Roberto Sacchetti
Vecchio guscio

Parte prima

VI SI ENTRA FINALMENTE IN MATERIA

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VI

SI ENTRA FINALMENTE IN MATERIA

 

 

Una volta fra la casa Molinis e quella Bellono sporgeva la parrocchia di S. Secondo, sopravvissuta al borgo omonimo scomparso.

E mal le colse di persistere nella cura di anime che più non v'erano e di frapporre le sue parate solenni, il suo giulivo scampanio delle feste, fra quelle due squallidezze. Finché furono amiche ed alleate, le due case la strinsero ai fianchi tanto che finalmente la soffocarono. Un giorno — pochi mesi dopo la morte dell'ultimo Rettore, che aveva sempre difeso con una ostinazione eroica il suo povero altare minacciato — il piovano di S. Giovanni venne a prendere la pisside nel tabernacolo, la raccolse nel suo piviale, poi uscì di , attraversò il villaggio accompagnato dal suo sagrestano e da una mezza dozzina di vecchierelle. Un ragazzo precedeva sonando la campanella. Si sarebbe detto tornassero dal recar il viatico a un moribondo in extremis. Difatti dietro a loro si chiuse la porta tarlata e per San Secondo la fu finita.

La distruzione cominciò l'opera sua intorno a quella carcassa: e procedette tanto alacremente che si sarebbe detto l'aiutasse una qualche impazienza nemica. I gradini della porta scomparvero e nelle fenditure crebbero prosperose le parassite, le quali corsero dall'una all'altra, scesero giù dalla gronda, dai crepacci del frontone, dalle modanature, gittarono i loro filamenti nodosi alle compagne che salivano su per le lezene e queste fecero allegramente la loro scalata.

L'edifizio non oppose resistenza, prese subito l'aspetto desolato della rovina.

Il solo campanile serbò un resto di vita, come se lo spirito religioso che l'aveva abitato, nell'abbandonarlo, s'indugiasse ancora intorno alla sua vetta. Conservò per qualche tempo una cert'aria spavalda, e provocante. Ma nessuno raccolse le sue provocazioni; lo lasciarono deperire in pace. Dopo vent'anni d'ozio, di silenzio, anche il bravo campanile s'era fatto decrepito: strapiombava visibilmente dalla parte del Bellono: certi giorni uggiosi, quando faceva brutto tempo e i nembi galoppavano bassi rasentando il suo cucuzzolo e le raffiche impetuose gli flagellavano i fianchi scrostati, squassandolo tutto quanto dalle fondamenta, pigliava un'aria stracca, minacciosa, pareva volesse lasciarsi andar giù sulla gronda nemica e finirla, come un eroe da tragedia, con una buona vendetta.

Tanto la sua fine era prossima; oramai era ridotto uno scheletro: le sue pietre grigie, lo lasciavano ad una ad una e quei vani rimanevano senza destar la pietà di alcuno.

Pure quello sfasciume ebbe ancora un amico, un vero amico suo e non della ventura, che non l'aveva mai visto nella prosperità, lo trovò già così malconcio, dimenticato, abbandonato e lo amò forse per questo.

Camillo era il figlio di sua madre la malinconica Adelaide d'Albereto più assai che di suo padre sor Bellono: era l'ultimo rampollo del vecchio albero patrizio innestato sul tronco inospite della schiatta rustica. La sua vita era un crepuscolo mattinale nel quale veniva a riflettersi un lungo tramonto di parecchie generazioni.

L'avevano chiuso di buon'ora in collegio e a diciasette anni già aveva compiuto il suo corso di filosofia. Ma quell'anno ammalatosi gravemente, era rimasto a casa; col suo carattere, soffriva di tutto e di tutti.

Suo padre non lo guardava mai — segno infallibile della decadenza murialtese: — i vecchi tenaci al passato non pensavano all'avvenire. Bellono come Stroppiana così gelosi degli avi rinnegavano i figli.

Camillo non usciva quasi di casa; stentava a riaversi, la sua debolezza lo inclinava alla solitudine, alla meditazione.

Cercando un nascondiglio, aveva trovato un mondo. Rovistando in fondo all'orto avea scoperto una breccia nel muro della sacrestia di S. Secondo: e da quel giorno la chiesa defunta ospitò i sogni che non dovevano vivere mai.

Camillo venne a rifugiarvisi, e in quell'atmosfera satura delle fermentazioni buie e morbide, in quell'aria chiusa e stagnante germinarono le crittogame della sua fantasia, e fiorirono le pallide e profumate e gigantesche ninfee della malinconia.

Quel luogo, quella penombra e quella solitudine dapprima gli parvero immense: entrava sempre con una certa timidità, con un raccapriccio voluttuoso dell'ignoto, si raggomitolava nel vecchio confessionale e stava finché l'ultimo raggio di luce risalendo lungo il muro rimpetto non si fosse spento nella navata.

Qualche volta leggeva: sempre lo stesso libro: la Nouvelle Heloise di Rousseau tradotta, che aveva trovato fra le memorie di sua nonna, l'ultima contessa d'Albereto.

Poco alla volta, dimesticatosi, egli prese possesso del suo dominio, visitò minutamente la sacrestia, la tribuna dell'organo e un giorno salì sul campanile.

L'orizzonte vasto lo sedusse. Egli ci venne poi ogni giorno per il buono o per il cattivo tempo; s'inerpicava animosamente, con grande ansietà per la diroccata scaletta di pietra a cui, come alle tradizioni umane, mancava il nesso di parecchi gradini, lottava ostinato contro le difficoltà sempre crescenti, e grondante di sudore, ansante, spossato ma trionfante, arrivava alla vetta come ad una meta: ogni sua salita era un assalto all'ideale; di i suoi pensieri si avventavano in alto, correvano lontano fino alla chiostra dell'Alpi, più in nell'ignoto, più in su nell'infinito.

Accoccolato su quel rudere informe che oramai non apparteneva più a nessun tempo, che non portava più il suggello di alcun'epoca, chiedeva a se stesso con gioia selvaggia e superba se il villaggio esisteva ancora a suoi piedi e si sforzava di persuadersi che tutto dietro a lui era sparito come una bieca visione. Erano alcune ore di ribellione piena di delizie, un compenso alla cattività delle altre pur troppo più lente e numerose.

Questa ebbrezza durò alcune settimane: fu intera, prepotente.

Poi cominciò man mano ad illanguidire. Il sentimento dell'indipendenza è per sé stesso negativo, sgombra lo spirito da una preoccupazione per far posto ad un'altra; risveglia facoltà sopite e scuote aspirazioni nuove che non può soddisfare.

Quell'anima impaziente e di freno e di confini dopo le prime baldanze si sentì smarrita nel vuoto, si ripiegò, si raccolse in sé stessa e risentì il vuoto ancora: infinite curiosità e infiniti desideri, non una sola certezza, non una gioia. Lo sguardo, a cui prima non pareva ampio abbastanza l'orizzonte si ritrasse stanco a vagheggiare le curve dei colli, nei seni ombrosi della valle, seguì con voluttà le curve tentatrici dei sentieruoli che serpeggiavano per le campagne ed avevano tutti una meta sicura.

Nei momenti di stanchezza sempre più frequenti, egli invidiò allora istintivamente il tripudio spensierato dei contadinelli alla pastura scorazzanti da mane a sera sulla morbida erba dei prati; sentì istintivamente quanto la libertà di quella volgare arcadia fosse più vera e più gioconda delle illusioni di lui povero prigione sulla sua specola sublime. E ne fu mortificato.

Era così scivolato senza accorgersene dall'impossibile nel vietato, dallo sconforto all'invidia. Non più l'audace, la sdegnosa frenesia di librarsi sopra tutto e tutti; ma invece il sentimento dell'inferiorità, l'appetito del comune, di ciò che tutti avevano, meno lui.

Non sapeva però ancora quel che volesse. La vita che egli aveva così superbamente dispregiata cominciava appena a conoscerla, a intravvederla vasta, profonda, piena di fascino e di mistero: essa è l'eterna sirena, la crudele ingannatrice, ma bella, ma irresistibile, tentatrice vittoriosa del santo e del filosofo, che lega chi viene a lei, che sorprende e soggioga gli indolenti e i riottosi. Per quanto certo e limitato sia il suo regno essa ha pure i suoi infiniti, bastano pochi palmi di terra per farvi su i sogni più deliziosi.

Quell'anima precipitando vertiginosamente dall'alto cercava un qualcosa su cui riposare, a cui fare omaggio della caduta. — E questo qualcosa non poteva lungamente mancarle. I suoi vergini ideali a cui l'immenso tarpava le ali scesero tutti come stormo di colombi spauriti, e fecero il nido sotto nel giardino della casa Bossano. In quel poco spazio posto come terrazza sul bastione la verzura era cresciuta con singolare rigoglio.

Camillo trovò modo di calarsi dentro uscendo sul tetto del coro e lasciandosi poi scivolare lungo i rami di un fico cresciuto di sotto fino all'altezza della gronda.

Venuto l'estate egli vi passò gran parte delle sue giornate e vi tornava la sera. Allora nell'ombra e nel silenzio gli era anche più caro: lo popolava delle sue fantasie: e la cattiva riputazione di quella casa, di cui sentiva tante confuse maldicenze, stimolava l'immaginazione.

Era un luogo proibito, misterioso e in cui egli immaginava le più strane sorprese.

Oramai un grande mutamento era avvenuto in lui. Allargando i confini della sua solitudine aveva ristretto i suoi orizzonti; anche i suoi desideri s'erano raccolti, ma approfonditi. Egli capiva meglio il Rousseau e il suo cuore lo commentava con grande turbolenza.

Oramai non aveva più che un idolo: la donna: ed una religione: amarla: e la donna era per lui un ideale in cui tutto l'universo si concretava. Egli veniva come a un appuntamento che quest'essere misterioso gli donasse: e sognava le più belle venture: fantasticava che ella gli apparisse e lo chiamase e «lo avesse suo amadore» come si diceva nelle leggende antiche. Veniva come Tanhauser al castello di Venere, come Rinaldo nel giardino d'Armida; non chiedeva che d'essere conquistato. E queste fantasie scoppiavano vive vive nel suo cervello esaltato ed infermo; chiudeva gli occhi e vedeva la casa illuminarsi e trasformarsi nelle più favolose e più sbalorditive meraviglie e le tentazioni più seducenti si moltiplicavano intorno a lui.

Ma una sera, la vigilia della festa di maggio dopo una di queste estasi aperse gli occhi e vide effettivamente tra gli alberi un lume a una finestra del pian terreno.

Poi ad un tratto una veste femminile passò frusciando rasente il cespuglio dov'egli stava seduto.

Rimase stupefatto.

I lumi si moltiplicavano a tutte le finestre del primo piano, e gli veniva all'orecchio un cicalio confuso, poi il suono di una musica lontana.

I trilli che intonavano la maggiolata sulla piazza gli sembrarono armonia di flauti ionici che accompagnassero i cori divini di Eros.

Era un'estasi con le tensioni e l'ansia del terrore.

Il fruscio s'appressò di nuovo. Una vocina fresca, argentina, disse:

— Vieni?

Un'altra più grave e più dolce rispose:

— No.

La prima soggiunse:

— È troppo buio, salutami il mago del pergolato.

— Tu ci credi però ancora.

— E tu lo cerchi.

Una figura di giovinetta passò lentamente davanti al cespuglio dove Camillo stava rannicchiato e fatto il giro del pergolato venne ad aggomitarsi al parapetto del giardino.

Rimase colà lungamente a due passi da lui: egli ne distingueva tra le foglie il bruno profilo sul cielo stellato.

Egli meditò le cose più ardite del mondo: se venisse a porlesi al fianco? E le dicesse: — tu sei bella io t'adoro? Era bella? — non l'aveva veduta in viso ma era bella certo, come poteva non esserlo? — Egli non si mosse però; quando ella si voltava egli teneva il fiato. Ogni tanto ella sospirava e allora dagli occhi di Camillo sprizzavano lagrime ardenti.

Poi scoppiava un gran frastuono, delle voci stizzose, delle minaccie nel prato sotto il bastione.

La giovinetta misteriosa si penzolò fuori e chiamò:

Gustavo!

Apri, apri Anna, mi vogliono battere.

Ella corse alla porticina che dava accesso al sentiero del prato; ma il chiavistello irugginito resisteva ai suoi sforzi. Le voci dei persecutori si appressavano.

Gustavo strillava:

— Presto! presto!

Camillo, ch'era il più pratico, accorse, impugnò il chiavistello, aperse.

Gustavo si precipitò dentro tirandosi dietro una grossa frasca.

Camillo rinchiuse. I persecutori arrivavano ai piè del bastione: uno anzi penetrò nella breve scaletta che metteva al giardino e cominciò a scuoter l'uscio: era il Pesce che gridava:

Razza di cane, ora ti colgo io.

Ma Gustavo non si perdette d'animo: levati alcuni mattoni che orlavano un'aiuola, cominciò a grandinarne dal parapetto gli assalitori e non durò fatica a disperderli, a farli ruzzolare a precipizio giù per la ripida scesa.

Stornato il pericolo, Gustavo diè alla sorella spiegazioni dell'accaduto.

— Ho portato via il maggio, eccolo qui, l'ho levato in barba a tutti i cagnotti del sor Bellono, e brandiva fieramente la vetta di pino ornata di nastri che coronava l'albero simbolico eretto un'ora prima sulla piazza.

Egli s'allontanò poi col suo trofeo senza badare a Camillo.

Anna rimase e lo guardava.

— Chi siete voi? gli domandò poi.

Camillo dovette dirle il suo nome.

— Dunque noi siamo nemici? disse gravemente la giovinetta.

Camillo chinò il capo in silenzio ed essa riprese:

— Ma un nemico leale.

Poi, l'uno al fianco dell'altra, tacquero entrambi guardando nell'oscurità della valle.

Le madreselve del pergolato, schiuse al primo tepore primaverile, odoravano acutamente.

Anna si staccò dal parapetto cercò uno dei rami meglio fioriti e tornò indietro per offrirlo al giovane.

Ma non lo trovò più.

 

 

 


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