Roberto Sacchetti
Vecchio guscio

Parte prima

XI IL MATRIMONIO DI PLACIDO

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XI

IL MATRIMONIO DI PLACIDO

 

 

La vigilia d'ognissanti capitò in paese lo zio Raimondo.

Quando l'incorreggibile buontempone veniva — una volta ogni anno — a passar qualche giorno in famiglia, bisognava che tutti fossero allegri, non già che il buon umore degli altri gli premesse troppo, ma perché era necessario al suo. Era quella una specie di commemorazione della sua passata opulenza che lui celebrava con tutta la devozione e la pompa di cui il suo gaio egoismo era capace. E come era fecondo di spedienti ingegnosi e mirabili! La sua vita non aveva altro scopo. Per dei mesi diventava invisibile, inaccessibile, nessuno poteva ottenere da lui il sacrifizio di un minuto o di un centesimo; si faceva sobrio, avaro, laborioso, spilorcio tutto l'anno per non poter farla da scioperato, da gran signore una settimana.

Allora egli tornava in paese collo sfarzo, la munificenza, la prodigalità di un tempo: buttava tutti i risparmi penosi, vergognosi dell'annata — non chiedeva agli altri che il buon umore, ma lo voleva, ad ogni costo. Arrivò alla mattina in un suntuoso calesse tirato da due superbi cavalli presi a nolo per la sua breve villeggiatura.

Tutta la famiglia Bossano gli corse incontro nella strada, ed egli, prima ancora di smontare, ricambiava festosamente baci, saluti, esclamazioni, e appena dentro aggiungeva un regalo per ciascuno: una pipa al cognato, un taglio di stoffa alla sorella, un orologio a Gustavo, uno scialletto alla Rosa...

— Ed Anna? chiese poi col fare di un buon sovrano che nota l'assenza di uno dei suoi cortigiani.

Anna era la sua prediletta: la chiamava «il suo capriccio»: era la sua allieva, la sua più fervida ammiratrice. Aveva per lei tutte le preferenze e tutte le parzialità.

Eppure Anna sola aveva quella mattina dimenticato il suo arrivo.

Lo zio Raimondo, senza aspettare risposta, presa la scatola che gli era rimasta, salì alla camera della ragazza, dove trovò l'Anna abbandonata in un seggiolone e col viso scuro scuro.

— Dunque, capriccio, non ti sei degnata di venire a prendere i tuoi gingilli ed io mi sono degnato di venirteli a portare.

La guardò con dolce severità e soggiunse:

— Ah per bacco, è enorme!

La giovinetta balzò in piedi e gli si buttò fra le , e lui:

Benissimo, sclamò ridendo, il gesto è degno della Robotti; brava, e adesso... sorridi... subito... piangevi? Da quando in qua ti permetti siffatte volgarità?... Sei proprio afflitta, proprio? burlona!

— Ah Raimondo — lui non voleva che lo si chiamasse zio — quando ti avrò contato!

— Non mi conterai niente affatto, ne so abbastanza.

— E non ti pare?

— Mi pare che in cinque minuti dacché sono entrato avresti avuto il tempo di farmi bella ciera e non l'hai fatto.

Era stizzito.

Ricevermi a quel modo e sovratutto in quella toeletta? come quell'epidemia di uno spasimante ti ha conciata! Damigella Anna la mi perdoni, ma il suo buon gusto è in grande ribasso.

Le si piantò davanti in atto di sincera compassione.

Anna arrossì, gli pose le due mani sulle spalle e disse:

— Hai ragione. Orbene abbi pazienza un minuto mi vesto e vengo a chiederti perdono.

— Alla buona ora damigella vo ad aspettarla: lei badi a farsi bella, che l'esame sarà difficile e l'esaminatore severo.

Le fe' un inchino compitissimo, mosse due passi verso l'uscio, tornò indietro, e, additando con naturale sprezzatura la scatola deposta sul canterano:

— T'ho fatto fare dalla solita sarta di Torino una cosuccia: vedremo se ti piace.

Ed uscì canticchiando.

La cosuccia era un ricchissimo abitino di raso.

Il signor Raimondo s'era riservato nella casa un intero appartamento, sfarzosamente arredato, che nella sua assenza rimaneva chiuso: ivi egli ripigliava appuntino per quei pochi giorni le abitudini sontuose d'una volta, con tanta naturalezza come s'egli non si fosse mai mosso: era esattamente la vita di prima che ricominciava come un orologio allo stesso punto ove s'è fermato. Invece d'essere l'ospite della famiglia riceveva lui i parenti. Tutti gli anni, il giorno del suo arrivo dava loro un gran pranzo, in proprio onore, al quale invitava anche gli amici che venivano a complimentarlo.

Quando Anna discese dallo zio, ottenne colla nuova toeletta un grande successo. Raimondo le venne incontro e la festeggiò come se la vedesse allora soltanto. Tutti le furono d'attorno. C'era, a completare il suo trionfo, anche l'ammirazione più che mai supina di Placido. Il flebotomo l'aveva trovato che passeggiava in cortile mortificato di vedersi, nella festa generale, lasciato in disparte, vergognoso di rimanere, indeciso di andarsene. Marcello l'ha invitato e condotto a pranzare dal cognato. Per colmo di fortuna Susanna che dirigeva il servizio, lo pose accanto ad Anna. Per tutta la durata del pranzo fu occupatissimo a servirla, a uniformare i propri gusti a quelli di lei, se ella ricusava un piatto, lo respingeva anche lui dicendo gravemente: — e neanch'io.

Raimondo lo osservò una volta, e mormorò fra i denti: — è interessante il Migliasso.

La giornata passò allegramente come voleva Raimondo: egli dimenticò il suo triste cancello alla Prefettura d'Ivrea, Marcello i suoi debiti, i convitati la tirannia del potere. Anna raddrizzata nel suo amor proprio dai complimenti dello zio, fu ammirabile.

Si prese il caffè in galleria: Marcello fe' venire i liquori e propose agli uomini una partita ai tarocchi; Severino si ritrasse in un angolo a discorrere con Rosa, la madre e Placido. Raimondo uscì a fare alcuni passi con Anna.

Damigella, le disse, lei si è diportata stupendamente. Brava. Ed ora che siamo tutt'e due in vena di ridere parliamo del suo grande dolore... o piuttosto lasci che ne parli io. Constato con soddisfazione che il male non è poi tanto profondo, o almeno che è guarito o quasi... Zitta... quasi. Fa conto, ragazza mia di aver avuto il vaiuolo e rallegrati che non t'abbia butterato il tuo bel visino. Sei matta! Un uomo di quella sorta, un pazzo malinconico per padrone di tutta la vita; un vero suicidio! Basta, ora l'hai passato, dicono che ciò preservi per l'avvenire, e in tal caso tanto meglio, tanto meglio; retta al tuo amico, ciò che ti occorre adesso non è un amore, ma un buon matrimonio.

Le diede un'occhiata di scancio e fu sorpreso della sua tranquillità.

— Tu conosci, proseguì, la mia morale, anzi la mia immoralità; se ti sparlo dell'amore gli è perché, per voi fanciulle, diventa un gioco troppo grosso e troppo rischioso, avete, se va male, tutto da perdere, e nella migliore ipotesi il guadagno è tanto piccolo che non vale la posta. Il matrimonio è un assurdo, d'accordo, ma ha i suoi vantaggi reali, è una marca che vi un valore di corso. La società questo cumulo di finzioni e di garbugli, che dopo tutto non saprei né vorrei rifare perché mi diverte abbastanza, vi offre a questo patto la sua considerazione. — Bisogna accettarlo. Ciò che è onnipossente non si combatte se non coi suoi mezzi stessi: la natura non si vince altrimenti che colle sue forze. Lo stesso sistema s'ha da seguire colla società; bisogna pagare il suo appoggio col sagrificio di un'indipendenza che infine non è che apparente. Ora il mio problema è semplicissimo — è questo: ottenere la massima delle concessioni sagrificando il meno possibile. Cosicché il matrimonio che ti auguro è puramente un matrimonio di convenienza, senza alcuna mescolanza di sentimento, che sarebbe un ostacolo alla tua libertà. Nel mio desiderio il partito che dovresti trovare è rappresentato da alcuni zeri a cui tu sola possa premetter una cifra. Più zeri ci saranno e più valore avrà la tua cifra. Hai talento per capirmi senza troppe parole.

Anna sorrise.

— Se io avessi a fare la scelta per te, non cercherei né un uomo bello né un uomo d'ingegno; mi accontenterei forse d'un ambizioso, ma preferirei un uomo ricco, nient'altro che ricco — cioè materia greggia da far valore. Ti pare?

— Mi pare.

— Dunque siamo intesi, niente amore, ma un buon matrimonio. Piuttosto di lasciarti ricadere nel sentimentalismo, amerei meglio vederti sposare non so chi... magari quel pulcino di un Migliasso, non si chiama Simplicio?... il quale (se non te ne sei accorta) ti fa l'oca.

Davvero? E che ne dici... del pennuto in questione?

— Che c'importa ora di lui, sclamò Raimondo; — ma un lampo gli traversò la mente — Ah! come? lui?

Anna contrasse le labbra ad una smorfia dispettosa.

— Sul serio? soggiunse Raimondo, ed io ti facevo la teoria... mentre tu sei alla pratica. Oh! ingenuità delle ingenuità; oh! oh! al tuo confronto sento che invecchio, chiamami zio quando vorrai. Ma dimmi, e le malinconie di stamani?...

— Ma Raimondo, non capisci più nulla... Anche nella bella stagione ci sono le nubi, i temporali...

— Già, già temporali... poi torna il sereno; ma di' su, vedi che ormai bisogna spiegarsi chiaro con questo barbogio, — la bella stagione dura da un pezzo?

— Non è che incominciata; si aspettava il sole, e il sole sei tu.

Grazie, damigella.

E si levò rispettosamente il cappello.

— Or bene, dammi il tuo consiglio... cosa ti pare?

— Ma lasciami riflettere, esaminare.

— Quello è ricco, nient'altro che ricco.

— Lo sarà... bisogna esserne sicuri: ha suo padre: ha degli zii: quanti sono quei cretini?

— Quattro, tutti celibi e vecchi.

— Ma deve avere un fratello.

— Sì, ma lui è il beniamino della famiglia, può fare a modo suo.

— L'importante è che possa e voglia fare a modo tuo.

— Quanto al volere... soggiunse Anna con un filo di voce tagliente.

— Ce lo metteresti tu... basta, pensiamoci bene, studiamo la posizione; sei tanto indulgente da credere che il mio aiuto ti possa giovare? chiese Raimondo con sincera modestia.

— Se te lo chieggo.

Bene, mi metterò all'opera senza indugio. E nel ritorno parlarono seriamente di mode, di trattenimenti, di feste, di bazzecole, come prima avevano tenuto, motteggiando, il più serio discorso del mondo.

Arrivarono a casa che annottava, la compagnia se n'era andata, Placido era rimasto dai Bossano.

Raimondo gli disse:

— Se voleste accompagnarmi nella mia camera potrei offrirvi un vero imperiales. Accettate? allora salutiamo queste signore e andiamo.

Strinse la mano riguardoso alla sorella, alle nipoti, strizzò un'occhiata d'intelligenza ad Anna e s'avviò con Placido chiedendogli scusa se gli passava davanti.

Lo condusse in una stanza, arredata con un lusso un po' invecchiato, ma d'ottimo gusto.

Accostò due poltrone, lo fe' sedere, sedette lui, tirò in mezzo un tavolino rotondo a coperchio d'alabastro, rosolò un sigaro al compagno, e si dispose a fargli il the. Tutto ciò con tanto garbo, che Placido, avvezzo alla vulgarità pretenziosa dell'infima borghesia, ne fu incantato.

— Ecco le mie consolazioni di scapolo, disse Raimondo; — povere consolazioni, lo so... — credereste? — io sfuggo le donne...

Davvero? Placido gli spalancò gli occhi in viso.

Raimondo, malgrado la calvizie incipiente era un bell'uomo. Mostrava quarant'anni e forse ne aveva di più. L'occhio piccolo e penetrante si smorzava soavemente in una espressione dolce e gentile; i suoi lunghi baffi nerissimi arricciati con cura davano nobiltà alla sua faccia un po' troppo tonda e floscia.

Sicuro, egli riprese... e sapete perché? — Perché le rispetto troppo. Per me la donna non è punto la femmina, è un oggetto di lusso, un gioiello da incastonar nell'oro e da mettere nella bambagia. Ora sono l'oro e la bambagia che mi mancano. Volete un po' di rhum?

Grazie — la bambagia?...

Vale a dire una bella casa, una vita agiata — ancora una goccia?

— Una bella casa non l'ho neanch'io.

— Ma potete farvela quando vorrete, voi. Per me non capisco che si sposi una donna per farla stentare, soffrire, per guastarle le mani nel ranno e il viso al sole. Quelle povere disgraziate che io veggo attorno colla faccia cotta, scavata, rosa dal sudore, colle braccia rosse, cariche fino a piegar sotto il peso, non le mi paiono donne. Qualche volta inganno la mia solitudine con delle fantasie e m'immagino un salottino tutto coperto di seta, con una figurina di donna graziosa come una fata, con delle dita bianche e affusolate, i piedini calzati di raso.

Raimondo modulava in modo mirabile la sua voce armoniosa, insinuante.

Placido rideva a bocca aperta.

— Non ho ragione? domandò Raimondo.

— Altro che ragione. A me i miei vecchi vogliono darmi moglie, mi hanno offerto due ereditiere; che serve, non mi piacevano, e ho detto loro di no due volte.

— E loro?

— M'han detto di trovarne una di mio genio, pur di far presto.

— E voi ci avete pensato a contentarli?

— Eh sì, ma...

— Ma che?

— Ma trovarla bisogna che si adatti.

— A viver in casa? domandò premurosamente Raimondo.

— Oh quanto a questo si potrebbe provare un po', se poi non le piacesse si potrebbe anche andare in città.

Bravo, ma i vecchi?

— Oh purché io avessi un impiego, non farebbero difficoltà.

E qual impiego?

Oh, qualunque.

— Già non sarebbe che un pretesto... voi avrete da vivere, vero?

— Per ora discretamente... poi.

— Col tempo... capisco...

— Già.

Raimondo versò un altro bicchierino a Placido e disse sospirando:

Beato voi.

— Oh della terra ne abbiamo quanto il marchese di Rinco, e che terra!

Come tutte le indoli pigre e sonnolente, Placido non diventava brillo mai: quando beveva dava nel serio, parlava d'affari; gli descrisse uno ad uno i fondi della famiglia, con tutto il garbuglio di liti e di instromenti che da una generazione erano costati, sciorinò per due ore la sua stucchevole ed inesorabile parlantina in guisa da mettere alla tortura la pazienza di Raimondo.

— Dunque? chiese l'Anna l'indomani allo zio appena lo vide.

— Eh! dunque... È molto sciocco sai...

— Lo so, replicò Anna spazientita.

Fosse docile almeno!

— Non lo è?

— Lo pare, ma egli è adesso sotto la sferza del desiderio: ci resterà sempre?

— Non capisco.

Anna puntò le sue pupille nere in quelle dello zio.

Raimondo sorrise.

Capirai, disse, il tuo scetticismo non è che alla rettorica, bisogna però che arrivi presto alla laurea. Non sei tanto dolce da dover aspettare la promozione d'anzianità, tu puoi evitare gli scappellotti dell'esperienza, ed io son qua per aiutarti. Gli sciocchi direbbero che ti smalizio, me n'infischio dei loro scrupoli. Forse che col nasconderle si cambiano le cose? Di solito, i parenti si adoprano per venti anni colle più deplorevoli finzioni, colle menzogne più grossolane a mantenere le loro figliole in una perfetta e sublime ignoranza, a togliere loro ogni sentore della realtà, poi un bel giorno le lanciano così disarmate in mano al turbinio, nelle asperità, nelle lordure della vita, le fanno balzare dalla pace claustrale della loro cameretta in mezzo ad un'orgia di giovedì grasso. Ma che diamine, il mondo non è mica il paradiso, che vi si abbia a preparare colle litanie e coi suffumigi d'incenso. Chi più imprudente fra costoro e me che cerco di premunirti? Siedi qua e parliamoci chiaro. Cara mia, noi si vuol fare, non un romanzo, ma un matrimonio di convenienza. Per quanto ridicolo in sé, è un atto questo che ha sempre delle conseguenze: prevediamole. Il matrimonio è un contratto un po' più importante degli altri: ora ogni contratto è in apparenza un accordo, ma in sostanza un duello, in cui ciascuno delle parti cerca di cogliere l'avversario, e, zaff, fargli saltar di mano la lama. Vediamo un po' il tuo avversario, siamo noi sicuri d'essere i più forti? Questo tuo Placido mi sembra docile sì; ma in ogni contadino si nasconde un selvaggio, una specie di bestia feroce sempre pronta a rivoltarsi, che bisogna a seconda dei casi domare od ammansire. Tu hai per questo due armi: la volontà e la bellezza.

— Oh, interruppe Anna con una smorfia.

Sicuro, anche la bellezza, questa sovratutto: non è con questa, diciamo le cose come sono, non è con questa che hai cattivata la tua fiera? da ciò capirai che è l'arma più possente.

Dio!... Dio!... mormorò Anna scuotendo il capo con ribrezzo, come mi fai odiosa a me stessa... non ti pare ignobile tutto ciò!

— Tanto poco ignobile che si fa ogni giorno in tutti i matrimoni dov'è disparità di censo e piuttosto nell'alta società che nella media.

— Che cosa ributtante!

— Sarà ributtante, del resto senti il contratto è bilaterale: tu puoi dare il piacere, puoi dunque esigerlo — il tuo piacere è la ricchezza, mentre il suo....

Anna balzò repentinamente dalla sedia.

Basta! disse turandogli colla mano la bocca.

— Oh! senti non son io a spingerti, non pretendo neppure consigliarti, ma solo aprirti gli occhi sul passo che vuoi fare.

Anna corrugò la bella fronte e restò combattuta tra i più opposti pensieri che balenavano nei suoi occhi pensosi:

— Ma, guarda, saltò fuori a lamentarsi Raimondo, io mi annoio, non son mica venuto a Murialto per questo. Non so perché ci secchiamo a questo modo. Ecco consumate venti delle mie preziosissime ore, in un imbroglio fastidioso e senza costrutto.

— Mi hai fatto perdere una mattinata splendida. Damigella, lei è senza cuore.

Perdona, ma io non ho che te per confidarmi, sei il solo che mi capisca; ora in quest'affare...

— In nome d'Iddio non ne parliamo altro, non ne parliamo, ed offriva il braccio alla nipote per condurla fuori.

— Bisogna parlarne! non vuoi sacrificare una qualche ora al mio avvenire, cattivo di uno zio? — e lo costringeva a sedere.

— Insomma se ti ripugna, e mi ripugna anche a me. Ma non c'è poi questa furia di buttarsi nelle braccia del primo bifolco che ti capita... ti troveremo qualche cosa di più sopportabile. Ti si presenteranno delle altre occasioni.

Anna rifletté, poi crollando il capo disse amaramente:

— Non si presenterà nulla; la miseria ci perseguita, non vedi?

— Oh Dio!... non mi tormentare!...

Lasciami dire: in casa non vien più un cane, salvo lui!

— Eh!...

— È l'ultima mano che la fortuna mi stende, volgare o no bisogna prenderla o restare nella polvere. Ora io non voglio restarci, capisci! Il mio partito è preso.

— Ben pensaci su un altro po'...

— È inutile!

— Dunque cosa vuoi da me?

— Che mi aiuti a conchiudere l'affare. Se tu te ne vai, dispero di riuscirci da me. E bada che se mi manca io ne fo qualcuna. La povertà mi fa paura, non la sopporterò.

— In conclusione tu vuoi così! Perché dunque tante chiacchiere? potevi dirmelo alla prima.

— Mi aiuterai?

— Sì, lasciami andare, tu pensaci, e conta pur su me — ma, per carità adesso cambiamo discorso.

Così fu deciso il matrimonio di Placido.

 

 

 


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