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L'indomani, quando Camillo usciva dalla cucina Bossano, Anna gli disse con solennità piena di mistero:
— Vieni a salutare Ernesto; egli parte stanotte.
Lo condusse, tutto stupito, nella camera che il fratello abitava nel padiglione in fondo al giardino, e quando vi furono:
— Va volontario.
Gliene aveva fatto la confidenza la mattina, a lei sola.
Ernesto pallido, radiante dalla presa risoluzione, stava legando un piccolo fagottino di robe che Anna, di nascosto, gli aveva preparate. Lo salutò colla solita serenità: l'abbracciò, lo baciò sulle due guancie:
— Dunque, addio.
— E tua madre? disse Camillo turbatissimo, appoggiandosi alla sponda del letto.
— Povera mamma! esclamò Ernesto con voce tremolante.
— È una donna coraggiosa, disse poi: poveretta, farà il suo sacrifizio alla patria anche lei.
L'indomani da alcune malignità sfuggite all'Emerenziana, Camillo capì che le cose non erano passate dai Bossano troppo liscie. Verso il mezzodì vide il flebotomo partire come una saetta col calesse dell'oste del Leone.
Quando venne la sera, trovò Anna che si faceva una gran forza, ma bianca come cera, tremante. Di là la signora Cristina si lamentava, e Susanna la confortava con dolcezza. Intese il suo passo e domandò ad un tratto:
— Chi è? — Era la centesima volta che ripeteva quella domanda.
— È Camillo, mamma, disse Anna affacciandosi.
— Ah, esclamò la madre buttando le braccia al collo al giovane, ah Camillo che disgrazia! Dava in uno scoppio di pianto; ma subitamente le lagrime le si asciugavano e la coglievano delle fiere convulsioni: le si storceva il viso: le si rovesciavano gli occhi; colle mani si aggrappava, respingeva, malmenava inconsciamente quanto gli capitava sotto. Poi dopo alcuni minuti, seguiva una grande spossatezza: rinveniva come da un lungo letargo; sbadigliava, si passava le mani sul viso sfatto, apriva gli occhi smarriti, li rigirava intorno, guardava stupefatta per orizzontarsi e subito domandava con un filo di voce:
— Tarderà poco: non la si crucci... le diceva Susanna.
— Oh sì, non torna, non l'ha trovato, ripigliava lamentandosi; no, non torna...
E tornava daccapo ad affannarsi, ad agitarsi. Così dal mattino in poi.
Guai a contraddirla! — li strapazzava con violenza, loro non sapevano nulla, non sentivano nulla... non volevano che ingannarla... tutti intesi... — dava in ismanie furiose... e dopo si raddolciva con doloroso rammarico, con uno sguardo dolce, supplichevole, straziante:
— Non mi fate disperare, dicea.
In cucina Rosa piangeva; Severino afflittissimo sclamava:
— Benedetto figliolo cosa gli è venuto in mente!
— Non parli di ciò che non conosce, lei! In questi giorni gli uomini davvero non restano a compatire quelli che fanno il proprio dovere.
Severino non sapeva cosa rispondere; Rosa levando il bel viso lagrimoso lo difese.
— Oh senti, Anna, non mi far la romana perché non è andato lui? — indicava Camillo,
— Lui è malato, se ci sarà bisogno anderà, ribatté ferma Anna, volgendo a Camillo uno sguardo affettuoso e porgendogli la mano che egli prese con entusiasmo.
Oramai non si capiva più, lì presso a lei si sentiva capace di tutto.
Marcello non tornò che l'indomani mattina; Camillo ne spiava l'arrivo dal muricciuolo dell'orto e s'avvide che portava notizie non buone.
La sera discese dai Bossano col presentimento di una grossa disgrazia. Fu sorpreso di trovare Cristina alzata, al suo solito posto nella cucina. Si capiva che stava su per forza di volontà. Diede in un pianto dirotto: — Ernesto s'era arrolato, e il suo Marcello le aveva detto che non c'era da farvi nulla che il passo una volta fatto non era possibile ritrattarsi: — questo non le entrava: — la legge, la disciplina, come potevano impedire ad un povero figliuolo di ravvedersi di una minchioneria; come lo si poteva costringere a rischiare la propria vita? Basta, ella voleva vederlo, e, se doveva partire, almeno abbracciarlo ancora una volta... s'era risolta di andare ad Asti l'indomani — ma i singhiozzi le mozzavano la voce — non aveva nulla — come lasciarlo partire senza un qualche soldo? Perciò aveva chiesto al Dritto, un usuraio del paese, qualche centinaio di lire: gliele aveva rifiutate per mancanza di garanzie.
— Sentite, disse con piglio insolitamente risoluto, permettete che io vi aiuti?
Lo guardava.
— Io sono l'erede di mia madre e un dì o l'altro, quando sarò maggiore, potrò disporre di quel poco o molto che mi ha lasciato.
— Fate chiamare il Dritto, e, se si fida di me...
Cristina non lo lasciò finire, lo abbracciò, se lo mangiò di baci. Accettò senz'altro.
Gustavo andò in cerca dell'usuraio e questi venne. Sebastiano Mussino una cosa si era guadagnato davvero: il suo soprannome: Dritto, vale a dire svelto, sagace, egli lo era quant'altri al mondo: aveva per le buone occasioni un fiuto sicuro, infallibile, sapeva sviscerare un figlio di famiglia con un'occhiata e valutare una buona promessa più di una mediocre garanzia. S'arrese a dare trecento lire ma naturalmente si valse del rischio per stringere le condizioni del contratto.
Cristina partì l'indomani per Asti: e vi si trattenne parecchi giorni; ne tornò un po' rassicurata dal vedere che la guerra continuava e suo figlio rimaneva al deposito. In casa Bossano le cose si quetarono ancora — ma Camillo non era tranquillo: col suo carattere, l'arditezza di una risoluzione gli riveniva in un lungo strascico di rincrescimenti, di paure: sentiva che una qualche novità doveva accadere e se n'atterriva.
Diffatti qualcosa accadde. Una settimana dopo. Stroppiana lo chiamò nella segreteria e gli domandò cos'aveva pensato di farsi imprestare denaro dal Dritto. Cosa poteva aver bisogno di seicento lire lui?
— Come? io non ne ho prese che trecento. Il segretario aperse lo scrittoio ne cavò una cambiale.
— Questa è vostra?
— Sì.
— E questa? gliene porse una seconda in cui la sua firma era quasi perfettamente imitata.
Camillo impallidì: il segretario ebbe un sospetto.
— Questa non è vostra?
— No.
— Dunque il savoiardo l'ha falsificata: Benissimo! sclamò battendo palma contro palma.
— La cambiale è uscita da quella casa d'inferno: me lo disse il Dritto.
Perché l'usuraio gli aveva comunicato le cambiali? Questo era tutto merito della diplomazia o meglio della polizia del segretario.
Camillo credeva di fare un brutto sogno: il credere all'infamia che si attribuiva al flebotomo ripugnava alla sua coscienza giovanile. La sera stessa confidò tutto ad Anna, e lei gli disse l'indomani indignata che i suoi di casa non ne sapevano nulla, che cercasse di avere la cambiale.
Camillo l'obbediva in tutto: e la mattina dopo tornò dal segretario; e ve lo trovò affaccendato, accanito nella preparazione dei ruoli per la leva straordinaria di quell'anno. Non poteva perdonare al governo le vessazioni che gli dava.
Ah i bei tempi di Murialto: quando il comune disponeva lui dei suoi uomini! e non li mandava a combattere per chissà chi, a farsi ammazzare per chissacosa, «l'Italia!» ma l'impiegava a suo profitto. Gli uomini di Murialto come erano apprezzati; la più bella razza del Piemonte: tanto è vero che una volta gliene cercavano dei campioni da tutti i paesi dei dintorni...
Camillo, si può pensare, aveva la testa a ben altro; ma lo lasciava dire, mostrava anzi di interessarsi per rabbonirlo.
Stroppiana si esaltava nel raccontargli di un contratto per cui il comune di Repigliasco cedeva a Murialto cinquanta giornate di bosco e Murialto permetteva a quindici dei suoi giovani di stabilirsi in Repigliasco, la cui popolazione indigena era rinomata per la sua bruttezza. Volle fargli vedere l'atto originale autentico del trecento: e uscì per andarlo a prendere nell'archivio.
Camillo colse il momento, aperse il cassetto dove aveva visto il giorno avanti deporre la cambiale che gli stava a cuore, la prese, e appena il segretario tornò, con un pretesto, e senza aspettar la sera, corse a rimetterla ad Anna.
Intanto però avveniva in lui un mutamento di cui si indignava ma che non poteva frenare: la sua fede era scossa: gli pareva strano che il flebotomo non si fosse di più commosso: e non avesse direttamente colla coscienza di chi si sente indegnamente offeso interpellato il Dritto; gli tornavano in mente le voci, le dicerie, che, nei suoi ricordi giovanili, gli parlavano sinistramente dei Bossano; gli rincresceva, si pentiva d'aver dato la cambiale... e si vergognava del pentimento. Così agitato combattuto discese egli dopo cena: l'Anna gli venne incontro tranquilla e al suo «dunque?» pieno d'ansietà rispose:
Marcello passò, con la sua testa di Nettuno corrucciato, gli fe' un cenno di saluto e lo costrinse ad abbassar gli occhi.
— Dammela dunque, disse poi Camillo un po' rassicurato, anderò io dal Dritto a chiedergli cos'è quest'imbroglio.
— Ma io non l'ho più.
— Come...
— No, il papà l'ha fatta in pezzi.
Camillo non poté trattenere un gesto di penoso stupore.
Anna parlò d'altro; ma lui non l'udiva.
— Mi rincresce che l'abbia distrutta!
Lo guardò fieramente.
— Dì la verità, tu dubiti di noi!
Camillo, bianco come cera, balbettò qualche parola.
— No non dirlo — sarebbe una grande disgrazia, io non ti vorrei più bene.
Una lagrima cocente sgorgò dagli occhi di lui.
Seguì un angoscioso silenzio.
Poi Anna gli disse seria seria:
— Addio. Tu mi offendi... Quando ti sarai persuaso di aver torto, torna — ma se ti rimane qualche dubbio preferirei, guarda, a qualunque costo, non vederti più...
Ma Camillo non dubitava più: era certo che l'avevano ingannato: la slealtà del flebotomo lo rivoltava e gli ispirava un disgusto profondo in cui tutti i suoi buoni e fervidi entusiasmi, anche l'amore per Anna, si annegavano.
Non sarebbe tornato più là dentro; ci avrebbe sofferto sicuramente e molto, ma non ci sarebbe più tornato.
L'indomani per tempo, il segretario venne a trovarlo nella sua camera: era furibondo per la cambiale sparita; il Dritto era stato a scandagliare Marcello, questi aveva negato il suo debito sfidandolo tranquillamente a provarlo. Egli sapea dunque che la cambiale mancava — l'aveva dunque rubata lui!
— No, disse Camillo, l'ho presa io! e l'ho distrutta.
— Perché?
— Perché era mia, — la voce gli tremava.
Stroppiana lo guardò stupefatto un momento, poi disse:
— Non è mica vero! a me non le si contano.
Egli non aggiunse altro, uscì e Camillo intese che entrava nella camera di suo padre. Poco dopo ritornò.
— Ragazzo, bisogna cavarvi dalle grinfe di quella gente. Vostro padre vuole che voi lasciate domani il paese. Vi accompagnerò io...
— Va bene, rispose rassegnato Camillo. Era l'unico modo di venir fuori da quella intollerabile situazione.
A pranzo, sor Bellono gli disse:
— Bada poi di far giudizio; o non verrai più a casa.
La sera tardi Severino usciva di casa Bossano; Camillo lo fermò in istrada:
— Senti, io parto domattina per tempo, dai questo libro all'Anna che me l'ha imprestato, è una memoria d'una sua amica.
— E non la saluti.
— No...
Severino qualcosa in nube aveva sentito ma il suo carattere buono non approfondiva mai il male. Non gli fece alcuna domanda indiscreta. Solamente gli chiese:
— Niente...
Camillo tornò indietro, gli porse la mano:
— Ti sembro cattivo! gli disse — forse lo sono, ma lo sono anche gli altri — io non capisco più nulla. — Oh mio caro! il mondo è più brutto di quel che pensavo.