IntraText Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText |
I link alle concordanze si evidenziano comunque al passaggio
Nei giorni che seguirono, i Bossano ripresero in paese le loro antiche abitudini ma senza provocazioni, con una naturalezza e una tranquillità che spiacque profondamente al potere.
Si era detto che il flebotomo aveva disgustato il proprietario e che se ne tornava colla mala grazia e le tasche sfondate. Vero niente. Il flebotomo, così le notizie verificate, era stato espulso per sospetti politici dalla Sicilia, il suo proprietario spiacente di perderlo, gli aveva pagato il viaggio e una bella somma di gratificazione.
Difatti la scialavano. Il venerdì seguente il pescivendolo che faceva la sua gita settimanale a Murialto comparve alla porta dei Bellono col cesto quasi vuoto: egli disse che la signora Cristina aveva preso lei tutto il meglio ed anche il buono. Lo stesso accadde agli altri rivenduglioli per parecchi giorni alla fila.
— Ma tengono dunque corte bandita coloro! sclamò la Brigida.
— No, non si teneva corte bandita, ma, cosa anche più enorme, osservò la sua matrigna, mangiavano bene tutti i giorni.
Il solo che fosse andato a pranzo dai Bossano era Severino, e suo padre, a cui l'avevano riferito, non glielo poteva perdonare.
Il povero maestro Lace era un esempio di selezione sociale e di lotta per la vita. Sua madre, mendicante, s'era fitta in capo di far di suo figlio un signore; elemosinava per mandarlo a scuola, ed era riuscita a farne un maestro comunale per quella legge che mette il successo sempre al di sotto della meta desiderata. Egli però, a furia di lavoro, di zelo, sopratutto di prudenza, col rispetto delle autorità costituite, e specialmente delle non costituite, aveva potuto formarsi una nicchia piuttosto comoda. Era in Murialto un intruso: ma lo tolleravano in grazia della sua umiltà. Il solo pensiero che suo figlio, del quale aveva fatto a sua volta un maestro, col frequentare i Bossano, disgustasse Bellono e il suo seguito, gli metteva i brividi. Avvezzo a limitare il suo orizzonte al territorio di Murialto, non bastava il dirgli che infine Severino per la professione sarebbe andato fuori, chissà dove, lontano da ogni influenza murialtese: non si capacitava, diceva:
— Ah essi hanno le braccia lunghe.
Eppoi gli contava la dolorosa storia di sua madre, ma senza intenerirsi, esagerandone l'abilità a scapito della rassegnazione e riducendo agli occhi di Severino quella figura eroica alle proporzioni di un'accattona volgare. E la vecchia presente non che adontarsi dell'irriverenza se ne compiaceva come d'un complimento.
Lace ripeteva per la decima volta al figlio mortificato:
E Severino masticava da un quarto d'ora una risposta di cui il suo rispetto filiale si allarmava, quando il campanello della bottega (il maestro rivendeva oggetti di cancelleria) scattò improvvisamente senza che alcun rumore annunziasse una delle solite pedate di buon peso.
— Qualche ragazzo, disse il maestro.
E la vecchierella, ancora lesta, accorse col lume in bottega, ma, prima ch'essa avesse visto chi c'era, il visetto ardito e gioviale di Rosa spuntava in cucina.
— Che vuole? domandò il maestro ravvisandola.
— Signor Lace, voglio parlarle.
Il maestro si decise a cavarsi la calotta; in casa sua aveva il diritto di essere cortese.
— Vorrei che mi desse lezione e mi abilitasse a prendere la patente di maestra.
Allora visto Severino, che tremava accanto al fuoco, lo salutò naturalmente con un gesto familiare della mano:
— Lei vuol fare la maestra?
— Certo. La mia famiglia non è ricca.
— D'accordo, ma... (la domanda doveva essere molto importante, dacché Lace fissava il più acuto dei suoi sguardi in viso alla giovinetta), ma, scusi la curiosità, fo' per conoscere la vocazione, come mai le venne l'idea di venire da me?
— Lei è curioso; vuol farsi ripetere le lodi in faccia; ebbene, ecco come m'è venuta l'idea. Essendo una settimana fa a pranzo in Alessandria, presso il segretario della Prefettura — questo signore mi parlò degli esami dati dalla Filomena dal Torchio e dalla Susanna sua cugina, in guisa da far onore a loro stesse e al maestro. E il maestro lei lo conosce.
Lace diventò radiante; tutta la sua diplomazia andò a catafascio.
— Oh! sclamò, il signor segretario della regia Prefettura, e lei l'ha inteso?
Egli perdeva le staffe, le prese Severino; il quale disse:
— E pensare che i nostri sopracciò di qui appena ti salutano: e si ritengono infinitamente superiori a te, essi ignoti a due miglia lontano!
Lace s'avanzò verso la giovinetta.
— Ai suoi comandi, signorina — quando lei vuole cominciamo.
— A domani dunque?
— Domani...
E Murialto ebbe un nuovo soggetto di meraviglia.
A cominciare dall'indomani Rosa venne tutte le mattine a scuola dal maestro e tutte le sere Severino andò in casa Bossano.
Le novità di quella settimana furono parecchie.
Il mercoledì arrivò il cavaliere di Rueglio; senza neppur smontare a casa sua, andò dritto col cavallo dai Bossano e vi si trattenne più di due ore.
La sera stessa vi andarono il Gandola e il pizzicagnolo, e il fattore dell'arciprete.
Di tuttociò si parlava in paese; ma non era tutto e neppure il peggio.
Dopo il suo incontro con Anna, Camillo per alcuni giorni non discese più dal campanile: di là spiava la giovinetta: essa veniva due volte al giorno; sbucava di dietro il pergolato di madreselve, e, fatti alcuni passi, spariva nel sentieruolo, spariva dietro un cespuglio di lilla; dopo qualche ora ripassava. Qualche volta la sentiva cantarellare sotto la gronda della sacrestia, sotto i pampini che la vecchia vite scendeva sulla ficaia.
Appoggiato al parapetto aspettava delle volte lungamente — ella appariva e spariva; la visione era durevole alcuni secondi: ma rimaneva davanti alla mente di lui. Egli le parlava — dimorava con lei tutto il giorno.
Poco alla volta pensò di darle segno della sua presenza. — S'egli mettesse una voce: — oppure, cosa meno compromettente, lasciasse cadere una pietruzza sul tetto sottoposto?... Ella si volterebbe di certo e lo vedrebbe... ma con qual coraggio avrebbe egli sostenuto il suo sguardo? Forse la si sarebbe offesa — e sarebbe fuggita... e non verrebbe più. Egli voleva che venisse, aveva bisogno di vederla.
E il vederla non gli bastava più.
Allora concepì una solennissima audacia di timido.
Prese il volume della Nuova Eloisa e al primo «io ti amo» che trovò ci fe' intorno colla matita un cerchiellino. Ma quel giorno non trovò il verso di buttarlo sotto. Quando si era ben deciso veniva qualcuno o capitava all'orecchio una qualche nuova insolita — quando tutto tornava tranquillo gli mancava il coraggio.
L'indomani era domenica: per la campagna una quiete, un silenzio profondo; la natura di quei paesi soggiogata, trasformata dalla mano dell'uomo in un opificio immenso sente e assapora l'ozio del dì della festa; quando a lunghi intervalli passa un sospiro d'aria le vette degli alberi si piegano lentamente, si rialzano più lentamente ancora, dondolano un istante come sonnecchiassero, e ritornano immobili; — le ore vanno lente e anche il sole pare s'indugi per via in una tranquilla contemplazione; le bianche nuvolette veleggiano leggere, silenziose pel cielo e mutano profili, mutano colore e scompaiono come le visioni dei sogni: nelle ore meridiane un grave sopore incombe sul villaggio e appena qualche rumore lontano, diverso dei soliti, pare il sospiro inconscio, il gemito placido di addormentato che muta fianco e sonno: poi tutto tace di nuovo: e la cicala strilla il suo verso.
Camillo era sul campanile, al suo posto e fantasticava col suo libro fra le mani.
Chiuse gli occhi, aperse la mano e poi guardò impaurito.
Il libro, battendo contro una ringhinetta, era rimbalzato sopra il tetto della sacristia e scivolava lentamente sul converso di una fila di tegoli. Camillo seguiva coll'occhio ansioso quel libricciuolo che pareva volesse burlarsi di lui: sostava un momento, aveva trovato un ostacolo, si fermava... ma poi il furfante pencolava, ruzzolava, si drizzava e un giro alla volta ricominciava a discendere: finalmente si sprofondò tra i pampini della vecchia vite.
Il giorno dopo egli non osò mostrarsi al parapetto; intese nel giardino, all'ora solita, il passo di Anna e poi delle risa acute di Rosa.
Ridessero di lui?
Un mometo sentì la voce di lei; l'aveva udita una volta sola, ma la conosceva bene; sapeva distinguerla fra tutti i rumori che salivano a lui dal villaggio e dalla valle: era una voce lenta ma sonora, e negli acuti incisiva e metallica.
E gli parve che sostassero ai piedi del campanile: tese l'orecchio ma non udì più nulla.
Si rannicchiò fra i cavalletti che un tempo sostenevano le campane, ansioso, trepidante.
Poco dopo un gran rumore lo atterrì: un fracasso di tegoli smossi, spezzati, sul tetto sottoposto: poi un rovinìo di calcinacci e di pietre sgretolate e subitamente una mano lunga, nervosa e vigorosa comparve sul parapetto. Un'altra lo seguì e fra le due apparve una testa giovanile, bronzata, con una gran zazzera crespa, il ritratto virile di Anna. Ravvisò Ernesto il fratello maggiore, il quale di balzo fu nella cella e gli chiese senz'altro:
— Che fai lì?
— Leggo, rispose macchinalmente Camillo.
— E il libro? domanda l'altro ridendo, te l'ho portato io, eccolo qui, perché non l'hai mandato a prendere?
Gli buttò il suo Rousseau. Camillo sentì darsi un tuffo nel sangue: egli s'aspettava di sprofondare.
Ma Ernesto soggiunse tranquillamente:
— L'hanno trovato sotto il fico, è un po' umido perché ha preso la rugiada.
Poi s'appressò al parapetto e guardò fuori:
— È bello di qui, disse poi, se vuoi verrò a trovarti qualche volta — ma ad un patto che tu scenda con me in giardino, come facevi una volta quando non c'eravamo...
Aveva un modo di parlare così franco e simpatico che Camillo a poco a poco si rassicurò e gli promise quel che chiedeva.
— Tu stai qui tutto il giorno, e leggi sempre, che gusto ci trovi tu a leggere? continuò Ernesto, io non ci ho pazienza: mi irrita, mi mette di malumore: la mia mania è di vedere il mondo, è di fare, vorrei fare il soldato. Sai che c'è la guerra contro i tedeschi?
Camillo non sentiva: pareva incantato: scartabellando il suo volume, aveva ritrovata la pagina, causa di tante trepidazioni. Il suo segno era cancellato con cura: ma un altro simile ne vide tracciato nella pagina opposta intorno alle parole: lo so — e più in là un Vi aspetto era sottolineato...
— Io scendo, vuoi venire adesso con me? Camillo s'alzò istintivamente.
— Bravo, sclamò Ernesto, vieni — e l'aiutò a calare sul tetto della sacristia, e quindi per una scala a pioli a scendere in giardino.
Da basso fu salutato dalle allegre risate di Rosa e Gustavo: voltandosi vide anche l'Anna e arrossì fino alla punta degli orecchi.
Ernesto rampognò il fratello: ed Anna soggiunse severamente:
— È lui che ti aperse quella sera.
— Ih la gente seria! sclamò Gustavo, me l'hai detto già e volevo ringraziarlo, ma lui va e viene come gli uccelli e bisognerebbe pigliarlo a volo...
Egli riprese poi la partita alle bocce che stava giocando col figlio del pizzicagnolo e invitò Camillo a entrare nel gioco a far partita contro insieme coll'Ernesto.
Camillo non ardiva schermirsene, ma sopraggiunse Severino a levarlo d'impaccio accettando la sua offerta di surrogarlo.
La partita cominciò. Rosa andava ogni momento a misurare i punti col filo della calza e allora Anna e Camillo restarono soli. Il giovane non ardiva parlare. Ella gli disse:
— Sa che le nostre famiglie sono divise, inconciliabili.
— Sì, rispose Camillo con tristezza.
— Io non sono ricca.
Camillo fe' un cenno col capo.
— E mantiene quel che mi ha scritto?
Camillo, stupito, impallidì, poi le volse uno sguardo ch'era la più eloquente delle risposte.
— È serio dunque? riprese Anna, io lo credo galantuomo — e gli stese la mano.
Continuarono a camminare in silenzio lungo il bastione: in capo al sentiero Anna gli disse:
— Da questo momento lei ha la mia parola: io l'aspetterò finché possa mantenere la sua.
La cosa a Camillo pareva enorme, ma naturalissima. Egli soggiunse:
— La manterrò.
All'ingenuità rigida e onesta delle loro convinzioni pareva che non occorresse aggiungere altro. Tutto era detto — tutto si sarebbe fatto. Che si potevano prevedere ostacoli a tanta fermezza di volontà?
Fatti alcuni passi, Anna si fermò:
— Qui ci siamo incontrati la prima volta.
Si fermarono di nuovo: si appoggiarono al bastione, l'uno presso l'altro come quella sera e per un gran pezzo non dissero più nulla.
Un momento Anna si mosse, andò a spiccare un fiore di giunchiglia e nell'offrirglielo disse:
Fu la prima volta che egli la vide sorridere.
Poi notò il Rousseau che spuntava dalla tasca di Camillo.
— Mi sono provata di leggerlo ieri sera ma mi sono disgustata.
— Non le piace?
— No, ci sono troppe smorfie, eppoi non lo capisco tutto. Avete letto Saint-Claire dell'isole?
— No.
— Il Conte di Montecristo? Neppure? Ve li presterò io. Lì ci è dell'energia. Il piagnucolare mi dà fastidio. Ho conosciuto in Sicilia la moglie di un ingegnere, un'americana, che il marito aveva sposato agli Stati Uniti ed era stata la sua compagna indivisibile e la sua aiutante in tutti i lavori da lui condotti. Fatta fortuna, egli volle tornare in Italia e arrischiò i suoi capitali in un'impresa di ferrovia, che fallì. Condusse sua moglie a Siracusa, suo paese, nella propria famiglia e là le disse: «ho perduto tutto, anche le tue sostanze (ell'era ricca) non ci resta che a vivere qui modestamente». — Ella rispose: «lo sapevo, tu hai fatto bene; abbiamo avuto disgrazia». Non lo rimproverò, non lo contrariò, lasciò passare il primo scoraggiamento e poi dopo tre mesi quando vide che riprendeva animo lo prese in disparte e gli disse: «— Senti, torniamo nel Far West, ricominciamo da capo». E partirono. — Così si deve fare noi donne, soggiunse Anna, — tutto il resto son smorfie. L'uomo ha da essere uomo, non affibbiarcelo alle gonne — ma aiutarlo, incoraggiarlo... se tutte facessero così non ci sarebbero tanti poltroni...
— Mia sorella t'imbarca già anche te per la sua America, disse improvvisamente dietro a loro Gustavo ch'era venuto a cercare una boccia sbandata in mezzo a un'aiuola. C'è ancora nel bastimento un posto per me?
— Sì, in cucina, Anna rispose.
— Magari — e tu sul ponte. Guardati dai colpi di sole— e scappò sghignazzando.
Poco dopo venne Ernesto e parlarono di cose indifferenti: Ernesto gli chiese i suoi gusti gli disse i suoi: — a lui non piaceva studiare, aveva imparato la geometria e sperava che ciò gli bastasse per guadagnarsi il pane all'aperto; la sua passione era andare a caccia, in barca e se la fortuna volesse, montare a cavallo, ah questo sovratutto!
— Tu sei più bravo, tu ami lo studio! gli disse in fine.
Simpatizzarono subito.
Camillo rientrò in casa fiero, commosso e stupito di avere una fidanzata e un amico.
L'indomani studiò il modo di aprirsi un passaggio meno drammatico per entrare e meno comico per uscire dal giardino Bossano. Egli aveva osservato un crepaccio dietro la pila del battistero, e dalla luce verdastra che di là entrava arguì che il muro non dovesse essere troppo solido. Levò la stanga del cancello sgangherata e non durò troppa fatica ad aprire una breccia. Quando mise fuori il capo si trovò alla presenza di Anna, la quale stando lì a due passi all'ombra della vite, era accorsa al picchiare furioso.
— In chiesa, venga a vedere...
E le porse la mano, l'aiutò ad entrare attraverso i rottami.
La menò a girare nell'antico limbo dei suoi sogni. Anna, arrivando dal sole, abbagliata, non ci vedeva e si teneva al suo braccio; uscendo dalla sacrestia nel coro, incespicò nel gradino e barcollò: Camillo la sostenne fra le braccia e sentì l'alito di lei sulla guancia: allora, acceso da quell'occasione che non avrebbe mai saputo procurarsi, dall'atmosfera viziata, inebbriato dall'audacia che involontariamente si trovava d'aver compiuta egli parlò, esalò al suo orecchio gli scongiuri che tante volte aveva gettati nel silenzio di quelle navate e che l'eco gli aveva ripercosso nel cuore: disse a lei il suo antico amore per la donna ideale dei suoi sogni.
Anna non aveva opposta alcuna resistenza alla sua stretta, — calma, silenziosa con candida benevolenza lo ascoltava.
Camillo terminò singhiozzando.
Allora ella si sciolse e lo guardò impietosita; un po' inquieta.
— Ti senti male? gli chiese con interesse.
— No... rispose egli a stento... ti voglio bene.
— Anch'io a te...
— Non è vero...
— Non ho creduto a te io?
— Ben fammi un bacio.
Egli fe' un passo verso di lei; un tremito violento scuoteva le sue gracili membra: chinò la testa.
Anna serena appressò le labbra gli depose un bacio sulla fronte: un bacio schietto, rumoroso, rapidissimo.
Camillo ebbe le vertigini della gioia: ma ella lo richiamò a sé dicendo:
— No, egli supplicò, resta qui un poco; mi fai tanto felice...
La fe' sedere sulla predella dell'altare, e s'allontanò, andò a rannicchiarsi nel suo confessionale come una volta e chiudeva gli occhi e li riapriva ed ogni volta, nel rivederla, sussultava di gioia.
Pioveva dal cupolino dell'abside una luce tranquilla che rammorbidiva i lineamenti regolarissimi ma accentuati e un po' duri della giovinetta. Il suo viso pallido spiccava sull'ombra del battistero colle tinte bianche di una bella erma.
Ella si stancò presto della posa.
— Come sei fanciullo, sclamò, quanti anni hai?
— Diciotto.
— Come me; tu però sembri più giovane.
Il tuono vibrato della sua voce ruppe l'incanto. Camillo le si avvicinò: ed ella, alzatasi risolutamente, volle uscire dalla chiesa.
Né mai più dopo volle riporvi piede.
Quando Camillo gliene parlò, rispose:
— No; è un luogo malsano e dà la malinconia: a che serve?
I loro colloqui continuarono nel giardino: là all'aria aperta ella si sentiva all'agio suo; ma Camillo non trovò più l'eloquenza di quel giorno.
Ella lo intimidiva e lo esaltava. Egli non la capiva. La donna ideale gli era parsa misteriosa; questa donna vera gli riusciva inesplicabile. E causa di ciò era appunto la logica rigorosa e assoluta fino all'ingenuità dei suoi criterii. Era una volontà che si avventava nella vita credendosi perfettamente libera — invece Camillo più riflessivo, ripiegato dalla soggezione continua, andava all'estremo opposto, alla convinzione di un'assoluta incapacità a lottare. I loro caratteri si erano incontrati e aderivano per il loro lato luminoso, per le aspirazioni al bene e al bello: ella cercava un compagno, egli chiedeva una guida.
Quando stavano insieme, Camillo si meravigliava della sicurezza di lei, ella s'indispettiva dell'inquietudine di lui.
Ma poi ella si sentiva largamente compensata di questa debolezza dalla bontà profonda, dalla delicatezza squisita, dall'ammirazione senza limiti che Camillo le offriva.
Egli l'ascoltava con riverenza quando parlava, e non la contraddiva mai e le ripeteva: come sei bella, come sei grande, come sei generosa. Ed ella s'inorgogliva specchiandosi nella sua adorazione.
Camillo poco a poco dimenticava al suo fianco ogni cosa ed anche il timore opprimente della sua casa.
Ma intanto le sue visite in giardino si risapevano in paese: Severino e il figlio del pizzicagnolo avevano parlato.
Una mattina il segretario Stroppiana che egli andava a trovare qualche volta per rovistare nell'archivio del comune interruppe una sua lunga dissertazione intorno agli allodii per dirgli:
— Guardate, oh, che vostro padre sa tutto.
Suo padre non gli disse nulla, ma era già cosa terribile che sapesse tutto!
Avvertì Anna che egli non avrebbe potuto tornare, di giorno almeno: propose di venire la sera dopo la cena.
Ne rimase mortificata.
— Poverino, disse, così schiavo sei? Ben, vieni pure di sera, ti aspetterò.
Ma i dialoghi diventavano troppo malinconici; Camillo al buio riacquistava la sua eloquenza e scivolava nel patetico.
Cominciarono delle lunghe escursioni nelle vallette vicine: le notti erano belle, l'aria tiepida e profumata dai prati in fioritura: i sentieruoli si nascondevano in mezzo all'erbe alte.
La campagna perdeva a quell'ora la rigidezza artificiale delle sue linee, le grandi ombre celavano le sgradevoli divisioni geometriche dei colti: le macchie di gaggia parevano più alte e più dense e i pampini davano ai filari dei frastagli vaghi e leggiadri.
Camillo si tuffava in quelle misteriose attrattive: respirava con delizia l'alito possente e inebbriante che saliva intorno a lui ed avvolgeva, stimolandoli, i suoi sensi.
Aveva delle distrazioni profonde: poi esprimeva a mezza voce come le ripetesse a sé stesso le proprie impressioni.
— Non so, tu vedi e senti delle cose strane dappertutto: fai attenzione alle cose più inutili, gli diceva l'Anna. A che ti serve questo fantasticare sopra ogni filo d'erba?
Ella preferiva camminare sulle grandi strade e diritte e illuminate dalla luna: e andare spedito.
— Hai paura? le chiese una volta Camillo.
— Di che; della rugiada?
Anch'essa aveva le sue fantasticherie, ma erano tutte di azione, di moto, progetti di opere, impazienze di ambizioni gagliarde e vivaci.
Verso il fine di maggio ci furono alcune sere piovose e bisognò smettere le scorrerie per la campagna. Anna propose a Camillo di venir in casa; egli non ricusò ma mostrò una così grande ripugnanza che, dopo un po' di broncio, arrendendosi alle sue ragioni consentì a cercare per i loro ritrovi un altro ricovero, e questo fu un piccolo forno per bucato addossato alla chiesa in fondo alla legnaia. Nella legnaia la sera alcune donne brucavano la foglia pei bachi della signora Cristina, l'uscio malchiuso lasciava penetrare una striscia luminosa. E da quella Camillo ed Anna non si scostavano: lui da una parte lei dall'altra, ritti in piedi. Camillo si appoggiava un po' all'orlo del fornello.
E doveva parlar sempre, continuamente — Anna abborriva i silenzi sentimentali: bisognava seguirla e divagare con lei in un positivismo immaginoso e farraginoso, che era il suo ideale della vita.
Le elezioni comunali si avvicinavano, Marcello non era rimasto inoperoso: rassicurando, con le lustre di una grassa agiatezza, l'avarizia de' suoi antichi alleati e stimolandone le ambizioni rachitiche ma tenaci, era riuscito a riafferrare e a smuovere l'opposizione. Il cavaliere di Rueglio non domandava di meglio che accettare la offertagli candidatura: e su questo caposaldo Marcello fondava le sue speranze.
L'ultimo sabato di maggio invitò gli amici ad una riunione per postare, egli disse, le batterie. Arrivarono uno ad uno ad un'ora di notte, come tanti cospiratori, dalla parte del bastione. Andrea li aspettava nel prato, li faceva passare sotto i voltoni e per la cantina salire in cortile.
Si raccolsero silenziosi nella legnaia. Erano un due dozzine. Presiedette Marcello: sedendo a un tavolino in fondo; davanti a lui i caporioni, e dietro a questi gli altri, — ritti sulla soglia, al buio, i timidi, i dubbiosi, gli esitanti.
Prima d'ogni cosa si sturarono alcune bottiglie di grignolino e Andrea, segretario dell'adunanza, distribuì intorno i bicchieri colmi.
Poi Marcello spiegò il motivo della riunione: accordarsi su tre candidati uguali per evitare la dispersione di voti. — Voti ciascuno come vuole, ciascuno scriva i nomi che preferisce: e li metta qui. — I tre nomi che avranno il numero maggiore di voti saranno poi domenica votati da tutti noi.
L'operazione cominciò subito: Andrea aiutava un po' i malpratici; le schede furono poi raccolte in un'alberella da mostarda; quindi, estratte, diedero la maggioranza al cavaliere di Rueglio, al pizzicagnolo Viasco, lasciato in asso alcuni anni addietro, e a Croce, l'oste del Leone.
— Badate, soggiunse il flebotomo, badate a questo, che, se vogliamo vincere, bisogna che tutti portiamo domenica questi tre, solo questi, siamo intesi? Un momento, aspettate eh! ancora un bicchiere.
In quella scoppiò un fracasso indiavolato, il rotolar di una caldaia sul pavimento.
Fu come una fucilata in uno stormo di colombi: sparirono tutti non restò che l'Andrea a sgocciolare il grignolino.
Marcello prese uno dei due candelieri di argento sul tavolino aperse vivamente l'uscio del forno.
— Che fai qui? disse bruscamente ad Anna, che sostenne imperterrita l'apostrofo, è il posto di cacciarsi questo? su, in casa.
A Camillo — lo vide? non lo vide? — non disse nulla.
Fe' passar la figlia, le tenne dietro, uscì lasciando aperta la porta.
L'indomani, il tempo essendosi racconciato, Camillo discese un po' prima dell'ora solita, pregustando la libertà, divenuta preziosa, di una passeggiata in campagna.
Ma Anna seria seria e con piglio di amorevole risolutezza gli disse:
— Vieni.
— Dove?
Lo prese per mano e soggiunse gravemente.
— È necessario al mio decoro.
Camillo la seguì: sulla soglia si fermò e balbettò:
— Sa tutto.
Nella vasta cucina, dove lo condusse, stava raccolta tutta la famiglia Bossano.
Il flebotomo, ritto nel mezzo, rispose gravemente al suo saluto, levandosi il cappello.
La signora Cristina, ad onta della sua corpulenza, gli balzò incontro, lo abbracciò:
— Ci siete venuto stavolta, ragazzo mio, ce n'è voluto! ce n'è voluto!
Poi tenendogli le mani sulle spalle e guardandolo cogli occhi pieni di lagrime:
— Non sapete che io sono l'amica di vostra madre? Vi abbiamo tante volte fabbricato insieme; ed ora che vi vedo bene non ne sono mica malcontenta.
Poi lo fe' sedere e s'impelagò nello sconfinato argomento delle rassomiglianze, tracciando i connotati degli ascendenti di Camillo risalendo su per i due rami — con molta festività, una limpida vena di comico e punto fiele.
Il signor Marcello aveva ripreso a passeggiare taciturno e pensieroso per la cucina; fatte alcune giravolte, si appressò a Camillo, gli stese la mano, gli chiese ampiamente permesso di uscire e pronunziò il solito: «fortunato d'aver fatto la sua conoscenza».
— Oh il corbello! la conoscenza! sclamò sorridendo la signora Cristina, la conoscenza!
— È nostro cugino!
Anna, Ernesto e Camillo si guardarono: non ci avevano mai pensato!
Camillo specialmente ne fu sorpreso: e provò una dolcezza da non dirsi. Gli parve d'aver acquistata ad un tratto una famiglia, egli che non ne aveva mai avuta. Ogni sua soggezione ora squagliava al calore di quella bonarietà cordiale, amorosa. Sorrideva e li guardava in silenzio.
— Ma non dici nulla? gli domandò Cristina.
— Ascolto, rispose placidamente Camillo.
— Tutto sua madre, la povera Adelaide, anche lei mi diceva sempre così.
E le parlò lungamente della sua buona amica.
Camillo non aveva conosciuta sua madre: se la vedeva risuscitare viva viva nel ritratto immaginoso della Cristina.
Intenerito, affascinato non pensava punto a moversi. Ma la signora l'avvertì ch'era tardi e senza cerimonie le consigliò a ritirarsi.
— Tornerai, scimiotto? gli chiese con materna confidenza, e, abbracciatolo stretto, stretto un'altra volta, lo congedò.
Anna lo ricondusse fino alla porta.
— Non è meglio così che andar a spasso nella rugiada?
— Ah sì: cento volte!
Il suo amore si espandeva nella famiglia di Anna, diventava una gioia più larga, più tranquilla. E che dolce sicurezza!
Tutti gli volevano bene, tutti si occupavano di lui, senza dargli molestia, rispettavano le sue ombrosità, le sue timidezze. Ernesto e Severino erano due buoni amici serii, discreti; l'uno franco, bravo, l'altro ingenuo senza malizia. Rosa poi lo trattava con quella sua giovialità limpida che rallegrava. Gustavo solo, le rare volte che c'era, lo punzecchiava con le sguaiate lepidezze: ma come Anna lo compensava allora colla vivacità delle sue difese!
Qualche volta però gli tornava il desiderio delle acute smanie, delle morbide sensazioni che condivano i loro primi colloqui furtivi. Era tanto raro che adesso Anna e lui si trovassero soli!
— Ma se non sapevamo mai cosa dirci! ella osservava.
Verissimo. Ma quando si è soli, di notte in mezzo ai campi, tenendosi per mano l'un l'altro e si ha diciott'anni per uno le parole più eloquenti sono appunto quelle che non si dicono.
La domenica seguente avvennero le elezioni: i partigiani del potere occuparono i due seggi senza contrasto e pareva, fino a mezzodì, avessero a prevalere. Ma l'opposizione trionfò nel segreto delle urne. Marcello Bossano non abbandonò la sala un minuto: ritto alle spalle degli scrutatori, verificò scheda per scheda; sventò tutte le cabale, vinse tutte le difficoltà, difese tutte le sue voci ad una ad una. Alla fine il sindaco Biancardo, che presiedeva l'ufficio, dovette con voce tremante come dicesse un crimenlese proclamare eletti il cavaliere di Rueglio, il Viasco e il Croce.
Quando si riseppe in paese, i caporioni dell'opposizione, spaventati dalla propria vittoria, si appiattarono in casa: ma gli amici di Andrea ne andarono in visibilio e vennero a casa del flebotomo a fargli una dimostrazione; cose che non s'eran mai viste!
Marcello li invitò a una merenda a San Gregorio presso Albereto, una cappella di cui quel dì ricorreva la festa patronale.
Egli fornì il vino: Viasco diede una forma di gruyère e una dozzina di salami.
La comitiva partì colle provviste, e con un organetto imprestato dall'oste del Leone, Marcello li seguì da solo. Ernesto e Severino proposero ad Anna e Rosa di far un giretto a vedere la festa.
Al loro arrivo i dimostranti avevano già invaso il poggetto della cappella; i contadini non volendo compromettersi con quella marmaglia erano spulezzati insieme colle loro donne lasciando vuoto il padiglione dove le danze erano cominciate. I sonatori visto sfumare il profitto della giornata vollero protestare, ma erano cinque in tutto, e scambiate alcune parole, usarono prudenza e se n'andarono anche loro cogli istrumenti sotto il braccio prima che seguissero i fatti.
Andrea piantò l'organetto sotto l'ampio castagno che ombreggiava il piazzale e menando la manovella gridava:
— Qua, qua, chi vuol ballare, gratis et atnoris, a ufo, a ufo, e da bere per giunta.
Egli alzava pel collo un grosso bottiglione.
Alcune curiose birichine s'erano fermate sghignazzando sul ciglio della vigna vicina: i più lesti se le disputarono, gli altri ballonzolavano fra loro.
Andrea sonava alla gran diavola interrompendosi per imboccare il bottiglione.
— Ehi, gli gridavano, ne vogliamo anche noi — e se gli scagliavano addosso.
Andrea già acceso difendeva con ambe le braccia la sua «ballerina». Poi s'arrendeva a dar loro da bere, passava il bottiglione di bocca in bocca, forbendo le più indiscrete col rovescio della sua mano pelosa.
All'arrivo delle due Bossano scoppiarono vive acclamazioni; tutti le salutarono tirandosi in là con rispetto.
— Facciamo un giro? disse Rosa.
— Balla anche lei? anche loro! brave! evviva le buone signore!
Le danze ricominciarono più ordinate. Ernesto rimosse Anna dall'organetto, il Tuni accompagnava, traendo da uno zufolo di canna delle modulazioni deliziose; in quel cervellaccio d'idiota v'era una scintilla di genio musicale.
Anna prese la mano a Quirino, il primo figlio d'Andrea, un bel pezzo d'uomo, che aveva per la sua famiglia, ma specialmente per lei, una devozione senza limiti. Lui la prese tremando dalla commozione e le fece far un giro di monferrina, impacciato, tenendosi discosto, storcendo il viso in fuori per il timore di offenderla pure col fiato. Compiuto il giro, col viso roso e grondante, la ringraziò balbettando pieno di riconoscenza e la condusse fuori della confusione.
Anna sedette sulla ripa della vigna: le erbe alte le facevano intorno una corona di fiori.
Quirino rimase là ritto davanti a lei, le raccoglieva delle salvie azzurre, delle grosse margherite, dei rossi trifogli, dei ranuncoli splendidi come oro.
Poi indicandole il castello d'Albereto che torreggiava alle sue spalle profilando le sue linee scarne sul raggio porporino del tramonto le diceva con un sorriso d'intelligenza:
— Quando sarà lei la padrona lì, le farò io se il suo signor Camillo me lo permetterà, un giardino bello come quello di Villadeati.
Anna gli sorrideva e mettendogli la mano sulla spalla:
— Tu sei un brav'uomo, ti ricordi quando venivo a mangiare nella tua scodella? quelle belle minestre nere di paste e fagioli?
— Corpo se lo ricordo; e allora mi parevan buone anche a me. Tengo ancora la scodella.
— Bravo Quirino, ripeté Anna, ma non l'ascoltava più; il suo sguardo risaliva al prato sino alla siepe di mortella del giardino d'Albereto. Una fanciulla incalzava una coppia di mucche cantando a squarciagola.
Anna faceva un sogno delizioso. Ella tornava là dopo molti anni con Camillo, diventato uomo davvero e il suo uomo, e tutti, come in quel momento nel passarle davanti la salutavano.
Spiccato nel padiglione abbandonato il mazzo di fiori che doveva servire per il premio alla coppia vincitrice nell'incanto dell'ultimo correntone, vennero in quel momento a presentarglielo. Ella sorrise con bontà come fosse già la castellana del suo bel castello in aria.
Intanto il garzone del Leone aveva tagliato il salame ed il formaggio e, cominciava la distribuzione: — avuta la loro parte si sparpagliavano: le danze cessavano; solo il Tuni rimaneva in disparte e zufolando nel suo flauto una cantilena dolce e melanconica. Lo fischiavano d'ogni parte, gli tiravano buccie di salame; ma egli niente, non se ne accorgeva.
— Fallo tacere, disse Anna a Quirino, annoia; te' dagli questo.
— Ma non occorrono soldi, rispose Quirino e correva a rimbrottare il fratello.
La refezione fu divorata in un baleno. La brigata tornò sotto il castagno. Andrea l'arringava:
— Li abbiamo fatti credere, avete visto? Cosa vi dicevo? Non sono grullo... e adesso fermi, perdio, abbiamo il mestolo noi, facciamo la nostra polenta...
— E salsiccia, urlava Gustavo.
— Zitto! zitto — soggiungeva Andrea mettendosi con malizia di ubbriaco l'indice al naso; zitto... che parla il professore... io sono il professore degli uomini compiti... e adesso gli uomini compiti sono le brache di tela... Evviva noi...
Col cader del sole la curiosità aveva attirato a San Gregorio una mezza dozzina di bottegaie. Si ripigliavano le danze. Era notte: una candela illuminava fantasticamente il confuso abballottio.
Ma il flebotomo, abbastanza insensibile a quella galloria, prese commiato gridando:
— Accompagnamolo...
— Sì, sì... veniamo tutti.
Tutti si mossero. Il garzone del Leone indossò l'organetto, un ragazzo lo seguiva sonando alla disperata. Andrea, giacchetta sopra le spalle, saltellava, barcollando, emettendo grida frenetiche, cui rispondevano abbaiando i cani degli sparsi cascinali.
E avanti!
All'entrata del paese, il diavoleto aumentò: ad ogni uscio dei codini una piccola serenata con allusioni ed epigrammi: eppoi: evviva noi! e avanti!
Ma in piazza il baccano cessò ad un tratto come per incanto: l'organetto, fermato, lasciò sfuggire un miagolio lamentevole.
All'orologio della giudicatura sonavano le dieci. Sor Bellono usciva dalla porticina del segretario e attraversava col solito passo podagroso la piazza, imperturbabile, senza voltarsi, come tutta quella gente fossero ombre invisibili.
Qualcuno si levava il cappello e Andrea lo garriva:
— Vagli a leccar le zampe, asino, va.
Fu il solo che ardisse parlare.
Sor Bellono passò vicino ad Ernesto ed Anna e posò sovr'essi un momento il suo sguardo freddo, perfettamente impassibile: senz'ira, senza rancore, come non li conoscesse. Eppure tutt'e due si voltarono come egli li avesse insultati e contemplarono con un certo sgomento la sua larga schiena nera che entrava nell'uscio apertosi silenziosamente.
Il Tuni, rimasto indietro, sopraggiungeva zufolando la sua cara cantilena.
Lo strascico delle elezioni terminò dai Bossano: in sala c'erano il Viasco e gli altri bottegai che a notte chiusa s'erano decisi ad uscire; in cucina il Gandola, e l'Andrea che davano in tenerezze.
Anna e Camillo si videro quella sera in giardino: lei fu più espansiva del solito, si appoggiò al suo braccio e continuò il sogno che da alcune ore aveva nella mente.
— Ho veduto oggi il tuo castello d'Albereto, mi piace più che in paese: bisognerà restaurarlo e andremo là quando torneremo a passar qualche giorno a Murialto.
— Sì, e tu prenderai la stanza di mia madre.
— E anche tu: perché allora io non ti lascerò un minuto, se non quando avrai da lavorare...
Nel fervore di questi progetti si stringevano l'uno all'altro: Camillo tremava, il fermento degli istinti morbidi si ridestava in lui; il sangue gli montava alla testa; egli serrava il braccio di Anna contro il cuore; ne sentiva il tepore; rubava voluttà insignificanti ma immense con tutti i sotterfugi e le perfidie, le puerilità terribili dell'amore; le carezzava la mano; e incespicava per chinarsi e porvi su le labbra.
— Ma tu... tu, le disse poi, mi vuoi bene forse?
— Come?
— Tu diffidi sempre di me, e...
— Io!
Ella si spiccò fieramente da lui, allargò le braccia, e innocente, temeraria, risoluta a tutto senza conoscere nulla, sclamò:
— Son tua.
Camillo s'avventò, l'avvinghiò colle braccia, ma le gambe gli traballarono sotto; cadde sulle ginocchia. Ella lo sostenne e, chinandosi, lo baciò in fronte mormorando compassionevole:
— Poverino!
Camillo ridiventò più docile, più rispettoso di prima, ed Anna, felice, persuasa di avergli data la massima prova di amore, si appoggiò ancora al suo braccio passeggiando pei brevi sentieruoli del giardino: divagarono tranquilli nelle anguste speranze della adolescenza che paiono immense, nelle fallacie del desiderato avvenire. Così finché più tardi del solito si separarono.