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I link alle concordanze si evidenziano comunque al passaggio
Anna aveva aspettato Camillo; l'indomani Severino le diè la triste notizia. Ella non disse nulla, impallidì e salì nella sua stanza. Ma lassù le ginocchia le piegarono sotto: s'aspettava di morire.
Ella pianse angosciosamente tutta la notte, pianse il suo nobile edificio crollato, la sua gioia, la sua fede svanita; poi al dolore subentrò lo sdegno, una collera sorda, un furore impotente e perciò immenso.
L'indomani si chiuse nella stanza appena Rosa ne fu uscita, rovesciò il suo lettuccio mise ogni cosa sossopra. Per molte ore si agitò convulsa, si travolse sul pavimento, soffocò colle labbra, sulla nuda gessata, le grida violente del cuore.
Poi la sua disperazione si fe' più calma e più profonda, il suo odio si estese, abbracciò nella sua stretta furiosa tutto quel mondo, tutta quella società che per mezzo di Camillo la colpiva, ella promise a se stessa di menarci dentro la propria vendetta.
Era il giorno di S. Giovanni e ballavano sul piazzale della parrocchia in fondo al paese; il suono della musica aizzava la sua passione. La madre venne più volte all'uscio a supplicarla singhiozzando di aprirle, la chiamò coi più teneri nomi, la rimbrottò, poi tornò a prenderla colle buone. Inutilmente. Alla fine ella rispose:
— Lasciami stare, mammina, mi passerà.
Alla sera Rosa salì in camera un po' più presto del solito.
Anna le aperse, poi senza far motto si affacciò alla finestra. Era notte chiusa.
Teresa rigovernava la stanza sconvolta. Suonarono le nove alla torre. Poco dopo uno strillo acuto e sterminato di clarino, seguito da uno straziante stroscio di cornetta annunciò che le danze ricominciavano in piazza.
— Ballano, vi sarà la Brigida e la Carlotta, si faranno beffe di me, e rideranno?...
Misurava a passi concitati la camera:
— Ah tu credi che ridano, soggiunse, piantandosi davanti a Rosa che non avea aperto bocca, che ridano molto? Andiamo a vedere.
Sedette allo specchio, sciolse le treccie, le ricompose, passò il suo bell'abito celestrino a gale bianche, che tanto piaceva al suo Camillo. — In un baleno.
Invano Rosa si provò a dissuaderla: Anna le rispose asciutto asciutto che se non veniva lei sarebbe andata sola. Ed intanto finiva di vestirsi: pose una rosa bianca nei capelli, si buttò in testa una veletta di pizzo, si guardò nello specchio ed i suoi occhi sfavillarono: le sue mani febbrili avevano fatto miracolo, un capolavoro di bizzarra leggiadria.
— Di questo almeno non rideranno, mormorò fra i denti.
— Andiamo, ribatté Anna imperiosa.
Non era caso di resistere; Rosa lo sapeva, infilò anche lei un abito alla meglio. Ed uscirono. Faceva buio: in fondo alla strada un lampione malinconico lottava debolmente contro le tenebre.
Delle figure nere si tiravano in disparte bisbigliando sul loro passaggio.
Incontrarono Severino che veniva innanzi dall'altra banda della via, e quando le vide si fermò interdetto. Anna affrettò il passo tirandosi dietro la sorella e poiché questa si lasciò sfuggire qualche parola di rincrescimento la rimbrottò:
— Spero non vorrai infliggermi anche la umiliazione della sua compagnia.
C'era poca gente in piazza: avevano fatto un magro San Giovanni. Una brezza sottile scuoteva le fiammelle incartocciate sui banchi dei mercanti.
Sotto il padiglione terminavano un giro di monferrina. — Poche coppie e svogliate, scarsi i ballerini e quasi tutti attempati. L'ultima leva, avendo fatta razzia della gioventù, non erano rimasti che i macachi, come dice la canzone paesana.
Sola fra tutti, veramente felice la Brigida, felice del suo crinolino a botte, del suo orribile vestito verde a falbalà, del suo cappellino di paglia a pennacchio, felice sovratutto di poter vantare la rarità di un cavaliere tutto suo e fidanzato per giunta: Placido in giubbetto attillato, i calzoni immensi alla francese, guanti di pelle lucida, un ideale di figurino. Con piglio galante la menava a sedere, ed essa impettita, più lunga, più goffa del solito lo seguiva a saltini, quando il suo sguardo cadde sopra le due Bossano che si facevano strada in mezzo ai badaloni. Fece una smorfia di sorpresa che terminò in un ghigno trionfante.
Anna se n'avvide né si sgomentò. Sotto all'orchestra sedevano tutte le notabilità femminili, la moglie del giudice, la nipote del medico, le figlie dello speziale, la Faussone, la Baudino, in abito da festa. Passò imperterrita sotto il fuoco di tutte quelle batterie nemiche trascinando seco la sorella. Non c'era che un posto vuoto, presso alla Brigida, — andò difilato a quello. Ma colei la prevenne, tirò per la manica Placido che stava ritto davanti a lei e l'obbligò a sedere. Ma Anna venne a piantarsi in faccia a Placido e gli balestrò un'occhiata tanto risoluta ch'egli, colto all'improvviso, spinto da un istintivo rispetto scattò in piedi. Anna sedette e sorrise superbamente. Aveva vinto, ma non le bastava. Placido rimaneva là curvo colle braccia distese. Anna ebbe una idea audace: finse di scambiare quell'atto d'ossequio involontario per un invito a danzare: il clarino intonò un'altra monferrina, ella pose con indifferenza la mano in quella del giovane. Placido la prese, e prima di essere giunto a raccapezzarsi si trovò impegnato fra i danzatori a saltare, a prillare vorticosamente: quel che faceva era enorme, lo sentiva, non ci pensava, gli pareva che quella monferrina non avesse a finir più; il profumo sottile delle vesti di Anna gli dava alla testa, il suo viso pallido ed altero lo incantava.
E lei rideva, come non avesse pianto tutto il giorno, come non ci fosse più al mondo né dolore, né tormento per lei, rideva col giubilo intenso, esclusivo e feroce della donna che si vendica. Rideva e qualche volta guardava la Brigida, stritolandone con un'occhiata calma, indifferente l'orgoglio.
Ed era bella in quel momento di perfidia come non era mai stata nei più vivi trasporti di tenerezza: era più che bella, irresistibile.
Aveva costretto d'un colpo solo col disprezzo tutte quelle maldicenze a piegarsi e l'odio viperino della Brigida a mutarsi in un omaggio — ed ella non raccoglieva quell'ammirazione e quell'omaggio, li lasciava cadere ai suoi piedi.
L'umiliazione, il livore impotente si rivelava sul viso livido della Stroppiana nella contrazione delle sue labbra sottili. Anna le aveva rivoltati contro i suoi propri schernitori ed obbligati ad infliggerle la pena che sdegnava darle ella stessa.
Ma la vendetta non le sembrava completa.
Finito il giro ritrasse la sua mano da quella di Placido, e ad alta voce le disse:
— La cedo alla damigella Stroppiana che l'aspetta.
Brigida per rispetto umano non s'era mossa; ma non resse a quell'ultima staffilata di scherno. Si levò furibonda e bofonchiando colla lingua grossa una laida contumelia, scappò a rinchiudersi in casa.
Nel padiglione si fe' silenzio. Anna soddisfatta attraversò la folla e s'allontanò.
Placido la seguì: — I timidi non fanno mai le cose a mezzo.
Raggiunse all'uscir della piazza la sua ammaliatrice, le si pose al fianco, le chiese supplichevole il permesso d'accompagnarla.
— S'accomodi.
Le offerse il braccio, ella non mostrò di avvedersene. Seguì una pausa penosa.
— Non ci ritorna più damigella sul ballo?
— No, ci vada lei... ci vada sul ballo.
— Oh neanch'io!... se non ci va lei.
Anna scoccò una risatina stridente. Era arrivata a casa, non poteva entrare perché Rosa aveva la chiave ed era rimasta indietro. Severino aveva trovato modo di accostarla e s'erano indugiati insieme.
Bisognò aspettare alcuni minuti. Placido aveva perduto la parola, ma non sapeva spiccarsi di là.
Per levarselo d'attorno disse: — buona notte.
— Buona notte, ripeté Placido premuroso, come chi afferra un'idea lungamente cercata.
Le due sorelle salirono alla loro camera.
— Ebbene hai visto? disse poi Anna.
— Sei stata crudele, rispose la Rosa.
— Oh mi sono molto divertita, spegni il lume, ho sonno.
Ella dormì veramente e d'un sonno profondo tutta la notte.
Nei dì successivi non trascurò occasione di mostrarsi in pubblico, ma presto, non trovando contrasto, si stancò, si avvilì. In casa diventò intrattabile.
Sua madre qualche volta colle buone le faceva qualche rimprovero.
— Zitta, mammina, non sono mica buona come te.
Si indispettiva ad ogni momento. Una volta Susanna, la vecchia fantesca che l'aveva veduta nascere si permise di ridere in sua presenza, le intimò di uscire. La buona donna con la consueta franchezza ribatté:
— Oh che a ridere si paga gabella adesso?
Se aveva riso gli era perché aveva visto passare Placido — le contò che il giovanotto faceva spesso quella strada sospirando e guardando in su. Non se ne era accorta?
Come doveva accorgersene? Placido lei l'aveva dimenticato.
Però il ricordo del suo trionfo la rabbonì e domandò a Susanna cosa si diceva in paese.
— Si è detto che lei ha rubato l'insegna al barbiere, ma quei là vanno dicendo che la non farà la barba a nessuno, ed ho paura...
— Vecchiaccia!
— Ci ho colpa io? E lei la faccia... la barba.
L'indomani volle il caso che quando Placido ripassò badaluccando col naso all'aria, Anna si trovasse alla finestra.
Lo stesso caso si ripeté poi per parecchi giorni. E sempre a mezzodì. A quell'ora Susanna girava colla sua lenta ma incessante operosità per la casa biascicando qualcuno dei suoi misteriosi strambotti: era preoccupata in quei giorni di un merlo e borbottava. — Si appressa — Ci casca — bisogna rimettere i panioni, — tirare la rete, mozzargli le ali. — E poi: — rimette le penne — si dibatte — ripiglia il volo. — È volato mormorò finalmente.
E quel giorno Placido non si fe' vedere.
Il lunedì seguente Susanna disse:
— L'hanno ripreso.
— Quando?
— Se lo tengano.
— Oh lo terranno. Peccato così bello!
— E sciocco!...
— E ricco!
— Ricco molto?
— E come!
L'autunno declinava e nelle valli segavano il terzuolo. Placido badava svogliato alla falciatura in valle Imprelio.
Uno di quei pomeriggi se ne tornava alla Rocca guidando egli stesso una carretta di fieno. Se l'avesse dovuto tirar lui non sarebbe parso più accasciato: camminava curvo, col viso basso, lo sguardo triste, dimesso come quello de' buoi. L'erta era rapida, le ruote cigolavano, le bestie sbuffavano, egli sospirava — era tutto un travaglio, un gemito di protesta.
La strada saliva chiusa fra due alte ripe: una lista di cielo appariva nel mezzo.
A un tratto in quell'azzurro terso spiccò una nota porporina: Placido levò la testa e vide Anna ritta sul margine del campo a sinistra.
Pareva che la giovinetta cercasse il modo di scendere.
Placido ebbe una gran vergogna di comparirle davanti in giacchetta di fustagno e scarpaccie rosse come il baleno.
Poteva offrirle la mano: quando ci pensò era tardi. Anna s'era lasciata scivolar giù dalla ripa cadendo sulle ginocchia: appena fu in tempo di aiutarla a rialzarsi.
— Si è fatta male?
— Un poco.
— Mi rincresce.
Anna gli diè una occhiata burlona e disse:
— Anche a me.
Placido arrossì. Anna gli disse poi:
— Andiamo — e s'avviò prestamente per seguirla.
Dopo alcuni passi la giovinetta si fermò e gli chiese ridendo:
— E i buoi?
Erano rimasti indietro col carro.
— Ah i buoi, sclamò lui tutto confuso di non poterli rinnegare.
Tornò indietro di mala voglia e guardava le due bestie impacciate, scongiurandole cogli occhi di venirgli dietro: ma non lo capivano e non si muovevano. Anna ebbe una risata crudele e dovette ridere anche lui.
— Fa dei complimenti? ella disse, perché non adopera il pungolo che tiene in mano e non dà loro la solita voce?
Placido s'arrese al consiglio ed il carro si ripose finalmente in cammino.
I due giovani s'avviarono davanti insieme.
— Veda, diceva lui, non è il mio mestiere, non lo so fare. E non lo farò gran pezza.
— Ah no?
— No.
— Ho quant'occorre per viver bene, verrà pure quel dì... e allora colline belle addio. Guardi non mi ci posso vedere.
— Anche lei?
— Neppur dipinto.
Anna si era appressata.
— Guardi, soggiunse Placido, la terra diventasse d'oro non me ne importerebbe un fico. In sostanza che vita si mena qui? si fa come quei buoi, lì tutta la settimana tirar la carretta e la festa ruminar nella stalla, voglio andarmene, ma non ad Asti — a Torino. Là ci si diverte, ci sono i teatri, i caffè, i portici per quando piove, si va si viene, quando si è stanchi di portare il cappello così lo si volta dall'altra parte e nessuno vi trova a ridire. Soldi alla mano, tutti, pancia terra, a servirvi. Ah, perdio quello è mondo.
— Quello è mondo — ripeté Anna che se lo dipingeva con ben altri colori. — Ho sempre sognato anch'io di lasciare questo paesucciaccio e vivere in una gran città dove si lavora, e si pensa, dove ci si agita, ci si fa strada.
— Si cammina bene, tutto lastricato!
Anna tirò la briglia al suo entusiasmo e tacque.
— Sono contento, vede, soggiunse Placido, proprio contento che la sia del mio parere.
Anna gli volse un'occhiata maliziosa.
— Mi pareva bene, egli continuò, che nemmeno lei non era fatta per questa vita.
— No perché?
— Non è chiaro, disse Anna ridendo.
— Non mi imbrogli, se fossi buono di spiegarmi, intenderebbe.
— Oh sicuramente.
— Sa, temo di offenderla.
— Allora non dica altro.
E il povero Placido non seppe proprio aggiungere altro.
L'erta si faceva difficile, Anna si sentiva faticata, zoppicava un poco perché nel ruzzolar della ripa aveva dato del ginocchio.
Placido avrebbe voluto offrirle il braccio, ma ohimè, con quell'abito da bifolco!
— Mi porterebbe sul carro? Anna disse, — sul fieno?
— Perché no? Non è luogo da lei, ma se vuole.
— Sicuro che voglio, m'ajuti a montare.
Placido le fe' scalino delle mani conserte: Anna v'appoggiò il piede sinistro poi il destro sulla spalla e in due balzi fu sul colmo del carro adagiata nel fieno profumato che cedette leggiermente: allegra soddisfatta della sua bizzarria.
Placido invece era veramente impacciato della propria galanteria.
In capo alla salita Placido voleva pigliare la strada fuori il paese benché fosse la meno comoda, ma Anna disse congedandolo:
— Ha paura che la Brigida la veda?
— Oh giusto era per lei — e s'avviò per la strada di circonvallazione.
Anna si divertì poi a fargli una caricatura della Stroppiana in cui mandò per traverso tutti i di lei lineamenti e Placido doveva ridere.
All'entrata del paese bisognava superare un breve rialzo, sostituito al ponte levatojo che una volta riuniva la cittadella alla borgata di S. Giovanni, quindi si scendeva in fondo all'antico fosso interno. Da quell'altezza si era visti per un lungo tratto, e il carro con l'alta colmatura e quella chiazza porporina nel mezzo richiamò subito l'attenzione delle comari.
Anna si mantenne imperterrita, ma Placido avrebbe voluto scappare, i buoi parevano lumache e la strada non finiva più.
Passarono sotto le finestre del segretario.
— Guardi; ha paura? gli domandò Anna.
Placido levò la testa e vide la Brigida che tosto si ritrasse sbattendo rumorosamente le imposte.
Egli si esaltò poi della propria temerità e diventò loquace, le tenne i discorsi più scuciti e più inconcludenti. Ella non gli dava più retta, ma quando l'ebbe ajutata a smontare, gli stese la mano e lo salutò graziosamente.
Placido non pose più piede dagli Stroppiana.
Una di quelle sere Severino, venuto prima dell'ora solita, chiese alla signora Cristina il permesso di condurre Placido in casa, questi aspettava in caffè l'esito dell'ambasciata.
Il permesso fu accordato subito e Placido venne quella sera stessa e fu tosto ammaliato dalla cordiale bonarietà della signora: l'era sempre quel gran cuore, premuroso, sollecito, il dolore non l'aveva mutata; bensì aguzzava la sua tenerezza. S'interessò a lui, lo fe' parlare, lo liberò della sua penosa timidezza.
Marcello gli fe' un saluto imponente; Gustavo lo sfidò alle carte.
Anna lo salutò appena, gli permise di guardarla senza soggezione, — indifferenza di cui le fu riconoscentissimo.
Ma lei non lo faceva apposta, era distratta perché quel giorno aveva risaputo una grande notizia.
Ernesto aveva scritto da Alessandria che Camillo deludendo la vigilanza delle persone cui il segretario l'aveva affidato s'era arruolato nei bersaglieri.
Placido seguitò a frequentare la casa tutte le sere: ma in due mesi non riuscì a farle dire dieci parole.
Verso il San Martino egli lasciò il paese e andò ad Asti nell'ufficio dell'esattore e per qualche giorno la Susanna riparlò del merlo che era volato via.
Fu un brutto inverno. La sera nella vecchia cucina era una tristezza da non dirsi, Marcello, il cui partito trionfava in consiglio, andava al Leone a giuocare ai tarocchi: Gustavo girava per le stalle e non veniva più nessuno. Severino era andato maestro a Morisengo, le strade erano pessime e appena egli capitava a Murialto una o due volte al mese. Cristina e le due figlie sedevano accanto al fuoco e il rammarico degli assenti riempiva i loro lunghi silenzi.
— Cos'hai? vecchia, le chiedevano qualche volta, ed ella rispondeva:
— Oh! niente, evviva l'allegria.
Finalmente in aprile il tempo si rimise, il giardino rinverdì, Severino ritornò tutte le domeniche e riportò un po' di buon umore.
Ernesto scriveva di quando in quando, più frequentemente: si riparlava di guerra, egli era a Milano ed aspettava con impazienza l'ordine di partire pel campo. La signora Cristina si lusingava che anche questa volta si sbagliasse.
Severino ricevette in quel torno una lettera da Camillo, il quale lo pregava di fargli spedire certe carte che gli bisognavano, non volendo egli rivolgersi allo Stroppiana. Era a Brescia ed aspettava anche lui di entrare in campagna.
Da quel momento Anna si consacrò segretamente a lui: s'innnamorò del suo coraggio come non l'era mai stata di lui personalmente. Quei sentimenti rispondevano finalmente alle di lei ambizioni: se fosse stata lei ad ispirarglieli non avrebbe potuto esserne più orgogliosa e dimenticò ad un tratto il modo umiliante onde si erano separati.
In quell'estate Ernesto e Camillo cambiarono molte volte il luogo. I diversi corpi dell'esercito sardo si concentravano in osservazione presso la linea del Po.
La signora Cristina ed Anna seguivano sui bollettini della Gazzetta del Popolo i movimenti del 49° fanteria e del 6° bersaglieri.
In casa, del resto, nulla di nuovo, salvo le angustie finanziarie sempre crescenti. Le elezioni comunali riuscirono anche quell'anno favorevoli all'opposizione, ma il flebotomo non ricavava da questi successi l'utile che avrebbe voluto: il cavaliere di Rueglio si era lasciato spillare qualche migliaio di lire, ma con tanta mala grazia da fargli comprendere che egli non voleva pagare il suo appoggio più del bisogno: gli altri che qualcosa avevano fiutato, tutt'al più si lasciavano andare per qualche somministrazione di grano o di generi del loro commercio, ma stavano in guardia, e tenevano serrati i cordoni della borsa.
In agosto, chiuse le scuole, Severino prese le sue vacanze e venne a casa. Rosa era andata in quel torno ad Alessandria a dare gli esami, e ne tornava con la patente di maestra. Essi ripresero e ricominciarono a dipanare il filo de' loro amori saggi e tranquilli attraverso a quell'arruffata matassa di passioni, di dolori e d'inquietudini. Loro almeno erano felici.
Marcello sempre calmo e solenne in pubblico tradiva in casa col cipiglio e colla cupa ruvidezza dei modi il livore che dentro lo rodeva.
Gustavo, sempre lo stesso fannullone vizioso, aveva presi e smessi in quell'anno tre o quattro mestieri e passato in diverse volte un dieci o dodici settimane in Asti, ma finiva sempre coll'essere a carico della famiglia.
Anche Placido s'era stancato dell'ufficio; in principio di settembre si rassegnò di tornare in famiglia, capitò dai Bossano e riprese l'abitudine di venire tutte le sere. Anna appena fece attenzione a lui. In quei giorni una lettera di Ernesto aveva portato delle grandi novelle. — Decisamente si ripigliavano le ostilità dalla parte delle Romagne. Si trovava in Arezzo e c'era pure il 6° Bersaglieri: — aveva trovato Camillo, avrebbero fatta la campagna insieme.
Poi per tre settimane non scrisse più e furono giorni di ansietà terribile per la sua povera madre.
Anna, invece si esaltava, quando, giorno per giorno, arrivavano i dispacci della guerra cercava prima di tutto nel novero de' combattenti il 6° Bersaglieri: lo trovava quasi sempre ai fatti d'arme più segnalati, era lieta di poter dire a se stessa: — c'è stato anche lui.
Dopo soltanto le veniva il pensiero meno allegro: — Ci fosse rimasto? — Tutta la sua anima era al campo; con l'immaginazione precorreva, completava le notizie: il suo carattere era scosso profondamente: certe volte si sentiva presa da vive allucinazioni, una cupa, una solenne malinconia le saliva dal fondo del cuore e le si imponeva. Allora correva nel padiglione nella camera gialla dove una volta abitava l'Ernesto, chiudeva le finestre, si buttava ginocchioni in terra colle mani sugli orecchi, mormorando: — si battono. — Gli echi d'una battaglia le tempestavano nei palpiti violenti dei polsi: su quei pochi metri di pavimento l'Italia vinse delle vittorie famose e i suoi nemici toccarono delle grandi sconfitte e il povero romanzo di Anna si trasfigurava nelle linee grandiose dell'epopea nazionale.
Anche alle abitudini quotidiane ella dava delle forme e delle intenzioni tragiche; posava per sé stessa, si procurava la voluttà di strapazzi strani ed inutili, correva alla pioggia, usciva di notte a buttarsi in giardino, levava il materasso e dormiva sul saccone, inventava torture curiose per dividere i patimenti del suo eroe.
Ella però s'appressava ad una crisi. Ernesto scrisse il 19 da Osimo dopo la battaglia di Castelfidardo.
«Indovinate con chi mi sono incontrato alla difesa delle Crocette: con Camillo, si batté come un leone, caricammo lungamente il nemico fino nei suoi trinceramenti. Alla fine della giornata lo trovai di nuovo seduto sopra un cannone, mi disse: salta su anche te, patria. — Sì, risposi, e gridiamo insieme evviva Murialto. — No, no, viva l'Italia, — però stamane l'han fatto sergente, ed avrà, dicono, la medaglia al valore, io in grazia sua la menzione onorevole, nell'ordine del giorno».
Anna si sentì esaltata sopra tutti i riguardi umani, tutta l'anima sua si avventò a Camillo. Il meno che poteva fare in quel momento era di scrivergli, e gli scrisse una lettera pazza o piuttosto sublime. Poi chiamò Quirino che stava spaccando legna in cortile e gli ordinò di andare quella sera stessa in Asti ad impostarla e ad assicurarla.
In quell'ultima settimana di settembre il 6° bersaglieri ed il 49° fanteria, si trovarono parecchie volte insieme al fuoco ed entrarono insieme in Ancona pel borgo di Porta Pia. La sera stessa Ernesto scrisse a casa e riparlò di Camillo, ma invano Anna cercò nelle sue parole un qualche schiarimento. Camillo doveva aver ricevuto la sua lettera, ma non rispose.
Dopo circa quindici giorni seppe da Severino che Camillo gli aveva scritto pregandolo di cercargli certe memorie di sua madre lasciate da lui alla vecchia moglie del fattore d'Albereto. Poté avere in mano la lettera e vi lesse:
«La campagna è finita, ma io non verrò a Murialto, non ci verrò mai più: intendo proseguire la carriera militare e andrò alla scuola, che, mi dicono, sta per aprirsi a Modena ». Terminava consigliandolo di far l'indirizzo in un certo modo che gl'indicava «perché, aggiungeva, non apro alcuna delle lettere che vengono da Murialto, le quali non possono che recarmi dei motivi di dispiacere».
Era questa la risposta di Camillo — nessun dubbio, nessuna illusione possibile.
Anna accolse la crudele certezza ad occhi asciutti: per lei non era più questione di sentimento. La sconfitta delle sue ambizioni la oppresse per qualche giorno: poi ella si ribellò, si persuase che l'umiliazione era troppa e che le spettava una rivincita, e allora il suo sguardo ricadde su Placido, la cui servile e costante devozione testimoniava vittoriosamente della sua potenza. Capì allora per la prima volta di non essere libera, sentì che la volontà sola non basta, comprese che nella vita vi sono delle cose inevitabili e che per vincere il mondo bisogna servirsi dei mezzi che esso stesso ne offre.
S'impadronì di Placido con una violenza piena di disprezzo, doveva e voleva servirsi di lui e perciò lo abborriva. Passò dalla indifferenza alla persecuzione, provò la sua pazienza colle lusinghe, colle provocazioni, coi rabbuffi: per alcuni giorni non lo lasciò in pace un momento. Gli ordinava i più bizzarri servigi, ed egli ubbidiva: — stupidita eccitata, spronata da quello stimolo incessante, la sua giovinezza vigorosa e idiota trottava e galoppava aspirando e sbuffando potentemente la vita e scuotendo fieramente i sonagli della sua servitù.
Rosa che osservava con inquietudine tutto questo armeggio, disse una sera alla sorella:
— Perché tormenti quel poveretto?
— Si lagna forse lui?
— Eh no, egli ti si butterebbe sotto i piedi.
— Lo credo, egli mi sposerebbe se lo volessi.
— Non è una ragione per disprezzarlo a quel modo che fai, conchiuse Rosa e le fe' qualche elogio di Placido.
Anna non contraddisse la sorella, che senza volerlo, carezzava il suo orgoglio. Poi ella domandò a se stessa — si sposa forse un coso di quella fatta?
— Perché no? Caterina, Brigida, tutte le ragazze del paese sarebbero superbe della sua scelta; la sua preferenza mi rende invidiata.
L'indomani fu con lui un po' meno dura, gli permise di accompagnarla in giardino e rispose a quasi tutte le sue parole. Si propose di trovarlo tollerabile, e con grandi sforzi ci riusciva.
Ma sempre la sua inferiorità la ributtava. Ne seguirono degli accessi d'umor nero, delle cupe ribellioni del carattere contro la volontà. Ma la legge fatale che condanna il suo sesso a cercar fuori di sé stesso un appoggio per il bene e per il male, la riprendeva e inesorabilmente la piegava.