Roberto Sacchetti
Vecchio guscio

Parte prima

XII LE NOZZE DI ANNA

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XII

LE NOZZE DI ANNA

 

 

Quella settimana capitò a casa improvvisamente l'Ernesto: aveva ottenuto il suo congedo illimitato, e andava in Torino in cerca d'un posto qualunque. A Murialto non voleva fermarsi che qualche giorno per contentare la mamma. Era di malumore, nervoso, inquieto dell'avvenire.

L'Anna raccomandò lo zio di non dirgli nulla: temeva il suo giudizio.

Lui però non tardò ad accorgersi che qualcosa gli nascondevano. Anna lo evitava ed era tanto inesperta a dissimulare! Un giorno a tavola che gli venne da nominare il Camillo, notò che la sorella fece un atto di dispetto: dopo la prese in disparte e amorevolmente le disse:

— Non abbiamo ancora parlato di te, cara Nina, perdonami! Tu hai avuto dei dispiaceri.

Anna si strinse nelle spalle.

— Noi eravamo dei ragazzi! rispose Ernesto, credevamo che l'universo fosse a nostra disposizione.

Tacque spezzando una cannuccia che teneva fra le mani: poi, ad un tratto riaccostandosi a lei:

Camillo anche lui è un ragazzo; e non può fare a modo suo...

— Che m'importa di lui? l'interruppe l'Anna.

Ernesto la fissò a lungo in viso, lei tenne fermo senza battere palpebra gli occhi nei suoi.

— Tanto meglio, concluse l'Ernesto rassicurato, tanto meglio.

 

Presa la sua determinazione, Anna cominciò a meravigliarsi che Placido non fosse più pronto ad approfittare dell'onore che si voleva fargli. Aveva spinto la condiscendenza fino a rivolgergli la parola senza scherno, e ad accordargli quasi la stessa confidenza che una dama può permettere al suo primo cameriere. Ma questo insolito favore non faceva che aumentare la timidezza di Placido.

Raimondo aveva tenuto la parola: lo aveva preso a proteggere, si divertiva infinitamente delle sue ingenuità, e gli porgeva continue occasioni di dichiararsi. Inutilmente; tutti gli atti di Placido rivelavano il successo di Anna, ma la parola che doveva annunciarlo officialmente non veniva mai fuori.

I giorni correvano e la partenza di Raimondo era imminente.

Anna si rodeva dal dispetto, e una sera disse allo zio:

— Se non ti riesce di farlo parlare, dovrò offrirmegli da me.

— Ci tieni dunque tanto?

— Tu mi conosci.

Bene; abbi pazienza un altro paio di giorni e parlerà, te lo prometto.

Era un venerdì sera.

La domenica seguente Raimondo portarsi al castello di Ronco per la solita visita che vi faceva tutti gli anni. Il conte e la contessa, secondo l'antico uso aristocratico del Piemonte, ci si trattenevano tutti gli anni sino alla vigilia di Natale. Anna doveva accompagnare lo zio, il quale invitò Placido a venire anche lui. Si fe' molto pregare, ma, naturalmente, accettò, e con un piacere che gli si vedeva in faccia.

Raimondo diede un'occhiata d'intelligenza alla nipote, poi, tirata in disparte la sorella le disse:

— Mentre noi staremo fuori voi altri potrete occuparvi di una cosa molto seria; probabilmente il Migliasse vi chiederà stasera la mano di Anna.

La prima cosa che pensò e che disse la signora Cristina all'inaspettata notizia fu questa.

— Oh come n'avrà piacere il mio Marcello!

Bene, disse Raimondo, fa' d'avvertirlo e tenetevi pronta la risposta: Anna desidera che sia un sì senz'altro.

La calesse di Raimondo era attaccata, partirono dunque subito. Per istrada Raimondo fe' le spese della conversazione, parlò dei signori, delle feste, delle grandezze del Ronco. Anna era distratta e Placido incantato.

Arrivarono al castello alle undici, un'ora prima del desinare. L'accoglienza fu cordialissima: il conte e la contessa fecero festa a Raimondo, si mostrarono gentili coll'Anna e non dimenticarono Placido. Raimondo lo presentò con riguardo ed aggiunse:

— Quasi della famiglia.

La frase provocò un sorriso molto espressivo della contessa.

La visita di Raimondo tornava sempre graditissima. La vita stagnante della campagna, i colloqui monotoni col sindaco e col curato erano fatti apposta per far desiderare la compagnia di un amico e di un uomo di spirito: e Raimondo era proprio l'uno e l'altro.

I signori avevano sempre tante cose da chiedergli, lui mille cose da dire, e raccontava mirabilmente, con tanta disinvoltura, con tanto brio, sapeva dire le cose più difficili e scabrose con una arguta leggerezza, con un gusto così fine, scivolare sulle maldicenze eleganti, con un tatto così squisito, con tale riguardo del luogo e delle persone, da parere uno dei loro. Difatti, malgrado la sua nascita borghese, egli aveva saputo da giovane farsi ricevere nelle case più aristocratiche del Piemonte, e anche ora nei rovesci conservava le sue relazioni. Le abitudini dell'umile suo impiego non avevano in nulla irruginita la grazia delle sue maniere: dopo undici mesi di ignobile reclusione in fondo al suo scrittoio d'una Prefettura di Provincia, compariva in una sala colla stessa compitezza, cogli abiti e colle frasi della giornata, come vestisse sempre da Demichelis, e facesse ogni colazione al Fiorio.

Il conte del Ronco apparteneva alla più antica nobiltà piemontese, nobiltà di corte; e allora nel 1859 il suo censo rispondeva alla grandezza del nome.

Il castello del Ronco, l'antico feudo titolare era ancora uno dei più ricchi e splendidi del Monferrato: alla severità grandiosa e imponente del fabbricato, contrastava dentro un'eleganza moderna allora rarissima anche in Piemonte.

La sala da pranzo s'apriva sul giardino per una specie di galleria vetrata che in quella stagione già serviva da serra: i fiori l'invadevano in guisa da non potersi dire dove finisse la sala e incominciasse il giardino.

Una grande credenza di noce scolpita riccamente a frutti ed animali, occupava una intera parete. Trofei e scene da caccia alternati adornavano l'altre. Un servizio ricco, due servi in elegantissima giacchetta di panno nocciola stretto alla vita, a colletto e passamani verdi servivano in tavola. Il maggiordomo in nero e calze di seta dirigeva.

Un paggetto svelto trotterellava di qua e di cambiando piatti e posate.

In questa cornice, perfettamente signorile stavano bene le due figure distinte, ancora giovani del conte e della contessa. Raimondo aveva calcolato su tutte queste magnificenze come sopra a un finale grandioso per chiudere l'opera di seduzione che da quindici giorni stava rappresentando con Placido: aveva pensato di collocare la nipote sulla scena più acconcia e farla comparire, a lusingare la vanità del suo innamorato, fargliela vedere in una casa aristocratica trattata alla pari da una dama di Corte. La giovane era stata al castello altre volte, e la contessa l'aveva presa in simpatia; le parlava con famigliarità cortese e garbata.

Si parlò di Torino. L'Anna disse che contava di andarci un o l'altro.

— Verrà a trovarmi? le domandò la contessa. Poi rivolgendosi a Placido:

— Se la damigella si scordasse di questa promessa, prego di rammentarglielo. Mi fido a lei sa.

Non ci voleva tanto per far girare la testa a Placido. Si sentiva spinto a sogni confusi e vertiginosi cui non erano arrivati mai i suoi più arditi desiderii. All'alzarsi da tavola era tanto esaltato, che avendogli Raimondo susurrato all'orecchio di offrire il braccio alla contessa, egli obbedì senza la menoma esitanza, come, dopo quanto eragli accaduto, fosse la cosa più naturale del mondo.

La contessa, appoggiandosi leggermente con la mano scarna, gli disse:

— L'Anna s'è fatta bella e tanto gentile che non si direbbe cresciuta in provincia.

Poi gli domandò:

— Lei non dimora mica in questi paesi?

— Sì, rispose Placido arrossendo, per affari di famiglia, ma conto di tornare a Torino.

La contessa ripigliò il pensiero di prima,

— Sarebbe un peccato che la damigella dovesse vivere in questo deserto.

Dopo il caffè, Raimondo disse alla nipote:

— Tu non hai ancora veduto la Pinacoteca del castello?

Il conte si offerse di condurvela. La signora disse graziosamente a Placido:

— Non vuol andarci anche lei?

Non si fe' pregare, e diede il braccio alla giovane.

Il conte andava innanzi, essi lo seguivano attraverso agli appartamenti, un luccichio di dorature e di sete onde Placido era abbarbagliato.

Tutte le finestre della Pinacoteca essendo chiuse il conte col servo si avanzò al buio e fe' segno a Placido e ad Anna di soffermarsi sulla soglia. Allora Placido stringendo il braccio della giovane coll'impetuosa violenza del naufrago disse col fiato grosso:

— Che piacere essere signori!

Anna fe' due note d'un risolino secco, nervoso.

So perché ride, disse Placido, — perché la contessa mi piglia per uno dei suoi — le die' una stretta furiosa che le fece crocchiar le ossa del braccio.

Anna lo ritrasse con un — oh — di stupore e di risentimento, ma Placido non era più timido e lo riprese:

— Se lei volesse io sarei disposto a tutto, non ha che da parlare.

Anna fredda e severa rispose: — ne parli col papà — e si spiccò vivamente da lui.

— Avanti, avanti, vengano pure, sclamò il conte, comincino dal guardare questo soprapporta, è un paesaggio del Cignaroli.

Placido non vedeva, sbarrava gli occhi stupito.

, , gli disse il maggiordomo.

— Ah, sicuro, quei bovi hanno la museruola, e come dritto quel solco — e in terra, oh! oh! la colazione dei boari!

Anna rossa rossa, era corsa fino in fondo alla galleria, tirandosi dietro il conte, e assaltandolo con una gragnuola di interrogazioni, l'una dopo l'altra senza aspettar la risposta.

Quando tornarono in sala, Raimondo li esaminò attentamente. Scambiò una rapida occhiata colla nipote, poi pigliandole sbadatamente la mano, le disse con un sorriso:

— Hai visto?

Poco dopo presero congedo: annottava.

Saliti in carrozza Anna si ravvolse colla mantiglia e si rannicchiò in fondo al mantice.

Il cielo terso, luccicante di stelle le dava molestia: chiuse gli occhi e per tutta la strada non si mosse. A due miglia da Murialto cominciarono ad attraversare dei fondi che appartenevano ai Migliasso, e Placido glie l'indicava ad uno ad uno conchiudendo di quando in quando:

— Oh se ne potrà cavare una bella rendita.

Al rumore del legno venne loro incontro colle braccia aperte la signora Cristina.

— Ebbene, ebbene?

Il fratello le diede un'occhiatina intenzionata e chinò il capo in atto affermativo.

Allora lei abbrancò Placido per il braccio, lo tirò in casa, lo cacciò a sedere in un cantucio della cucina e ridendo lo apostrofò:

— Ebbene, allocco! ebbene, scimiotto! dite su, dite su, ih la bestia, la bestia... Non sono la mamma io, somarello?

Placido rimaneva stupefatto.

Gli acciuffò la testa colle due mani, glie la scosse, gliela ciondolò, gliela stropicciò in tutti i sensi, lo tirò a sé per il naso, gli gridò nell'orecchio:

— Ma sì, ma sì, ih bietolone.

Placido, sbalordito si schermiva.

Entrò il flebotomo.

Cristina gli disse mostrandogli il giovane:

— Ecco ... e vuol pigliar moglie! la vuole!... e bisognerà dargliela.

Marcello fe' un mugolio e brontolò:

Va bene: se ci mettiamo d'accordo.

— E che mi vai accordando, non lo siamo forse d'accordo? Anna non ha un soldo — tu glie la dai, egli la prendeguardate un po' questi uomini: instrumenterebbero fin l'aria che respirano, — buffoni, andiamo...

Li buttò l'un contro l'altro, li strinse in un solo abbraccio. E risero tutti tre.

Questo fu il contratto nuziale.

Raimondo scese quella sera a cena dalla sorella. Naturalmente rimase anche Placido: il flebotomo aiutato da Gustavo si pigliò il gusto di ubbriacarlo fradicio. Invano l'Anna che già lo considerava come cosa sua tentò distorglielo stuzzicando il suo amor proprio coi frizzi, con una certa attenzione e perfino colle lusinghe: non la comprese. S'impegnò tra il padre e la figlia una gara particolare, un gioco a chi se lo disputava. Naturalmente vinse l'influenza più bassa: Placido ci teneva a mostrarsi uomo. Marcello schiaffandogli in faccia il suo ghigno duro e tagliente, l'ammoniva: — badate a non lasciarvi mettere il piede sul collo dalle donne — poi alzato il bicchiere colmo glielo porgeva recitandogli il ritornello onde nelle bettole i beoni si aizzano a bere a dispetto delle mogli che aspettano a casa.

 

Le più brave son cattive

tive, tive... tive, tive...

 

 

e Placido tracannava il bicchiere perché alla fine della frase chi non beve si piglia il bicchiere in faccia.

L'Anna finalmente si ritirò in sala: in quell'ora così solennemente volgare tutte le illusioni crollavano, rimaneva sola e più rigida l'ostinazione superba.

Dopo mezz'ora entrò Gustavo: la sua faccia giovanile, maturata precocemente dal vizio, esprimeva un'allegria ignobile: veniva barcollando a parteciparle la soddisfazione della sua prodezza. Le raccontò sbellicandosi dalle risa che aveva dovuto portar Placido di peso nel proprio letto.

Anna ebbe ancora un impeto d'indignazione.

— Egli è rimasto qui, disse, questa sera!... bisognava ricondurlo per forza.

Ehi sorella, mi dai nel sentimento, sclamò Gustavo.

Anna si morse le labbra.

Un passo la riscosse. Ernesto, rimasto fuori a caccia tutto il giorno, era rientrato e venne a sedersi accanto a lei. Aveva il viso pallidissimo e stravolto. Anna trasalì: vide in lui la sua fierezza d'una volta, i propositi, i disegni fatti insieme, quando attraversavano a braccetto, animosi, colla fronte alta, le prime difficoltà della vita, sfidando la fortuna colla balda sicurezza dell'ignoranza.

Finalmente Ernesto disse:

— Mi hanno detto una cosa incredibile: c'è di un uomo avvinazzato, qualcosa da meno di una bestia, e pretendono che sia il tuo sposo.

Anna non rispose.

— Non è vero? le domandò Ernesto.

Ma aspettò invano una parola da lei. Una vampa di fuoco gli montò al viso che ridiventò subito più smorto di prima.

— Non m'avete informato di nulla! si capisce... avete fatto bene... oh sì...

Soggiunse con voce soffocata, premurosa:

— Se per piegarti a questo schifoso mercato, hanno sopraffatto la tua volontà, ti dico io che nessuno ha il diritto di compromettere il tuo avvenire: — nessuno al mondo — neppur nostro padre, lui meno di qualunque altro: lui non ha fatto nulla né per te né per alcuno.

— Ma che centra il papà? interruppe Gustavo con fare annoiato, l'ha voluto lei.

— Ah!

— Sì, son io, disse Anna, fissando per la prima volta gli occhi in viso a Ernesto, — son io, e che perciò?

— Perché?

— Perché mi piace così.

— Ma cos'è dunque avvenuto di te?

La guardava con interesse pieno di pietà.

— Non è possibile che tu voglia bene a quel fantoccio ridicolo. Puoi tu avere la menoma stima di lui?

Ernesto si levò e, passeggiando agitato, quasi a sfogo della collera che dentro gli bolliva:

— No, riprese; tu non puoi averne stima. Puoi tu almeno assicurarmi che non lo disprezzi? su; lo puoi?

Chinandosi presso di lei, la costrinse, fissandola, ad abbassare gli occhi.

Vedi, nemmeno questo! ma dunque? quando sono partito eri la più leggiadra e la più nobile fanciulla ch'io conoscessi; il tuo volto non è mutato; s'è fatto anzi più bello: come può il tuo cuore essere divenuto deforme? Oh! in questi paesuccoli si perde il senso morale; non c'è fibra di carattere che resista in mezzo a tanta meschinità. Povera Anna, come ti han ridotta! E non ti accorgi neppur più di essere per commettere la peggiore delle bassezze. Una volta ti saresti rivoltata con sdegno...

Anna lo interruppe duramente:

— Una volta ero pazza, eravamo pazzi caro mio. Le nostre follie non cambiano la realtà: erano un abito incomodo che bisognava smettere... e l'ho smesso. Domandi cos'è avvenuto di me? è avvenuto una cosa naturalissima: mi sono stancata di questa miseria obbrobriosa che ci fa patire, ed in compenso ci rende spregevoli. Non vo' più saperne: ne ho abbastanza, puoi tu farmene una colpa? No, tu ne sei stanco più di me; altrimenti tu avresti accettato la condizione che la mamma t'ha cercato qui. Ah tu vuoi la fortuna, la ricchezza, e io che l'ho sottomano la dovrei buttare? che ti gira? Chi me ne compenserebbe? Che mi offri tu in cambio del sacrifizio che mi chiedi? Sentiamo.

Ernesto rimaneva stupefatto.

Anna fe' un triste sorriso e aggiunse sottovoce:

Via non farmi il censore; questo mio negozio aiuterà gl'ideali di tutti... vedi, papà, mamma, Gustavo ci si accomodano di gran cuore, e un giorno o l'altro, anche tu, chissà...

Ernesto scattò in piedi.

Bada, gridò, non una parola di più, non una — fe' alcune giravolte in preda al più grande turbamento — loro magari, ma io no, no perdio... no davvero.

— Oh ecco l'eroe, saltò su a dire Gustavo dimenandosi nella poltrona ove stava sdraiato, però mentre noi si sta qui a stentare, lui la sciala fuori, e la sua fierezza non lo trattiene dal prosciugare le tasche della mamma...

Va via, urlò Ernesto.

— Non è vero forse?

— Vi renderò tutto... va via... va e dormi da quel poltrone che sei.

Prepotente, mormorò Gustavo sulla soglia, battendo in ritirata.

Ernesto si riavvicinò alla sorella:

Senti, le disse con voce rauca, è vero detesto la povertà, la volgarità — ho il cuore gonfio di ambizioni straordinarie, enormi; non vivo che per quello; non so neppur chiaro quel ch'io speri, e se riuscirò a qualche cosa, ma questo ti posso dire che non farò mai nulla d'ignobile. Quel ch'io mi accorgessi che il lavoro, la costanza, non bastano per riuscire, ebbene saprei sottrarmi con un colpo di revolver a tutte le tentazioni disoneste. Perciò mettiti bene in mente una cosa; ed è che da questo , né da te né da altri della famiglia non accetterò più neppure un bicchiere d'acqua. La vostra abbiezione non avrà complice: farò in modo d'impedire che il vostro fango schizzi sul mio avvenire.

Lo sdegno lo trasfigurava in viso.

Anna non poteva staccarne gli occhi: lo ammirava suo malgrado.

Ma poi Ernesto cedeva alla commozione, lagrime cocenti gli sprizzavano dalle ciglia e un singhiozzo doloroso gli usciva dal petto.

— M'ero fatto un ideale comune per tutti e due, ti mettevo a parte del mio avvenire. Dopo quella povera santa di nostra madre, non pensavo che a te. — Anna, sclamò stendendole supplichevole le braccia, — Annina, lasciami aggiungere la tua ambizione alla mia... dammi un po' di tempo e quella ricchezza che desideri te la darò, voglio dartela io.

— Ebbene senti, disse Anna risoluta, puoi tu condurmi via di qui, con te, subito? ci vengo.

— No sorella, subito no — dammi tempo ti dico e parola d'onore verrò a prenderti.

— Ah! vedi? sclamò Anna ripigliando il suo amaro sorriso — il male è che io qui non posso aspettare.

— Non ti domando un secolo: farò dei miracoli e spero...

— No no, non posso accettare il tuo aiuto, sono orgogliosa anch'io; ciascuno per sé, ed è anche troppo. Tu mi parli di speranze: io ho una certezza e la tengo.

— Una certezza, ma neppur questa. Cos'è colui finalmente? un figlio di famiglia, e che famiglia! villani della peggior specie. Tu credi che il padre Migliasso vorrà lasciare a suo figlio la libertà d'un quattrino!

— Non sarà mica eterno!

Ernesto diè un balzo indietro.

Sai che sei degna del paese in cui vivi? Nella morale di Murialto hai fatto dei progressi. Sposa pure Placido, che sei discesa al suo livello, puoi aiutarlo a desiderare la fine di suo padre, è cosa che si usa qui!

La sua collera traboccava.

Perdio! gridò subitamente, io non posso permetterlo. Questo matrimonio non si farà...

Credo di sì, disse Anna con glaciale fermezza.

— No, io, io lo impedirò.

— E come farai?

Aspetta un po', disse Ernesto avviandosi alla porta.

Anna d'un balzo si oppose.

— Che vuoi fare? domandò fieramente, dove vai?

Ernesto era fuori di sé, tremava come una foglia:

Vo a schiaffeggiare quell'imbecille.

Guai a te!

— Quel maiale smaltisce le sue sbornie in casa mia; io lo metterò alla porta: vedrò se avrà il muso di tornarci.

— No... non voglio — e si aggrappava a lui per trattenerlo.

Ernesto si dibatteva per svincolarsi: una mano d'acciaio lo prese pel collare. Era suo padre: il quale lo ributtò nella camera e disse a mezza voce con quella sua calma terribile delle grandi collere:

C'è qualcuno che pretende di comandare qui in vece mia. Lo caccierò come un cane.

Ernesto riuscì a contenersi e disse soltanto:

— Non occorre; uscirò da me.

— Farai benissimo.

Accorse la signora Cristina tutta sossopra. Ernesto le disse:

— Il papà mi caccia, io me ne vado.

Cristina sbalordita, si volse al marito.

— Non vedi? se ne va.

Vada pure, disse asciutto Marcello.

Ernesto era già fuori.

Marcello aggiunse:

Chiudi la porta e bada che egli non deve entrar più, capisci?

Ma lei non gli dava più retta, era corsa così com'era, discinta, divincolata dietro al figlio, lo trovò che se ne andava con Severino all'angolo della piazza. Gli si buttò addosso, lo strinse furiosamente, esclamando:

— Non voglio! non voglio!

Ernesto la baciò teneramente, dicendo:

— Non mi rincresce che per te, mamma e per la Rosa, me ne rincresce molto che voi altre siete buone, ma ormai è inevitabile...

Lei non voleva sentirglielo a dire, piangeva come una vite.

Ma lui tenne fermo, la baciò ancora e rivoltosi in fretta s'allontanò correndo e segnò che Severino portasse a casa la madre in uno stato da far pietà.

 

Ernesto partì quella stessa notte, andò a Torino. Di le scrisse:

«Per compiacerti mamma mia farò tutto, domanderò perdono al papà che mi ha offeso, ma ad un patto: promettimi di rompere quel malaugurato matrimonio, che sarà la vergogna e la disgrazia di Anna, di te e di tutti».

In questo fu irremovibile.

Cristina gli rispose pregandolo, scongiurandolo di tornare; ma, quanto a ragioni, quand'aveva detto — il babbo vuol così — le pareva aver detto ogni cosa — e per Ernesto era come non avesse detto nulla.

La partenza di Ernesto funestò quei giorni di preparativi, ma non ritardò punto l'affare.

Placido per un po' esitava a fissare il giorno delle nozze. Si dibatteva fra l'impazienza di venirne in fondo e la necessità di trovarne i mezzi.

I suoi parenti, non si opponevano ma non poteva aspettarsi nessun aiuto da loro. I Migliasso non capivano che si dovesse far delle spese per sposare una donna senza dote.

Avrebbero subìta la cosa — nulla più.

Perciò Placido stava perplesso. Ma il flebotomo gli mise tanta soggezione colla sua ciera buia e Raimondo lo stuzzicò tanto col suo sorriso e i suoi complimenti che finalmente saltò il fosso. Quanto ai mezzi non c'era forse in paese una provvidenza pei figli di babbi avari? il Dritto?

Anna si preparò al grande atto col talento di un'attrice provetta. Gli effetti da produrre erano diversi e difficili, perché vario era il suo pubblico, e in generale punto benevolo. Aveva prima di tutto a rintuzzare con una calma imperturbabile le tenerezze della madre e della sorella; poi a sostenere lo sposo, a fargli fare una figura conveniente; ad abbagliare la popolazione di Murialto, a sconfondere gli invidiosi colla simulazione d'una felicità infinita. E il giorno fissato recitò la sua parte benissimo. Scese a mezzodì in punto dalla sua camera dove la sarta, che lo zio aveva fatta venire da Torino, lavorava da sei ore alla sua toelette: il suo volto, il suo sorriso combinavano perfettamente collo splendido vestito di raso bianco a pagliuzze d'argento, coi ricchi pendenti di brillanti e colla corona di fiori d'arancio, onde i capelli leggermente increspati le cadevano sul collo eretto e candidissimo.

Entrando in sala colla madre frenò con un'occhiata l'ammirazione dei congiunti e degli amici, andò difilata verso lo zio, gli prese il braccio, gli disse imperiosa:

Andiamo.

Il signor Raimondo era in quel giorno il padrino, il cerimoniere, era tutto. Placido l'aveva incaricato di ogni cosa, ed egli naturalmente non aveva risparmiato grandezze: aveva messo in moto tutti i suoi fornitori di Torino: — poi quella mattina era arrivato egli in persona, con una mezza dozzina delle più eleganti comparse del caffè Florio — un'imponente raccolta di giubbe attillate, di cappelli a molla e di guanti da dieci lire il paio.

Uscirono, il successo fu completo. Tutto il paese era corso a vedere. Anna fu sublime di bellezza, di serenità e d'indifferenza: così franca, così fredda, com'era uscita di casa s'appressò all'altare e piegò il ginocchio sul cuscino di velluto.

L'arciprete era pronto in camice e rocchetto: prima d'incominciare osservò che mancava lo sposo, nessuno ci aveva più pensato. Era rimasto indietro tra la folla. Entrò dopo un quarto d'ora dalla porticina del coro al braccio di Rosa, la quale, trovatolo sbalordito in mezzo alla strada, s'era mossa a compassione di lui.

Alla celebrazione del matrimonio seguì una messa solenne con accompagnamento d'organo durante la quale i sei eleganti Torinesi ingannarono la noia col tradurre le parole del rituale in bisticci, che correvano di bocca in bocca fino all'orecchio di Raimondo, il quale con un garbo malizioso dirigeva e moderava quell'orchestra burlona. Nessuna messa fu mai celebrata davanti ad un uditorio più disattento, se il prete non pensava al cielo, certo non ci pensava nessuno. Finalmente vennero fuori: questa volta Placido accompagnava la sposa ridendo inebetito. Faceva una giornata bigia, invernale, tirava un rovaio gelato; lui non sentiva nulla, camminava lentamente col suo cappello a schiaccia sotto l'ascella sinistra.

Le prime parole che Anna disse a suo marito furono queste:

— Non ci facciamo ridicoli, copritevi. Placido obbedì sorridendo di gratitudine. Si sentiva felice, Anna gli apparteneva.

Sulla soglia di casa la sposa scappò in furia a cangiar l'abito e lui fu lasciato nuovamente in disparte sino all'ora del pranzo.

Egli avrebbe voluto menare Anna alla Rocca, subito dopo la cerimonia, ma Raimondo l'aveva persuaso di aspettare fino alla sera.

Il pranzo nel quale i salumi, le ricercatezze esotiche, i confetti venuti da Torino si unirono all'abbondanza sfondolata della cucina paesana, occupò dunque tutta la giornata.

Erano invitati tutti gli amici, tutto il partito di Marcello. Il Viasco era venuto con due salami mingherlini, che fecero nell'antipasto la loro magra figura in mezzo alle lautezze di Bianchi e di Falcione, e che vantati con un'ipocrisia loquace da tutti gli invitati finirono sotto il tavolo pasto ai cani. Croce, l'oste del Leone, dirigeva in persona il servizio.

Anna volle sedere tra lo zio Raimondo e il cavaliere di Rueglio il quale arrivò all'ora precisa della Messa.

Placido fu abbandonato al capriccio dei sei Torinesi, i quali ne fecero strazio con le loro facezie e gherminelle: gli sceglievano, gli conciavano nella più strana guisa le pietanze, gli misero pepe nel vino, sale nel dolce, tartufi dappertutto, fin nello zabaglione, gli fecero ingoiare una enorme insalata di sedani, lo bersagliarono da principio alla fine di spiritose sciocchezze, di leggiadre volgarità e allusioni ridicole, e Gustavo li aiutava e tutti ridevano. Placido ebbe più volte il sospetto di essere burlato: ma lo zio Raimondo gli aveva subito da principio susurrato all'orecchio, che l'indispettirsi non era di buon genere; ogni tanto con uno sguardo gli rammentava l'avvertimento e il giuoco tirava innanzi.

Anna, smessa la speranza di dargli contegno, non s'era più data pensiero di lui che per raccomandare allo zio di non lasciarlo bere troppo.

Il suo ridicolo non poteva risalire sino a lei: ciò bastava al suo amor proprio e del resto era lusingata delle galanterie e degli elogi generali e più dal sentirsi colà superiore a tutto e a tutti.

Quando si servirono le frutta cominciava a far buio ed accesero i lumi. L'allegria traboccava, i brindisi, i complimenti, gli evviva alla sposa scoppiarono da tutte le parti con un frastuono formidabile: i sei torinesi montarono ciascuno sopra una sedia e pronunziarono insieme un discorso umoristico.

Anna era inquieta. Vennero ad annunziarle che il carro dei Migliasso era pronto alla porta per condurla alla cascina.

La banda di Costanze, famosa nei dintorni, fatta venire da Raimondo, a completare il festino, suonava in cortile la levata di tavola.

Il cavaliere di Rueglio propose di chiudere la giornata con un ballo improvvisato. La cosa piacque immensamente ad Anna, e volle assolutamente mandarla ad effetto. Raimondo sbirciò lo sposo, rifletté un momento poi disse:

Dobbiamo fargliela? Se lo vuoi sia.

Gustavo andò senz'altro a rimandare il servitore coi buoi. Raimondo uscì a dar gli ordini per preparare la sala.

La signora Cristina trasse l'Anna in disparte e indicandole Placido, il quale non s'era accorto di nulla, gli disse in tono d'amorevole rimprovero:

— Perché non chiedergli a lui se acconsente?

— Sarebbe curiosa che non acconsentisse.

— Ma è tuo marito.

— Dunque deve fare quel che piace a me.

— Ma, insisté la madre, bisognerebbe almeno avvertirlo.

Anna crollò il capo spazientita.

Bene avvertilo tu, disse secco secco — ed uscì col cavaliere.

Cristina s'avvicinò al genero, che lasciato finalmente in pace dai suoi persecutori, discorreva in un angolo colla Rosa, lo fe' alzare, lo prese pel braccio, e con quel suo fare materno così naturale e schietto, prendendo la cosa su di sé, si studiò di persuaderlo a volere ciò che era oramai cosa fissa e stabilita. Placido fe' una brutta smorfia: ma la signora Cristina tanto disse, tanto fece, seppe parlargli così dolce e così carezzevole, lisciare tanto delicatamente le sue suscettibilità che riuscì a condurlo quasi rappacificato nella sala dove l'orchestra cominciava allegramente la prima polka. Anna per suggerimento della madre fu tanto buona da premiarlo della sua compiacenza accordandogli il primo giro.

Ciò finì di calmarlo: finché egli tenne la sposa tra le braccia, scordò la poco gradevole compagnia, il sopruso fattogli, tutto — si esaltò, non vide che lei.

Ma poi il suo malumore rinacque.

Il ballo si prolungò nella notte tardissimo. Ci vennero tutte le bellezze del commercio Murialtese, ricercate a domicilio: la festa si animò mirabilmente, i sei torinesi ci mantennero un brio inesauribile; formarono siepe, intorno all'Anna e non la lasciarono accostar da nessuno: se la cedevano l'un l'altro senza quasi lasciarle toccar sedia. Anna non voleva ballar che valzer e la ridda continuava senza posa: appena si dava tempo ai suonatori di tirare il fiato.

Alle tre, dopo sei ore di quella tragenda, non si pensava ancora a smettere.

La pazienza di Placido era allo stremo.

Dopo il primo giro coll'Anna egli aveva danzato qualche poco con la Rosa, poi si era seduto imbronciato in un cantuccio e non ci fu più verso di smuoverlo. Era stanco, assonnito, corrucciato, smanioso, i lumi, la polvere gli stuzzicavano gli occhi, gli opprimevano il respiro, la musica clamorosa lo assordava, il volteggiare continuo dei danzatori gli dava il capogiro. Anna gli passava davanti ad ogni momento, più bella, più seducente, più provocante che mai: il volto acceso aveva splendori nuovi e abbaglianti, sotto la fronte pallida, entro le occhiaie grandi e brune, la pupilla scintillava. La persona svelta e leggiadra mostrava perfezioni nuove, gli saettava fascini prepotenti — dall'alto superbamente — con arrogante indifferenza, passava, ripassava, turbinava, gli sfuggivaadorabile, odiosa.

Marcello era venuto a proporgli di scendere in cantina con lui e alcuni degli invitati più positivi. Rifiutò bruscamente e lo suocero se n'andò borbottando:

Salame.

La signora Cristina inquieta non lo lasciava solo un minuto, gli parlava continuamente, cercava di distrarlo, di abbonirlo, — inutilmente; lui non sentiva.

L'occhio torbido, il viso abbronzato, smorto, cupo, — il respiro gorgogliava affannoso nel petto, e minacciava il ruggito, — certi momenti si sporgeva curvo sulla poltrona come belva aizzata che s'acciacca per avventarsi.

Finalmente Raimondo s'avvide del pericolo e pose fine alle danze. Mentre gl'invitati si congedavano con una recrudescenza di laide allusioni, di triviali epigrammi, di stupidaggini, la signora Cristina strinse la mano al genero e gli disse d'aspettare, poi s'appressò all'Anna e la tirò con amorevole violenza in fondo al giardino nella stanza che per quelle poche ore le aveva preparato: quella gialla del padiglione così piena di memorie dolci e dolorose per lei. Colà la madre la strinse fra le braccia sorridendo e singhiozzando.

Anna pareva trasognata, sbalordita: nelle sue premeditazioni non aveva pensato mai a quel momento che ora veniva brutalmente a sorprenderla. C'era nella sua posizione qualcosa di violento che lei non capiva e che l'urtava.

Alle carezze della madre che la spogliava dei suoi ornamenti nuziali ad uno ad uno e le scioglieva i capelli, le slacciava la veste, non rispondeva, non le avvertiva. C'era un gruppo del corsé che resisteva, e la signora Cristina lo apostrofava con uno sfogo di sdegno burlesco. Anna spazientiva e lei le disse:

Scimunita! vuoi che te lo snodi lui?

La figliola impallidì, lasciò andare le braccia ciondoloni e ricadde nel suo stupore.

Quando finalmente la madre, strettala un'ultima volta senza parlare, fe' per lasciarla, si scosse, le si aggrappò al collo, la trattenne.

— No, non ancora, disse con voce rauca, rimani.

La signora Cristina sorrise a fior di labbra:

Ih la sciocca, sclamò, hai paura?

— Mi ripugna, e la serrava più forte, ma la signora Cristina le scoccò un bacio sulla fronte, si divincolò e scappò fuori.

Anna, seminuda, indignata guardò intorno smarrita: gli abiti buttati a rifascio ricadevano dalla spalliera del sofà, un istinto sordo di rivolta le si destò nel cuore.

— È un'infamia, sclamò.

Dal giorno che lei aveva dovuto rinunziare a Camillo non era stata più in quel luogo. Ora le memorie di quel tempo tanto doloroso ma tanto caro che lo aspettava, gli si profferiva, lo salutava suo sposo, si faceva buona, bella, sublime di devozione per lui, — quelle memorie scattavano da tutti i cantucci, da tutti i mobili, da tutti i ghirigori della tappezzeria sbrandellata dei muri, le venivano incontro, le si affollavano intorno per salutarla e abbandonarla per sempre.

Il soffitto rappresentava un satiro ginocchioni nell'atto di scoprire una ninfa dormiente; una volta quando lei entrava colà quella lasciva figura, ricordo delle galanterie dello zio Raimondo, l'era sempre stata uggiosa: ora le parve più insolente, più lercia, da bambina non poteva vederla senza insultarlo: ora quel mezzo bruto si vendicava del suo disprezzo, scherniva col suo ghigno orrendo le di lei ripugnanze verginali, tutto ciò ch'era rimasto in lei di puro, d'incontaminato. Lo guardava atterrita, rabbrividiva; la sua mente corrotta dall'ambizione rifuggiva da una corruzione nuova più brutale che con violenza fisica l'aggrediva, — credeva di essere in fondo e invece bisognava scivolare molto più basso. E il satiro rideva...

Un passo suonò nel vestibolo. La porta rimaneva socchiusa, un subito sgomento, un panico furioso la prese. Diè un balzo, spense il lume, chiuse l'uscio a doppia mandata, si buttò indietro disperatamente, si abbatté contro il primo mobile che incontrò ebbra di dolore e di collera.

 

La signora Cristina era ritornata in sala, dove Placido l'aspettava. Gli stese la mano dicendogli:

— Dunque, buona notte.

Buona notte, rispose Placido sbadigliando.

— V'ho messo nel padiglione.

Placido discese in giardino, lo attraversò in punta di piedi girando intorno al pergolato, entrò nel vestibolo del padiglione, e rallentò il passo, tirò innanzi a tastoni rasente il muro. Delle faville gli traversavano gli occhi. Si appressò all'uscio e lo trovò chiuso. Fe' scorrere la mano, trovò la gruccetta, e questa girò, ma l'uscio non cedette. Era chiuso di dentro.

Egli lo scosse senza dir nulla per un buon quarto d'ora.

Finalmente chiamò l'Anna per nome: e aspettò invano la risposta. Chiamò più forte; nulla. Tese l'orecchio: sentì dietro l'uscio un respiro affannoso.

Anna, Anna, si sente male? Anna apra, mi risponda almeno! Questo cosa significa adesso?

Dopo qualche minuto intese un fruscio che si allontanava di dentro, poi silenzio di nuovo.

Allora un sudor freddo gli ghiacciò le membra. Fu come si riavesse da una lunga ubbriacatura. Anna lo respingeva e lo aveva ingannato. Vide sotto ben altro aspetto tutti i casi di quegli ultimi mesi. Rammentò tutto ciò che aveva fatto lui: il grosso debito contratto col Dritto, le spese enormi, per quel bel risultato! Provò una gran smania di battere quella creatura cattiva che lo scherniva e gli costava tanto. Tutto l'odio della sua razza rustica per la razza nemica «de' signori» gli si risvegliò nel sangue: e diventò furioso.

Urtò l'uscio con violenza, era deciso di sfondarlo.

Un frastuono di voci, di risa, lo trattenne. Erano i torinesi che l'avevano spiato quando scendeva, ed ora credendolo entrato dalla sposa, venivano a fargli la serenata.

Placido allibì. Provò una smania rabbiosa di sottrarsi a quell'ultima mortificazione. Ma il vestibolo non aveva porta verso il giardino e i lumi della casa lo rischiaravano debolmente: l'avrebbero veduto. Si rammentò allora della scala del bastione; vi si buttò ruzzolando i dieci o dodici scalini fin contro la porta esterna che era chiusa e senza chiave. Era tempo: un momento che avesse esitato sarebbe stato scoperto. I sei burloni entrarono nel vestibolo: uno venne ad origliare alla toppa; inventando e raccontando particolari che aizzarono ancora il furore di Placido che sentiva. Tutti l'uno dopo l'altro vollero origliare, e la stessa scena si ripeté fra le risa crescenti. Finalmente un ultimo battimano, degli auguri burleschi e s'allontanarono vociando.

Allora Placido venne fuori, stirandosi; aveva le membra indolenzite: uscì in giardino e ronzò lungamente intorno al padiglione cercando il modo di penetrarvi. Ma poi si stancò: un freddo intenso gli penetrò l'ossa: era senza cappello in abito nero attillato. Poco a poco ogni sentimento si spense nell'intorpidimento del patimento fisico, nella stanchezza. Uscì dal giardino, venne nel cortile. Vide lume alla finestra della cantina: sentì le voci avvinazzate del suocero, del Gandola e del Croce che cantavano. Poi seguiva un po' di silenzio. Marcello diceva:

— Il mio grignolino è finito.

Il Gandola rispondeva:

— Cosa ? Beveremo Barbera della Rocca.

E ridevano.

Placido trovò a tastoni l'uscio della legnaia, vi si ficcò buttandosi sopra i fasci di sarmenti che ingombravano il suolo.

Era pesto dalla fatica: si assopì un poco.

Ma il freddo lo riscosse: — s'era messo a nevicare e il vento entrava a refoli per la finestra senz'imposte.

Inoltre provava una fame aguzza. Tentando colla mano la porta che dalla legnaia metteva nella cucina la trovò aperta. C'entrò dunque: s'appressò al fuoco dove alcuni tizzi si sfacevano in brace; e, trovati alcuni sarmenti ne fe' sprizzare la fiamma; allora soltanto vide dall'altra parte del camino la signora Cristina che cogli occhi spalancati, sbalordita lo guardava.

Non aveva potuto pigliar sonno, s'era levata, era venuta a sedersi presso il fuoco, confidente dei suoi crepacuori, fantasticando del figlio lontano, della figliola che se n'andava, lagrimando, s'era un po' assopita e dormicchiando pensava ancora ai figlioli, e alle disgrazie interminabili...

— Che fai tu? gli domandò finalmente, alzato a quest'ora?

— Mi fossi almeno coricato! borbottò Placido.

— Non ti sei coricato? ma perché?

— Il perché lo saprà vostra figlia... mi ha chiuso fuori.

— Ah tu scherzi... dici davvero?...

Placido si strinse nelle spalle e ripeté:

— Mi ha chiuso fuori...

Cristina non poteva capacitarsi: rimaneva stupidita, i riflessi pallidi della fiamma ballavano sul viso del giovane, tanto cupo che le dava i brividi.

Ho fame, disse sordamente Placido.

Fu come le tornasse la vita. Accese il lume, e corsé alla credenza:

— Hai fame, oh povero scimmiotto, ma ci si rimedia subito!

Con che pronta e amorevole sollecitudine lo serviva, gli metteva davanti piatti e piatti d'ogni sorta: gli avrebbe dato il cuore pur di rappaciarlo colla figliola:

— Te' carne, te' la trota, è intera, te' questi pasticcini di cervella, sono più soffici adesso, — e qui c'è il budino quasi intatto: mangia, mangia poverino.

Lui pigliava per tutto, inghebbiandosi avidamente.

E la Cristina, sciogliendosi in pianto dalla consolazione, lo incoraggiava con un sorriso buono tutto materna tenerezza:

Bravo, bravo, così va fatto — a ricattarsi con una buona ripaglia.

E il suo faccione si rasserenava tutto.

Ma, a Placido, quetata la fame tornava la collera:

— Non sapevate nulla, voi?

— Di che?

— Che mi voleva fare il gioco.

— No.

— No? ripeteva lui strizzando l'occhio diffidente.

— Quando ti dico! E ci vai ripensando: ma è una ragazzata — tu non conosci le donne; voi siete terribili, ci fate paura, è una ragazzata.

— Non so niente io.

Poi inaffiando il mangiare con numerosi bicchieri di grignolino, borbottava:

— Si comincia male. Se vuole, la finiamo subito...

E Cristina a inquietarsi da capo:

— Tu ci pensi ancora: il furioso che sei... per un po' di pazienza, ti rifarai bene! che ti mancherà tempo? hai paura che la ti scappi? tu oggi te la porti a casa, e... Suvvia, non t'ingrugnare a quel modo; a farti brutto già già non ci riesci. Eppoi l'Anna con due baci ti obbligherà bene a spianare il broncio.

Anna dei baci a me? gli pareva impossibile; tentennava la testa.

— No a te; al lupo! non sei suo marito? Eh, signorino, pazienza, e le daranno anche i baci. Vuoi che te la chiami?... Subito fatto.

Placido non voleva: si sentiva a disagio di trovarsi davanti all'Anna.

Ma lei si fissò nel suo pensiero.

— È giorno oramai; vado subito a svegliarla.

Dopo un quarto d'ora tornava coll'Anna, pallida, pallida per la veglia, avvolta in un accappatoio: ma più bella, più fiera che mai.

Placido non poté tenersi dal divorarla cogli occhi.

— La vedi, gli disse Cristina, spingendo innanzi la figliola, la vedi, non ha dormito niente e ha gli occhi gonfi...

Poi strizzando l'occhio malizioso al genero:

— Sei ben sicuro che l'uscio fosse chiuso? Se avessi spinto un po' più forte, chissà.. Vergogna, un uomo come te lasciar il gioco...

Mamma, l'interruppe dispettosa l'Anna, non ti vergogni?

I due sposi si guardarono di traverso.

Allora la madre perdette la pazienza: — erano due mostri, che si volevano bene ma volevano farla arrabbiare lei.

Poi, con impeto di tenerezza, li buttò l'uno contro l'altro, gittò Anna nelle braccia di Placido:

— Ma tienila, tienila dunque; non capisci, il minchione, che l'uomo è cacciatore! Sta vedere che bisogna fargli il solletico sotto la lingua. Poi senza badare alle smorfie dell'Anna gli giurò che era innamorata pazza di lui, da più di un anno, gli raccontò la faccenda dello «stornello» gli disse che l'Anna si metteva alla finestra per aspettarlo:

Valeva la pena per quel coso selvatico ! e lui non si degna neppure di girare la gruccetta di un uscio!

Fe' loro il caffè, li costrinse a prenderlo nella stessa chicchera, una sorsata per uno e, dopo, ne recò, come faceva da vent'anni, al suo Marcello.

Rimasti soli Anna e Placido fu come ogni mastico venisse meno tra loro. Come si sentivano estranei l'uno all'altro!

Però l'Anna non si mosse dal fianco dello sposo.

E gli disse risolutamente:

— Quando si va alla Rocca?

— Quando vorrà.

— Allora andiamo.

Placido osservò che le strade erano coperte dalla neve la quale seguitava a cadere. Prese il pretesto di affacciarsi alla finestra per sottrarsi alla suggezione che gli dava la sua vicinanza:

— Sarà bene che mandi a prendere il carro, disse.

— Bisogna mandar subito.

Placido, un po' rabbonito da questa insperata sommessione, si affrettò ad obbedire e spedì Quirino alla Cascina.

Lo zio Raimondo partiva quella mattina cogli ospiti torinesi.

Risaputo dalla sorella la burla della nipote, la prese in disparte e le disse:

Signora mia, abbiamo cominciato con una grossa imprudenza. Ti ricordi? T'ho detto che il Migliasso bisogna ammansirlo. Ma se tu lo tratti, a bella prima, con tanta ruvidezza, perderai ogni impero su lui. Ti vuoi preparare dei gran brutti giorni. Sentiamo un po': come intendi portarti?

Anna taceva impensierita.

— Tu vuoi fare a modo tuo: sta bene, ma la volontà, per forte e tenace che sia, non ti può giovare senza l'aiuto di un po' di bella ciera a tempo e luogo. Donna che vuol comandare di giorno bisogna che sappia la notte obbedire...

Sicuro, soggiunse, non farmi il nifolo. Del resto Placido è un bel giovine, per marito è più che passabile.

— Oh Raimondo! è tanto volgare!

— È un marito, un vero marito. Saprai apprezzarlo meglio in seguito, quando sarai sicura di lui. Insomma, senti, se vuoi essermi riconoscente di quel che ho fatto in questo negozio, hai a promettermi che sarai prudente: non vorrei aver il disgusto di aver fatta la tua infelicità, e questo disgusto tu me l'hai a risparmiare.

Mentre poi li accompagnavano alla carrozza, rimase indietro un momento con Placido per dirgli:

— Dunque non sei fortunato? Che prova caro mio! che giglio quell'Annuccia eh? hai mai sospettato un'innocenza di questa sorta? Va a chiedere a cento mariti e se ne trovi uno che voglia essere sincero e non t'invidi e non cambierebbe certe moleste esperienze con questa sublime ignoranza e certe troppo facili gioie con la tua disgrazia di stanotte vuol dire che il mondo è migliore di quel che penso.

Placido non capiva bene. Raimondo si abbassò, gli sussurrò qualche parola all'orecchio; poi staccandosi lo contemplò con ammirazione e sclamò:

Uomo fortunato!

E saltato in carrozza, mentre il cocchiere frustava i cavalli, ripeté ancora facendogli un grazioso gesto della mano:

Fortunato!

I sei torinesi si levarono in piedi nei due legni e sollevando dritte le braccia sopra la testa come due corna enormi gli dissero gravemente ad una voce:

Gli auguriamo!

Partiti i forestieri, entrò in casa Bossano quello strano malessere dei momenti difficili, che gli animi avidi di raccoglimento e di solitudine si urtano e danno in stonature tanto più sensibili quanto è più intima la compagnia.

Anna era agitata. Il flebotomo stizzoso della festa finita, sfoggiava il suo più tragico cipiglio. La signora Cristina si sforzava di celiare lagrimando. Placido pareva trasognato.

Quando arrivarono i buoi e fu l'ora d'andarsene, l'Anna scese accompagnata dai parenti, montò risoluta sul carro e s'adagiò sul materasso sotto il capanno. Placido prese il pungolo di mano al ragazzo, montò sul davanti coi piedi sul timone e diè la voce alle bestieva stracco annoiato come se avesse a menare un carico di legna.

S'avviarono giù per la scesa di Riolargo.

 


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