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Il dottor Molinis tranne le sue anticaglie, non si dava pensiero di cosa al mondo; perduta la moglie, una massaia rigida, una vera Bellono, aveva avuto prima il buon senso di affidare alla figliola il governo della casa, poi l'imprudenza di lasciarla libera, poiché Cristina aveva capacità e testa per tutti fuorché per se stessa. In lei la volontà sapea comandare, l'istinto la inclinava ad obbedire, e la gioventù corriva le cercava un padrone: avea la mente accorta, il cuore confidente, il sangue turbolento. A quattordici anni già parea una donna: la fanciulla preannunziava la donna e la madre. All'opposto del fratello Raimondo, rachitico e tisicuzzo, ella mostrava uno di quei gagliardi temperamenti femminili che la natura, per un'arcana tendenza riparatrice fa germogliare sopra il tronco di una stirpe decrepita; rampolli vivaci e mirabilmente vigorosi che derivano il loro rigoglio chi sa donde, dall'aria che respirano, dal midollo fracido — forse da qualche segreta fibra, rimasta inoperosa — sono il frutto di una fecondità accumulata che irrompe improvvisamente.
Cristina somigliava forse agli antichi suoi progenitori: aveva qualità primitive e cozzanti che l'educazione non conosce o sconosce: astiosa, bisbetica, spensierata, bizzarra e impetuosa come una selvaggia, abilissima nel meditare un intrigo o una vendetta, nel dissimulare un dispetto, non a nascondere una simpatia; finta ed ingenua, celava spesso il suo pensiero, aveva sempre il cuore sulle labbra; un sospetto la rendeva guardinga, un sentimento, audace e temeraria. Non aveva virtù ma istinti generosi e anche delicati. Era buona e amorevole: sapeva il proprio interesse e la compassione glielo faceva scordare. Nel fare i conti coi negozianti sottilissima, nel dividere coi massari, tenace e senza scrupoli: sapeva tirare sino all'ultimo centesimo e scroccare qualche lira oltre dovuto ma era pronta a dare la borsa al primo mendicante che incontrava. Rubava formentone in tutti i campi per le sue galline; e pigliava nel suo granaio a piene mani per far elemosina. Aveva le mani grifagne, ma bucate, pronte a ghermire, incapaci di tenere.
I viandanti, i miserabili d'ogni sorta, frati alla questua, risaioli, saltimbanchi, mendichi trovavano sempre socchiusa la porta dei Molinis, altra volta inesorabilmente chiavistellata, e nell'imboccatura sempre un sorriso pietoso, una voce amica, e oltre la soglia una carità sollecita, spontanea, inconscia, come quella del rivo e della foresta.
Cristina non chiedeva le prove al bisogno; gli credeva sulla parola, alla mano distesa allungava la propria.
Sotto il murazzo del giardino che faceva parte dell'antico bastione v'erano certi voltoni incavati nel tufo e comunicavano colla cantina dei Molinis. I voltoni erano, come i nidi dell'uccelliera, sempre aperti, ma invece dell'usciolino traditore, avevano dietro una porta di soccorso.
Cristina veniva spesso e volentieri a trovare la «sua gente» la sua «brava gente» — non ne mancava quasi mai: i visi scuri ed ignobili, le volgarità viziose, i cenci immondi, il lezzo che esalava da quel marciume fisico e morale non la ributtava: quei miserabili le somigliavano un poco per le tendenze — erano quasi suoi compagni nella lotta contro l'egoismo sociale ch'ella non sapeva definire, ma odiava per istinto. S'intratteneva con loro, li amava per le loro buone qualità e anche per le cattive, ne invidiava la libertà, ne rispettava la miseria, partecipava alle loro superstizioni, li faceva contare le loro venture, ne imparava le storielle e le canzoni, si faceva strologare, aiutava le donne a far la cucina forniva gli utensili e le materie per servirsene, si sedeva in crocchio a ridere, a godersi le loro baldorie mangiando in mezzo a quel mondezzaio ciò che sul desco paterno le tornava insipido, stimolando il suo appetito con la loro fame aguzza e insaziata; poi si affibbiava alle gonne i loro marmocchi, se li tirava dietro come una chioccia per tutta la casa; li accarezzava, li bamboleggiava, baciucchiando furiosamente e senz'ombra di schifo i loro capelli incatricchiati e le gote incrostate di lordura intatta e inveterata, — era invero la femmina: ignorante, sboccata, invereconda, petulante e scaltra, naturalmente proclive al male, maternamente benefica.
In mancanza di peggio ella soccorreva e visitava i poveri del paese; entrava senza riguardi in tutte le porte aperte; sapeva dove stava la chiave e apriva quelle chiuse, — non faceva distinzione di partiti — strapazzava i mariti che maltrattavano le donne, dava mano alle rivolte e ai ladronecci di queste.
Sua madre tutta intenta ad ammucchiare roba in questo mondo, poco si curava dell'altro. Non le aveva dato educazione religiosa. Suo padre faceva lo spregiudicato. Cristina non frequentava la chiesa, non andava neppure alla messa di domenica e a chi gliene parlava rispondeva: che aveva ben altre faccende che assistere allo spuntino del curato.
Faceva da medico più del padre, possedeva un grande empirismo, mezzo tradizione, mezzo istinto; rideva delle prescrizioni paterne e spesso col fiuto dell'animale sapeva trovare il rimedio loro. Che cure bizzarre le sue! pure nei più dei casi fortunate — o parevano. Essa aveva la prima virtù del medico, il conforto: lo ispirava, lo infondeva carezzevole e dispotica, aspergeva pei bambini di «dolce liquore gli orli del vaso» contenente l'amaro medicinale — lo faceva ingollare con una gragnuola d'ingiurie ai ribelli; li domava, dava rabbuffi e complimenti, stimolava la speranza, la suscitava, risuscitava. Soggiogava il male o almeno lo faceva ammutolire: quand'essa veniva s'appiattava, era scomparso, dimenticato.
Il malato sorrideva, l'incantava con moine con la dolcezza musicale della sua voce. E il suo buonumore! non c'era tristezza che resistesse al getto continuo della sua giovialità: anche l'agonia si rasserenava essa dava la baia anche alla morte, faceziava con lei. Poi uscendo, svoltato che avesse, si asciugava gli occhi, pareva che lasciando la consolazione portasse seco la pena.
La cara Molinis, echeggiante di canzoni stravaganti, di risa, di un chiaccherìo continuo, colle finestre spalancate al sole meridiano, all'aria viva della campagna, faceva i visacci di sentirsi ospitale e benefica.
L'allegria era la fioritura splendida di quella feconda primavera di vita, imprimeva alle fattezze di Cristina un po' grosse, ai suoi occhietti puntuti, alle sue labbra rosse e carnose, una mobilità leggiadra, un brio, un'argutezza, un incanto cui nessuna simpatia resisteva.
Non era bella ma i giovani l'adoravano; i desideri più ardenti le si affollavano intorno e si bruciacchiavano l'ali alla fiamma della sua spensierata gaiezza.
Solo il suo fidanzato, il cupo Guglielmo, strabuzzava gli occhi dinanzi a lei come il barbagianni allo sbarbaglio del sole. La sfuggiva.
A lei non pareva vero di doverlo sposare: e diceva ridendo:
— Volete scommettere che il dì delle nozze, non lo trovo più?
Quel dì non era fissato: il dottore aveva bisogno della figliuola; poi a Murialto non c'era fretta per nulla.
Ella non era certa che dovesse spuntare mai; e non se ne dava pensiero, si sentiva forte di combattere contro tutte le tradizioni di Murialto, di cacciare la sua volontà tra le sbarre delle più salde convenienze e dar il volo al suo talento.
Ma poi chi la salverebbe dagli agguati?
Da alcuni anni il conte d'Albereto, vecchio colonnello delle guardie reali, aveva ricondotto i suoi acciacchi, i suoi venerabili acciacchi nel suo castelluccio di Valle Imprelio. Lo assistevano la figliuola Adelaide e Bossan, un savoiardo, sua ordinanza da trent'anni. Costui, servo fedele, ma uomo attivo, non aveva voluto perdere interamente il tempo che consacrava al suo pietoso ufficio d'infermiere quasi gratuito: aveva aperto nelle cantine del castello, dalla parte della valle, un piccolo macello.
Così il castello, fiero sul guardavoi volgeva a Murialto, sua antica feudataria, che lo dominava dall'alto, la sua facciata ornata da due torricelle, devastate ma decenti — e dietro s'apriva la domenica un po' di traffico.
La casa d'Albereto si spegneva in uno sbadiglio di languore: tra padre e figlia non avevano più sangue neppure per uno e appena tanto fiato da farne l'uno un gemito, l'altra un sospiro.
In quella funebre spelonca non capitava mai nessuno: ma naturalmente ci andava Cristina.
Ella v'era comparsa una sera che il vecchio conte era stato colto da una sincope e la figliola, stupidita, tenendo la mano del padre pareva piuttosto invitarlo a condurla seco nell'altro mondo che volenterosa di trattenerlo in questo. Cristina aveva galvanizzate quelle due mummie: poi esse si riscaldacciarono alla sua vivacità.
Adelaide e Cristina diventarono amiche: erano tanto diverse!
Quando l'estate, nel pomeriggio, passeggiavano sotto gli alberi del giardino, parevano l'una l'ombra e l'eco dell'altra.
L'una saltellava, scorazzava chiassosa; l'altra gli scivolava dietro silenziosa. Cristina parlava, rideva, Adelaide bisbigliava e sorrideva; così finché l'una risaliva cantando a Murialto e l'anemica contessina svaniva nel castello.
C'era un testimone assiduo dei loro colloqui. Marcello il figlio di Bossano meriggiava a quell'ora all'ombra dell'alta siepe di mortella che separava il giardino dall'aia del macello.
Mostrava una grande persuasione di essere nascosto.
Cristina s'era avveduta subito della sua presenza; tutte le volte che ella passava a quel punto si appressava alla siepe che la era sforacchiata e gli sguardi birichini della fanciulla ne sbucavano fuori e con gli sguardi una curiosità turbolenta, poi un sentimento più aguzzo di ricercarvi quello svelto e gagliardo campione di giovinotto, modello di savoiardo, bianco, con una barba bionda finissima, bello di una fierezza elegante quasi signorile.
La sua fantasia ne fu presa a prima vista: subito il suo cuore tumido di giovinezza balzò, si avventò a quella virilità fiorente.
Capì che Marcello era là per loro: ma per quale di loro?
Le premeva saperlo e senza circonlocuzione chiese ad Adelaide:
— Ti piace?
La contessina sbarrò gli occhi ad uno stupore enorme.
Cristina si bellicava dalle risa.
— Che ci sarebbe di strano, disse poi, è un fior di giovinotto.
Adelaide non se n'era accorta.
— Oh la smorfiosa!
Cristina non fe' mistero delle sue simpatie: il giovane macellaio l'aveva colta nei rari momenti d'ozio della sua vita turbolenta e li riempiva della sua figura. Ella se ne preoccupò moltissimo, ne parlava ad alta voce, lo stuzzicava colle allusioni e le provocazioni sempre più sfacciate. Gli gettava di sopra la siepe delle manciate di erba e di foglie. Egli lungo e disteso cogli occhi chiusi — immobile, troppo immobile.
Un dì, rimasta sola in giardino spinse più in là la sua petulanza, con una lunga pagliuzza si pose a solleticarlo dietro l'orecchio.
Marcello tenne fermo un bel pezzo, poi cominciò a cacciarsi le mosche. Cristina s'avanzava in mezzo alle mortelle, col cuore che batteva, soffocando colla palma della mano uno scoppio di risa. — Ci fu chi rise per lei, scoppiarono delle risa gutturali e una mano l'afferrò alla caviglia.
Ella si dibatté un poco; la mano, forte come una morsa, la teneva e la tirava. Infine ella non voleva resistere troppo, varcò risolutamente la siepe e fe' sghignazzando il passo più solenne della sua vita: cadde fra le braccia di Marcello, gli diè un bel paio di schiaffi e gli disse i più grandi improperi.
— Bella, bella... vi ho chiappata; la voce del giovane prese una intensità profonda, quasi cupa, — irresistibile.
— Credi non possa scappare? disse ancora a fior di labbra Cristina, senza saper quel che diceva, paurosa per la prima volta in vita sua.
— Provate.
— Oh vedremo!
— Avete visto?
Il taciturno Marcello sapeva al caso diventare eloquente; era, come il serpe, forte e pieghevole.
Cristina rincasò canterellando come l'altre volte, tutta felice della scappata in cui aveva, faceziando, compromesso tutto il suo avvenire.
La irrequieta fanciulla si abbandonò allegramente alla ventura.
Però l'idillio non fu lungo: Marcello non era uomo da scherzare e da ridere per nulla. Aveva visto un po' di mondo alle fiere di Chivasso, di Asti, di Moncalvo, di Cocconato dove il padre lo mandava e s'era persuaso di valer qualche cosa. A Murialto lo spregiavano, lo superbiavano ed egli da gran pezza mulinava di saltar dentro alla topaia e di menarvi le grinfe.
Perciò gli bisognava un'alleanza e il caso lo servì bene mandandogli Cristina, la figlia del Molinis arcipossente. Che bell'aiuto! troppo: un altro si sarebbe intimidito, egli punto.
Qualche settimana dopo venne dritto dritto dal medico a profferirsegli per aiuto nelle operazioni di flebotomia e di chirurgia. La sua professione gli aveva data una certa dimestichezza col sangue.
Coll'aiuto di Cristina fu accettato e Murialto vide con meraviglia il Savoiardo diventare, dall'oggi al domani, primo ministro dei Molinis.
Egli venne a dimorare con loro. E così ebbe rovesciati d'un colpo tutti gli ostacoli: Cristina, matta di lui, gli diede la casa nelle mani: il padre non vide, non badò a nulla — il fratello Raimondo ragazzetto era in collegio. Marcello poté pavoneggiarsi a suo talento: si vestì da signore e sbalordì Murialto con la sua liberalità che pose subito dalla sua tutti gli spiantati del paese.
Però il suo ardimento sorprese tutte le difficoltà e le ostilità, — non le dissipò; le sentì levarglisi a poco a poco lente, insidiose alle spalle. Guai a lui se le lasciava fare: bisognava spicciarsi. Anche stavolta egli oppose alla scaltrezza l'audacia.
E anche stavolta la fortuna l'aiutò.
Ben presto Cristina si trovò in condizione di non poter più celar gli effetti della sua imprudenza. Oh ella non si smarrì per questo: pigliò il suo partito allegramente al solito.
Marcello ne fu lietissimo; ma non gli bastava questo — gli bisognava uno scandalo aperto, irreparabile.
Finse un grande sgomento: Cristina lo garriva, lo consolava — consolava lui! — Marcello sempre cupo, disperato.
Finalmente le disse che non poteva lasciarla esposta al biasimo del paese — bisognava fuggire, fuggire insieme.
— Fuggire! perché? che vuoi che mi facciano: oh sì ci bado molto io al paese: se non gli piace a quei quattro gatti miagolino pure.
— E tuo padre?
Cristina diè in uno scoppio di risa.
— Il papà, poveretto, — tu gli fai torto — vuoi vedere stasera, subito, com'io te lo tranquillizzo?
— Tuo padre ti perdonerà a te — ma caccierà me: ti contenterebbe questo?
Era sicuro che Guglielmo Bellono non avrebbe difficoltà a fare la parte del paralume a patto di non perdere i vantaggi di un matrimonio, più che conveniente, necessario. Era dunque urgente mettere bene in evidenza il proprio possesso sulla fanciulla, e rendere impossibile la dissimulazione del suo fallo.
Una festa, il padre dormiva, durante il vespro, Marcello che aveva tutto preparato per la fuga, pregò Cristina di seguirlo senza indugio. Ella seguitava a non capire ma accondiscese: ciò gli faceva piacere a lui!
Erano in fondo al prato sotto la casa, voleva menarla senz'altro.
— Così vestita? sei matto? non c'è mica il fuoco nel pozzo? sclamò ridendo la fanciulla. Bisogna pure ch'io pigli dei denari pel viaggio; come vuoi fare senza quattrini?
Rientrò in casa pacatamente ridendo fra sé della burla che stava per fare, dello scalpore che se ne sarebbe levato in paese. Ritornò dopo mezz'ora vestita di tutto punto, tenendo con sforzo per le due cocche la gonna dove aveva un bel gruzzolo d'oro e d'argento.
Potevano esservi tre o quattro mila lire.
Marcello l'obbligò a riportarle: allora egli non si perdeva in quelle miserie.
Aveva fatto venire la carrozza fino al piede del paese. — Sul punto di montare, Cristina si rammentò alcune capre, che teneva chiuse sotto i voltoni: — Chissà quando ci penseranno, disse, — e volle assolutamente tornare indietro a far loro un po' di provvigione per tre o quattro giorni almeno.
La carrozza era un calesse scoperto; discesi sullo stradone provinciale attraversarono Serravalle ch'era giorno di sagra; incontrarono molta gente che li conosceva e li salutava: essi rispondevano senz'ombra di soggezione. Ad Asti si fermarono alcuni minuti all'albergo del Bue Rosso, dove il dottore Molinis soleva smontare o proseguirne di carriera verso Alessandria. Lo scandalo era seminato e bene, — bisognava pensare alle cautele. Lasciarono il legno ed il cavallo ad uno stallazzo dov'erano intesi che il proprietario sarebbe andato a ritirarli, e mutato itinerario con altro legno vennero rapidamente a Torino, dove Marcello nascose Cristina, presso una sua vecchia zia, portinaia di casa d'Augennes.
Non temeva un processo: sapeva troppo bene che, a Murialto, ripugnavano i mezzi violenti e le vie diritte.
Ad ogni buon fine si tenne celato, ed aspettò l'esito dell'impresa.
Quando vennero in paese le notizie di quella scarozzata quasi nuziale, tutti sbalordirono. Il solo Bellono fiutò l'astuzia profonda di quell'apparente follia. E consigliò sagacemente di non muoversi.
Ma il vecchio padre, senza Cristina, non poteva vivere; e cominciò le sue ricerche, e andò incontro alle trattative. Il padre Bossano, pur sempre protestando di non saperne nulla e imprecando contro lo scapestrato di suo figlio, lo tenne segretamente informato di tutto. E Marcello aspettò che il medico muovesse verso di lui.
Ma Cristina non resse a lungo fra quegli stucchevoli segretumi così ripugnanti al suo carattere. Ella voleva bene al padre, alla sua casa; alle sue bestie, all'orizzonte aperto della sua campagna e sopratutto non poteva soffrire la vita di privazioni cui era condannato Marcello. Si sentiva sicura di vincere la partita.
Perciò un bel giorno, appena finito il puerperio, prese il suo fantolino fra le braccia, venne a Murialto, entrò in paese di pien meriggio, andò difilato alla camera, dove suo padre dondolava malinconicamente il fiocco del berrettino al ricordo delle sue disgrazie, gli pose la creaturina sulle ginocchia, dicendo:
— Eccolo qua, e, se n'ha volontà, lo butti via.
Il dottore Molinis aveva una volontà?
Ne aveva due: Sor Tommaso e Cristina.
Al primo aveva già disobbedito e coi consigli di resistenza gli era venuto in uggia.
Si abbandonò dunque interamente alla seconda.
Ma la volontà di Cristina era Marcello; dunque egli subì Marcello. Il quale fu generoso: offerse egli stesso una condizione onesta, quella di prendere una professione civile: diede gli esami di chirurgia minore e tornò flebotomo.
Con lui in casa il vecchio Molinis non fu più nulla; tanto era che se n'andasse. Il che egli fece di buona grazia, dopo qualche anno: la fiammella del suo spirito rimpatriò fra le leggende adorate. Appena ci se n'accorse. Da parecchi mesi restava chiuso e nessuno, tranne Cristina, lo vedeva più. Ella montava ogni giorno qualche ora a tenergli compagnia; quando fu morto ella montò ancora a piangerlo.
Seguirono delle grandi novità. Il figlio Raimondo piantò là gli studi e venne a casa. I due cognati andarono intesi.
Allora la vecchia casa Molinis animata di uno spirito nuovo, mutò faccia, ruppe la simmetria con la bieca sorella di sinistra, prese anzi un aspetto di provocante sconcordanza.
Raimondo e Marcello, quei due tipi diversi formavano insieme un concerto perfetto di sensualismo, scossero quel mondo tarlato e inerte: allestirono un teatro reclutarono nei dintorni una compagnia drammatica, fondarono un club, una società operaia, fecero per parecchi anni del paese il ritrovo permanente di ogni maniere di feste, di baldorie, di gozzoviglie, di orgie, — di una regence volgare e scurrile.
Però quella lebbra non intaccò oltre la superficie: il midollo rimase tal quale, inerte, riluttante, ostile; la resistenza si concentrò in casa Bellono
Sor Tommaso, in quel mezzo, morì: trasmise il compito della resistenza al figlio. Il quale fu influente per diritto naturale: la tradizione dell'influenza era stabilita; egli non ebbe più che a fruirne.
Non si chiamò sor Guglielmo, ma sor Bellono senz'altro: non era più un uomo, ma una dinastia.
I due cognati facevano troppo: egli per combattere non fe' nulla, e fu perciò invincibile.
Lasciò che si stancassero: così quando, dopo alcuni anni nel 1854, Raimondo ebbe divorato il patrimonio paterno e Marcello deplorevolmente aggravata la sostanza della moglie, egli ritornò padrone del campo.