Roberto Sacchetti
Vecchio guscio

Parte seconda

IV L'IMPIEGO DI PLACIDO

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IV

L'IMPIEGO DI PLACIDO

 

 

Arrivarono a Torino sul tardi, a mezzanotte: ma le strade erano vive e luminose: i caffè, i portici affollati come di giorno.

Il fiacre che li menava al loro quartierino in via della Zecca, dovette in piazza Castello fermarsi per dare il passo alla lunga fila di carrozze signorili che uscivano al trotto dal teatro Regio. Sull'angolo di via dell'Ippodromo un'altra sosta per le carrozze che tornavano dal teatro Vittorio Emanuele.

Placido aveva scritto ad una sua antica dozzinante di preparargli un paio di stanze mobigliate ed una cucina. Il quartierino, situato in alto, ad un quarto piano, era meno che decente: le tre stanze riunite provvisoriamente s'aprivano l'una in fila all'altra sopra una lunga ringhiera con delle porte a vetri, dinanzi alle quali passavano a tutte le ore della notte i numerosi vicini, degli studenti, dei comici, dei cantanti.

Anna non vide nulla di tutto questo: aveva la mente abbagliata di luccicanti speranze, tendeva l'orecchio al rullo delle carrozze, ai mille rumori incessanti della città, che tutti le parlavano di grandezze. Passò la notte a rifare la visione del breve tragitto dalla stazione a casa, a immaginarsi Torino bella, imponente, e sua.

E più bella e più imponente le apparve l'indomani la realtà.

Torino saliva allora al colmo del suo splendore. Rifugio decennale dell'emigrazione italianadiventava la capitale d'Italia. Era stata forte e diventava grande, — bella, balda di una gioia viva e seria come una sposa a cui preparano il corredo di nozze.

Si fabbricavano case a furia, si tracciavano viali, giardini, passeggiate: le strade squarciavano da tutte le parti i resti dell'antica fortezza; i sobborghi invadevano rapidamente la campagna, si spingevano da una parte fino alla Dora, fino alla Stura, dell'altra fino alla Crocetta, alla Generala, si arrampicavano al di del Po sulle colline. Nell'interno i negozi si moltiplicavano per incanto: le case si allineavano come in parata, bianche, gaie, riboccanti di popolazione; e le fiere, le giulive fanfare le traversavano continuamente.

Erano momenti di vita intensa: tra le dimostrazioni politiche delle annessioni recenti appena interrotte e il carnovale appena cominciato: si passava dall'entusiasmo al tripudio, si riposava della gioia nel piacere.

Anna e Placido fecero una passeggiata in carrozza: la giornata, nonostante la stagione era splendida. Il sole inondava via di Po, le finestre del vecchio palazzo Madama luccicavano. Dappertutto una folla vivace, affacendata.

Fecero colazione al Cambio, pranzarono al Biffo, passarono la sera al Regio. La rivogata seguitò per parecchi giorni. Uscivano al mattino, rincasavano la sera sazii, pesti dalla fatica; scarrozzavano tutto il santo , s'inebbriavano di libertà, di fasto, di prodigalità.

Placido non era mai stato tanto bene: Anna gli si mostrava compiacente, garbata, quasi cortese. Dapprincipio la sua esperienza degli svaghi, delle dissipazioni cittadine l'avevano un po' rialzato nel concetto di lei.

Ma, dopo una settimana l'incanto si ruppe.

La prima fu l'Anna, naturalmente. In lei la curiosità si saziava: si risvegliava l'ambizione. Cominciava a raccapezzarsi nel novo ambiente e a desiderare ben altro di quella oziosa e superficiale vita di forastieri. Eppoi quei poveri godimenti fossero almeno stati sicuri!

Il loro piccolo gruzzolo dileguava rapidamente; altre poche settimane come quella e sarebbe finito. Era tempo di pensarci. E ci pensò difatti seriamente.

Dopo una notte d'insonnia aveva fatto il suo piano. Quel mondo che aveva appena sfiorato oramai lo adorava, Io voleva con tutta la violenza della sua avidità. Bisognava conquistarlo o almeno farvisi un posto comodo, decoroso, e per questo combatterne, soggiogarne le resistenze.

Per disgrazia qui, come alla Rocca, non aveva altro strumento che Placido. Avrebbe potuto infondergli le proprie risolutezze? Questo era il problema e bisognava risolverlo subito.

Quando scoccarono le dodici, Placido cominciò a maravigliarsi che l'Anna quel giorno non pensasse a vestirsi.

Lei fe' recare la colazione dal caffè da basso. Poi a tavola con seria pacatezza gli tracciò nettamente la situazione e cercò di fargli intendere che bisognava pensar davvero all'impiego.

Lui fe' qualche smorfia; avrebbe voluto differire il fastidio. Nonostante cedette. Anna volle che senz'indugio andasse in traccia del deputato Rovaglia, di cui le aveva tante volte vantata la conoscenza.

Placido uscì di malavoglia — s'era ripromessa tutt'altra giornata — e s'avviò lentamente a Palazzo Carignano.

Il deputato Rovaglia c'era: ma in seduta negli uffici. L'usciere gli disse che non occorrevano meno di due ore. Perciò o aspettarlo o scrivergli un bigliettino.

Avrebbe aspettatodiamine — che c'era il fuoco nel pozzo? Per ingannare il tempo entrò al caffè Mondo e assisté a parecchie partite di bigliardo. Poi fu colto dal sonno e si svegliò troppo tardi. Il Rovaglia era uscito.

— Ma bisognava chiedere l'indirizzo e andare a casa sua, gli disse l'Anna.

Sicuro! e non ci aveva pensato!

L'indomani la Camera era chiusa.

Il giorno dopo poté aver l'indirizzo e andò a casa:

— Non può tardar dieci minuti gli disse la portinaia.

Mentre si ciondolava sulla porta, passò un reggimento colla banda. Le gambe gli scapparono via. E si trovò in capo a Dora Grossa.

Quando tornò indietro, il deputato era venuto e ripartito.

Finalmente l'Anna perdette la pazienza, e l'accompagnò lei stessa fino alla porta. Questa volta non vi furono contrattempi.

Il Rovaglia lo accolse cortesemente: gli offerse i suoi servigi prima ancora che ne lo chiedesse.

L'ingegnere Rovaglia era un uomo positivo: non gli era mai accaduto di credersi sul serio «rappresentante della nazione».

— La nazione, diceva lui, parola, finzione!

Si contentava di chiamarsi rappresentante del suo collegio di Murialto e neppure il titolo gli pareva giusto; avrebbe voluto sostituirgli qualcosa di più reale come procuratore onorario. Perché nel mandato legislativo non vedeva che uno scambio di servigi fra lui e gli elettori, questi lo aiutavano a fare i suoi interessi benino, naturalissimo che volessero esserne rimeritati. Quindi si faceva scrupolo di coscienza di non mancare mai a questo suo dovere ben chiaro. Non v'era allora sollecitatore più zelante e pertinace di lui: non v'era buco d'ufficio governativo dove non avesse aderenze. Preferiva, di solito, le influenze inferiori alle superiori: ma, all'uopo, non rifuggiva dal rivolgersi a queste. Quando il capo-sezione gli diceva di no, entrava subito dal capo-divisione, e poi magari dal segretario generale e dal ministro.

Una massima, secondo lui, aveva fatto la fortuna del Vangelo, quella del «picchiate e vi sarà aperto». Diffatti non si stancava di picchiare e, per levarsi la molestia, gli aprivano.

— Vi occorre qualcosa? disse subito a Placido.

Però udita la domanda, impensierì un poco, si grattò la nuca e rispose:

— Ahi! ahi! si trattasse di uno spaccio di tabacchi... ma voi non siete mutilato... non siete stato nell'esercito... se voleste un onorificenza... eh? non vi basta? l'impiego adesso è più difficile, ci son tanti che ne domandano. Però farò di tutto, pensate un po'... per voi! Aspettate — si raccolse un minuto — potreste avere un bel panierino di tartufi?

I tartufi erano l'usuale suo mezzo di seduzione.

Sicuro!

Bravo! Il commendatore Rusca ne è ghiottissimo. Fatelo venir subito. Poi datemi qualche giorno.

Anna pensò lei a procurarsi il talismano. Si fe' mandare da sua madre il panierino e quando l'ebbe l'inviò al deputato con un suo bigliettino.

L'ingegnere, che per politica, faceva conto delle signore, venne in persona ad assicurarla del proprio zelo: scarrucolò la sua enorme corpulenza su pei centodieci scalini; trovò salubre l'altezza, grazioso il quartierino, gradito dovere il proprio incomodo, ammirabile per spirito, per tutto la signora Migliasso, anzi la signorina, perché era un vero bottone e spinse la sua bontà sino a dirle, in tutta buona fede, senz'ombra di equivoco, che avrebbe preferito aver da impiegar lei.

Questa visita rianimò le speranze dell'Anna.

Mentre ne aspettava il compimento, prese le più rigorose misure per far durare lo scarso peculio. Si ridusse, per la prima volta in vita sua a far cucina colle proprie mani: si chiuse in casa per tutta la giornata: la sera uscivano a fare una rapida corsa per la città: passando davanti ai caffè, ai teatri, vi gettava un'occhiata di avidità deliziosa.

La sicurezza del prossimo godimento dava alla sua presente e volontaria abnegazione le raffinate voluttà del desiderio. Non rinunziava a nulla, si riprometteva tutto a breve termine. Non v'era cosa che non mettesse a sua portata per l'avvenire. Sostituendo inscientemente la propria energia, la propria ambizione all'apatia del marito, s'immaginava che nulla potesse resistergli.

Placido capiva poco e gradiva meno tutto questo sforzo di sobrietà, di sagrificio. Non si dava pensiero dell'avvenire lui — e intanto trovava che il desinare ammannito dalla coraggiosa consorte non valeva quello della trattoria. In casa s'annoiava e s'annoiava fuori, perché la moglie gli lesinava giorno per giorno i mezzi delle distrazioni. Girellava un po', dormicchiava gran parte del . Però non si lamentava: l'ozio era già per lui un compenso.

Il deputato mantenne la promessa: non trascorsero due settimane che scrisse all'Anna per invitare il marito a passare dal signor Ranzini, capo-divisione delle Finanze «suo influente amico» il quale s'era impegnato d'interessarsi a lui.

Inutile dire che Anna spinse Placido al ministero senza dargli un minuto di tempo.

A lui, la cosa non andava troppo; quel doversi presentare da solo, e parlare e chissà cosa dire gli dava noia — non era più spiccio impiegarlo addirittura e dirgli senz'altro il giorno di trovarsi apposto? Così li capiva gli affari lui!...

Ma intanto la moglie gli aveva buttato il mantello sulle spalle, il cappello in testa di traverso e lo metteva alla porta dicendo:

Va e portati bene, né troppo umile, né troppo fiero, parlar poco e pensar a quel che dici. — Poi subito a casa, io ti aspetto.

Placido tornò di a due ore. Appena lei intese il suo passo, gli corse incontro:

— Ebbene, l'hai trovato? che ti disse?

Placido entrò col suo fare stracco, indolente, si buttò a sedere, e senza accorgersi della di lei impazienza, brontolò:

Poh! lo sapevo bene!... è un gran seccatore...

— Chi?

— Quel famoso capo divisione.

— Non ti ha trattato bene? che ti disse?

— Mi ha esaminato come fossi uno scolaro — oh un seccatore... e cosa avevo studiato, e dove, e come... una musica che non finiva più. È un seccatore! ripeté con convinzione, col tenace risentimento dei provinciali che si credono offesi nei rispetti loro dovuti.

Anna cominciava a perder la flemma: fe' una smorfia sdegnosa:

Già si sa: poteva andar lei!

— Avete ragione, ribatté l'Anna. Ma insomma si può cavarne da voi un qualche costrutto? Cos'ha detto il Commendatore?

Chessò io, che cercherà il postocercherà oh!

— T'ha detto che cercherà? E quando tornerai da lui? domandò l'Anna un po' rassicurata.

Tornare? a far che? Mi avvertirà lui.

E si dispose a far onore al desinare che lei gli aveva preparato, con tutta calma, coll'aria di un uomo che sa d'esserselo guadagnato.

La sera un biglietto del Rovaglia venne a confermare la vaga promessa dell'amico influente.

Poi seguirono molti giorni senz'altri avvenimenti tranne una disputa quotidiana di Anna col marito; lei voleva ad ogni costo mandarlo al ministero e lui rifiutava assolutamente. L'inerzia era, secondo i casi, la debolezza e la forza di Placido.

Finalmente alla metà di febbraio, una mattina, arrivò un terzo biglietto del Rovaglia, ad annunziare che Placido era destinato come straordinario — tre lire al giorno — alla Ricevitoria dell'Insinuazione.

Figurarsi come l'Anna rimase! Entrò in gran collera. Voleva per correre dal deputato a dirgli il fatto suo: poi la sua fierezza la trattenne. Ma le bisognava uno sfogo.

Il marito ebbe l'imprudenza di attirarsi la sua collera:

— L'avevo detto io! sclamò.

Sapevi dunque di non meritarti di meglio.

Dell'impiego allora non se ne parlò altro: Anna non insisté perché Placido vi andasse ed egli, naturalmente, se ne guardò bene.

Lei, mortificata, sazia di amarezza, si abbandonò sul sofà col viso fra le mani, inghiottendo le lagrime che le sprizzavano, suo malgrado, dagli occhi.

La delusione eccessiva doveva procurare una reazione violenta. Era l'ultima domenica di carnovale: saliva fin lo strepito confuso della folla che già a quell'ora era per le strade.

Placido guardava avidamente nella strada colla fronte contro il vetro verdognolo, grossolano della finestra, attraverso il quale i passanti e le cose si allungavano, si allargavano, si sformavano in ismorfie grottesche, come fossero prese dalla follia del carnovale.

Che viva tentazione! appena il timore della moglie poteva trattenerlo: allo scacco dell'impiego non ci pensava neppure: in fin dei conti gli aveva levato dal cuore un vero mattone.

Il frastuono cresceva; un pulcinella o un vispo pierrot attraversarono la strada.

Si sentì rimescolare dentro un sensualismo denso e pesante.

Voltandosi vide che l'Anna, più tranquilla, s'era ritta sulla persona in atto riflessivo.

Le disse con un sorriso pigro, nel quale l'istinto stillava le sue codardie:

Andiamo anche noi.

Anna in quel momento pensava: — c'è tanta gente laggiù che dimentica nella speranza di una giornata di baldoria gli stenti, i crucci inevitabili di una perpetua quaresima. — L'eco di quel tripudio non era una beffa per lei, per la sua abnegazione? Abnegazione perché? Non era meglio far come gli altri, divertirsi? Non aveva mica preso marito — e quel marito — per far delle inutili privazioni di santa e di minchiona! Dunque!...

Placido non incontrò nell'occhio vago della moglie alcuna resistenza.

Però balbettando dalla speranza ripeté:

Andiamo?

Quei due caratteri si trovavano una volta tanto all'unisono. Il desiderio del piacere che li aveva uniti ora quasi li conciliava.

Anna rispose con imperiosa arrendevolezza:

Andiamo.

 

 

 


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