Roberto Sacchetti
Vecchio guscio

Parte seconda

II I MIGLIASSO

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II

I MIGLIASSO

 

 

Anna aveva domato il marito, ma le rimaneva ad ammansire quei sei fantasmi che le erano passati davanti nella stalla; incantarli, legarli alla propria volontà. Altrimenti il calcolo smanioso, cui aveva sagrificato il proprio avvenire, sarebbe condannato per lo meno a una attesa troppo lunga. Si domandò, esitando, se fosse possibile. Si trovava di fronte a una razza ignota. I Migliasso erano un anacronismo, e quindi un enigma.

La cascina della Rocca era un frammento dell'antico Murialto che il paese, ritirandosi per atrofia nel viscere centrale della cittadella aveva abbandonato in mezzo alla valle di Riolargo; da secoli non aveva cambiatopadronicarattere. Qualche po' d'intonaco, qualche pezzo di muro erano tutto ciò che il tempo aveva potuto imporre al primo ed informe edifizio dei fondatori, qualche falda aggiunta all'antico farsetto, la maggior concessione che il mutato costume avesse potuto ottenere dagli abitatori. Cose da poco e superficiali, il midollo rimaneva inaccessibile a quello stesso tardo e insipido progresso a cui nessun villaggio può sottrarsi.

Il sentimento e l'intelligenza di un'epoca remota vi rimanevano impietriti, fossilizzati. Quindi quell'espressione di ebete stupore che i vecchi della Rocca avevano nel loro sguardo stralunato. Vivevano in un mondo inesplicabile. Come gl'insetti conservano degli istinti inutili, testimonio incomprensibile di un evo primitivo, di lotte contro una natura che più non esiste, i Migliasso avevano delle usanze, dei pregiudizi, delle ripugnanze e delle inclinazioni ereditarie, espressione, una volta, della vita dei padri che ora non servivano più neppur a ricordare. Per trovare la spiegazione di quegli strani geroglifici morali sarebbe stato mestieri scavare molti strati storici di quel remoto mondo provinciale.

Nell'arare i loro campi i Migliasso cominciavano sempre dalla stessa parte, benché non sempre fosse la più comoda; nel tornare dai loro fondi e nell'andarvi evitavano sempre certe strade, si fermavano sempre a certi punti determinati, nel rimondare i vigneti rispettavano certe erbe, ne coglievano talune altre, e in certi giorni ne adornavano i filari, e il giogo dei buoi. Non avrebbero certo saputo dire perché: non erano più superstizioni, ma bensì formule di un rituale ignoto.

Certe notti, che v'erano i raccolti nell'aia, legavano in casa il cane da e vegliava uno di loro.

Il cercatore dei Cappuccini del Monte di Torino era ospite loro: nel fare il suo giro sostava alla cascina un giorno ed una notte, ma se egli ci capitava in giorno diverso dal solito non vi avrebbe trovato né un tozzo di pane né uno stramazzo dove buttarsi.

Esisteva nel muro di cinta che dava verso la valle una porticina tutta sgangherata, forse sopravvissuta ad una antica e dismessa servitù di passaggio; — causa di continue precauzioni. La puntellavano con pietre e con stanghe; nessuno se ne serviva, era un fastidio inutile, ma nessuno aveva mai pensato di turarla una buona volta.

Dalla parte superiore una stretta separava il muro dei Migliasso da quello di una casa vicina, anch'essa superstite dell'allora scomparso borgo della Rocca. Il proprietario di questa chiudeva spesso la retana con dei sarmenti ad impedire che i cani di potessero penetrare nelle vigne che dal ciglio delle due aie scendevano pel clivo nella valle. Ma sempre che uno dei Migliasso capitava a passare toglieva la fascina e la lanciava nel campo a destra della viottola: e la muta contesa durava senz'altre conseguenze da più di quarant'anni.

La porticina rappresentava un dovere, la retana un diritto — chi sapeva quali — lo scopo dell'una e dell'altro era scomparso — ma bisognava mantenerli.

Anche il linguaggio dei Migliasso serbava traccia di quella immobilità retrospettivaricco di vocaboli e di locuzioni antiquate, scaduto di senso, mancava di quelle necessarie a indicare gli usi e le cose più comuni.

Del resto essi non parlavano troppo. Ad eccezione di Bastiano essi non pronunziavano che le parole strettamente indispensabili, passavano delle giornate insieme senza quasi aprir bocca: non è esatto il dire che si capivano o che andavano d'accordo, agivano nelle faccende quotidiane per concerto istintivo, come i castori nel costruire le loro tane e le api i loro alveari. La distribuzione delle opere era inappellabilmente fissata dalle consuetudini e nessuno si ribellava, perché, a creare dei dissensi, occorre varietà di pensieri ed era molto dubbio che alla Cascina si pensasse in qualche modo.

Gioachino, il padre di Placido, vi personificava più che non vi esercitasse, l'autorità del capo casa. Era il primogenito, e secondo l'antica usanza, lui solo aveva preso moglie e assunto l'onore e l'onere di perpetuare la stirpe. I suoi figlioli, cui egli per regolarità dello Stato Civile doveva dare la paternità, potevano dirsi figlioli della famiglia intera, perché tutti i sei fratelli ugualmente lavoravano per essi, aumentavano, conservavano esclusivamente per essi il patrimonio avito. Il codice civile Albertino non aveva potuto alterare in nulla i rapporti di quella piccola comunione. La nuova legge era un inciampo da evitare. I fratelli minori, che avevano tutto l'interesse a profittarne, erano unanimi nel deluderla e malgrado l'abolizione del dritto di primogenitura, essi ne mantenevano con un rigoroso celibato gli effetti. Erano nulla più che la multipla riproduzione del primo: colla positiva denominazione umana avrebbero potuto chiamarsi Secondo, Terzo, Quarto, Quinto; il calendario cristiano li aveva obbligati a chiamarsi Luca, Paolo, Lodovico, Bastiano, e tutta la differenza stava , quella lievissima dell'età era appena sensibile.

Il solo Bastiano, alquanto più giovane, aveva una certa personalità. Il suo immobilismo non rimontava più in su di trent'anni addietro, al giorno che il suo colonnello nel congedarlo gli aveva chiesto cos'andasse a fare a casa ed egli aveva alteramente risposto: — a coltivare i nostri beni. Orgoglioso di quella risoluzione non rimpiangeva di averle sagrificato i galloni di caporale. Faceva gli affari della casa, si incaricava dei contratti, delle liti, delle transazioni.

E da trent'anni la comunione piccola, come tante altre consimili, si manteneva salda in mezzo a una vasta rivoluzione sociale. La violenza delle aggressioni esterne e forse il presentimento involontario di un prossimo sfacelo, la irrigidivano in una resistenza tranquilla ma inevitabile. Come poteva l'Anna lusingarsi di smuoverla?

Occorreva per questo ben altra leva che la sua smania nervosa.

Dei sei Migliasso, i cinque più vecchi non le parlavano, non la avvertivano, quasi non la vedevano. Bastiano, il più affabile, con le sue risposte sentenziose le lasciava capire la difficoltà dell'impresa. Come illudersi? Non le potevano servire né la volontà né le moine.

Per indovinare l'ideale che quella gente aveva della donna bisognava diventare qualcosa di simile alla vecchia cognata Eufemia, cui l'avarizia della famiglia aveva impedite le nozze, una creatura che alla servilità di costei avesse unita la qualità di procrear figlioli. Nient'altro. Finché vivessero i vecchi rassegnarsi a una delle due: — o essere, come Eufemia la loro serva, o vivere straniera alla famiglia.

Anna scelse allora il secondo partito, il più facile.

Dopo i primi tre o quattro giorni non potendo adattarsi al fare di quella gente, non si mostrò più né in casa, né in istalla.

Faceva un inverno dei peggiori, per parecchie settimane fu una vicenda continua di neve e di nebbie — le strade impraticabili. La cascina pareva sprofondata in un limbro grigio, silenzioso, in un crepuscolo polare, fantastico a forza di essere monotono.

Anna stava chiusa nella sua stanza. Passava le giornate legicchiando davanti a un piccolo franklin che s'era fatta porre lei stessa.

Suo padre e Gustavo vennero una volta a trovarla ma non ci si divertirono punto e non ci tornarono più.

In quel turno accadde una novità in casa Bossano. La Rosa fu nominata maestra a Repigliasco. Aveva pensato lei a tutto: a far la domanda, a presentarla, a farla appoggiare in Consiglio: venuta la nomina si preparò un po' di corredo e partì, sempre con quella tranquilla fermezza con cui faceva ogni cosa, anche l'amore.

Venne a salutare la sorella e Severino l'accompagnava.

Repigliasco è a mezza strada da Morisengo, disse Anna ridendo.

Due volte al giorno Placido le recava alla moglie la sua porzione di minestra, cui aggiungeva qualche leccornia che preparava lui su nella camera, e le teneva un po' compagnia.

La sua decisione si fermava : non poteva neppur venirgli in testa che si potesse da lui pretendere di più. Per lui quella condizione era così fatalmente immutabile che non gli sembrava punto strano.

Non sperava nulla di meglio. Si sedeva in un cantuccio in faccia alla moglie e la guardava fiso con aria di pigra soddisfazione. Non si lagnava del suo silenzio, non s'accorgeva della sua indifferenza; non gli chiudeva più la porta in faccia: i suoi diritti erano rispettati. Lui si contentava.

L'ambiente della casa aveva smorzato le sue velleità signorili: il non aver bisogno di piacer alla moglie, e, d'altra parte, la necessità di non spiacere ai suoi di casa lo rendevano trascurato: veniva in camera cogli zoccoli e conciato in guisa che puzzava di stalla lontano un miglio.

I progetti di Torino li aveva dimenticati.

Ma un giorno Anna gli domandò senza preamboli:

— Avete dunque pensato a menarmi fuori di qui?

Placido spalancò gli occhi, e balbettò:

— Ma ora, d'inverno...

— Ci avete pensato, sì o no?...

— Ma...

Anna non aggiunse verbo.

Della famiglia non entrava mai nessuno. Lo zio Bastiano e il cognato Mansueto, venivano ogni tanto al piede della scala a chiamar Placido e quando questi indugiava a scendere lo zio brontolava all'indirizzo delle immagini, delle madonne e il cognato diceva la madama.

Una volta Anna pregò lo zio di salire: lo fe' sedere davanti al fuoco, sturò per lui una bottiglia di rosolio che sua madre le aveva mandato. Poi tagliando a mezzo le sue infinite cerimonie, le sue proteste di non essere un signore.

— O giusto, disse, so che siete stato voi a volere che Placido studiasse.

— Già volevo farne un notaio. Si sa bene, noi si fa spesso degli atti e il maestro per beccarmi quattrini mi aveva dato ad intendere che il nipote ci aveva disposizione.

— Voi l'avete mandato a Torino e avete fatto delle spese. Ora tutto ciò non gli serve a nulla qui. Bisognerebbe adesso procurare di fargliele ricuperare.

Placido, presente, strabiliava.

— Potrebbe trovarsi un impiego in città, vi sarebbe fuori più utile che non in casa.

Bastiano rispose tranquillamente:

— Il ragazzo è uno zuccone, cara madama, è uno zuccone.

Placido piegò il capo brontolando fra i denti: — oh sì, tocca proprio a lui il dirlo.

Anna soggiunse:

— Mio zio Raimondo glielo troverebbe lui l'impiego ma voi dovreste aiutarlo un poco.

Cara madama, la semente gettata sulla strada non fa grano.

— Qualche migliaio di lire basterebbe.

— Non fa grano, ripeté il contadino.

Poi il discorso cadde. Bastiano uscì poco dopo dicendo che andava a mettere da parte un po' di bene per l'altro mondo. Era domenica. I Migliasso, per la lontananza e il brutto tempo sostituivano ai vespri un rosario recitato in famiglia. Erano anche religiosi, ma, a tempo perso, specialmente l'inverno che non avevano nulla da fare. Quando la neve copriva i loro campi, zappavano un poco, e a tutto rischio, la vigna del Signore. — Sarà quel che sarà, diceva Bastiano.

Anna disse poi al marito:

— Sia l'ultima volta, vi avverto, che, in presenza mia, vi lasciate insultare da quel bifolco.

— Cosa dovevo fare?

— Dunque riconoscete che aveva ragione.

Placido dopo essersi lisciato i baffi una buona mezz'ora e aver tentato invano di richiamare la di lei attenzione con qualche scherzuccio dozzinale e sonnecchiato un poco si levò quetamente e se ne andò.

Era dunque diventata il trastullo di quel dappoco! il quale contento del proprio possesso non si dava punto fastidio dei suoi sentimenti!

 

 


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