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Per molto tempo, due case, quella dei Bellono e quella dei Molinis avevano tenuto d'accordo il primato in Murialto.
Erano entrambe sulla piazza, rimpetto al palazzo del Comune, e parevano nate gemelle, tanto si somigliavano; grandi ed alte lo stesso, — squadrate alla maniera borghese, squallida e gretta di cent'anni addietro, sordide fuori, comode dentro, l'avarizia per insegna, l'egoismo per contenuto: nella facciata non zoccolo, non cornice, non fregio non la menoma righinetta, le finestre lisce a muro, senza ombra di stipiti o di frontespizio, alte dal suolo, strette, utilissime alla diffidenza per spiare fuori, inutili alla curiosità per guardar dentro. Un cinquant'anni addietro le avevano arricciate ma il nuovo intonaco aveva subito ripreso il colore gialloverdognolo, e i trasudamenti del vecchio: — a veder quelle case color dell'itterizia, si doveva pensare che il paese pativa il mal di fegato. Queste due case rappresentavano le due qualità dominanti della vecchia popolazione: l'orgoglio e la scaltrezza.
I Molinis erano di borghesia più antica, i Bellono attingevano più vicino al ceppo rustico il loro succhio: per gli uni l'alleanza era stata concessione, per gli altri conquista; quelli avevano dato autorità, questi l'avevano ricambiata coll'energia.
Murialto non era stato feudo mai: ma esso ebbe dritti feudali sui casali vicini. Non ebbe mai né nobili, né aristocrazia.
Le due razze dei Molinis e dei Bellono conservarono per un pezzo i loro distintivi: si capiva dalla ricchezza dei muscoli, dal collo breve e poderoso, dalle spalle quadrate che i Bellono erano una forte stirpe, mentre invece nei Molinis il viso aguzzo, le membra sottili e scarne indicavano una antica sagacia: ma da quasi un secolo essi scambiavano, colle loro donne, anche le loro qualità: e la forza e l'astuzia rimbalzavano con alternativa di qualche generazione dall'una all'altra casa; però s'era sempre dato il caso che quando l'erede dei Molinis era un violento, vi fosse un Bellono furbo e viceversa. Ciò aveva risaldato cogli interessi la loro alleanza e fattola pesare grave come un giogo sul collo del paese.
La felice postura di Murialto sul colle triangolare che dominava le vallette in cui si toccano il Monferrato, l'Astigiano e l'antico Piemonte, doveva farne un centro di politica importanza poi un emporio commerciale.
Ma esso aveva posto tutto il suo orgoglio nel mostrarsi fedele all'antico esclusivismo. Il suo primo codice, redatto nell'XI secolo, proibiva ai non nativi di fissar dimora nel territorio. E abrogato questo, la strana repulsione per le cose e la gente di fuori rimase nei sentimenti della popolazione: nessuna novità aveva potuto attecchirvi, nessuna famiglia nuova prosperarvi. Il Comune era governato ancora dalla maggioranza dei proprietari, e questi, agricoltori quasi tutti, portavano ancora i nomi segnati nell'antico ruolo della cittadinanza eretto nel 1098.
Dall'antica oligarchia dei possidenti, onde una volta ne derivava, in mezzo al Monferrato feudale e all'Astigiana democratica, un reggimento simile a quello del comune anglosassone, il dominio assoluto dei diritti fondiarii — conservarono ancora la sostanza. Costretti ad accettare nel 1545 la Signoria della Casa di Savoia avevano resistito sempre o almeno recalcitrato alla ingerenza dello Stato: perduto la sovranità, si erano trincierati nella proprietà, avvertendo istintivamente che a quello va congiunto il dominio reale: santificarono, adorarono i diritti che si concretano nella terra — quelli soli.
Mentre i comuni vicini si adoperavano con ogni sforzo di attirare a sé i commerci, nuovi fiotti vivificanti di uomini e ricchezze nuove, i Murialtesi li avevano sempre respinti e, alla fine, avevano aperto alla vasta attività che irrompeva d'ogni parte qualche stradale remoto in fondo delle valli di Versa e di Riolargo, come si dà sfogo al torrente per deviarne le piene devastatrici.
E il fiero Municipio medioevale, rocca di immobilismo, aveva così continuato a dormicchiare in pace sul suo colle triangolare, all'ombra della sua torre, spauracchio arcigno e spregiato della vita feconda che passava a' suoi piedi.
Però mentre i più umili casali vicini alimentati dall'assimilazione continua crescevano — Murialto, l'antica rivale d'Asti, una volta città estesa a tutti i poggi circostanti, s'era man mano ridotto nell'area dell'antica cittadella e mutato in un paesuccio di fama moribonda.
Che importa! Murialto poteva vantarsi di aver respinto l'alleanza d'Asti chiestagli nel 1208 a parità di condizioni, di aver combattuto il marchese di Monferrato, di aver resistito ai Visconti e agli Sforza, signori di tutto l'Astigiano, di aver rifiutato i privilegi di Emanuele Filiberto e di Carlo Emanuele e serbato nel seno della fiorente monarchia sabauda una autonomia quasi intera, di aver saputo deludere le leggi fondiarie di Vittorio Amedeo III per la servitù e le enfiteusi, e più tardi le regole di successione del Codice Albertino; poteva vantarsi di aver ignorato la rivoluzione francese, di non conoscere lo Statuto, di sconoscere il secolo XIX. — Attraverso tanti secoli e tante vicende non aveva mai mentito alla sua impresa «si sola firma!»
Che importa? i suoi consiglieri si chiamavano ancora Molinis, Baudino, Rolla, Migliasso, Biancardo, Aragno, Faussone, Bordiga,... come nell'atto di fondazione e il loro notaio segretario è ancora uno Stroppiana. Spesso mancano agli uomini le idee e le occasioni — raramente mancano alle idee gli esecutori — le occasioni li suscitano. Dove cade Dumouriez sorge Bonaparte; Santarosa fallisce ma Cavour riesce.