Roberto Sacchetti
Vecchio guscio

Parte prima

V BELLONO

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V

BELLONO

 

 

Quest'uomo la cui accidia pesava siffattamente sul villaggio non fu mai né sindacoconsigliere.

I gradi ufficiali esprimono una certa superiorità ma affermano anche e specialmente un'inferiorità. Un sindaco era superiore rispetto all'inserviente comunale, alla guardia campestre, al Consiglio, alla Giunta — ma inferiore rispetto all'Intendenza, al Ministero, al Re — poteva essere compromesso, redarguito, rimosso. Eppoi nulla è più nocivo all'autorità che una delimitazione precisa di attribuzioni.

Invece il sor Bellono non era un'autorità ma una potenza. Era inviolabile e irresponsabile. Lo si temeva e lo si ammirava; qualcuno ne sparlava a bassa voce, ma i più non osavano quasi nominarlo. Era opinione generale che egli avesse delle spie. La sua riputazione aveva un diritto e un rovescio, il suo bene, il suo male. Veramente del bene non si sapeva che ne facesse: — ma era certo che poteva far del male; e un uomo di cui si dice che può far del male ne fa sempre; se non lui, lo fanno i suoi dipendenti.

Però sarebbe stato difficile il dire ciò che facesse il sor Bellono: i suoi atti chi li vedeva? Anzi chi conosceva la sua volontà? tutti cercavano di indovinarla, e se ne facevano, a seconda dei presunti interessi di lui, un concetto e conformavano a questo, a ciò credevano dovesse essergli grato, la propria condotta.

Il segretario Stroppiana, lo Strambo, la fantesca Emerenziana, suoi ministri, si forzavano di interpretare i suoi desideri, di prevenirli; se colpivano giusto gliene davano il merito, si tenevano il torto se sbagliavano. Egli non diceva mai il proprio pensiero. Era assodato ch'egli aveva un gran talento: sin di quando aveva dieci anni suo padre diceva di lui che non era un minchione.

Parlava di rado e quasi sempre a monosillabi: tutte le sue parole diventavano detti memorabili, di cui si moltiplicavano le versioni e i significati e le applicazioni. Tutti volevano attribuirsele. Le autentiche sommavano in tutto a una dozzina scarsa: ma ce n'era delle apocrife in gran numero. La sua mente era un bossolo comune in cui tutti mettevano un po' del proprio spirito: buono o cattivo dentro diventava oro colato.

Una volta disse, non si sa con chi, che Angelo Brofferio un disturbatore.

L'indomani il maestro, avendo esaurito il vocabolario d'epiteti contro un monelluccio che s'ostinava a far il calabrone in tempo di scuola, gli diè un buon paio di schiaffi e poi con vituperio sanguinoso lo chiamò brofferio. Il nomignolo è diventato poi il sinonimo di discolo, di scapestrato, di rompicollo, di pendaglio da forca addirittura. Qualche anno dopo, alle Assisie di Alessandria, un testimonio, un contadino di Murialto, interrogato sulle qualità morali dell'imputato, un omicida, dopo aver detto ch'era un poco di buono, turbolento, accattabrighe, vizioso, manesco, violento, aggiunse: — insomma era un brofferio! — L'illustre avvocato stava al banco della difesa e, figuratevi se inarcò le ciglia sentendo il suo nome dato come sintesi di tutta quella roba!

Il sor Bellono con un monosillabo dava o toglieva riputazione. Con un non c'è male, con qualche poh! soffocato aveva distrutta la clientela del flebotomo Bossano.

Chi aveva un negozio scabroso fra le mani, cominciava dal confidarlo al segretario Stroppiana o almeno allo Strambo perché ne parlassero a lui: essi riferivano poi l'impressione prodotta, descrivendo il suo viso, i suoi gesti minuziosamente cercando da questi segni, come gli auguri dal beccar dei loro polli di indovinare la mente riposta dell'oracolo. Se rimaneva dubbio, l'interessato si poneva sulla strada del sor Bellono quando, una volta al giorno, usciva per il suo giretto e lo salutavano guardandolo con una viva ansietà. Egli rispondeva con un — bravo, bravo — oppure con un ehm spremuto fuori dalle narici a labbra serrate. Se diceva bravo era una consolazione, una sicurezza grande; ma se brontolava ehm l'affare era condannato senz'altro; chi era in trattative di comprare un fondo non l'avrebbe preso a metà prezzo avesse pure avuto il più candido certificato del ricevitore delle ipoteche.

Andando per via del suo passo lento e solenne sostava qualche secondo davanti alle porte e regalava qualche: — oh, andiamo, allegra, — alle comari del paese — e la sera la cronaca diceva dov'era passato, citava i nomi delle fortunate che egli aveva degnate della sua attenzione. Le madri interrompevano le orazioni per raccontare all'uomo che il sor Bellono aveva toccato col proprio bastone le reni al loro figliolo e il marito ridestava il marmocchio sonnacchioso per chiedergli se aveva convenientemente sberrettato il personaggio.

Ciò che negli uomini straordinari eccita maggiormente la pubblica curiosità non sono le idee, i sentimenti — dei quali spesso, non si sa nulla — ma gli atti e le abitudini più comuni. Pare impossibile che essi vivano come gli altri mortali. Però era notissimo a tutti che il sor Bellono s'alzava alle cinque d'ogni giorno e prendeva il caffè ed usciva a fare un giretto; e si sapeva l'ora in cui pranzava e quel che mangiava e l'ora in cui andava a letto. Erano vent'anni che queste cose tanto semplici continuavano a stupire. La zoppa dei Baudino ripeteva ogni sera al figlio Giacomo che chiedeva un secondo piatto di taglierini: — Non sai, diluvione, che il sor Bellono non prende la sera che una fetta di pane immollato nell'acqua zuccherata? — Una volta Giacomino rispose: — Ma l'avvocato a pranzo si mangia tutti i giorni mezzo chilo di manzo, vorrei fare anch'io lo stesso. — La zoppa aveva volta al figlio un'occhiata di trepidazione, mormorando: — Cosa sarà, Vergine santa, di te? — E s'è visto che Giacomino fece una pessima riuscita.

Non c'è sovrano possibile senza un po' di cronaca scandalosa. Si buccinava che il sor Bellono fosse stato alquanto libertino; ma nessuna avventura rischiata o compromettente: la sua prudenza non era venuta meno anche per questo che una volta sola, e ancora non è proprio certo. La moglie del barbiere nello scendere una sera la scala di casa Bellono dove era stata a recare una imbasciata del marito, s'era sentita una mano alla vita con una tal quale confidenza. Almeno così le parve in quel momento; per cui la buona donnetta con atto istintivo, diede, come usava sempre in simili casi senza alcuna intenzione, una gran zuffata su quella mano lesta — ed era la mano del sor Bellono; il quale la guardò in silenzio con tale maestoso corruccio che ella si rimescolò tutta e gli domandò umilmente perdono: — non lo aveva fatto apposta... altrimenti pensi un po'... se avesse saputo che era lui!... — Egli tirò dritto senza darle più retta. — Ella fu persuasa d'essersi ingannata: la scala era ripida e scura: e sor Bellono l'aveva toccata a caso. — E la poveretta ebbe tanta vergogna dell'atto irriverente e più dell'irriverente sospetto, fu presa da tale sgomento delle conseguenze possibili che ne fe' una malattia.

Sor Bellono frequentava due case, quella del sindaco Biancardo e quella dei Boracco: un giorno in una, un giorno nell'altra, regolarmente. In ciascuna di esse, la padrona non mancava mai di trovarsi all'ora in cui egli veniva, mancavano invece spesso i mariti e allora si mandavano fuori anche i ragazzi che entrambe quelle premurose comari avevano in gran numero. Erano due donne di mezza età, prudenti, di sode qualità morali, un po' sdentate, d'una condizione di mezzo fra le contadine e le borghesi. Uno dei mariti, il Michele Boracco, un fannullone a cui il comune aveva negato in occasione della fiera un permesso di spaccio di vino, progetto che garbava molto a lui e, dicesi, poco alla moglie, ebbe la petulanza, per vendicarsi, di voler disturbare le visite del sor Bellono. E propalò un'infinità di vergognose sciocchezze e trascorse fino alle minaccie dietro le spalle.

Ma sor Bellono non fe' mostra d'accorgersene, — disse solo che Michele era matto, lo disse poi anche sua moglie più forte — lo ripeté tutto il paese — il pover'uomo finì col crederlo anche lui: cadde in una cupa ipocondria e per tre anni si stette osservando e meditando sull'enormezza che si era permessa. Poi smessa la malinconia tornò savio come prima. In tutto questo tempo sor Bellono non aveva mai cessato di venire di due giorni l'uno, all'ora solita. Egli era imperturbabile nella lotta e prudente nella vittoria.

Lo stesso anno che la Cristina fe' la sua follia con Bossano, sor Bellono aveva sposata Adelaide di Albereto: il vecchio conte era morto in quella primavera; e a lui parve conveniente impedire che altri sposando la contessina venisse ad annoiarlo in Murialto.

La giovinetta s'era lasciata prendere: — era passata queta da Albereto alla casa Bellono, di una tomba ad un carcere, queta visse alcuni anni e queta morì lasciandogli un figlio. Spirata che fu la portarono quetamente al cimitero: quella larva di donna ripassò dal carcere alla tomba e questa volta vi rimase.

 

 

 


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