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L'indomani fu una gran giornata.
I Murialtesi che traevano in folla sulla piazza, dove alcuni radi e poveri banchi rappresentavano la «fiera» di maggio s'aspettavano delle cose straordinarie: ma la meraviglia superò ogni previsione quando videro il flebotomo Bossano piantato sulla soglia del caffè con una grossa pipa di schiuma in bocca, cipiglioso, beffardo, come nei migliori giorni della sua prosperità.
— To' dicevano ch'era tornato colle mani in testa; ed eccolo lì vestito come un principe!
Tutti passavano alla larga, lasciando intorno a lui un semicerchio vuoto.
Il calzolaio Gandola stava malinconicamente mettendo fuori il suo banco: una tavoletta lunga poco più di due rasi: vi spiegò su un tre dozzine di grosse vacchette, poi lasciò cadere le braccia e rimase là ritto e apatico come un soldato che fila le sue ore di sentinella.
Girò l'occhio noiato a destra e a sinistra e vide Bossano.
Lo sguardo altero e freddo del flebotomo cadde ad un tratto sopra di lui e lo artigliò tenacemente.
— Hai finito? gli disse, così si fa presto e si risparmia la fatica.
— Cattive annate, brontolò Gandola — e per sottrarsi al suo sarcasmo si volse a discorrere col pizzicagnolo ch'era venuto sull'uscio a dondolarsi colle mani sui fianchi.
Ma Bossano non abbandonò la partita; egli non faceva mai nulla a caso.
— Una volta bastava appena la scalinata di S. Secondo a stender le tue ciabatte... adesso è più comodo e si può fare due chiacchiere in pace con Viasco.
Il pizzicagnolo alzò il capo e aperse la bocca a una risposta che mancò.
— Orsù, soggiunse, poiché gli affari non premono, venite a bere un bicchier di vino bianco.
I due si guardarono in faccia; non osarono rifiutare e goffamente lo seguirono nel caffè.
Sedettero e, mescendo, il flebotomo riprese:
— Dunque gli affari vanno male... e andranno peggio.
Il calzolaio, quello che arrischiava meno, ruppe il ghiaccio.
— Ci bisognerebbe un uomo.
— Degli uomini, corresse il flebotomo: cosa volete che faccia un uomo con un branco di pecore? menarle alla pastura. E voi siete pecore.
— Diffatti ci si vuol tosare, osservò il Viasco, che la malizia rendeva prudente.
Il flebotomo lo mise a posto subito.
— Voi preferite esser nudo come il rospo.
Il pizzicagnolo era stranomato il rospo.
— L'altro giorno ad Alessandria, dal segretario della prefettura ho mangiato uno dei vostri salami e tutti lo trovavano buono e si domandavano perché non potreste mandarne fuori come si manda fuori la caciola di Cocconato... Ma per far il commercio ci vuol coraggio e spirito. Tante cose, cominciando dal vino grignolino, che noi abbiamo eccellente, si potrebbe mandar fuori se ci fosse intesa nel fabbricarlo... se ci fosse strade ferrate vicino... e ci potrebbero essere — nella valle di San Martino — se noi avessimo un sindaco e un deputato che non fossero zucche soltanto, ma ci avessero dentro anche un po' di sale. Il nostro grignolino sarebbe unico al mondo.
Richiamate da questo argomento, nell'astigiano potentissimo, del vino, altre persone s'erano appressate: e il flebotomo continuò, lui sì taciturno, a sermoneggiare il suo uditorio che andava ingrossando e a poco a poco ingombrava il caffeino.
Bossano ordinò altre due bottiglie, per i vecchi amici che vinti dall'esempio venivano a salutarlo.
Un boscaiuolo entrò tenendo un grosso coniglio di Sardegna, egli senza discuterne il prezzo lo comprò.
In quel mentre si affacciavano sulla soglia le sue figlie Anna e Rosa, che erano state a far il giro della fiera. Bossano pagò loro il rosolio e poi diede alla Rosa il coniglio incaricandola di recarlo a casa. Egli riprese il suo discorso.
Le due giovinette proseguirono la strada. La bestiola, come incuorata alla rivolta dalla debolezza di chi la custodiva, dava delle stratte furiose: Rosa, per tenerla, lasciò cadere un gran involto di minuterie, gomitoli, di cui era andata a provvedersi, e tuttociò si sparse per la strada.
Anna, impaziente e infastidita dalla curiosità ostile della gente, andò innanzi.
E Rosa, un po' rideva un po' strillava e si trovava in grandissimo impaccio.
In quella veniva alla sua volta la Brigida, la figlia di secondo letto del segretario, che nascondendo le gonghe sotto un orribile collarino di seta verde, si illudeva a torto di aver celate tutte le sue bruttezze; e faceva la graziosa con Placido Migliasso, un bighellone che si diceva suo promesso, e Severino il figlio del maestro.
— Aiutatemi, disse Rosa e porse il coniglio a Severino che accorse.
Quando ebbe raccolto i suoi barattoli fe' per riprenderlo, ma il giovane, rosso rosso, volle assolutamente portarglielo fino a casa, e rinchiuderlo lui stesso nella legnaia.
La Brigida notò che il giovane si trattenne dai Bossano tanto da giustificare le supposizioni che, l'una più enorme dell'altra, ella venne facendo.
Il vero è che Severino, dopo fatto a Rosa un minuto profilo sui costumi dei conigli di Sardegna, ch'ella ascoltò con grande attenzione e provveduto ai bisogni più urgenti del prigioniero, aveva poi dovuto, in cambio del servizio, accettare un bicchiere che gl'impose Ernesto, il fratello maggiore di Rosa, ed entrato in cucina, dare alla signora Cristina le più minute informazioni su quanto nella loro assenza era accaduto in paese, cosa ch'egli fece con un brio e un successo tanto grandi che la soddisfazione d'amor proprio gli fece dimenticare i commenti a Brigida, e gradire l'invito di tornare dai Bassano.
Intanto Gustavo l'eroe della notte precedente aizzava il grosso cane di Terranova addosso ai troppi curiosi che badaluccavano innanzi alla porta. — E il flebotomo, lasciata la compagnia sbalordita dal suo appiombo, attraversava lentamente la piazza.
Egli doveva aver studiato lungamente il piano di quella giornata.
Discese nella sottoposta strada di circonvallazione e, voltandosi venne a una specie d'antro scavato nel tufo sotto gli archi del bastione sotto le fondamenta di S. Secondo; e appena dissimulato da un pezzo di muro in cotto. I rottami, le macie, e cocci d'ogni maniera che ne ingombravano l'accesso arieggiavano da lontano gli ossami di cui si circondano le tane degli animali da preda.
Era quella l'abitazione di Andrea Stroppiana, il quale ostentando cinicamente la sua miseria come suo padre si vantava superbamente della propria dignità, era venuto ad occupar quel buco che da tempo antichissimo serviva ai conciatori di nitro, e se l'era, avanzandosi sotto la proprietà dei Bellono e dei Molinis, aggiustato a misura dei bisogni della sua famiglia, e della sua professione.
Perché questo filosofo aveva preso moglie, un'accattona trovata in mezzo ad una strada e condotta senza tante cerimonie all'altare, la quale morta parecchi anni addietro gli aveva lasciati, o almeno lasciati al caso due figli.
Andrea viveva facendo un po' il procuratore di muraglia, un po' lo scrivano pubblico, insegnando a leggere e scrivere ai figli dei bottegai.
Bossano lo trovò appunto che stava dettando un passo della Gazzetta del Popolo, a una mezza dozzina di monellucci seduti in riga davanti a un banco formato da un'asse posta sopra due barili.
E spiegava compitando nella sua pronunzia astigiana:
— Arre- o- ro, amme- a- ma, Ruma, dove c'è il Papa... il Papa, sì, soggiunse volgendosi a uno che sbarrava gli occhi, vuoi vederlo?
Bossano toccò colla spalla l'originalissimo maestro dicendo:
— Sì, subito, poi gridò alla scolaresca: finis, finis, e pigliò in un bossolo una manciata di grossa sabbia, la buttò attraverso il banco, sui quaderni aperti come si getta il becchime nel beccatoio della stia, e con quella sua vivacità febbrile leggermente alcoolica scopò via i quaderni e le penne, aperse la porta e agitando il fazzoletto come chi caccia le mosche, sguinzagliò la piccola truppa, gridando:
— All'erba, cosacchi, all'erba, rivoluzionari.
— Piano, lo ammonì il flebotomo.
Andrea se l'ebbe a male, e risentito, gridò in tre toni diversi, l'uno più forte dell'altro:
— Non son mica un grullo, non son mica un grullo, non son mica un grullo!
Bossano imperturbabile soggiunse:
— Ma sei ubbriaco!
Andrea si tranquillò come per incanto, e allora il flebotomo gli disse:
— L'affare non va, se non troviamo la macchina... e la macchina c'è, basta farla muovere.
— Me ne incarico io, me n...
— Aspetta... è il cavaliere di Rueglio.
— Oh, niente, niente.
— Aspetta!
— Saranno due anni dacché ha fatto l'eredità della Mussa che non mette piede in paese.
— Lo faremo consigliere, e verrà.
— Bravo.
— E se ci aiuta lo faremo deputato...
Andrea lo guardò con ammirazione:
— Alla Mussa.
— C'è?
— C'è.
Andrea promise d'andarci quella sera stessa, Bossano senza il minimo rispetto alla sua memoria di libero insegnante, gli ripeté ancora più volte le due o tre frasi che doveva dire al cavaliere di Rueglio.