Roberto Sacchetti
Vecchio guscio

Parte seconda

III NUOVE RISOLUZIONI

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III

NUOVE RISOLUZIONI

 

 

La giornata era più che mai squallida. Sotto un cielo grigio, la valle di Riolargo coperta di neve spiegava le sue curve sfumate: in fondo sopra una costa della collina spuntavano i tetti di Murialto e spiccava il campanile di S. Secondo, onde i suoi sogni avevano spiccato il volo... per abbattersi fin laggiù in quella gora di mota.

Nella cascina un silenzio uggioso. La tempesta che le agitava il sangue non poteva rompere il gelo inerte che tutt'intorno la stringeva. L'avvenire le apparve come l'indefinito prolungamento di quell'ora scialba e rigida: orribilmente monotono e miserabile. La sua fantasia irrequieta si dibatteva invano contro la pressura della volgarità come quelle fanciulle delle leggende, prigioniere di un incanto malefico. I minuti andavano lenti come secoli.

Finalmente si rivoltò. La prese come una smania irresistibile di muoversi, di sentirsi viva. Scese, uscì nella strada, cominciò a camminare frettolosa sul terreno ghiacciato.

Saliva inconsciamente verso il villaggio. Quando se ne accorse fu colta da una tentazione. «Se andassi a casa?...» pensò alla sorpresa del marito e rise forte. Allungò il passo. Quell'ombra di giornata si spegneva nel crepuscolo. Aveva presa la scorciatoia attraverso i campi. Nelle pieghe della collina il gelo meno intenso copriva appena la superficie del terreno spugnoso; i suoi stivaletti di seta tagliuzzati dalla neve gelata affondavano nelle pozzanghere. La caliggine scendeva dalle cime, riempiva la valle di una bruma densa ed acre. Anna saliva ostinata e appressandosi alla cima, pensava con una rabbia crescente che la Brigida, se avesse potuto saperlo, non si sarebbe certo privata dello spasso di vedere la rivale ansante dalla fatica, malconcia dalle cadute frequenti, arrampicarsi colle ginocchia e con le mani raspando coll'ugne delicate la neve ghiacciata e il fango indurito.

Quirino, sbrigata la cena, faceva la fumata passeggiando sulla piazzetta di S. Giovanni, dalla porta del Maniscalco alla porta dell'osteria della Posta, quando dal vicoletto dei Ratti vide sbucare l'Anna in uno stato da far paura. Le corse incontro, e voleva chiederle cosa le fosse accaduto.

St, disse lei, non mi fate domande, parlate di cose allegre, caso qualcuno vi senta, datemi il braccio e copritemi il più che potete.

Per fortuna in tutta la strada le porte erano chiuse e non incontrarono anima viva.

Entrò come un fulmine nella cucina. La signora Cristina e Susanna discorrevano di lei, e al vederla ammutolirono dalla sorpresa. Anna die' loro tranquillamente la buona sera, e andò dritto al camino dove divampava una allegra fiammata.

La madre le voleva domandare chissà quante cose, ma lei le turò la bocca, dicendo:

— Nulla, nulla; mi noiavo alla Cascina, ho pensato di venire qui a passar la sera; voi mi dimenticate e io vengo a trovarvi: te ne rincresce?

Ma erano sciocchezze da dire? aveva fatto bene a venire: venisse su a cambiarsi.

Anna respinse tutte le sue istanze, ravviò lei un po' di conversazione e si impuntò a rimaner per due ore coi piedi inzuppati, che sgrondavano.

Quando finalmente si ritirò, verso le nove, la signora Cristina l'accompagnò nella sua camera che una volta divideva con la Rosa, la svestì, la mise in letto con la stessa tenerezza che usava con lei bambina; poi sedette al capezzale, pose il viso accanto al suo sul guancialetto.

Annina, le domandò, la verità, ti è accaduto disgrazia?

— No.

— Hai dei disgusti?

— No.

— Ti senti male?

— No.

— Insomma non negarlo...

E con voce di doloroso rammarico soggiunse:

— Tu non sei contenta!...

— Ti pare?

— Alla Rocca stai mal volentieri...

— Oh questo sì... Davvero.

— Lo sospettavo... e in questi giorni ho molto sofferto. Il papà mi disse che stavi bene...

— Ah!... sclamò l'Anna ironicamente.

— Ma non ero tranquilla e sarei venuta a trovarti, se non fossi caduta malata!

La povera donna aveva il viso più patito che mai:

— Perché non ci abbiamo pensato prima! — proseguì singhiozzando; tu l'hai voluto, — ma dovevo ascoltare il cuore... orsù sii buona, dimmi tutto, sei pentita?

— Non sono punto pentita!

— Ma dunque!

— Dunque bisogna che Placido si risolva a tirarmi via di dentro... da quella tana d'orsi. non si può discorrere, qui combineremo meglio le cose... perciò sono venuta.

— Hai leticato con tuo marito?

— Che!... con lui!... figurati!

— Lo sa che sei qui?

— No... cioè sì, a quest'ora se ne sarà accorto spero.

— Non gli hai detto nulla!

Guardò la figliola con sgomento.

— Non gli hai detto nulla... ma andrà in collera farà delle scene...

— Lui! Anna die' in uno scroscio di risa, lui!... vorrei vederlo in collera. Vedrai, verrà qui, farà quel che voglio io, il suo dovere — e non ci sarà nulla da dire.

— Sei sicura che verrà?

Suppongo...

Poi con uno sbadiglio soggiunse tranquillamente:

— Ho sonno: tu non sei stanca?

La madre era angosciata.

— Oh Annina, disse, non va bene, non va bene; è tuo marito — se si disgustasse!... che vita faresti dopo? Dai retta, bimba mia.

— Oh senti, lascia a me la cura di questo. Non sono buona come te. Non ci si guadagna nulla ad esserlo. Se Placido mi vuole, verrà a cercarmi. Buona notte, mamma.

Si voltò contro il muro, chiuse gli occhi, e, addormentata o no, non si mosse più.

La signora Cristina discese, chiamò Quirino:

Va subito alla Rocca, trova Placido e digli che ho fatto venire l'Anna e la trattengo qui perché domani... cosa dobbiamo dire?... aiutami diamine!...

Domani è il mese che la Nina si è sposata, disse Susanna, e si fa il riversario.

— Che bestia!... sclamò Cristina, che non poté trattenere le risa, — ma va bene, digli pure così e che l'aspetto anche lui.

 

Come l'Anna aveva preveduto, Placido venne subito e di buona mattina. Però non era stata inutile la corsa di Quirino. L'aveva trovato che cominciava a brontolare e riuscì a tranquillarlo.

Egli venne dunque: la Cristina gli fe' gran festa: sfoderò per lui tutte le raffinatezze della sua cucina. Lo impinzò, lo lustrò — e lui s'abbandonava a quelle dolcezze, di cui già pativa privazionebeatamente se la godeva.

Passò la giornata a ciondolarle dietro da una stanza all'altra come un cagnuolo viziato, a frusciarsi tra le sottane di lei e dell'Anna che anch'essa si mostrò buona straordinariamente.

La mattina dopo si svegliò nella bella stanza dell'Anna e indugiando in letto a carezzare la pigrizia mentre la moglie si vestiva e lui la seguiva coll'occhio socchiuso e voluttoso, sclamò sospirando:

— Si sta meglio qui che alla Rocca.

Anna non si lasciò sfuggire l'occasione:

— Alla Rocca se fossi di parola, non ci si ritornerebbe più.

E appressandosi al letto soggiunse:

— S'andrebbe a Torino, come avevi promesso.

Il marito soggiogato dal fascino di quella sua leggiadra e signorile figura, balbettò:

Andiamoci pure.

Anna annunziò subito alla famiglia la risoluzione di Placido — e quel giorno finì di esaltarlo con ogni maniera di compitezze.

Senza metter tempo in mezzo scrisse allo zio Raimondo pregandolo di interporre la propria influenza per trovare al marito un impiego «nei ministeri» come allora si diceva.

Mentre si aspettava la risposta, Placido si trattenne in casa degli suoceri; la comodità delle nuove abitudini gli fecero pigliare in odio la vita della Cascina. — Non ci sarebbe più tornato nemmeno per!...

La lettera dello zio ritardò oltre una settimana: arrivò finalmente, ma assai diversa da quel che si desiderava: era una lamentevole sequela di rimproveri per le pretese della nipote. «Si esigevano da lui delle umiliazioni, delle cose che non aveva mai fatto nemmeno per sé stesso! Lui non voleva scomparire presso i proprii amici col chiedere una raccomandazione. Condannava il progetto. Se vi persistevano, s'ingegnassero e lo lasciassero in pace lui: ci voleva un bel coraggio ad inquietarlo! In conclusione rifiutava qualsiasi appoggio».

Anna ne fu profondamente mortificata: ma non si perdé d'animo. Si sarebbe fatto anche senza di lui!

In casa tutti, per diversi motivi, erano, come lo zio, contrari alle sue risoluzioni. Ma lei tenne fermo contro tutti e volle spuntarla.

Solo quando ogni cosa fu deliberata per la partenza s'arrese ai consigli della madre e ai suggerimenti della propria prudenza, e andò alla Rocca a passarvi gli ultimi tre giorni, per non guastarsi del tutto con la famiglia. Fe' la graziosa con Bastiano per tirarlo dalla sua, cercò di fargli capire che non si chiedeva alcun sacrifizio alla sua avarizia, che tutto era ordinato a comune vantaggio. Che Placido avrebbe provveduto da sé ai bisogni della nuova vita che stavano per incominciare.

Bastiano si lasciò contare tutto questo senza contraddirla. Soltanto, quand'ebbe finito, disse con quella sua caparbietà dolcereccia:

Vedrà che l'è uno zuccone.

Fu il Dritto che provvide i denari del viaggio.

In pochi giorni i Bossano ebbero dei grandi sopraccapi: i creditori, sempre più numerosi, lusingati dal matrimonio di Anna, visto che non serviva a far loro ricuperare il desiderato avere, si rivoltarono contro Marcello mettendogli in conto del debito anche la patita dilazione. Cristina, che, nei casi estremi, la maternità rendeva prudente, aveva fatto miracoli d'energia, perché suo marito non pregiudicasse la posizione dell'Anna col rivolgersi a Placido. Intanto l'anno finiva e i creditori volevano assolutamente essere soddisfatti: piombarono tutti in una volta addosso ai Bossano con nuovo furore: era uno scatenio di minaccie, di citazioni, di sollecitazioni, di molestie da non saper più dove voltarsi.

La signora Cristina, messa in croce, sopraffatta da quel tormento, un giorno che l'Anna era tornata alla Rocca, scappò a Repigliasco dalla Rosa. Le raccontò piangendo disperatamente quelle miserie. Rosa pianse con lei, ma poi non poté trattenersi dal dire:

Bisognerebbe, mammina, fare un po' di economia.

Cara bimba, più economia di quel che facciamo!

E , col cuore sulle labbra, le mani giunte, con una eloquenza che avrebbe intenerito le pietre, a enumerargli tutte le privazioni, del «papà».

Dopo quello sfogo, uscì, lasciando Rosa e Severino, che anche lui era presente, commossi, angosciati, — e lei perfettamente rasserenata s'avviò verso casa a ripigliare la sua battaglia senza la menoma ripugnanza: passò dal mulino del Ronco a cercarvi un paio di beccaccini perché l'Anna doveva venire l'indomani a pranzo prima di partire e andava matta per la selvaggina acquatica: Quirino che l'accompagnava le prestò da pagarli.

Severino tornò il seguente per tempissimo, a Repigliasco; picchiò alla finestra di Rosa che aveva appena saltato il letto. Le fe' segno d'affacciarsi un momento.

— Non vuoi entrare? Cos'hai?

Era rosso come un tacchino.

— Non posso fermarmi. Vai a Murialto a salutare la sorella?

— Sì dopo la scuola.

— Ben dai questo a tua mamma; e le buttò un piego piuttosto grosso. — Addio e scappò di corsa.

Il piego era suggellato e portava il nome della signora Cristina. Ma, naturalmente, Rosa l'aperse e vi trovò dentro quattrocento cinquanta lire in biglietti di banca. Si sentì dare una trafittura al cuore. Era tutto il gruzzolo di Severino: su quelle quattrocento cinquanta lire sparagnate soldo per soldo, frutto di tante vere privazioni, lei e Severino fondavano il loro piccolo castellino di speranze e di felicità. Il privarsene era un ruzzare indietro da capo. Nonostante con molto rammarico e qualche lagrimuccia dispettosa, ripose il denaro nella busta e mise questa sotto la protezione di un fermo proposito: avrebbe compiuto la commissione di Severino. Doveva essere lei meno generosa di lui? — Si consolò pensando che gli voleva più bene di prima.

Finita la scuola mise in seno la busta deplorata e venne a Murialto.

Entrando in casa colle tristi riflessioni che l'avevano accompagnata per istrada intese nella cucina uno scoccigliare di piatti, un alto vociare, il frastuono di un banchetto che volge alla fine.

Nella sala da pranzo, ci era da quindici persone, il Viasco, il Croce, il Gandola e tutta la brigatainvitati per dare a suon di mascelle l'addio agli sposi che partivano l'indomani per la capitale.

La gozzoviglia durava dalle due in poi e s'era ancora agli arrosti. Oramai non si mangiava più che per condiscendenza; la misura era passata da un pezzo, e i bocconi si annegavano nell'onda del grignolino il cui flutto spezzava le ultime dighe con uno spruzzo spumante di allegria.

La signora Cristina sbucò dalla cucina, le cocche del grembiule infilzate alla cintura, le maniche rimboccate, il viso acceso dal fornello, e più dal riflesso di quella gioia che le sferzava gaiamente il sangue. Era quella la sua vita. Rosa, benché sapesse le stravaganze di casa sua, rimaneva interdetta. Sua madre la abbracciò, le fe' tutti i suoi rimproveri che non fosse venuta prima; Placido le fe' posto vicino a sé e tra tutt'e due le misero davanti uno sproposito di ghiottonerie.

Mangia! Mangia!

Pareva la roba non costasse più nulla. Ma Rosa non si sentiva; aveva un nodo alla gola, e si metteva istintivamente la mano al petto sopra il denaro di Severino, per difenderlo da tutte quelle bocche che pareva gliel'avessero a divorare.

Venivano i dolci: si facevano degli auguri, nessuno avrebbe voluto scontare le cambiali che in quel momento si tiravano sull'avvenire di Placido.

Entravano, coi più diversi pretesti, i ragazzi degl'invitati, a portar qualche commissione della mamma e la signora Cristina li impinzava dei rilievi, li inghebbiava di dolci, di frutta, li rimandava col suo bravo piatto in mano alle comari.

Rosa che l'indole e la nuova vita ordinatissima a Repigliasco, rendevano economa, calcolava quanto tutta quella baldoria poteva costare. E finalmente un nuovo sentimento si ribellava in lei. Che poteva mai giovare il sacrifizio di Severino? cos'erano quelle poche centinaia di lire! Sarebbe stato un buttarlo nel pozzo!

Era decisa: non le avrebbe date.

Ma intanto non voleva tenerle indosso: avesse paura di cambiar parere?

Uscì piano, piano da quel tafferuglio, e infilata la porta di strada, lesta, lesta attraversò il paese ed entrò in casa del maestro Lace.

Gli recava notizie di Severino.

— Oh lui lo sapeva: a Repigliasco le si conoscono meglio che a Murialto.

Il maestro rideva della propria penetrazione.

— Sì a Repigliasco le notizie si conoscono; ma se ne fa parte anche agli altri.

— È vero, è vero.

Anna gli porse la busta.

Severino me li aveva lasciati: ma è meglio li tenga lei e, caso mai, lo consigli ad impiegarli bene.

Lace, aveva inforcato gli occhiali e voltava quei denari, e li guardava e guardava lei.

Capisce? disse la Rosa.

Oh capiva benissimo; diamine non era mica nato ieri! Capiva ch'era una brava figliola.

Brava, brava figliola, ripeteva, come mai sei venuta fuori di quella casa tu così...

St! st!

E la Rosa scappava per non sentire altri elogi.

Il maestro le voleva bene: l'esame che lei aveva dato ad Alessandria era uno dei suoi più vivi orgogli.

La Rosa volle però mettersi in regola colla coscienza: e la sera disse alla mamma che Severino voleva offrirle i suoi poveri risparmi — e che lei li aveva rifiutati.

— Hai fatto bene, rispose la madre candidamente, chissà quando quel caro figliolo li avrebbe riavuti!

Quella sera non si pensava a miseria: la compagnia non si ritirò che a mezzanotte.

L'indomani Anna e Placido partirono con una carrozza a due cavalli «come due principi ereditari».

Questa frase la disse lo Stroppiana: ma fu attribuita al signor Bellono né più né meno.

Sul punto di salutarla, Anna disse alla sorella:

— E se ti stancassi del tuo rustico idillio...

— Oh — l'interruppe Rosa un po' piccata — non ti dar fastidio; io sono nata per il poco — e mi contenterò sempre del poco. Buona fortuna.

 

 

 


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