Roberto Sacchetti
Vecchio guscio

Parte seconda

V L'AVVENTURA DI ANNA

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V

L'AVVENTURA DI ANNA

 

 

Era difficile procurarsi per un costume; impossibile avere un legno decente.

Ma c'era una provvidenza a cui Placido ricorse con interissima fiducia; Tota Greca, la merciaia dei portici della fiera. Cuore intrepido e spirito inventivo tutti i giovinotti la tenevano di conto nelle difficili occasioni, i provinciali poi l'adoravano addirittura. — Se «voleva» non le mancavano mai spedienti: qualche volta «non voleva» perché quei matti dei suoi avventori «non avevano discrezione».

Quando Placido le si presentò, il suo baraccone era pieno di postulanti ch'ella sbrigava e rinviava alla spiccia con dei rabbuffi burleschi. Si degnò ravvisare l'antica pratica e dargli la precedenza di turno, reprimendo con un'occhiata severa il mormorio di malcontento che quella parzialità suscitava.

Inteso che ebbe il suo bisogno disse:

— Quanto al costume è presto trovato, e per il carro... — ciondolò il capo vivamente, fe' greppo con le labbra carnose e i baffetti che le ornavano si sollevarono.

Guardò Anna e senza dubbio fe' di lei un giudizio temerario.

— ... ci aggiusteremo, soggiunse.

Li menò nel magazzino situato nel cortile dirimpetto. Due delle sue lavoranti erano di mascherata: vestite di una marinara di fantasia ammazzavano a vendetta l'ultime agucchiate, aspettando l'ora del Corso.

Tota Greca disse loro che bisognava far posto a Placido e alla compagnia.

Poi tirata l'Anna nel gabinetto attese a vestirla.

Sarebbe stato più regolare che lei mettesse l'uniforme della brigata. Ma il tempo stringeva e lei non fu malcontenta di scegliere qualcosa di più appariscente. S'intesero sopra un costume di Follia; la merciaia lo disegnò e tagliò; una vecchia lo imbastì, lo provò, le due ragazze cucirono. — Anna pensò da sé agli accessorii.

Il più serio fu avere gli stivaletti; il calzolaio Paniatti venuto in persona stentò a trovare fra le calzature apparecchiate per le sue pratiche di Corte un paio Luigi quindici che tornassero al piedino asciutto e arcuato della bella murialtese.

Finalmente in meno di un'ora tutto fu all'ordine. Anna uscì raggiante. Vestiva un gonnellino di raso a liste di bianco e di viola, — e bianco guarnito di viola il corse scollato che terminando in punta disegnava con schietta semplicità le linee eleganti della vita: un frigio di raso bianco adorno di campanelluzzi d'argento le coronava la bruna capigliatura. Quella foggia carnovalesca si attagliava mirabilmente alla sua bellezza ardita e superba.

Le due marinaie mormorarono un po' che il costume non era in carattere, ma a bassa voce perché a Tota Greca non si facevano osservazioni.

Placido per sé andava cercando delle stravaganze volgari: ma Anna lo costrinse a scegliere un semplice domino di seta nera.

E per lui non ci furono obbiezioni. — Un uomo è sempre «come si deve» eppoi colla sua bellezza comune, il suo florido aspetto, la sua semplicità «godibile» incontrava mirabilmente alle pedine.

Intanto Tota Greca andava e veniva dal baraccone al magazzino: presentò l'Anna vestita al marito.

— Non ci si perde nulla a venire da me eh? e stringendogli in modo significante la mano, aggiunse a mezza voce:

Perdincona, molto meglio della Rigoletto, la quale sapete, adesso batte i bastioni.

Era mezzogiorno. Il mezzogiorno chiaro ed allegro di un bel giorno di festa. Sotto i portici i baracconi si tappavano in furia, rumorosamente, — le botteghe si chiudevano; i commessi mettevano le bande e le lavoranti spulezzavano, si sparpagliavano come stormi d'angeli lasciandosi dietro il gorgheggio del loro chiacchiericcio e lo schiocchio delle risate argentine. I portici già si riempivano di una folla seria, opulenta, tutta borghesia che aveva anticipato il suo desinare penetrata della grave sua missione di far pubblico e di fornire la prima riga alla cronaca della giornata. «Fin dal mezzodì le vie della città erano piene di un'insolita animazione...».

Le due marinale birichine sgattaiolavano leste leste tra la gente. Placido ed Anna stentavano a seguirle: esse correvano, saltellavano svoltavano ad ogni momento intorno ai pilastri di via Po, sparivano; poi si fermavano un po' ad aspettarli, ma non si lasciavano mai arrivare. Si dimandavano gravemente l'una l'altra, con le più serie delle loro smorfiuzze, se potessero senza compromettersi farsi vedere in tal compagnia.

I carri della mascherata li avevano costruiti nel pubblico macello dalla parte di Vanchiglia.

Il vasto cortile quadrato pareva un piccolo porto di mare, onde una fantastica flottiglia stesse salpando per qualche lontana Utopia. Una mobile selva d'antenne, di pennoni svettanti, corde e scale che s'incrociavano in tutti i sensi; le puleggie cigolavano, le grandi carcasse scricchiolavano e le ciurmestrane ciurme variopinte levavano un enorme baccano, in cui spuntavano a momenti delle risa e delle acute grida femminili. C'era una intera popolazione da melodramma, dal senatore togato e dal guerriero coperto di ferramenta, al pagliaccio plebeo. Un signore a cavallo, alto vestito di nero e lo staio in testa dominava tutta quella babilonia: il suo comando breve quasi militare era ripetuto da un intero stato maggiore che correva in tutte le direzioni. Ad ogni sua parola, una schiera occupava alla corsa uno dei carri, vi si allogava alla meglio, i cavalli sferzati partivano al trotto e un cupo rombo rintronava sotto il portone.

Il carro sul quale Anna e Placido avevano a salire faceva parte anch'esso della grande allegoria le Regioni d'Italia e vi rappresentava con altri due la Venezia, — era una specie di gondola quasi insignificante, nulla più che una decorazione di complemento. Però quando le due marinaie presentarono Anna, a nome di Tota Greca, col segreto desiderio di vederla respinta, furono sgradevolmente sorprese di vedere il direttore non solo accettare il di lei intervento, ma offrirle un posto sul carro maggiore del Bucintoro. Anzi: l'aspetto maestoso della giovine donna gli suggerì una variante al programma. Consultata, pro forma, la Commissione presente, pregò l'Anna di capitanare la regione assumendovi la figura della città di S. Marco. Non pose che una condizione: portare il viso scoperto. Anna condiscese: chi poteva riconoscerla? Il suo costume fu adattato in un attimo.

Il vestiarista del Regio le trovò un ampio paludamento di velluto nero colla mantellina di falso ermellino; berretto a becco, nonostante i sonagli, rassomigliava abbastanza al dogale acidàro: invece della verghetta di Follia prese in mano un remo dorato. E così senza altra formalità d'investiture, fu salutata regina delle lagune di cartone.

Gli ultimi carri allegorici uscirono l'uno dopo l'altro lentamente, faticosamente con un grande e minaccioso agitarsi d'antenne e un sordo crepitìo di legnami mal connessi. Dal cortile dei Macelli sboccarono in via Bava.

Anna diede una rapida occhiata verso la via della Zecca, vi cercò le sue finestre, le distinse sopra gli alti ippocastani di casa Volitristi, di meschina apparenza. Pensò con orgoglio che tre ore prima era lassù annoiata, ignorata: era bastato che scendesse in mezzo alla gente per diventare subito qualcosa.

Il convoglio discese sino al Po, svoltò in Piazza Vittorio Emanuele.

Veniva primo il carro delle Alpi; una vetta nevosa piantata di radi abeti, popolata di montanari in farsetto e montanare col corsetto rosso, colle alte creste ornate di nastri svolazzanti; in alto, sopra un ripiano, un concerto di pifferi, di zampogne, di ocarine e di cornamuse, — e scolpiti in cima nella roccia la croce e lo stemma della dinastia piemontese. Seguivano i rappresentanti delle antiche Provincie: i Gianduia, i Gioppini, poi i costumi sardi, i marinai di San Gorgio. Venivano dietro i Meneghini, gli Arlecchini lombardi, le maschere dell'Emilia, i Dottori di Bologna colla Torre degli Asinelli e la Carisenda, gli Stenterelli di Firenze col famoso Battistero; i Pulcinelli di Napoli, le foggie di Sicilia, aranceti in miniatura, ombrello di pino. Dopo i successi le aspirazioni: Venezia, Roma con l'inevitabile Pasquino, Cola da Rienzi, ricordi d'ogni tempo, allegorie, immagini, allusioni, stemmi, pennoni, bandiere, orifiamme sventolanti, simulacri di torri, di campanili, campane e trombe squillanti, alberi interi di lauro, di quercia, stecchi d'alce e di cactus irsuti e palmizi lussureggianti.

Il più riuscito era il Bucintoro, copia esatta e ingrandita di quello che si conserva al Valentino, colla carena di lacca rossa, la chiglia d'oro, un fregio di naiadi in bassorilievo d'argento, le sponde di velluto e il rostro luccicante, la prua maestosa onde sporge una Gloria che imbocca una tromba sottile e sterminata.

Fu salutato da gran battimani. La popolazione commossa dai grandi fatti recenti, dalla più grande speranza di nuovi prossimi trionfi, dimenticava in quel momento il carnovale, lo trasformava con subito e unanime ardore in una dimostrazione politica, dal tripudio volgare saliva all'entusiasmo, gridava: evviva Venezia, plaudiva all'invocata riscossa della regina dell'Adriatico.

Il sentimento popolare ha certi momenti degli intuiti superiori, delle arguzie profonde, degli slanci sublimi. Il carnovale d'Italia è stato per molto tempo una cospirazione all'aperto, quella mascherata del '61 era ancora una protesta, ma una protesta che già si confondeva coll'apoteosi.

Ritta sopra un trono iminente, protetto da un baldacchino di seta bianca a frangie di oro, Anna dominava il novissimo spettacolo.

Alla sua destra una colonna di S. Teodoro reggeva l'alato Leone, — a sinistra seduto ai suoi piedi sul primo gradino del trono un vecchio dalla barba prolissa e canuta, ravvolto nella porpora dogale e sotto a lui una piramide di lucchi, di toghe, di ermellini, di colori smaglianti come in un quadro di Tiziano e di Paolo Veronese. Una turba di chiozzotte dalle tinte gaie, di gondolieri dalle velate ricamate dei delle regate si pigiava tutt'intono.

Dietro oltre la grande piazza, oltre il ponte, oltre il tempio votivo della Gran Madre, chiudevano la scena meravigliosa la elegante Villa della Regina, e le colline di un verde chiaro di primavera, dall'altra severa, un po' triste come un ricordo di famiglia l'eccelsa Superga.

La via di Po era tutto un formicolio nero chiazzato di tinte vivaci: all'altezza dei tetti, pavesata, ghirlandata di festoni, di orifiamme, di fiori e di frutti giganteschi: nel mezzo scendeva una fila di enormi campanule multicolori.

Il sole meridiano versava largamente sovra tutto i suoi fiotti sfavillanti, lumeggiava le dorature, accendeva i colori, infocava i volti, gettava sopra quel tripudio di tinte le sue note acute e squillanti.

Una folla immensa rifluiva dalle vie laterali, come tante bocche di fiumane, s'addensava nella grande arteria con dei flussi e dei riflussi di marea, si precipitava intorno ai carri, li circuiva, quasi li pigliava d'assalto.

Il Bucintoro progrediva lento, a scosse, dondolante come vogasse su quel fluttuare di teste: si fermava qualche momento, poi riprendeva l'abrivo come la corrente lo trasportasse. Un ampio maroso lo precedeva e lo seguiva: i fazzoletti agitati da mille mani sollevavano sulle creste dell'onda una leggera spuma candidissima.

Immobile, trasfigurata dalla commozione, l'Anna stringeva sul seno il suo manto, alzava il viso smorto, sognava ad occhi aperti. S'immaginava di presiedere ad una grande festa nazionale, di essere davvero la regina di quel popolo, qualche Semiramide di qualche immensa Babilonia.

Poi la marcia trionfale continuava, l'applauso si estendeva, l'entusiasmo accendeva la via di un capo all'altro, alitava sulla moltitudine, ne suscitava altissime grida. Un concerto incominciava un inno e tutta quella gente cantava ad una voce. Dai balconi, dai terrazzini, dalle gronde dei tetti piovevano fiori: voci si alzavano di sotto, voci scendevano dall'alto, si confondevano in un'immensa acclamazione.

E lei sorrideva a tutti, pareva che tutti quei fiori, quegli evviva, quei battimani fossero per lei; le sue piccole narici nervose aspiravano il trionfo; prendeva istintivamente un atteggiamento da Dea. Certi momenti una gran luce l'abbagliava, non vedeva più nulla: poi la cortina di fuoco si squarciava e distingueva le cose più minute; nell'agitato vortice, le apparivano delle figure infantili, qualche bimba vestita di bianco, qualche ragazzo vestito da zuavo o da bersagliere; uno strillo acuto ed erano spariti.

Delle parole tranquille salivano ad intervalli in mezzo al confuso frastuono. Qualcuno diceva: com'è bella, qualch'altro: — È un angelo. — Una voce di donna chiedeva:

— Chi è?

Un'altra rispondeva:

Venezia.

E si rispondeva intorno:

Viva Venezia!

Sulla cantonata di via Bogino, un ceffo rugoso, due occhi avidi, galleggiarono un minuto e una voce gridò:

la Bossano! fa la figurante!

Anna riconobbe il Dritto: divampò in viso; ma la corrente inghiottì l'apparizione sgradevole e lei la dimenticò.

Il corteo proseguiva quindi con marcia trionfale per Piazza Castello, via Nuova, Piazza San Carlo, piazza Carlo Felice.

Dappertutto folle, rumore eguali, ma passando dalle vie severe del centro ai quartieri nuovi l'entusiasmo scemava mano mano, si confondeva coll'allegria che invece andava crescendo. La solennità della festa si rilassava nella baldoria. — Le grida patriottiche diradavano e si mescolavano a quelle di viva la bruna, viva le riccioline, viva le paesane...

Anna, esaltata, non se ne accorse che nel ritorno, i suoi sensi storditi serbavano ancora le prime impressioni.

Quando rientrarono in via Po, il corso era cominciato. La dimostrazione finita; il carnovale rivendicava i suoi diritti: le mascherate private, le carrozze e i fiacre arrivavano in gran numero e sfilavano ai due lati sulle rotaie.

Anche i carri allegorici, terminato il loro giro di preminenza, dovettero lasciar il mezzo della via, e porsi in riga cogli altri. E come scapitarono al confronto! Decaddero subito al livello di una decorazione scenografica. Passavano ad ogni momento dei veicoli addobbati con una ricchezza di buon gusto, una schietta eleganza, ricolmi di maschere signorili, di costumi splendidi, fiammeggianti, di vera seta, di vero velluto, di un taglio perfetto e purissimo fatto per dei veri cavalieri e delle vere dame e portati con vero garbo e anche con spirito. Fra questi e gli equipaggi di gala correvano saluti, sorrisi, segni di riconoscimento, motti misteriosi e mazzolini di fiori: si capiva ch'erano della stessa società.

Invece, ohimè! gl'italiani allegorici, smessa la posa ufficiale, apparvero quel che erano in gran parte, vere comparse di palcoscenico, nel laido scompiglio di quando cala il telone; goffi e sguaiati, qualcuno indecente.

In un attimo i guerrieri ebbero quasi tutti perduto il loro pennacchio; Cola da Rienzo, rotta la corazza di carta pesta lucente, mostrava un gilè cinerino e una camicia più vecchia che antica: al doge di Venezia la barba posticcia pendeva sul petto come un baverino — e i senatori! chi mostrava sotto il lucco i calzoni rattoppati, chi, perduto il tocco, lasciava veder una zazzera incolta; le canutiglie, i lustrini cadevano a brandelli; i guanti, le manopole erano scomparsi e scoprivano le manaccie sordide, sudicie.

Tutta quella gente, rotta la disciplina, si dimenava all'impazzata, sciupando, mettendo a soqquadro le decorazioni. L'alpe strascicava la sua neve di bambagia per la strada il battistero aveva perduto i suoi fregi, la Carisenda piegava del tutto sul fianco. Il Leone di S. Marco, con un'ala di meno, preso da grottesco furore batteva sacrilegamente il suo vangelo sul gradini del trono sconquassato.

Uno stuolo di monelli seguiva i carri correndo, disputandosi con alte grida e a furia di pugni, gli stracci variopinti che ne cadevano.

Anna si svegliò dal suo sogno sgloriata, mortificata. Riguardò con un senso di nausea profonda quel ciarpame rotolante, quel canagliume in gazzarra. In quel momento passò dall'altra parte della strada la contessa del Ronco adagiata in una grande Victoria a quattro cavalli. Come tutte le signore dell'alta società era smascherata e vestiva severamente di velluto nero.

Anna stornò vivamente il capo: ma sentì quello sguardo di gran dama posarsi un momento con una meraviglia fredda, una curiosità crudele su di lei, e si trovò ridicola.

Balzò da quella ignobile baracca del trono pallida di vergogna e corse in traccia di Placido. Lui ci pigliava un gran gusto alla festa; si godeva sghignazzando i visacci e i lazzi più eccentrici che saporiti di due sboccate Chiozzotte del Pallone. Una di esse staccato il rostro del Bucintoro con quegli enormi denti di legno inargentato faceva mostra di pettinarlo eccitando nella folla dei parossismi d'ilarità.

Si tolse di malavoglia da quel bel gioco.

— Fa fermare, gli disse l'Anna, voglio scendere.

Lui, dopo lunghe esitanze, si decise a chiamare il postiglione che a cavallo guidava il carro.

Fino alla fine non scende nessuno, rispose costui di mala grazia.

— Sei uomo e non sai farti obbedire, mormorò l'Anna battendo i piedi, voglio scendere.

Il doge osservò che l'era comodo così scroccare i quattrini. Anna non reggeva più a quell'umiliazione. Era dunque fissata a ora! Alla fine forse le avrebbero dato il prezzo della sua giornata! Dichiarò al marito che sarebbe scesa, dovesse buttarsi sotto le ruote.

Ma un accidente sopraggiunse a risolvere il litigio che cominciava a divertir la brigata.

Erano ritornati in Piazza Vittorio. E il corso si allargava rasentando i portici. Davanti al Caffè Biffi un carro aspettava il suo turno per entrare nel giro: un colossale cesto di fiori veri in mezzo al quale sorgeva la statua gigantesca di una fanciulla. Lo scortava una numerosissima cavalcata di diavoli e farfarelli in raso rosso e velluto nero, colle corna d'oro coronate di papaveri: una delle più vistose mascherate di quell'anno che fu poi lungamente ricordata col nome di Cavalieri di Proserpina. La componevano gli ufficiali della guarnigione.

Al carro della dea erano attaccati sei superbi holstein nerissimi, che scalpitavano impazienti dell'attesa, curvavano il capo quassando i finimenti d'argento; inarcavano le groppe. Lo scudiere durava gran fatica a trattenerli, i carri allegorici sfilavano lentamente e si fermavano spesso. In una delle soste il carro dei napoletani essendo venuto a porsi davanti alla nuova mascherata, uno di quei pescatori ebbe l'infelice ghiribizzo di scuotere il suo lungo berretto rosso sotto gli occhi dei cavalli sbuffanti. Le due bestie adombrarono, si levarono l'uno e poi l'altro sulle zampe di dietro, poi con un balzo partirono di carriera buttandosi a destra e trascinando dietro gli altri quattro cavalli e il carro. Il quale, investito per traverso il Bucintoro, gli spiccò d'un colpo le due ruote di destra che sporgevano fuori della carena.

Quella baracca si abbatté sul fianco sfasciandosi malamente.

Della ciurma, alcuni saltando stramazzarono; altri rotolarono a terra gettando grida furiose. Per miracolo non vi furono disgrazie.

Lo scudiero riuscì finalmente a frenare i cavalli: il carro mitologico saldissimo non aveva riportato guasto; ma nell'urto la statua di Proserpina, in scagliola verniciata, sbalestrata a terra era andata in frantumi.

Gli astanti, spaventati, irritati dal proprio pericolo, avevano preso le parti del Bucintoro e sfogavano il loro sdegno con urla inutili all'indirizzo dei cavalieri, che punto intimiditi, accorrevano sul luogo del disastro.

Anna sola, fortunatamente illesa, rimaneva seduta sulle rovine del Bucintoro, trattenuta per i lembi del manto tra lo sfasciume del trono. Placido, ruzzolato cogli altri, era disteso a terra tutto sbalordito.

Nessuno aveva ancora pensato a lei.

Allora uno dei diavoli, il capo della cavalcata, balzò di sella e buttate le redini a un demonietto che gli faceva da trombetta, si appressò premuroso alla informe catasta, e, curvandosi con galanteria davanti alla giovine donna, disse:

— Questi poveri diavoli implorano le vostre grazie.

Poi scambiate alcune parole sottovoce coi compagni che lo attorniavano, soggiunse, mostrando il suo carro decapitato:

— Voi siete vendicata: l'idolo bugiardo è infranto; se voi vi degnaste sostituirvi sull'altare modesto la divinità reale e luminosa della vostra bellezza, tutti noi, convertiti dalla provvidenziale catastrofe alla vera fede, saremmo felici di offrirvi la nostra umile e fervida adorazione. — Orate fratres.

Oremus, risposero in coro i compagni.

Anna riavutasi dal breve sbigottimento sorrideva.

L'accento leggermente bleso dell'oratore arrivava diritto al suo amor proprio.

Slacciò il manto, lo gettò dietro le spalle, e, appoggiandosi alle due mani che il cavaliere le tendeva, saltò speditamente a terra.

Un momento dopo ella saliva nel cesto di fiori sgomberato dal piedistallo della dea precipitata.

La folla batté le mani: l'atto pronto e cortese di riparazione aveva ammansito la sua collera. In compenso fischiò senza pietà quei poveri badalucchi di senatori veneziani, che, impolverati, goffi, correvano cogli abiti a bisdosso implorando invano ospitalità dalle Regioni sorelle.

Anna aveva assunto il personaggio della figliola di Cerere: una corona di rose bianche sostituita all'acidaro, una bianca zona di mussola bianca allacciata attraverso la vita avevano compiuto alla meglio il travestimento; era tanto bella così che sapeva farsi perdonare l'anacronismo del costume.

Placido, che l'Anna presentò al cavaliere, servì per fare un discreto Plutone. Un servo che prima custodiva sul carro la Proserpina di gesso, gli cedette il nero tridente, la maschera cornuta cogli occhi di bragia e il manto rosso tempestato di lingue fiammanti.

Il disastro del Bucintoro aveva stagnato il corso dalla sua parte e s'era fatto nell'altra fila uno strappo enorme.

Perciò il carro di Proserpina poté fare rapidamente il giro della piazza, imboccare al galoppo la via Po, e risalire così fino all'altezza dell'Ospedale.

Fu una corsa strepitosa. L'interruzione della sfilato aveva irritato la curiosità del pubblico.

L'effetto riuscì straordinario. Il carro trascinato da' sei cavalli alla carriera, volava: lo stuolo dei cavalieri lo avvolgeva d'ogni parte. Sembrava proprio un fantastico rapimento.

Quella figura femminile bella come una visione, i suoi abiti chiari, quelli scuri dei rapitori, i cavalli bruni, sbuffanti dalle nari sfrogiate tutto ciò andava colla velocità del lampo, col rombo improvviso e fugace del tuono, era passato, si perdeva lontano e con un cupo strepito di armi, di grida, di ferri cozzanti: — un profilo bianco e un nembo rossiccio — più nulla.

La scena mutò: lo spettacolo popolare era finito: i carri allegorici qual più qual meno sconquassati, si ritirarono; il corso prendeva il suo carattere di festa signorile. All'elettricità violenta e fugace di un sentimento fuori posto sottentrava un tepore di grasso godimento di voluttà elegante e garbata.

Il rumore, meno acuto e chiassoso, diventava più eguale e continuo: invece delle grida collettive, anonime della folla, lo scambio di complimenti, di cortesie, di allusioni fra le carrozze e i terrazzini. E la gente a piedi diventava semplice ed estranea spettatrice, faceva siepe ai due lati e sfilava sui marciapiedi o sotto i porti indifferente, quasi silenziosa.

Anche il sole si faceva più manieroso: la sua luce meno viva, ma più densa, più diffusa, di tinte rosse e dorate colorava i rasi bianchi, metteva dei riflessi iridati per tutto, dalle calde penombre sfumate, incarnatine, smussava le angolosità della prospettiva; si specchiava allegramente nelle vetrate dei severi palazzi come giocasse a barbaglino, lumeggiava di gaiette scintille gli occhi procaci e ridenti dietro le visiere misteriose, non impenetrabili.

In quello sfondo armonioso, in quel giocondo e soave tripudio di colori si pavoneggiavano le comitive eleganti dai ricchi costumi, in cui dominava il bianco e il rosa, le nudità ostentate e tondeggianti sotto il morbido luccichio delle maglie di seta. Il gran mondo delle dame e il piccolo delle pedine si confondevano in una fratellanza appena dissimulata, scambiandosi gli stessi uomini, contendendosi gli stessi sorrisi, gli stessi desideri. Lo stesso guanto stringeva la vita di una fioraia atticciata, poi la mano scarna di una contessa: un mazzolino spiccato dal corsé di una Follia crestaina, cascava pochi passi più in in grembo a una donna contegnosa facilmente concesso, facilmente buttato, facilmente accettato.

Ogni momento l'aspetto mutava: i colori si agitavano, si aggruppavano, come in un caleidoscopio, e ne uscivano immagini e accozzi bizzarri. — I suoni si incontravano in accordi improvvisi e fuggevoli, in ritmi strani, in armonie dolci o vivaci, in frasi che non significavano nulla e facevano tutte pensare al piacere: echi lontani, sonorità vaste, grida argentine, risa molli, voluttuose, parole argute, motti procaci, sospiri che salivano, ondeggiavano, volitavano incerti, susurravano a tutti gli orecchi e si offrivano a chi li voleva, come i fiori a chi li pigliava. Ce n'era per tutti. Il gentiluomo raccoglieva sorrisi e il monello zuccherini.

Non c'era che la borghesia a non aver nulla. Passava sotto i portici lenta, contegnosa, — doppia diga d'abiti scuri ed uniformi, entro a cui scorreva la fiumana variopinta delle mascherategrave e silenziosa protesta del dovere quotidiano contro quella gazzarra d'un giorno: mariti e mogli a braccetto, il viso composto, serio, piuttosto indifferente che ostile, memori nel breve riposo obbligato dell'obbligatorio lavoro.

La corrente gettava qua e uno sprazzo sulla diga, tentava una breccia, qualche chiazza di colore ondeggiava fra gli abiti neri, era subito respinta o assorbita, la breccia si chiudeva, la diga si ricomponeva più densa, più serrata e la fiumana luccicava più gaia.

Di quanti prendevano parte alla festa, Anna era forse quella che meno ne capiva il significato: fredda, punto sensuale, non ci vedeva, non ci pigliava che una grossa soddisfazione d'amor proprio. Si compiaceva di essere finalmente in una compagnia degna delle sue aspirazioni. A momenti gittava delle occhiate avide, invidiose negli equipaggi, nelle vittorie pompose e nei landau opulenti che le passavano accanto: quello sarebbe stato veramente il suo posto; però si proponeva di scendervi un o l'altro. Però il suo vero successo cominciava appena allora. Aveva trovato una cornice adatta alla sua svelta ed altera persona: era davvero il più leggiadro fiore del paniere: uno di quei fior superbi, dal candore gloriale, che levano ritta sullo stelo la loro corolla.

Un mormorio di ammirazione meno viva ma più lusinghiera si levava sul suo passaggio e lei lo sentiva, sentiva le migliaia di occhi fissi su di lei senza guardarli, sorrideva a se stessa, gettava manciate di fiori alla rinfusa senza curarsi di chi li cogliesse.

Il carro s'era poi messo in riga cogli altri veicoli, procedeva lentamente. I cavalieri trottavano a gruppi innanzi, indietro nel mezzo della strada tra le due file di carrozze. Ma il cortese condottiero non si staccava mai dal carro: camminava alla sinistra; colla mazza aguzza che teneva in mano infilzava destramente per aria i mazzolini di fiori e glieli presentava aggiungendo ogni volta una complimento, una galanteria profumata, un tornito madrigale. La chiamava regina o sovrana.

Al Circolo degli Artisti, che occupava allora il primo piano sopra il Caffè Venezia, avevano innalzato sulla terrazza che copre lo sbocco di via dell'Ippodromo un padiglione bizzarro somigliante ad un immenso crinolino, satira crudele contro una signora notissima per l'esagerazione di quella foggia, che diede origine a un processo d'ingiurie.

Il circolo, in vena quell'anno di ghiribizzi arditi, aveva anche istituito una specie di giudizio di Paride per le mascherine del Corso. Un paffuto amorino piantato in mezzo alla ringhiera lasciava penzolare dalla destra protesa una elegante orifiamma di seta bianca sulla quale stava ricamata a vistose lettere d'oro la scritta: Alla più bella. Tutte le carrozze erano passate per torno sotto la formidabile tentazione: per concorrere al premio bisognava levarsi la maschera: allora il pomo scendeva. Molte volte, provocatore e lusinghiero, aveva sfiorato le treccie di quelle che agognavano per la propria bellezza questa pubblica testimonianza, e molti visini arditi, petulanti, protervi si erano scoperti e molte manine avide si erano alzate per ghermirlo, ma sempre risaliva fra le risa degli astanti col beffardo cigolar di una puleggia. Una pioggia di fiori e di confetti cadeva dall'alto a consolare ed a irritare la stizza delle deluse.

Anna era passata una prima volta senza pure degnarsi di avvertire la sfida pericolosa.

Quando il carro di Proserpina, compiuto il primo giro, ripassò sotto il terrazzo insidioso, simulò una grande indifferenza. Il corso era più che mai affollato, i cavalli andavano di passo.

Il pomo scese lentamente, dondolò innanzi a lei, poi cadde ai suoi piedi.

Uno degli ispettori del corso ordinò tosto alle carrozze di fermarsi.

Una voce dall'alto proclamò Proserpina «la più bella Dea dell'Olimpo e del Tartaro» e la scongiurò di salvare Paride e i suoi compagni dal furore delle divinità offese.

Poi calò anche l'orifiamma, e fu dal premuroso cavaliere piantata sul davanti del carro.

Il pomo era un astuccio contenente un grazioso diadema di perle. Quando Placido, per suggerimento del cavaliere, lo pose sul capo di Anna, un coro sul terrazzo intonò un inno clamoroso, scoppiò di basso un applauso fragoroso: e il corso ricominciò.

Per una eccezionalissima distinzione, al carro della vincitrice, in vista di un decreto autentico di S.M. Carnovale consegnato in una pergamena alluminata che l'ispettore lesse ad alta voce, si permise di uscire dalla fila e di camminare «come ad ogni sovrana e regale persona conviensi» nel mezzo della strada.

La cavalcata dei diavoli si riannodò dunque intorno ad esso e risalirono la via di Po.

In Piazza Castello uno stormo di Falene mandò un grosso farfallone a parlamentare coi cavalieri di Proserpina: si appressò e salutò in un grave trinciare di antenne e disse che siccome loro sequestravano i più bei fiori, così dovessero permettere ai poveri parpaglioni di seguirli in cattività.

Fu loro benignamente concesso.

Più in alcuni Zefiri implorarono lo stesso favore: poi vennero arbitrariamente ad aggregarsi alla comitiva alcuni giganteschi Girasoli, un nembo di Fuochi fatui, poi una squadra di Etiopi, una brigata di Cinesi, un branco di Tritoni, e un pelottone di Gendarmi savoiardi: poi mano mano tutte le maschere a cavallo sparse per il corso: Arlecchini, Corsari, Gianduia, Bascià dai colossali turbanti, guerrieri corazzati dagli alti cimieri e pennacchi incredibili, svelti paggi, languidi trovatori: — una corte completa e cosmopolita.

Si formò così un seguito insensato ma splendido, sterminato che trotterellò rumorosamente da un capo all'altro del corso, rianimandolo colle grida, collo scalpitìo dei cavalli, collo sbarbaglio dei costumi vistosi.

Oramai non si badava che a questo: dove passava la cavalcata si rizzavano in piedi nelle carrozze e le carrozze si fermavano: si protendevano dai balconi, nembi di fiori e di confetti piovevano da tutte le parti. Tutti gli occhi cercano la bella Proserpina, la mostrano a dito da lontano.

— Eccola! eccola!

Ed Anna alla testa del corteo, pallida, commossa, felice, sente che finalmente tutti quegli sguardi, que' segni, quelle voci sono proprio per lei — e sorride. Nel suo sguardo passano lampi d'orgoglio, brividi deliziosi gli corrono per le membra. Sorride alla propria potenza: vagheggia di attraversare così il mondo intiero, il suo cuore si gonfia, il suo pensiero si tuffa in un oceano di grandezze straordinarie, enormi. Tutta quella gente l'ha forse cercata? no, è venuta a lei. Quando lei voglia, chi potrà resistere? Così si ammira nell'ammirazione di tutti.

Distingue nella folla qualche volto sbalordito e stralunato di Murialtese: sapranno finalmente chi è lei. Non le mancava che quel loro stupore: e, in mezzo a quell'immenso tripudio, pensa a quel che ne dirà la Brigida. Migliaia di donne la invidiano in quel momento, ma le bisogna anche l'invidia di colei.

Il rumore cresce. La cavalcata rallenta il passo: la festa è al colmo, la voluttà tocca l'ebbrezza; un soffio di follia alita su tutte quelle teste agitate, un turbine sommuove l'immenso caleidoscopio, rimescola colori e suoni: certi momenti pare il suono disteso di un armonium enorme, certi altri lo sparo di una fucilata sparsa, e in fondo gorgheggiano delle risa continue: il sole rosso, rosso declina; i rasi e le sete fiammeggiano, l'aria è tutto un pulvischio dorato, i vetri dei palazzi scintillano come grandi occhi brilli: e il vecchio Emanuele Filiberto nel cui volto corrono luminosi riflessi che paiono di gioia sostenuta, ha l'aria di dire: — un momento, lasciatemi ringuainare questa benedetta durlindana e vengo anch'io.

Il carro di Proserpina ha compiuto un altro giro: è il momento buono per sparire e mutare il trionfo in apoteosi.

In fondo alla piazza Carlo Felice il condottiero della comitiva diè una voce, lo scudiero voltò i cavalli, schioccò una frustata e il carro discese al galoppo il Viale del Re.

E Proserpina scomparve agli occhi della folla.

Così finì il regno di Anna.

Il carro entrò nello steccato di una casa in costruzione oltre il tempio Valdese: il corteo, già molto accorciato, salutò con un ultimo evviva e tornò indietro alla spicciolata.

Appena fermati i cavalli, Anna balzò a terra. Il galante condottiero voleva trattenerla a pranzo con loro, ma lei si sottrasse alle sue premure. Appena egli ebbe tempo a dirle:

Stasera veglione allo Scribe, venite?

Anna non rispose ed uscì col marito.

Passava un fiacre chiuso e vi salì.

Placido s'era piuttosto annoiato che divertito nella seconda parte della festa: lui preferiva cento volte il Bucintoro colle chiozzotte a tutto quel diavoleto.

Era stanco ed aveva fame.

Si fe' menare al Paisano nel borgo S. Donato, divenuto pei talenti gastronomici del proprietario, il già famoso Rondoletti, il convegno di tutti i ghiottoni più aristocratici. Placido, una volta, era stato del novero.

L'illustre cuoco, grasso, tondo e lucente, venne in persona, per riguardo singolarissimo verso l'antico avventore, a ricevere l'ordinazione del pranzo. Naturalmente tenne le trattative nel campo sereno delle massime generali, non consentendogli la sua dignità d'artista di scendere ai particolari d'esecuzione. Fissato il tema egli respinse tutti i suggerimenti col fare altezzoso di chi non vuol dare troppa confidenza dicendo: — «È affar mio, in cucina comando io». Aveva un certo modo di rispondere «cara bambina» con un gorgheggio nasale che seccava particolarmente l'Anna. Lei stava per mancargli di rispetto e compromettere senza rimedio le sorti del pranzo, ma Placido intervenne osservando:

— Il signor Rondoletti è stato il cuoco del Re.

Placido fu magnifico: mostrò in quell'occasione di conoscere a perfezione quella profonda deferenza che i giovani della società elegante professano verso i ministri dei loro piaceri. Anche la scelta dei vini e delle vivande rivelò in lui cognizioni tali da spiegare la sua dimora di dieci anni in Torino.

Era felice di sciorinarle e di atteggiarsi una volta tanto davanti alla moglie come un uomo di mondo.

Ad averlo veduto soltanto nella vita ordinaria, era irreconoscibile: quanto era superiore ! come guadagnava!

Ingoiò con gesto maestrevole la sua dozzina buona di ostriche per «accordarsi» e le inaffiò di un Reno scintillante per «stirare i cantini».

— Tutto il resto, sclamò, non è che accompagnamento. Anna, soprappensieri, non badava a lui, divorava sbadatamente quel ch'egli le metteva innanzi. Lui suppliva alle lacune della conversazione con dei frequenti bicchierini. Al Reno era succeduto un Bordeaux di un rosso pallido, ch'egli chiamava la sua «dolce rimembranza» e gli dava una incredibile scioltezza di modi. Se Anna avesse potuto dargli retta si sarebbe accorta di cose singolari.

Placido le dava del voi come un uomo in avventura; la serviva con galanteria le prendeva la mano sulla tavola, le parlava nel viso facendo groppo delle labbra, lasciava ai piedi una certa libertà d'azione sotto la mensa, insomma trattava con lei, la sua inesorabile tiranna, che non osava mai sfiorare d'un dito senza previo permesso, trattava con lei come con... un'altra.

Anna aveva quasi l'aria di incoraggiare siffatte licenze. Accettava le sue premure senza dir nulla con un'indifferenza che potea anche sembrare arrendevolezza.

Occupavano da soli un salottino al primo piano: al Paisano non c'era mai piena, neppure alla festa. Il signor Rondoletti respingeva il profanum vulgus, gli avventori plebei del litro e del boccone strozzato in fretta, non ammetteva che si mangiasse male. Il suo criterio quanto ad avventori si riassumeva nella massima pochi ma buoni. L'eccezionalità dei suoi talenti gli permetteva di calcolare su quella delle pratiche e soprattutto su quella dei prezzi.

Quando le sei camere erano prese, cioè accordate da lui a chi gli piaceva, chiudeva senz'altro la porta, e ci sarebbe voluto il martinello ad aprirla. Egli ci teneva a non compromettere la calma della cucina e il suo ideale era che le pratiche, salvo il rispetto dovuto prima alla sua autorità, poi anche alla decenza «se la sbattessero come in famiglia».

Due compagnie numerose occupavano le due sale grandi del pian terreno. Il rumore delle voci, certi strilli femminili interminabili venivan su di sotterra a sbuffi; sembrava l'eco della festa che venisse a morire ai loro piedi.

Anna teneva gli occhi socchiusi: le emozioni febbrili, straordinarie della giornata le si risvegliavano nella mente, le dilatavano le narici nervose; le aspirava, le respirava di nuovo più intense, più inebbrianti. Un lieve rossore si diffondeva sul pallore opaco del volto; stringeva colla mano la fronte come a trattenervi un'impressione violenta ma fuggevole; tutte le sue passioni stavano . Nulla di languido, di tenero nei suoi atti e nella sua persona, bensì una franchezza provocante. Era una di quelle donne fredde, insensibili, che per una reazione oscura, infiammano i sensi inconsciamente, senza volerlo, vi accendono delle effervescenze strane, dei deliri pazzi e furiosi che esse non comprendono; la loro bellezza superba, originale, esagerata, sconvolge in chi ne è colpito l'equilibrio morale, ha delle linee d'acciaio che straziano il cuore. I loro sguardi fieri e imperiosi cacciano innanzi a scudisciate frotte di desideri mostruosi, feroci. Volontà inflessibili, quando si danno, è per prendere tutto il vostro essere, per spremerlo, per stritolarlo; ambizioni che non conoscono il piacere e lo sdegnano, qualche volta lo sfruttano. Le grandi cortigiane dovevano avere di quei temperamenti .

Placido aveva acceso il sigaro ed era venuto a sedersi accanto alla moglie: non parlava più, fumava a grosse boccate, aveva gli occhi accesi e tremava un po'. Anna era sempre assorta nelle proprie fantasie: guardava i globi di fumo che volteggiavano intorno alle candele.

S'intese un passo sulla ringhiera. Repentinamente si scosse, diè un'occhiata al marito, si levò, e, appressatasi alla finestra, l'aperse. Era buio: ma tra i rami nudi degli alberi i lumi delle case di porta Susa luccicavano.

Placido si allungò sull'ottomana.

Chiudi, fa freddo, — mormorò lamentevolmente, vieni qui, si sta meglio.

Levati, fastidio, e suona per il conto.

Lui dovette obbedire.

Anna tornò al suo posto e riprese la sua aria altera indifferente.

Il cameriere entrò poco dopo: le diè un'occhiata maliziosa rapidissima e, passando, si chinò a raccogliere un cuscino dell'ottomana che Placido aveva fatto cadere.

Anna comprese l'errore di quel ragazzaccio e divampò di sdegno.

Placido aveva ricuperata la sua tranquillità: gettò sulla tavola due marenghi dicendo al cameriere:

Portami quel che il signor Rondoletti avrà la bontà di rendermi.

Saldato il conto, uscirono.

Sul pianerottolo il cameriere che li precedeva si volse:

— Se la signorina desidera, si può scendere in cortile e uscire dal portone.

Ma l'Anna, senza dargli retta, passò innanzi e scese, seguita da Placido, per la scala interna dell'osteria.

Il loro apparire nella sala di sotto interruppe il vivo chiaccherìo della numerosa compagnia raccolta: una brigata di toreros e di Andaluse a cui s'erano aggregate dell'altre mascherine. Fra le donne, giovani crestaine quasi tutte, alcune delle pedine allora più in voga. C'era la Silvia, detta bella gamba, messa da trovatore: lei non indossava che costumi mascolini, — c'era la rossa Cecilia mascherata da Lampo, e la Ciota, e Ninina Lapin che vestivano alla spagnuola: c'era Fina allora sottile mingherlina: non ancora agguerrita della sua campagna portoghese.

Alla voce di un Pierrot tutti si voltarono.

To' Pomino, guarda chi viene.

Pomino, un piccolo bebé bianco e rosa che ripuliva il suo piatto con infantile e ghiotto raccoglimento, levò gli occhioni azzurri come due pervinche.

Guardò un momento meravigliata, poi, levandosi di botto, colla bocca piena, la forchetta in mano, il tovagliolo nell'altra, corse incontro a Placido, gli buttò al collo due braccia tonde, tornite, color di latte che uscivano dal suo camiciotto turchino di fioretto, gli si avviticchiò alla vita e gli stampò sul naso colle labruzze carnose un tondo baciozzo alla salsa piccante.

— Oh, Ciaccio, povero strafugnin, chissà come mi mandi al diavolo! Guarda, non c'è Maddalena più pentita di me; ho scontata la mia scelleraggine: non avevo passata la cinta che già ti piangevo, parola d'onore, piangevo come quando mi sgridavi nella nostra camera in via della Meridiana. E appena ho potuto liberarmi del Genovese (un pitocco, oh!) sono tornata alla corsa — come t'ho cercato! eri sparito. Guarda; volevo venire fino a Monferrato a cercarti, ma sai, ho paura dei boschi, e tu chissà in che foresta t'eri ficcato. Ora sei qui, facciamo la pace... accompagnami al veglione.

E appesa al suo collo, spingando colle gambette penzoloni, lo baciucchiava mentre con voce mimmosa ripeteva:

— Facciamo la pace, facciamo la pace...

La compagnia batteva le mani: ridevano tutti, parlavano tutti in una volta: Alcuni facevano il verso di singhiozzare: — Oh ciacciò, oh Ciaccià, oh ciaccciù!

Silvia, sempre melodrammatica, cominciò a grattare il suo liuto cantando:

 

Oh l'amor l'è pi fort che 'l bruss

L'è pi fort che 'l bruss.

 

E tutti in coro:

L'è pi fort che 'l bruss.

 

Placido, stordito, sopraffatto, un po' vergognoso lasciava fare.

Pomino lo tirava verso la tavola, lo faceva sedere al suo posto, gli si accoccolava in grembo: gli rimpinzava la bocca:

Piglia, sono tartufi, ne mangio sempre per ricordarmi di te, per sentire il profumo de' tuoi baci. Aspetta, facciamo come una volta, e colle labbra gli levava il boccone di bocca: ora hanno il loro sapore.

Gli altri gridavano, protestavano, scaraventavano loro addosso buccie di frutta, pezzi di pane.

Uno diceva:

— Questo è il mio corpo.

L'altro spruzzandoli di vino:

— Questo è il mio sangue.

— Oh insomma, vociò un grosso picador, dobbiamo far la nozza?

— Sì, sì.

Paghi la nozza, Ciaccio?

Paga la nozza, paga la nozza, strillavano le ragazze.

L'idea piacque a Pomino, che, preso Placido per il capo glielo ciondolava in atto affermativo.

— La nozza, la nozza all'antica, urlò la Silvia, li accompagneremo a casa con le fiaccole.

— No, no, sclamava Placido cercando divincolarsi. Il gioco cominciava a diventar lungo.

— Sono accompagnato, disse finalmente.

Allora tutti si rammentarono dell'Anna, che, ritta fra l'uscio e il muro, guardava con indifferenza superba e con curiosità involontaria, quella scena per lei novissima.

Un grosso Torero si alzò e le venne incontro.

Scusa, mascherina, le disse: — quell'immorale di Placido ti pianta a quel modo: vieni ti vendicheremo.

Anna, nel tirarsi indietro, lasciò cadere il cappuccio.

Proserpina, sclamò il Torero.

Scoppiò fra gli uomini un grido d'ammirazione.

Viva Proserpina!

E le si affollavano intorno: il Torero tentò di prenderla per mano. Ma lei lo fermò con un gesto dispettoso, voltò le spalle ed uscì dalla sala.

Pomino, colle mani sull'anche facendo la gelosa:

— Ah ora capisco perché eri sparito!

Era andato all'inferno, disse la Silvia.

Il Torero tornava indietro mortificato mormorando:

— Che sia la Regina Saba?

Placido voleva uscire ad ogni costo.

Lasciala andare, gli urlavano all'orecchio trattenendolo pei panninemico che fugge!

Pomino l'abbracciava teneramente frignando:

— Ti consolerò io.

Egli si stizziva davvero, la ributtava. E finalmente riusciva a liberarsi.

Aiuto, aiuto, tenetelo! gridava il bebè alla disperazione.

Uno gli sbarrò la porta.

Lasciala andare ti dico.

— Sei matto... mia moglie!

Stupore! Rimasero immobili a guardarsi in viso.

Placido scappò fuori.

Seguì un minuto di silenzio poi zampillò una risata argentina, poi un'altra, poi fu un baccano di casa del diavolo.

Silvia cantava:

 

Oh 'l povr'om ch'a l'e piccolin.

 

Pomino sedutasi tranquillamente a tavola riprese a mangiare i suoi tartufi, cercandovi il ricordo e le speranze di miglior fortuna.

Poveretto, disse crollando la sua testolina infantile, il mio abbandono l'ha buttato all'ultima disperazione: ha preso moglie.

Requiescat.

 

Anna, uscita dall'osteria, era risalita nel suo fiacre che aspettava alla porta e stava per farsi riportare a casa, quando Placido la raggiunse tutto sossopra col domino sotto il braccio.

— Non l'ho fatto apposta; hai visto, le disse prendendole la mano.

Anna la ritrasse e rispose:

— Per chi mi prendi, adesso?

La carrozza partì: mentre passava sotto la finestra della sala, questa si aperse, e una voce gridò: — attrapé — un'altra: — bruciato!

Si ripeteva in coro:

 

Oh l'amor l'è pi fort che 'l bruss.

 

Lo schiamazzo si sentiva ancora alla svolta della strada:

 

... L'è pi fort che 'l bruss

... che 'l bruss.

 

Anna e Placido si fecero condurre in piazza Castello: i portici riboccavano di gente e di maschere. V'era in quel viscere centrale della città un grande stagnamento per pletora. I borghesi sempre seri e contegnosi, a famiglie intere, i ragazzi avanti, marito e moglie dietro — in continua inquietudine di perdersi gli uni gli altri — terminavano il loro inevitabile giro.

Veri rappresentanti della vecchia Torino, la città di una serietà singolare e proverbiale anche in Piemonte, serietà quasi tedesca: — gente casalinga e pudibonda a cui pareva intollerabile screanza, il correre, il parlar forte per le strade, il mangiar in pubblico, sulle porte dei caffè, e che non sapeva per niun verso adattarsi a quel baccano piazzaiuolo e guardava di malocchio, come una cosa provinciale, una pericolosa importazione, un vero turbamento di possesso quello scompiglio di allegria sfrenata, che da tre anni si cacciava di traverso alla sua passeggiata vespertina, senza rispetto al privilegio consacrato della diritta, urtandola nelle sue secolari abitudini, nella sua dignità, nella sua moralità con ogni sorta di licenze, separando i figliuoli dai genitori, magari la moglie dal marito.

Il contrasto rendeva più vivace e gustosa la baldoria: frotte di maschere facevano irruzioni frequenti nella pigra corrente: le grida, i frizzi, le risa, le beffe rintuzzavano il brontolìo sommesso e decente dei soverchiati.

Anna e Placido non erano in vena di allegria e non avevano alcun serio motivo di mettersi in urto coll'allegria degl'altri. Si rifugiarono nel caffè Dilej. Era bonora; non si poteva andare allo Scribe prima della mezzanotte: bisognava ammazzare il tempo. Anna, impaziente e irritata, fastidita dagli sguardi di cui si vedeva bersaglio, aveva rimesso la maschera, e si sentiva profondamente annoiata dal suo proposito di divertirsi.

Placido sbadigliava a tutto andare: finalmente trovò ad appiccare discorso con un vicino, una specie di politicomane, il quale dopo aver chiesto a dieci persone il loro parere sulla politica di Cavour, finì per rivolgergli la stessa domanda. Gli bisognava anche il suo avviso.

Placido si tirò i baffi con atto riflessivo e rispose col motto profondo:

— «Piero, Piero rivedremo le cose allo stato primiero».

— Oh bravo! sclamò quell'altro, e sapete perché?

Placido non sapeva il perché, no non lo sapeva, e non sapeva neppure perché l'Inghilterra faceva il morto e non conosceva meglio i moventi di Napoleone il piccolo, che era sì poco. E lui aveva il dovere di istruirlo e cominciò una dissertazione in cui tutte le Potenze fecero il loro giro di minuetto.

— La diplomazia è una vecchia ed è bigotta.

Sapete dov'è il vigor giovanile! quale sarebbe il vero martinello, la vera molle per una politica sana, per una nazione giovane come la nostra? dite su!... Gli Stati Uniti d'America, diamine!

Anna non ne poteva più: s'alzò ed uscirono. La folla diradava. Qualche provinciale, serio e ingrugnato come un Artabano, si pagava l'orgia ineffabile di un naso finto col cerino acceso sulla punta, e passaggiava gravemente soddisfatto come un principe del sangue che viaggia incognito.

Non erano che le dieci e mezzo. Placido in un dolce letargo, discendeva la deliziosa parabola di una eccellente digestione: alcuni bicchierini di marsala presi al Dilej lo avevano rimesso in tono di galanteria: stringeva spesso fortemente il braccio di Anna e le proponeva audacemente di rientrare in casa.

Lei, si sa, non rispose neppure. Discesero lentamente i portici; ma il tempo non passava mai: tirava una brezza pungente che scoteva i festoni appesi attraverso la via.

Fecero un'altra sosta al caffè Nazionale; stentarono a trovar posto. Un grosso signore offerse il suo ad Anna. Era un ricco proprietario d'Asti e conosceva Placido. Si annoiava anche lui coscienziosamente, sotto pretesto di godersi le feste. Fu lietissimo di trovarli e risedette al tavolino per far un po' di conversazione. Poco dopo egli e Placido erano avviati in una lunga disputa di viticoltura, di viti alla francese, di solforazioni, di pinaud bianco e di pinaud rosso. — Placido non aveva fede nei nuovi sistemi; diceva: — a casa mia io faccio così e così — come se a casa sua contasse per qualche cosa.

Finalmente suonarono le dodici al vicino orologio di casa Spana.

Il grosso proprietario non li lasciò uscir soli: volle accompagnarli per spiegare a Placido un ultimo sistema di innesto che aveva trovato.

Allo svolto di via della Zecca apparve in mezzo alla nebbia densa la lanterna di carta rossa del teatro, come un faro verso il quale traeva una folla chiassosa e variopinta.

Sulla porta un gruppo di maschere fe' a Placido un urrà burlesco: era ancora la comitiva del Paisano che scendeva in quel momento dalle carrozze. C'era la Silvia col suo liuto, e la Cecilia, e Pomino che gli facevano con insistenza gli occhi dolci. Mentre lui rimaneva perplesso se dovesse salutarli o no, Anna lo trascinò dentro.

Nel vestibolo un servo del teatro, esaminava con attenzione le maschere che entravano: vista l'Anna, le venne incontro e sberrettandosi rispettosamente in atto di chi compie una missione importante, disse serio, serio:

— La signora Proserpina? Vuol restare servita?

Li precedette su per le scale, aperse loro un palco di terza fila. Salutò di nuovo profondamente, ed uscì.

Anna si affacciò al parapetto. Le danze erano cominciate e già a quell'ora avevano quel particolare carattere di baccanale per cui rimasero famosi i balli dello Scribe. La sala si riempiva: ad ogni nuova mascherata che entrava un rimescolìo profondo, un fluttuare scomposto, poi in mezzo il vortice delle danze si allargava, si estendeva sino alla barriera delle poltrone disposte in giro, strappandone man mano tutte le donne e aggirandole nel vasto trescone.

Entravano poi rumorosamente i Cavalieri di Proserpina. Uno di essi, appena varcata la soglia della platea, levò dalla parte di Anna uno sguardo ansioso, scintillante, al quale era facile riconoscere il cortese condottiero.

Anche Placido aveva incontrato laggiù nella folla il fatto suo, un paio d'occhi civettuoli e due braccia paffutelle che uscivano da un camiciotto azzurro. E, come passero a richiamo, il suo desiderio si buttava volenteroso ad incontrarli.

Ma l'Anna s'era seduta al parapetto e per più di un'ora, non si mosse, assorta nel contemplare quello strano spettacolo. Non era mai stata a veglione.

Il frastuono cresceva sempre; il turbinio delle danze aveva invaso il palco scenico: i palchi di prima fila riboccavano di mascherine tumultuose, vere baccanti che arringavano la folla di sotto, e lanciavano sovr'essa le loro pazze grida, le loro provocazioni alla baldoria, i loro eccitamenti alle ribellioni dei sensi; spenzolate di mezza la persona fuori del davanzale parevano fare appello al soccorso della moltitudine contro la violenza dei compagni che le trattenevano per la vita. Qualcuna riusciva a sfuggire, si buttava giù d'un salto, cento braccia s'alzavano a rapirla.

Nelle file superiori invece qualche visino timido, certi occhietti vivaci, curiosi, un po' sgomenti spuntavano dietro le spalle degli uomini in nero: erano signore di buona società che i mariti corrotti menavano a vedere l'orgia da uno spiraglio per galvanizzare con prudenza le loro intorpidite gioie domestiche.

Anche l'Anna si sentiva affascinata da quella tregenda; però quando il marito si arrischiò finalmente a proporle di scendere, si levò e prese il suo braccio senza parlare.

S'era tra un ballabile e l'altro. Il chiasso era un po' calmato: la folla si acceppava, si sparpagliava in tutti i sensi con un confuso mareggio. Un dottore di Bologna ritto sopra la seggiola del direttore d'orchestra predicava nel suo dialetto una nuova teoria fra le risa e le interruzioni dell'uditorio irrequieto.

Fecero a braccetto il giro del corsello torno torno alla sala tra le poltrone e i palchi.

A' piedi della scaletta del palcoscenico incontrarono il condottiero di Proserpina che teneva al braccio la Silvia. Costei gli parlava con una grande insistenza di cosa che a lei premevale assai e pochissimo a lui, perché tentava liberarsene, le rispondeva annoiato.

— Ma sì Folchetto, ma sì Sordello, ma sì Biondello, trovatore dell'anima mia.

Parli sul serio? ribatteva Silvia.

— Al veglione! figurati!

E cogli occhi intenti balestrava l'Anna che veniva; tanto che la Silvia se n'accorse e senza lasciar il suo braccio gli disse:

Bene, io voglio essere più cortese di te. Debbo parlare alla bella? Noi Trovatori siamo fatti per questo.

Il cavaliere si scosse nelle spalle, si fe' incontro all'Anna a cui si inchinò dicendo:

— Un povero diavolo che desidera un giro in paradiso è ai vostri piedi.

Anna rise e accettò il braccio che le offriva. L'orchestra dava le prime battute d'avvertimento.

Silvia si appressò ancora al cavaliere e gli sussurrò all'orecchio:

— La bella cede, ma resta il guardiano: vuoi che, come nelle storie di mia nonna, te lo incanti?

Questa volta il cavaliere si volse e disse in fretta:

— Se ci riesci, farò quel che chiedi.

Guardatrasse dalla borsa di velluto che le pendeva al fianco una carta ripiegata, gliela ficcò in mano — ma la nota, te l'avevo portata.

Bene, ci conto.

Silvia si allontanò, e scoccando un'occhiata beffarda canterellò:

 

Il segreto per esser felici

So per prova e l'insegno agli amici...

 

Il cavaliere trascinò l'Anna in un furioso tempo di valtzer.

Placido era rimasto solo.

Silvia corse in traccia di Pomino: la trovò al braccio di un grosso Pulcinella, ne la staccò, prese il suo posto e, indicandole Placido, le disse:

Guardalo , te l'ho levato, avventati, azzannalo e non lo lasciar scappare.

In un lampo, il bebè piombò dall'alto della scaletta sulle spalle di Placido, gli abbattuffolò la faccia colle manine soffici, poi scivolato a terra, gli si avviticchiò stretto stretto alla vita.

Finito il valtzer il diavolo cortese fe' un giro con l'Anna sul palcoscenico.

— Non sei sola? le domandò.

— Che domanda inutile!

— Hai ragione, una dea come te non ha compagni, non ha che degli adoratori, fra cui...

— Suo marito...

— Quanto a questo, replicò il cavaliere, stringendole arditamente il braccio, è tutt'al più un sacerdote, un ministro.

Anna rise. E rise il cavaliere guardandola con occhi luccicanti.

Il dottore di Bologna aveva ripreso il suo sermone e diceva:

— Per noi tutte le pecore sono agnelle, ammettiamo i capretti, non vogliamo i montoni.

— Non vogliamo montoni, urlavano di sotto.

— Se ce ne sono fra noi, vi dico una cosa sola, mutateli in becchi: è il vostro diritto, ius coronianus.

Incominciavano una mazurca. Il cavaliere vide Placido che ballava con Pomino e l'indicò ad Anna, che mirava impassibile.

Poi ridiscesero a ballare. Dopo la mazurca una scotische, poi una polca, poi un valtzer di nuovo. Lui non l'abbandonava più, negli intervalli la riconduceva sul palco scenico e il suo linguaggio prendeva dei giri equivoci, si faceva più insinuante. Anna, dapprincipio si divertiva, rideva a fior di labbra scoprendo i suoi dentini candidi, fermi nelle gengive di rosa.

Poi cominciò a infastidirsi un poco: le premure del diavolo cortese prendevano l'aria di un vero sequestro. I suoi compagni, che spesso lo attorniavano come uno stato maggiore, avevano per lui delle deferenze quasi disciplinari, non s'appressavano mai a lei, non le rivolgevano mai la parola, non la guardavano quasi e pareva la considerassero come proprietà del loro condottiero. E lui ne disponeva come di cosa sua.

Dovendo salire in un palco per una visita aveva ceduto il braccio di lei ad uno dei compagni, al primo che si era fatto innanzi. Costui l'era parso singolare davvero: tremava come avesse indosso la terzana, l'aveva condotta dietro a un gran ciuffo di orchidee che celavano gli angoli del palcoscenico, per cominciare con voce alterata un discorso insensato che la musica finì di soffocare; a suo invito s'era poi deciso di ricondurla in platea ma rivoltosi alla scaletta di sinistra riservata a quelli che salivano, l'inserviente l'aveva trattenuto; allora facendola riattraversare la scena tra la folla che respinta dai danzatori si addensava tutt'attorno era venuto ancora a fermarsi dietro le piante di dianzi. L'Anna ristucca finalmente di queste ambigue sbadataggini l'aveva piantato con un grazioso inchino ed era discesa da sola. Il cavaliere veniva appunto in traccia di lei e s'impossessò di nuovo del suo braccio.

Ma non parlò più tanto, non aveva più la stessa vivacità; la sua galanteria si rilassava. Da due ore ballavano insieme senza posa. Anna mostrava di accettare e di gradire la sua compagnia, ma non c'è stato verso di tirarla via dalla sala: aveva ricusato recisamente tutte le sue offerte, respinto tutti i suoi pretesti, sventati con una certa sicurezza tutti i suoi artifizi.

Più pareva contrariato, volgeva a Silvia delle occhiate melanconiche e disperate.

Finalmente l'Anna confessò d'essere stanca. Lui subito a proporle, per la decima volta, di salire a riposarsi nel palco. E lei consentì, ma lo pregò di cercarle il marito. Invano s'offerse di accompagnarvela lui con le parole più rassicuranti: lei tenne fermo e bisognò contentarla. Non c'era che una probabilità favorevole: quella di non trovare Placido, ed egli si affrettò ad esternargliene il dubbio: ma l'Anna gl'indicò lei stessa il marito dall'altra parte della sala.

Il caro figliuolo si godeva allegramente la festa: quella compagnia equivoca era il suo elemento: vi ritrovava i bei giorni, le dolci delizie della sua Capua di studente. Ci si tuffava fino agli occhi. In tutta la sera aveva cercato con cura di cansare la moglie. E appunto egli era per spulezzare un Pomino in un palco ove aveva ordinato una cenetta a quattr'occhi con «tartufi», quando il cavaliere gli recò l'ambasciata dell'Anna. L'invito fu sporto e accettato con uguale piacere. Anche Pomino rimaneva desolatissimo: tra il bebè, il diavolo e il domino nero facevano una grottesca caricatura del gruppo della Niobe.

Fu la Silvia a racconsolarli tutti e tre; parlò a Pomino nell'orecchio e Pomino squittendo dalle risa ripeté la parola a Placido: poi il languido Trovatore susurrò la cosa al cavaliere: e tutti contentoni, compreso Placido che ci aveva meno ragione degli altri.

Anna prese il braccio del marito e si congedò dal cavaliere porgendogli garbatamente la punta delle dita.

Salita nel palco si buttò a sedere: era stanca più che soddisfatta: una tediosa, irritante sazietà l'opprimeva.

Placido irrequieto passeggiava per il doppio camerino del palco storcendosi i baffi. Finalmente si affacciò risoluto al parapetto.

— Oh, disse, il cavaliere di Rueglio! vo a salutarlo, e, se permetti, te lo conduco, ecco , torno subito.

E il mariuolo, senz'aspettare risposta sgusciò fuori.

Nel corridoio Pomino gli saltò al collo e lo trasse via alla corsa.

Silvia lo fermò sulla scala:

— Come! lasci una signora sola e non chiudi il palco?

— Come si fa? sclamò Placido contrariato. — Aspetta.

Voleva tornare indietro. Ma Pomino lo trattenne, gli die' sulla voce, gli prese la chiave di mano, la buttò a Silvia dicendole di farla rimettere da un inserviente e tirò seco senza troppa fatica la sua preda.

Silvia raccolse la chiave, si accostò al palco dell'Anna, infilò la chiave nella toppa, e chiuse quetamente a doppia mandata. Poi ritrasse la chiave, la ripose nella borsa penzoloni e s'avviò per scendere, ridendo saporitamente del tiro riuscito.

Aveva un'antica ruggine con Placido e si godeva di nobilitare col pensiero della vendetta un intrigo che faceva il suo interesse, ma non pareva onesto nemmeno a lei.

Ad un tratto, mentre arrivava alla scala, si sentì afferrare alla vita da due mani poderose. Un uomo mascherato, la sollevò di peso, la portò correndo in fondo al corridoio, infilò l'usciolo da cui si scende al palcoscenico, dopo una breve lotta la depose in terra all'oscuro in un angolo del pianerottolo e si buttò a precipizio nella scaletta del palcoscenico lasciandola un po' sbalordita della brutta facezia ad imprecare nel gergo del natio Pallone le più grosse contumelie. Non si stupì nemmeno troppo e non si scervellò punto a indovinare chi fosse il burlone. Ricomposte alla meglio le vesti, rifece il corridoio e ridiscese in pista. S'appressò, passando, a uno dei primi palchi in seconda fila, pose l'orecchio alla toppa: si udiva di dentro Pomino a ridere.

Ritornò dal cavaliere di Proserpina che l'aspettava con impazienza.

Appena lo vide le corse incontro:

— Dunque?

— Tutti a posto, rispose Silvia ammiccando al palco di Anna e a quello sotto.

Benissimo! la chiave?

— Eccola.

E frugava nella borsa.

— Oh corpo di una saccoccia? Ma come?

La chiave non c'era più; non c'era proprio più.

Il cavaliere fe' un ghigno di incredulo e per prima cosa le disse:

— L'avresti messa nella tasca... d'un altro?

Silvia si atteggiò ad innocente offesa:

— Mi credi capace di tali azionaccie?

Il fatto è che la chiave non si trovava.

— Ben, si fa aprire dall'inserviente colla comune.

— Non serve, io ho fatto cambiare la serratura.

— Però ci dev'essere un doppio all'amministrazione.

— Come si trova a quest'ora?

— Ci vo io, — e la Silvia premurosa di provare la propria lealtà scappava a furia.

Anna non aveva quasi avvertito la mancanza del marito, s'era macchinalmente sporta al parapetto.

Sotto, la baldoria toccava il parossismo: l'orchestra suonava furiosa: in platea, sul palcoscenico sfrenatamente, scompigliatamente nessuno badava più ai cordoni degli inservienti, saltellavano, si urtavano, si buttavano gli uni addosso agli altri. Un vero e immenso manicomio in rivolta. Tutta quella gente urlava a piene canne; rispondevano dai palchi le solite ossesse, più frenetiche, scapigliate, discinte, gli occhi accesi, le braccia tese. Il baccano aveva delle note acute e delle note gravi, gli alti e bassi del canto fermo, a momenti pareva il suono di un'organo colossale che suonasse a distesa per qualche sacrilega messa nera: poi si aguzzava in un cachinno infernale, poi gli strosci di una forra, poi cupi ripicchi, rintronamenti profondi. Una raffica impetuosa, sonora, riempiva la sala, la scoteva da cima a fondo, le imprimeva delle vibrazioni, ne traeva come da un gigantesco strumento dei suoni vasti, strani, in cui tutti quei suoni diversi si confondevano e quasi si armonizzavano: armonia casuale del caos.

Le fiammelle tremolavano nelle loro coppe di cristallo e i prismi dondolavano sotto di esse: dei riflessi scintillanti correvano come monachine brille per le dorature degli ornati e dei fregi, e le cariatidi della loggia sfavillavano come se un brivido di voluttà ne ricercasse le fibre legnose.

La ridda continuava, cresceva, mille piedi pestavano in cadenza, poi a scompiglio, poi insieme di nuovo, più forte, i marosi si accavallavano; una polvere densa, luminosa, piena di scintillii, copriva il fluttuar della folla, le voci diventavano roche, mandavano rantoli sibilanti.

Una cosa opprimente, vertiginosa.

Anna chiudeva gli occhi e si stringeva con le mani le tempia indolenzite da quel martellare infernale.

Poi il frastuono calava: la tregenda posava ad un tratto. La folla diradava, spariva come per incanto: una mascherina balzava con un salto da cavallerizza in un palco di prima fila, delle braccia nere la ghermivano, la tiravano dentro, si calavano le cortine. Due gambe d'uomo spuntavano nel vuoto della platea di sotto a una poltrona.

I palchi si mutavano in misteriosi camerini, in grotte incantate, dei lumicini trasparivano vagamente dietro le tende rosse, ne uscivano dei bisbigli soffocati, uno scoccigliare confuso, de' suoni affiochiti, delle risatine tortoreggianti, delle vociuzze artefatte, degli schiocchi di bottiglie stappate; ne esalavano dei profumi grassi di cucina e di salumi.

E un alito tepido, voluttuoso, nauseabondo, leggermente impregnato di gaz riempiva il teatro: le fiammelle lambivano come lingue di fuoco le coppe di cristallo, le piante sul palcoscenico, vizzite in poche ore, abbassavano le foglie larghe, polverose.

I mascheroni del soffitto sorridevano lerciamente, e nell'orchestra un vecchio violino dondolando la calotta nera, dormicchiava ghignando con aria di Fauno lascivo. Anna si rivoltava istintivamente a quella codarda tirannia dei sensi che, suo malgrado, l'affascinava. Non capiva bene: sentiva confusamente che tutto quel chiasso, quell'abbaglio, erano la celebrazione, l'apoteosi di appetiti volgari e ributtanti che ora trionfavano.

Una voce sommessa venne a riscuoterla dalle sue riflessioni: era quella del povero diavolo che l'aveva intrattenuta qualche momento sulla scena. Ora indossava un domino nero: — sedeva nel palco vicino.

Volgeva leggermente la testa indietro dalla sua parte e le susurrava:

Badi, le si tende un tranello. Il palco è chiuso di fuori.

— Oh!

Anna, d'un salto, fu all'uscio; girò la gruccetta: era chiuso davvero. Pensò di picchiare: ma la trattenne il timore di uno scandalo. Oh dunque doveva rimanere alla grazia del primo cialtrone che capitasse.

Nella sala si fece silenzio; un silenzio uggioso pieno di susurri. Un bell'umore cantava da gallo, un altro gli rispondeva gnaulando; il vecchietto dell'orchestra ciondolava sempre la testolina buia grigia e la callotta nera.

Una mano guantata di nero scivolò sul davanzale del palco e vi depose una chiave.

Anna vi si buttò, la prese, aperse, uscì a furia. Nel corridoio respirò e si fermò per coprirsi colla beduina.

Una mano gliela ravviò sulle spalle.

Era il domino nero che le offriva il braccio.

Lei lo accettò senza esitare. Era lo stesso di dianzi e tremava ancora più forte — ma non le pareva più ridicolo.

Del resto non badava a lui: tutta turbata si lasciava servire da lui come avesse fatto il suo dovere.

Lo sconosciuto l'accompagnò in platea senza far parola. Solo, al momento di lasciarla, le disse sottovoce:

Addio... signora.

Silvia voleva ad ogni costo trovare la chiave. Aveva visto l'amministratore del teatro con una delle attrici francesi: ma dove poteva essere andato? Lo cercò per tutto, ne chiese a tutti i portinai, tutti l'avevano visto nessuno ne sapeva dove fosse, frugò dietro le scene, in tutti i camerini — in tutti i buchi, fin nello stambugio del lumaio — non si sa mai quelle attrici francesi, col loro fare da imperatrici, non si sa mai! — Picchiò a tutti gli usci, passò in ridotto, visitò tutti i palchi di proscenio, inutilmente. Il tempo passava: il cavaliere l'aspettava sdraiato in una poltrona dietro un ciuffo di fiori sulla scena: aveva visto di l'Anna affacciarsi un momento nel palco al principio del riposo, e poi subito sparire, finalmente si annoiava, era stanco — l'avventura diventava troppo stentata, e faticosa.

La Silvia attraversando per la centesima volta il vestibolo, s'imbatté in Placido che scendeva con Pomino:

— Di già qui? mormorò.

— Che vuoi, rispose con ciera compunta il bebè, è una vittima del matrimonio: non c'è che le donne oneste per istupidirvi un uomo. Su Ciaccio.

Placido, assonnito, barcollava:

Vero?

Figurati non ha bevuto che una sola bottiglia di champagne.

— Sì ma tu ci ha messo dentro... gli occhi, furbaccia, disse Placido balbettando colla lingua grossa, mentre si abbandonava in una delle prime poltrone.

Si addormentò subito, subito.

Pomino sgattaiolò in traccia del suo pulcinella che le ammiccava da un palco di terza fila.

Silvia, dalla stizza presa, alzò la poltrona per la spalliera, la piegò innanzi, fe' scivolare Placido in terra, lo coperse con la poltrona e risalì sulla scena. Il cavaliere la fermò.

Lascia, lascia le disse, oramai ci ho bel e rinunziato.

— Tu sei in collera?

Poh!

Vediamo se non è vero: paghi da cena?

— A te o ad un'altra è tutt'uno.

— Sei un gentiluomo.

Oramai chi non lo è? Anche il mio barbiere. Dunque se s'ha andare, filons la vieille, prima che mi addormenti.

E salirono al buffet del ridotto.

In quel mentre Anna si appressò a Placido che lo sconosciuto le aveva indicato, lo svegliò e rimessolo in piedi si fe' condur fuori.

Strano contrasto onde l'Anna fu colpita uscendo dall'ambiente afoso del teatro: quella giornata prima così serena e luminosa, di un tepore quasi primaverile, era finita con una bufera invernale.

La strada era coperta di un nevischio dimoiato, di un motriglio gialliccio, minaccia formidabile per gli scarpini di raso.

Brigate di pierrots, di debardeuse, sfiaccolate, sfiatate, mortificate dall'orgia interrotta troppo presto se ne andavano, mogi mogi, rasente i muri. Si congedavano con qualche parolaccia stirata dagli sbadigli, guardavano in su con ciere lunghe da funerale. Le donne malamente ravvolte in scialletti troppo corti, sgambettavano nelle pilacchere.

Le carrozze filavano nel mezzo con un rumore floscio. E nel subito silenzio le campane di S. Giovanni e di S. Francesco conversavano con gravità già quaresimale.

Placido cercava una carrozza: lasciata la moglie sulla soglia del teatro, andava dall'uno all'altro dei fiaccherai disposti in fila contro il muro dirimpetto: i cocchieri, imbaccuccati nel gabbano grigio, levavano a mala pena il naso dal bavero per rispondergli di tutti i toni, dal grugnito al garrito: — impegnato!

Anna doveva rassegnarsi a far la strada a piedi.

Quel Placido non pensava mai a nulla!

Un grazioso brougham si fermò alla porta.

Placido, senza avvertire che il legno fosse privato, ripeté la sua richiesta al cocchiere in livrea che non si degnò tampoco di rispondere.

Ma un signore si fe' innanzi, aprì lo sportello e disse:

Signori, ai loro comandi.

Oh era il cavaliere di Rueglio! Proprio lui!

L'invito veniva troppo opportuno.

Quando furono in carrozza il cavaliere disse:

— La signora va a cena?

— Sì, rispose Placido.

— Allora al Biffo.

Alla porta del famoso restaurant il cavaliere balzò a terra, aiutò l'Anna a smontare, le porse il braccio ed entrò.

Un servo venne loro incontro, fe' un inchino solenne e disse:

— Le ho serbato lo stanzino.

Li precedette su per la scala aprendo loro le porte.

Placido, rimasto indietro li seguiva di passo mal fermo: quando fu per entrare cogli altri, il servo che aveva chiuso con cura l'uscio dello stanzino, data un'occhiata ai suoi calzoni inzaccherati, lo trattenne:

Perdoni, è occupato, se vuol favorire sotto...

L'equivoco stava per provocare un diverbio. Placido s'accorgeva che gli perdevano il rispetto e strapazzava il cameriere, ma il cavaliere intervenne.

Il servitore allora mostrò un rincrescimento profondo, si piegò in due e mormorò:

Scusi, non sapevo che il signore era con la signora.

Queste parole fecero sorridere il cavaliere.

La cena, sobria ma squisita, fu servita con una eleganza suntuosa: con porcellane di Sassonia e cristalli di Boemia. Un graziosissimo mazzo di fiori adornava la tavola.

Il cavaliere seppe dare all'improvvisazione le raffinatezze della previdenza: non era spiacente di lasciare supporre all'Anna uno di quei sacrifizi che le donne apprezzano grandemente anche quando colpiscono una donna ignota che non può essere una rivale.

Le prodigò poi ogni maniera di complimenti e di galanterie.

Lei era stanca, sbalordita dalle emozioni della giornata: mostrava un raccoglimento che contrastava singolarmente coi suoi abiti carnevaleschi.

Anche il cavaliere prese un fare riguardoso, un sussiego pieno di condiscendenza.

La conversazione s'avviò seria, seria.

Placido si era dapprincipio abbandonato agli inviti di un Moët delizioso e dovette l'Anna imbrigliare con un'occhiata le sue tenerezze. Tuttavia egli era abbastanza cotto da raccontare i proprii affari. Avendo il cavaliere chiesto se si trattenevano a Torino:

— Certamente, rispose con una sicurezza che fece arrossire la moglie, troverò bene un posto che mi convenga.

Raccontò poi i disinganni del primo tentativo, le promesse del Rovaglia, e aggiunse burbanzosamente:

— Se fossi un miserabile, un morto di fame, alla buon'ora, si capirebbe. È vero sì o no? Se cerco un'impiego, è unicamente per farmi una posizione, per contentarla lei — indicò l'Anna — del resto, del pane ce n'ho sempre, e anche della pietanza; perché dovrei sgobbare per novanta lire al mese? ho dunque risposto: caro mio, chiappane un'altro.

— Avete fatto bene, sclamò il cavaliere servendo all'Anna dei carciofini alla perigord, avete fatto benissimo, avete fatto ottimamente bene. La signora non poteva accettare una siffatta umiliazione.

— Oh se me l'aveste detto, soggiunse, vi avrei dissuaso dal ricorrere ad un'influenza buona tutt'al più per un usciere messo alla porta. Ritenete bene questa massima: nella vita pubblica bisogna procacciarsi non già delle raccomandazioni ma degli appoggi e delle aderenze, non già attaccarsi alle falde della gente perché vi tiri su, ma mettersi loro sulle spalle. Non le pare, signora?

Anna rispose con un'occhiata intelligente che gli rivelò tutta la profondità della sua ambizione.

Raddolcì la frase spiegandola:

— Non s'ha da cercare obbligazioni, ma imporne prima agli altri per servirsene poi.

Imporne? come?

— E lei me lo domanda. Cos'è mai la mia povera esperienza in confronto del suo intuito fine che è al tempo stesso la teoria e la pratica? Ne vuole una prova? Lei, senza parlare, mi ha spillato il mio segreto: mi ha tolto le mie armi.

Anna sorrise e porgendogli dei confetti disse:

Gliele rendo.

— Le ripiglio al servizio dei suoi vessilli.

— Dei miei sonagli vuol dire, replicò l'Anna scotendo leggiadramente il suo berrettino.

— Oh loro signore pigliano per burla l'abito della follia, per farci impazzire davvero noi altri. Eva sapeva bene che il buon Adamo avrebbe senza difficoltà rinunziato all'Eden, perché il paradiso non poteva averlo che per lei.

Placido non capiva nulla.

Domando io, riprese continuando il suo discorso, se non devo aver l'impiego io mentre l'ha ottenuto il figlio del fattore del Ronco.

Anna rispose al cavaliere:

Bisognerebbe poter dare non il paradiso, ma l'ingegno.

Il cavaliere guardò Placido poi soggiunse:

— In ogni caso loro signore possono dare la fortuna: invece del mezzo, lo scopo senz'altro. Noi siamo quel che loro ci vogliono. Veda un po' se qui non ci fosse una signorina seria, come lei, i nostri discorsi sarebbero adesso così giudiziosi?

Seguì una pausa; Anna pareva impensierita: poi disse:

— Come vede, siamo dei venturieri in traccia di sponde ignote... al nostro battello non manca la zavorra...

— E neppure la bussola: è molto, è moltissimo, è tutto.

— Ah, sclamò poi sospirando, come dev'essere facile e dolce il successo, quando un soave sorriso scende a stimolare e a rallegrare gli sforzi della triste ambizione: il successo è per noi uomini un bene relativo, una specie di numerario che rappresenta gioie più care e più reali.

Il cavaliere piantò il pugno sulla tavola e fissandola negli occhi proseguì:

Veda me, per esempio; sono entrato nella lotta da qualche tempo e vorrei essere utile a qualcuno. I tempi sono propizii alle vere energie: eppure spesso mi cascano le braccia e mi chiedo: a che pro queste fatiche? chi le comprenderà? chi me ne compenserà? non dubito del successo: ma dico la verità, molte volte sento che non mi seduce abbastanza, me ne sento svogliato, repugnante... proprio repugnante.

Il cavaliere li accompagnò a casa; e salutatili disse:

Grazie della bella seratabellissima serata — si fermò a tirar il fiato poi con impeto: — deliziosa!

Un'occhiata commentò la parola.

Rimontò in carrozza sclamando:

Donna magnifica, donna stupenda!

Un'ora dopo, spuntava appena il giorno, capitò dai Migliasso il flebotomo di pessimo umore perché arrivato a mezzodì della vigilia non li aveva trovati ed era stato costretto a serenare la notte per la strada.

Ingoiò in dignitoso silenzio la colazione che suo genero gli fe' recare, poi si distese sul divano della sala e, accendendo la pipa:

— Dunque qui ci si diverte!...

Placido, messo in suggezione gli confidò, esagerandole, le sue speranze. Impastoiò la sua improvvisazione alla meglio sotto lo sguardo tagliente della moglie, si contradisse, si impappinò. Il flebotomo ascoltò col cipiglio diffidente di un giudice istruttore: rimasto un momento a quattr'occhi con la figlia le domandò:

— Che contate di fare?

— Qualcosa faremo, rispose impazientita.

— È un buono a nulla eh?

Ora te ne accorgi! — sclamò Anna con un amaro sorriso. — Però non ho detto farà; ho detto faremo.

Marcello si strinse nelle spalle:

— Farete delle sciocchezze.

— Qualcuna più, qualcuna meno!... Abbiamo cominciato per la più grossa.

Il signor Marcello sdegnò raccogliere la provocazione; disse tranquillamente severo:

— Hai trovato una fortuna, la vuoi perdere.

— Ebbene! la voglio perdere.

Va bene!

Tacque, una fitta nube di fumo velò quella sua bellissima testa michelangiolesca: le spire bianche, lattiginose, dopo aver serpeggiato a lungo fra le anella della sua barba fulva come i flutti dell'indico Gange in quella di Siva, s'alzarono intorno alla fronte maestosa, incenso all'arcana divinità del silenzio che vi dimorava.

Quell'uomo era nato per dominare: Anna con tutti i suoi rancori e il suo orgoglio ne fu vinta.

— Che dovrei fare? rassegnarmi a diventar la serva dei Migliasso? oh per questo io ti somiglio troppo: mio marito non me l'ha mai chiesto e non me lo chiederà. Non mi ha lusingato, non mi ha promesso di farsi una posizione civile? Orbene mantenga la sua promessa, non mi rassegnerò che davanti all'impossibilità; fin sono apparecchiata a tutto, a tutti gli sforzi, a tutte le fatiche...

— Alla miseria!

— Oh quella no!

— Eppure ci siamo, osservò il padre girando un'occhiata sprezzante sui frusti arredi della sala.

Poco dopo Placido propose al suocero di fare un giro per la città: e appena furono in istrada gli disse:

— Meno male che l'Anna è rimasta in casa, è meglio che non sappia nulla, sai le donne... Ho proprio bisogno di soldi.

Male!

— Che vuoi? i miei iloti non mi hanno dato nulla.

Ragazzo mio, il pane bisogna guadagnarselo, aggiustarsi.

— Eh lo so, mi aggiusterò: hai ricevuto la mia lettera?

— Sì, e n'ho parlato al Dritto, ma è ancor più strozzino del solito.

Acconsente?

— Mi disse che doveva venir lui a Torino e che si sarebbe inteso con te. Poi non l'ho più visto.

— L'ho visto io ieri da lontano.

— Se c'è, lo troveremo alla Dogana Vecchia.

Andiamoci.

Bada, ti ripeto, che l'è sempre più carrucola.

Trovarono il Dritto all'albergo. Non fe' difficoltà a lasciare un altro migliaio di lire, che, per un caso opportunissimo, aveva recato con sé.

Mentre aspettavano la carta bollata per l'obbligazione, Marcello domandò:

— Avreste altre cinquecento lire? mi farebbero comodo.

Il Dritto aveva anche quelle:

— Faremo una sola scrittura, disse; si risparmia un foglio di carta.

Il signor Marcello aggrottò la fronte, e lo squadrò fieramente:

Ohe Dritto! non mi prendete per buono? A me non mi va mica questo vostro fare. Se li prendo io ne rispondo io.

L'usuraio conservò il suo sorriso fra l'ebete e il malizioso.

— Faremo una scrittura sola, ripeté tranquillamente.

Placido, sclamò il signor Marcello pigliando il genero pel braccio, andiamo; mancano strozzini?

Lo tirò fin sulla soglia. Ma Placido non era del suo parere. Sbilucicava con malinconica tenerezza il mucchietto di marenghi che il Dritto andava facendo sulla tavola:

— Io ne ho bisogno: facciamo una scrittura sola, che t'importa a te? ci aggiusteremo fra noi... eh?

Il signor Marcello s'ostinava. Placido si divincolò pienamente, si riaccostò alla tavola. Il Dritto imperturbabile, aveva riaperta la borsa di cuoio e ne cavava altri marenghi facendone un secondo mucchietto accanto al primo.

Porse a Placido il foglio di carta bollata dicendogli:

Sapete, come l'altre.

Poi presa la scrittura, la lesse attentamente, ci buttò su una presa di tabacco, la spolverò, la ripose e volgendosi maliziosamente al flebotomo:

Ehi Marcellino, volete lasciarmeli?

L'altro si voltò con una faccia scura, scura e si avvicinò lentamente.

L'usuraio buttò una mano sul danaro.

— Per penitenza, pagate da bere.

— Tutto quel che vuoi, canaglia: noi si è galantuomini.

Placido e Marcello uscirono poi di con la tranquilla soddisfazione di chi è stato a riscuotere il fatto suo; montarono in fiacre, e, il corso stando per incominciare, andarono a prendere l'Anna. Salì Placido: dopo qualche minuto ridiscese con Gustavo: il quale, al solito, veduto il padre pigliare la via di Torino, gli era venuto dietro. Non gli aveva chiesto d'accompagnarlo, non chiedeva mai, avrebbe toccato un rifiuto: ma lo seguiva sicuro di trovare il momento buono di far accettare la sua scappata. Difatti quando entrò in carrozza suo padre non si mostrò neppure sorpreso.

Anna volle assolutamente rimanere in casa. In fondo non ne furono malcontenti: un impaccio di meno. Volevano divertirsi.

Il signor Marcello fe' largamente le spese della giornata. Pranzarono al Cafè de Paris e passarono la notte al veglione del Vittorio Emanuele, dove il signor Marcello seppe destramente lasciarsi rapire dai vezzi di Ciota, mentre Pomino e Rigoletto conquistavano Placido e Gustavo.

Ciò non nocque alla gravità del flebotomo quando l'indomani mattina sul tardi ricomparve solo, molto dopo gli altri, in casa della figlia.

Verso il mezzogiorno venne un servo in livrea a recare un invito a pranzo dal cavaliere di Rueglio per i signori Migliasso.

Anna rispose scusandosi col dire che aveva dei parenti, il cavaliere venne in persona e volle che tutti insieme lo favorissero.

Il cavaliere di Rueglio possedeva una bella casa in piazza Vittorio. La sua fortuna non datava che dall'eredità della Mussa: prima viveva alla peggio in Murialto di un piccolo poderino, ultimo avanzo della sostanza materna. Discendeva da una famiglia di Fossano, la cui nobiltà non rimontava oltre il regno di Carlo Emanuele IV, e così povera che non era riuscita a costituire il maggiorasco e perciò quando andò in vigore il codice Albertino discese alla ultima rovina. Alla morte del conte Edgardo, nel 1846, i suoi sette figli, spogli d'ogni sostanza, s'erano buttati avidamente agli impieghi al conquisto di un mediocre avvenire. La vedova dell'avvocato Mussa, ricchissima ed attempata, aveva provveduto lei a quello del minore Filiberto.

Innamorata di lui come solo le donne oltre la quarantina lo sono, aveva tuttavia, per generosità, per orgoglio, o per prudenza differito a sposarlo fino alla vigilia della sua morte. Così aveva potuto conservare qualche illusione sul disinteresse delle galanterie che per cinque anni le prodigò il cavalierino. La sua devozione era tanto più vigorosa in quanto che doveva essere spontanea. Alla fine, quando la povera donna tenendogli la destra nella sua e come le aveva congiunte il padre, gli disse con una tenerezza che la morte rendeva più angusta: — tu puoi ridere o piangere come vuoi, mio buon amico, — egli sparse lagrime sincere che due ore dopo erano compensate con cinquantamila lire di rendita in beni stabili, tanto da adagiarvi suntuosamente il proprio dolore. — Egli non lasciò allora la fattoria della Mussa presso Repigliasco dove la signora aveva passati gli anni della sua vedovanza. Rifiutò tutte le distrazioni. L'indomani del «funesto avvenimento» raccolse intorno a sé i suoi famigli e ordinò loro di riprendere le loro faccende, i loro uffici come quando essa esisteva. — «Nulla deve mutar qui, se il cielo ce l'ha tolta, sopravviverà nel nostro rammarico». Poi s'era ritirato nella camera della defunta, vi passò tre giorni solo, inaccessibile: dopo, aperse la porta ai tristi industriali delle gramaglie, e il lutto cominciò rigoroso, inappuntabile. Durò, ora per ora, un anno giusto, nel quale si fece il procuratore della sua santa memoria; le eresse un monumento in cimitero, un genio alato che copre collo scudo di casa Rueglio l'urna funeraria, distribuì i suoi legati, fe' celebrare il numero esatto di messe determinato nel testamento. Poi partì per il viaggio di consolazione e finalmente dopo altri sei mesi si «arrese alle istanze degli amici» e ritornò in società, colla solennità di un uomo che ha avuto un lungo colloquio con l'angelo della morte e che ha fato una pagina di corretta biografia. In quel turno l'Eco del Tanaro aveva annunziato che il nobile cavaliere aveva il dovere «di riconsacrarsi al benessere della provincia di adozione e di cercare nelle pubbliche benemerenze un conforto degno di lui alla grave sventura che l'aveva colpito». Ed allora era stato eletto consigliere della provincia di Alessandria. Era consigliere comunale di Murialto e si parlava d'offrirgli la deputazione di Repigliasco: «egli, diceva l'Eco del Tanaro, avrebbe così potuto far convergere il suo triplice mandato ad un intento che implicava il triplice interesse del comune, della provincia e del collegio».

Da lungo tempo il grande sviluppo della viticoltura nell'alto astigiano «reclamava» una modificazione al tracciato dell'antico stradale regio tra Casale e Chivasso; e il passaggio di una ferrovia per la vallata di S. Martino tra Murialto e Repigliasco «appariva un interesse pressoché nazionale». Nel Parlamento il cavaliere di Rueglio avrebbe rappresentato il tracciato di San Martino come Jacini, Correnti, Scialoia, Tecchio vi rappresentavano l'unità e Cavour l'indipendenza d'Italia. I tre grandi interessi dovevano svolgersi paralleli e arrivavano insieme a maturità. Ora poi i collegi stavano per essere convocati e nella nuova Camera la bomba del tracciato di San Martino sarebbe scoppiata sul viso dei deputati ostili dei collegi in riva al Po. Intanto procedevano le ultime pratiche diplomatiche. La importante questione aveva avuto la sua conferenza di Parigi, e il suo abboccamento di Plombières. Si parlava di alleanze strapotenti che il cavaliere aveva saputo conquistare nel gabinetto: egli lasciava spargere che Cavour gli avesse detto — e che si può fare per Repigliasco? — ed egli avesse risposto naturalmente: — il tracciato di San Martino.

Il cavaliere sapeva adoperarsi per uno scopo, patrocinarlo, inseguirlo con ostinazione entusiasmarsene a freddo e riderne in compagnia degli amicipossedeva tutti i requisiti di un successo. Adottava per la piccola politica il linguaggio e il fare della grande e lusingava così mirabilmente la vanità della provinicia.

I comizj erano convocati per il 29 marzo e le elezioni del cavaliere non incontravano a Repigliasco alcuna seria difficoltà ma egli non era uomo da trascurare le garanzie della certezza.

Quella sera aveva a cena alcuni influenti del suo collegio che assaporavano nei suoi piatti il gusto di vantare poi in paese l'ospitalità ricevuta.

Fu una serata di una volgarità tutta rurale, non rallegrata che dai sarcasmi feroci del flebotomo.

Anna era la sola donna della compagnia: ella però non si annoiava punto: animata da uno scopo la sua fantasia correva senza avvedersi della volgarità dei mezzi.

Sdegnava la galanteria, non s'avviliva che dell'isolamento. S'adattava mirabilmente al positivismo brutale di quei particolari.

Ma dopo la frutta il cavaliere lasciò la compagnia immersa in un'interminabile discussione intorno alle volture cadastrali e la invitò a passare in salotto.

— Come sono noiosi, sclamò quand'ebbero varcato la soglia.

— Com'è aristocratico lei! rispose Anna.

Lui la guardò sorpreso, quasi confuso. Capi d'aver fatto un passo falso:

— Lei giudica molto severamente l'umilissimo suo servitore.

Umile per modo di dire.

— M'indichi un modo di fare. Mi permetta di dedicarle i miei servigi.

Badi! che io li accetto.

Il cavaliere s'inchinò.

Anna disse risoluta:

Aiuti mio marito a trovare un impiego.

— Gl'impieghi non mancano, ma non è punto facile ch'egli...

— Che egli? ripeté l'Anna guardandolo fisso.

— Che egli ne trovi di conveniente.

Peuh, lo troverò un o l'altro... disse Placido entrando in discorso, l'ha trovato anche il figlio del...

— ...fattore di Ronco, terminò Gustavo.

Il cavaliere riprese:

— Quanto ad impieghi non ci sono, a mio avviso, che due carriere accettabili: la diplomazia e l'alta amministrazione. Della prima non ne parliamo, lei, Migliasso, sarà presto un grande proprietario e dovrà badare ai suoi fondi. Resta l'amministrazione.

Preferisco questa, disse Placido tranquillamente.

— Ci contentiamo d'essere intendente o governatore, osservò Gustavo.

— Ma per riuscire, proseguì il cavaliere, bisogna entrarvi pregato, da padrone, e a tal uopo crearsi una posizione politica indipendente: divenire prezioso o temibile per il governo.

— Ah!

Fonda un giornale a Murialto, interruppe Gustavo, e danne a me la direzione!

Sopraggiunsero gli altri a veder la fiammata, che si preparava in piazza. Furono aperti i terrazzini e uscirono tutti. Il fantoccio del Carnovale fu sollevato sul rogo e arso in mezzo alle grida della folla.

Finito lo spettacolo gl'invitati rientrarono attirati assai più dal scintillar dei bicchieri che dal luccicchio delle stelle in un terso cielo invernale.

Anna rimase sola col cavaliere: guardava tristemente gli ultimi tizzoni del rogo carnovalesco, che i monelli si disputavano scorrazzando per la piazza che s'andava rapidamente vuotando. Un po' di brace restava proprio dove era il giorno innanzi salita sul carro di Proserpina.

Gli ultimi canti, gli ultimi echi della baldoria si perdevano nelle vie adiacenti.

Tirava una brezza pungente.

— Avete voluto burlarvi di noi? domandò Anna bruscamente. Non bisogna poi crederci più provinciali di quel che siamo.

Il cavaliere protestò, l'assicurò della sincerità delle sue intenzioni, le promise, in buona fede, assai più di quel che potesse.

Vedremo, soggiunse lei, io sono positiva e mi contento di cominciare dal poco.

— E otterrete molto, otterrete tutto, chi non farebbe miracoli per voi?

Anna prese la frase nel senso onesto.

— Mio marito vi metterà, vi prometto, tutto il suo buon volere. Lo aiuterete, lo presenterete, lo spingerete innanzi.

— Certamente — e voi ci aiuterete tutt'e due.

— Ci tengo molto. Placido vi sarà obbligatissimo.

Il cavaliere si morse i baffi. Con lei non c'era modo d'impattarla. Avrebbe voluto reagire con altrettanta freddezza: ma quella donna gl'imponeva con la stessa violenza dei desideri che gli ispirava. Il suo viso bianco, corretto pareva al lume incerto dei fanali, anche più leggiadro e maestoso.

Si avvicinò a lei dolcemente.

— Voi regnerete ben presto nella nostra società.

Anna sorrise senza guardarlo.

 

 

 


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