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ALLA ROCCA
Aveva smesso di nevicare: il giorno declinava grigio, caliginoso. Le case del paese erano scomparse da un pezzo dietro la colma di S. Gregorio. La strada scendeva diritta, d'un bianco unito a perdersi nella bruma densa della valle; e pareva interminabile; appena si distingueva nella neve il solco lasciato dalle ruote nel salire. Dai gelsi sparsi nei campi qualche fiocco si spiccava e cadeva.
Faceva un freddo intenso. Anna rabbrividiva. Placido in mezz'ora non aveva aperto bocca che per ripetere il suo sonnolento — Uhi là — alle bestie che affondavano fino alla caviglia.
Fu lei la prima a rompere il silenzio per domandargli dov'erano: non si racapezzava più.
— A casa, rispose Placido senza voltarsi.
Anna trasalì come un condannato che arriva al suo luogo di pena.
La cascina spuntò a destra: il tetto sporgeva appena sopra il livello della strada, alla cui scarpa s'addossava. Vi si scendeva per una viottola stretta e sconciamente fangosa, che girava, con una curva ardita, ripidissima, intorno all'uno dei fianchi.
Placido smontò e, afferrata la catena del timone, si pose alla testa dei buoi.
Allora Anna vide la sua nuova casa: due lunghi corpi di fabbrica l'uno rimpetto all'altro, irregolari, ineguali, senza traccia di disegno, nei quali i bisogni agricoli erano largamente rappresentati dai fienili, dalle travate, dai portici e l'esistenza della famiglia appena indicata da alcuni metri di muro chiuso, sparsi qua e là nelle parti meno appariscenti. In mezzo: l'aia, vasto rettangolo, che la neve squagliata, il terreno argilloso rigonfio, le scolature dei letami pomposamente allineati in fondo, trasformavano in un impraticabile pantano. Le ruote del carro vi affondavano fino quasi al mozzo. Appena per il passaggio rimaneva sotto la gronda una lista di tufo, tutto grottole e lubrico come fosse insaponato.
Nessuno venne incontro agli sposi. Placido aiutò l'Anna a smontare e la condusse difilato alla stalla. E lì al fioco barlume che penetrava da due pezzi di vetro verdognolo incastonati nella carta dell'unico finestruolo la presentò alla famiglia, cinque vecchi e una vecchia, in tutto sei figure ispide, di sordida apparenza disposte in crocchio nella corsia, nell'angolo della finestra; — il padre e gli zii di Placido.
Anna si rammentava di averli veduti qualche rara volta in paese, ma non li distingueva l'uno dall'altro.
Tutti quei cosi, meno uno, filavano; gli uomini tenevano la conocchia infilata nell'occhiello sinistro della corta marsina color marrone.
All'aprirsi dell'uscio si voltarono e rimasero a bocca aperta, abbagliati dall'abito di seta bianca e dalla polonese dell'Anna.
Mansueto, il fratello di Placido, sporse la faccia melensa e assonnita sull'orlo del greppione, dove stava accoccolato.
Placido si fe' innanzi e disse:
— La mia donna.
Nessuno si mosse.
Il più vecchio, il padre, balbettò:
Il meno attempato dei sette, quello che non filava, lo zio Bastiano, sentenziò con voce nasale:
— Del personale ce n'ha, la buona voglia la può mettere.
Gli altri non dissero nulla, gli uomini si levarono il cappello.
Lo zio Bastiano, spinse poi un deschetto zoppo da una parte e invitò l'Anna a sedere dicendo:
— È allo scuro, ma già lei non fa nulla.
Il ricevimento era finito.
La testa di Mansueto rinchiuse gli occhi e si profondò nel greppione. Tutte l'altre si richinarono, le conocchie si drizzarono e i fusi ripresero a girare.
Lo zio Bastiano riappiccò un discorso interrotto all'arrivo della sposa, egli era il dottore, il filosofo della famiglia, nella sua vegetazione di cinquant'anni c'era stato un breve sprazzo di vita, e ne derivava un riflesso luminoso, un breve raggio di criterio e di senso comune che gli serviva a giudicare di tutte le cose passate, presenti e future. Aveva fatto il soldato.
Quella sera parlava dei grandi avvenimenti politici del tempo, il cui eco era penetrato fino alla Rocca recandovi, forse per la prima volta, il sacro nome d'Italia. L'Italia cos'era?
Il quesito dava non poco travaglio a Bastiano, il quale, invocando, a risolverlo, quelle sue memorie, diceva:
— Quando era a Ciambery col mio reggimento delle Guardie, dei briganti si provarono ad assaltare le caserme, alcuni furono presi e impiccati: altri scapparono. Si diceva allora ch'erano della Giovine Italia, se allora era giovane, adesso sarà vecchia, ma l'ha ad essere tutt'uno, come una razza di malandrini.
Seguitò per un poco a raccontare a suo modo il tentativo mazziniano del 31 in Savoia.
Gli altri lo ascoltavano in silenzio e filavano sempre.
Placido, sfinito dalla stanchezza, s'era seduto sul margine del giaciglio, aveva rovesciato il capo contro un colonnino e russava rumorosamente.
Anna sbalordita guardava alla finestra ove moriva l'ultimo crepuscolo della triste giornata. Le parole di Bastiano seguitavano lente, monotone a lunghe e frequenti pause come il gocciolare di una gronda dopo il temporale.
Quando sonò l'Angelus tutti s'alzarono, deposero le conocchie, appoggiarono i ginocchi sull'orlo dei loro scanni e levati i cappelli dissero insieme le orazioni della sera. Gioachino, il padre di Placido, cominciava; gli altri rispondevano.
Poi, finito che ebbero, passarono l'uno dopo l'altro, silenziosi davanti all'Anna.
Ultimo, lo zio Bastiano, svegliò Mansueto e Placido invitò l'Anna a mangiare i «cavoli».
Lei rispose che non si sentiva fame e pregò il marito a condurla nella sua stanza.
Un granaio e un solaio sopra il portone, chiuso fra le due ali del fabbricato, formavano tutto l'appartamento degli sposi.
Per andarci bisognava attraversare l'aia su certi sassi ed assicelle disposte in fila. La scaletta, l'andito angusto e basso, la porta di legno liscio, il finestruolo che dava nella stretta tra due muri ridestavano l'idea di trovarsi in un carcere.
La camera non aveva altri mobili che un vecchio coffano della casa, annerito e tarlato, un lettuccio di legno verniciato in verde, venuto non si sa donde, che pareva la cassa di un'antica berlina, e finalmente due grandi sedie impagliate di fresco: nell'attiguo granaio vasto e tanfoso campeggiava solo un polveroso armadio di noce.
Appena arrivata l'Anna si lasciò ricadere sopra il coffano e cogli occhi fissi seguiva macchinalmente la fiammella melanconica della lucernetta. Era propriamente abbattuta. Le pareva d'essere in capo al mondo, chissà dove, in esiglio, in uno strano purgatorio. Non si riconosceva più.
Dopo qualche tempo s'accorse che Placido era uscito. Quello squallore e quella solitudine le diedero il raccapriccio. Nel silenzio profondo lo scricchiolare delle vecchie case che si chiama il picchio della morte, poi a momenti uno strano saltellare sordo che cominciava nel granaio, passava nel corridoio davanti all'uscio e si perdeva giù per la scala.
Anna ebbe paura veramente e pensò a scendere in cucina colla famiglia, ma la vergogna la trattenne.
Finalmente corse all'uscio per chiuderlo: inutile precauzione: era chiuso di fuori.
Placido era via da più di un'ora. Che volesse burlarla, vendicarsi? Per la prima volta si senti debole rispetto a lui: la sua volontà piegava. Pianse di rabbia, di dolore.
S'irritò di desiderare il suo ritorno.. Era dunque un uomo colui, un qualcosa di terribile? E, suo malgrado, la figura del marito si levava con una autorità nuova nel suo pensiero, le imponeva, la soggiogava. Ed ella si sentiva forzata a cedere.
Ma Placido non pensava punto a vendicarsi: era stato in paese a cercar provvigioni per la cena: in casa avevano divorato il giorno avanti fino all'ultimo boccone ciò che egli aveva mandato. Tornò dopo due ore inzaccherato fino a mezza vita, trafelato, carico di salumi, affamato, dimesso, ridicolo. Anna rise allora della propria paura e si indispettì di vederlo; cominciava ad ammirarlo prepotente, disprezzò la sua bonomia.