuffava dal naso sfrogiato una paura bestiale.
Il notaio aveva strillato prima di guardarlo:
— La pagherai per tutti!
Ma quando ravvisò suo nipote Tuni, figlio di Andrea, la sua bile traboccò. Mentre credeva di aver in mano la sua brava vendetta, erano ancora quegli altri che corbellavano lui abbandonandogli quel povero cretino, lo zimbello innocente di tutto il paese. Andrea se ne serviva solitamente per fargli onta, mandandoglielo fra i piedi nelle grandi occasioni.
— Cosa facevi stupido?... su parla, miseria!
— È pà che mi ha detto di fare il rospo al messere.
— Ah te lo darò io il rospo, razza grama!
Il vecchietto rabbioso lo coprì di improperi, buttandolo a punzoni e pedate in tutti i canti della cucina. Quel corpaccio imbecille si cansava come poteva, goffamente colla passività di un animale inconscio della propria forza: ripeteva smarrito ma senza mostrar dolore per i maltrattamenti:
Lo Strambo gustava la scena a braccia conserte, con un mozzicone di pipa fra le labbra, e quando l'infelice si abbatteva contro qualche mobile rideva sconciamente. Finalmente il segretario, rifinito, gli ordinò di cacciarlo nella torre, nel carcere dei ladri di campagna, e uscì gridando:
— Per ora vai all'ombra; poi se ti ci colgo un'altra volta, collo da forca, ti scortico e ti rimando colla pelle in mano a quella carogna di tuo padre.
— L'è pà che mi ha detto: fa il rospo a messere, rispose ancora il povero scemo.
Intanto la serenata finiva in mezzo a una tempesta di fischi; tempesta di vento — nessuno aveva intenzione di menar le mani.
I tumultuanti, carrettieri venuti per la fiera dell'indomani e reclutati da Andrea all'osteria del Leone avevano fatto quel po' di baccano, senz'altro scopo che il gusto di spassarsela a spese dei feudatari come per l'antica boria si chiamavano ancora i murialtesi.
I sonatori e gli abati rientravano in iscompiglio dal terrazzo stizziti e vergognosi. Il Pesce li rampognava di essersi lasciati intimidire da tre o quattro intrusi, rammentava che i forti di Murialto avevano una volta a molte miglia all'intorno una fama battagliera e formidabile ben meritata e gelosamente mantenuta: alle sagre e alle fiere bisognava lasciar loro la dritta: un giorno a Camerano erano entrati sul ballo pubblico, cacciandone i ballerini del paese ed egli col Giacchetta, col Cione, i due furieri e Cenzo del Monco ballavano con le più belle ragazze del paese. Ora quella bravura s'era arrugginita: quei prodi erano morti, invecchiati, maritati, impoltriti.
Il Pesce proponeva ai compagni di imitare le loro gesta; si offriva di guidarli alla riscossa contro quei non si sa chi a far ballar loro il correntone a suon di legnate. Ma dei compagni, giovinetti appena ventenni, nessuno si mosse.
Si sarebbe potuto da principio far cessare lo scandalo, ricorrendo ai carabinieri, ma sarebbe stato esempio novo che le autorità indigene avessero richiesto l'intervento dell'arma, — se si vantavano invece di farne senza, di escluderne l'azione, di ignorarne la presenza!
Se il maresciallo si fosse presentato ad offrire i suoi servigi, sarebbero stati rifiutati — e avrebbe avuto contro la Giunta se avesse agito di suo. Egli si limitava dunque, per regola, ad una semplice vigilanza, caso mai le cose pigliassero una piega pericolosa. Il che, sia detto il vero, non era mai accaduto.
Quando il segretario Stroppiana rientrò nella sala del Consiglio, il tumulto era cessato, la piazza ridiventata silenziosa. Andrea coi compagni entrati in caffè.
Il Pesce finiva l'arringa dicendo che s'egli fosse il sindaco vieterebbe a tutta quella canaglia forestiera di fermarsi in paese.
Il sindaco si stropicciava ancora le mani ripetendo:
— Oh sì magari... come si fa?
— Come si faceva una volta.
Il notaio invitò la compagnia ad entrare per il rinfresco d'uso nella segreteria.
Una stanzaccia enorme dove l'ufficio pubblico era invaso e soverchiato dallo studio notarile e l'attiguo tinello spingeva innanzi sulla gessata del pavimento un denso pattume.
L'ampia scansia, le due tavolaccie, la vecchia scrivania a tamburo rigurgitavano: volumi d'atti, scartafacci, carte ingiallite, spiegazzate, rotolate, abbattuffolate, cadevano da tutte le parti sulle sedie sfondate, si ammucchiavano in terra con quel laido disordine che rivela non tanto la ressa quanto la trascuranza degli affari.
Qualche vecchia litografia in cui i tarli avevano fatto il bozzolo, appesa senza simetria alle pareti. Le ragnatele venerande andavano liberamente dai mobili alla finestra, da questa alla canna della stufa, e ai travicelli del soffitto, e là si spiegavano distesamente. La polvere alta, inamovibile regnava da sovrana, infarinando le ragnatele, i libri, i mobili, tutto, fuorché una cosa: — un quadro a cornici dorate, diligentemente ripulito, ricoperto di vetro e involto in una mussola rosa. Conteneva un'antica cartapecora dove, a caratteri di diverso tempo, era tracciato l'albero genealogico degli Stroppiana, una fila di notai che avea per stipite quel notaio Secondo Stroppiana, il quale rogò l'atto di fondazione di Murialto nel 1074. Questo singolare documento, unica adorazione di quell'antro polveroso aveva il posto d'onore sopra la scrivania come la pala d'altare nel santuario e non mancavano due candele che un candelabro appeso al muro sosteneva sotto la cornice. L'albero genealogico terminava col nome del notaio attuale, che a mostrare come non riconoscesse la propria discendenza, ci aveva tracciato sopra e tutt'intorno degli ampi arabeschi.
Colmati i bicchieri in giro, e scambiato il rituale: evviva — il segretario soggiunse:
— Evviva noi e il nostro paese!
Poi sforzando la sua voce di cicala li esortò a serbar le antiche usanze Murialtesi, che, come avvertì dando un'occhiata al quadro, erano state difese dagli Stroppiana per sette secoli alla fila.
— Siamo sempre andati bene e non ci bisognano novità.
Poi soggiunse per consolazione:
— I nostri vecchi, la sapevano lunga, ricordatevi che nell'arme del Comune sta scritto: — si sola, firma — fate da voi, guardatevi dai forestieri — son come la gramigna — li abbiamo cacciati e li caccieremo ancora.
Tranne il Pesce e il Sindaco, gli altri non capivano bene. Erano tutti troppo giovani per rammentarsi le convulsioni di qualche tempo addietro, che violente ma non profonde avevano appena lasciato traccia nell'onda morta della vita di Murialto.
Da cinque anni il potere aveva schiacciato l'opposizione e regnava in Murialto una pace profonda.
Era stata una vittoria difficile perché la opposizione non era mai parsa tanto considerevole. Allora cioè nel 1854, ne facevano parte: l'arciprete di S. Caterina, uno dei due parroci — il cavaliere di Rueglio, cadetto di nobiltà scaduta, il quale ereditata in paese una piccola sostanza borghese, una casa e un poderuccio di un dieci ettari, vi sognava ed ostentava, in un'indigenza a mala pena decente, grandezze e spagnolate — poi gli esercenti, razza esotica, rachitica e malvista in quel mondo esclusivamente agricolo — finalmente una ventina di miserabili, invalidi, rovinati, proletari sfaccendati, piccola demagogia turbolenta, la falange di Andrea. Tutti questi elementi, detrito di un periodo anteriore di torbidi, erano venuti a formare una minoranza considerevole, capitanata dal flebotomo Marcello Bossano.
Costui era stato cemento fra il prete, il nobiluccio, i bottegai e gli avventori delle due bettole, il Leon e il Moro. Mentre gli uni non volevano lordarsi le mani, gli altri non osavano mostrare le loro; egli aveva audacia, e astuzia per tutti.
Di fronte a questa mescolanza stava il potere sostenuto dalla quasi totalità dei possidenti, del Consiglio e della Giunta e rappresentata dal Sindaco Biancardo, dal segretario Stroppiana e dallo Strambo; — ma solo in apparenza perché sopra questa trimurti visibile composta di un idiota, di un factotum irrequieto e di un galoppino, tutti ammettevano l'esistenza di un Bram supremo, di una autorità oscura e sconfinata: il signor Bellono.
Naturalmente il flebotomo, già malvisto perché la sua famiglia non vantava più di una generazione in paese, divenne segno delle più implacabili ostilità; a una guerra sorda, da parte degli avversarli che seppero fargli intorno, colla sola resistenza inerte, senza quasi muovere dito, un vasto cerchio di scredito e di solitudine e lasciarlo avviluppare da un nembo di recriminazioni, di litigi, di inimicizie.
E come lottare contro un nemico, che, appiattato dovunque, non è apparentemente in nessun luogo? Marcello Bossano irrequieto, battagliero, somigliava a un malcapitato in un terreno paludoso. Si dibatteva e affondava, lottava e affondava, e affondava sempre e continuamente e più quando egli levandosi con uno sforzo supremo, credeva venirne fuori.
Egli aveva fatto, con intrigo felicissimo, concedere dal Comune una grossa commissione di ghiaia a un impresario, suo creditore per una somma considerevole — e l'affare dovea essere il prezzo tacito della sua pazienza. Costui aveva fatto la provvista, trasportata la ghiaia sul luogo, ma dopo una serie infinita d'imbrogli che la scaltrezza contadina sa dissimulare sotto le apparenze della lentezza e della negligenza, il contratto, spedito all'intendente, fu da questo annullato per difetto di forme legali.
L'impresario ricorse ai tribunali; condannato nelle spese, rivolse tutta la sua collera contro il Bossano che l'aveva imbarcato in quel rovinoso affare.
Il fulmine scoppiò alla vigilia delle elezioni preparate dal Bossano con grande sollecitudine, e in cui gli sorrideva la probabilità di far una grande breccia nella maggioranza del Consiglio.
I suoi alleati avrebbero dovuto sostenerlo per l'interesse comune a qualunque costo, ma egli, sapendosi necessario, aveva colla sua indiscrezione stancato il loro miope ed avaro egoismo.
Anch'essi lo abbandonarono.
Il fatto è che il flebotomo, stretto da tutte le parti, angustiato da un vespaio di vecchi debiti a cui l'azione dell'impresario aveva data la sveglia e più dalla impossibilità di farne di nuovi, prima di rinunziare alla lotta cui si era affezionato con la passione d'un artista, raunati i capi del partito ed esposta loro senza inutili querimonie, freddamente la propria condizione, aveva dichiarato che si trovava costretto a lasciare il paese.
Nessuno tentò di smuoverlo dalla sua risoluzione: il solo pizzicagnolo gli chiese se non poteva differire qualche tempo la partenza.
Marcello s'era stretto nelle spalle e con un riso beffardo aveva risposto:
— No, perché mi fu intimato l'arresto personale e il termine scade fra tre giorni; mi bisogna partir subito... o pagare.
Nessuno fiatò.
— E, naturalmente, per pagare bisogna che voi me ne diate i mezzi.
Curvarono le schiene e presero un fare crucciato.
— Dove trovarli? aveva sclamato il fattore dell'arciprete.
— Dove trovarli? si brontolavano l'un l'altro senza guardarlo in viso.
— Va bene, aveva concluso Marcello, dunque voi badate ai fatti vostri, ch'io n'ho assai dei miei, e con una smorfia di scherno li aveva licenziati.
— A questo tanto bisognava venirci, aveva detto uscendo il pizzicagnolo, quello lì è un pozzo senza fondo, quando pur ci fossimo buttati tutti, resterebbe vôto ancora.
Marcello s'era recato subito dall'ingegnere Baudino, un ricco signore di un paese vicino, appaltatore di miniere, che l'aveva incaricato di trovargli un fattore esperto di viticoltura capace di tenergli un vasto podere da lui acquistato in Sicilia. Andò ad offrirsi in persona, e tre giorni dopo il Bassano, ottenuto un respiro con un acconto datogli dal suo nuovo proprietario, partiva colla famiglia per la Sicilia.
Via lui, l'opposizione s'era dispersa, dei suoi alleati alcuni disertarono la sala del Consiglio, gli altri ammutolirono; le risoluzioni, vinte per suo stimolo, rimasero lettera morta, le pratiche in corso si fermarono, le novità, le riforme caddero, senza alcuna violenza, per mancanza di sostenitori.
Il potere usò e abusò della vittoria.
Quell'anno il Consiglio Comunale s'era dimenticato di porre in bilancio la spesa della scuola serale, quella dell'illuminazione notturna, quella del predicatore pasquale; nell'anno seguente scomparvero dal preventivo l'onorario dell'organista, la borsa per il mantenimento di un allievo nel collegio di Chieri ed altre cose eterogenee che rappresentavano le pretese e le conquiste della punto omogenea opposizione. Si abbandonò interamente alla Congregazione la cura di sussidiare i bisognosi e gli infermi. Fu soppresso uno dei due corrieri postali: l'orologio della torre si fermò, simbolo visibile della immobilità che riprendeva il suo dominio: e si ripeté una sentenza profonda che fu persino attribuita al signor Bellono.
«Che per segnare il tempo bastava il sole, e si sapeva già troppo che il tempo passava».
Oh se si fosse potuto fermare anche il tempo!
Così s'era chiuso quel periodo rivoluzionario e, dopo cinque anni, nella densa e muta reazione, appena rimaneva il nome del Bonaparte murialtese.
Che ora fosse tornato dalla sua Elba?
Il Pesce capì che il notaio intendeva parlare di colui e mormorò fremendo di collera:
— Oh la peste!
— Li abbiamo cacciati e li caccieremo ancora.
Sulla parete interna del tinello, rischiarata di un lume coperto, si disegnò un'ombra colossale; una testa enorme piantata fra due spalle da gigante, profilo deforme ma perfettamente riconoscibile del Potere.
Allora si ricordarono che tenevano il cappello in testa e tutti se lo levarono.
E un dolce senso di sicurtà discese sui loro volti e vi fe' schiudere un sorriso melenso.
Non c'era forse Lui che pensava per tutti?
Essi potevano andare a letto tranquilli.
Gli abati, i sonatori, il sindaco, uscirono.
Poco dopo un passo lento e pesante fe' scricchiare la scaletta in legno del segretario. Stroppiana fece lume al signor Bellono, che scendeva dopo la visita di cui l'onorava ogni sera: — particolare notevole: la visita era durata mezz'ora di più.
Lo Stroppiana era smontato davvero: entrò in cucina e chiamò lo Strambo. Oltre la doppia qualità ufficiale d'inserviente e di portalettere, egli aveva quella, gratuita, di domestico in casa del segretario, dove faceva un po' di tutto.
— Hai finito?
Era la domanda solita d'ogni sera; lo Strambo aveva sempre finito.
Il notaio soggiungeva:
— Sei stanco?
Lo Strambo descriveva il giro fatto a distribuire la posta e raccontava le notizie pescate nelle lettere di cui i destinatarii gli facevano leggere o gli facevano capire il contenuto.
Ma quella sera il segretario gli chiese bruscamente:
— E poi?
E perché l'altro taceva soggiunse:
— Sai che è arrivata una carrozza?
Il segretario non rispose.
— Vo' a vedere? ripeté l'inserviente.
Stroppiana fu preso da tanta stizza che lo cacciò fuori a furia di punzoni. Tutto andava dunque sossopra se anche lo Strambo esitava a fare il proprio dovere!
Poi il segretario spense il lume e socchiuse la finestra e stette spiando quel che fuori avveniva.
Le avventure di quella notte non erano finite. Delle ombre sfilavano in fondo davanti la porta del flebotomo.
Poi nel silenzio della piazza suonava il rumore di una ceffata terribile: e poco dopo lo Strambo tornava col viso sanguinolento a dire che aveva prove non dubbie del ritorno di Marcello Bossano.
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