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Il cavaliere aveva così preso il difficile impegno di iniziare Placido alla vita politica, ed Anna non trascurò di rammentarglielo alla prima visita che lui le fece due giorni dopo. Non pareva animata da altro pensiero che di far valere il marito.
Dal suo canto Filiberto, il cui amor proprio si irritava di una rivalità così umiliante, faceva della diplomazia per screditar Placido e servirsene di confronto per mettere in evidenza la propria superiorità. Lo presentò in un circolo di sfaccendati politici, di giornalisti a spasso, di amici da birraria e siccome lui s'annoiava a morte di questa compagnia, il cavaliere, in presenza della moglie, lo sermoneggiava, e vantando il valore di quelle sue conoscenze, e spingendola a farsi innanzi e deplorava la sua apatia mormorando fra i denti: — ma, Dio buono, ci vuol dello slancio! — oppure semplicemente con dei sospiri d'impazienza, con degli atteggiamenti di scoramento, cui pareva soggiacere suo malgrado.
Anna non s'accorgeva o non voleva accorgersi: pigliava sul serio il suo zelo, non mostrava il meno dubbio. Il cavaliere aveva invano cercato di condurla a teatro, per isfoggiare innanzi a lei, senza concorrenza possibile, tutti i vantaggi della propria ricchezza. Ma lei con una fermezza e una serietà disperante, non pareva vivere che per il suo scopo: non parlava, non s'occupava d'altro.
In quei loro colloqui d'ogni giorno Placido recava una noia accidiosa, il cavaliere una speranza sempre più fiacca, lei sola rianimava il discorso col proprio coraggio, colle propre illusioni.
Il fatto è che ella si inebbriava della propria volontà, viveva in uno di quei miraggi solitari in cui la realtà ignorata o mal nota si trasfigura, e le resistenze svaniscono tanto più facilmente in quantoché non sono le vere ma bensì fantasmi e difficoltà immaginarie suscitate in proporzione della forza che ci si sente di vincerle: una tela di Penelope fatta al solo scopo di disfarla.
Quand'era sola con Placido lo sforzo, che ella faceva per penetrarlo del proprio entusiasmo, la rendeva sublime, eloquente, e persino tenera. Si lusingava di rimutare, trasformare, plasmare colle sue fragili mani di donna quel carattere, risultato necessario di una razza secolare, di un'educazione così primitiva, ma così terribilmente tenace.
Si faceva leggere ogni sera il giornale, e nell'esaltazione cingendogli con un braccio le spalle, s'illudeva di trascinarlo, genio onnipossente, al galoppo di una chimera attraverso ai miracolosi avvenimenti che si andavano in quei giorni compiendo.
Placido non capiva niente di quella fantasmagoria tutta psicologica, pigliava prosaicamente per sé le carezze che sua moglie dava alle proprie illusioni ambiziose; del resto brontolava un poco ogni giorno della singolare tortura cui lo sottoponevano. Il suo buon senso contadino insospettiva che il cavaliere lo canzonasse, e occorreva tutto il fascino di Anna per trattenerlo dal rivoltarsi. Lui aveva in politica questa opinione: — che coloro cui piacevano quei pasticci se li impastassero — ed aveva, nella sua umiltà, la più profonda disistima degli uomini politici che il cavaliere gli infliggeva.
— Sai, disse una volta alla moglie, a me mi sembrano una banda di repubblicani.
L'Anna, memore delle tirate giacobine del padre, e sempre innamorata dell'ignoto, in uno slancio improvviso, di cui stupì ella stessa, rispose:
— Ebbene la repubblica non è forse il nostro sogno?
Placido la guardò inquieto mormorando:
E s'avviava a malincuore, il più tardi possibile al noto circolo del caffè Madera, dove non c'era nemmeno un biliardo, ridivenuto il suo più ardente ideale.
Quando non veniva nel crocchio il cavaliere, egli scappava all'estaminet del caffè di Piemonte a contrabbandare un paio di casini cogli ometti, allora venuti di moda, il solo vantaggio che egli gustasse nelle annessioni d'Italia.
Il cavaliere si stizziva finalmente: tutte le mattine accomodandosi la cravatta davanti allo specchio, preso d'ammirazione per la sua bella barba bruna, coll'aria di uno che sa o crede di sapere che nessuna donna può resistergli, mormorava:
— Che sia diversa dalle altre costei?
Il fatto è che non aveva mai sospirato tanto: — e sì che aveva mirato a mete più alte. — Più alte sì non più difficili.
Aveva esaurito tutti i mezzi volgari: — fiori, sorprese, premure. Mandava quasi ogni giorno dei pasticcini soffici fatti da Bass all'Anna — e, per compenso, aveva la sera il gusto di sentirsi a dire da Placido:
— Buoni, specialmente quelli al maraschino.
Una volta servì al presente un grosso salame e la sera ne chiese al Migliasso dicendo:
— L'ho mandato per lei.
Non seppe trovare vendetta più nobile di questa; ma egli se ne compiaceva dicendo a se stesso ch'era salata.
Però non disperava. Teneva in serbo un gran colpo: il suo discorso sul tracciato di San Martino.
Naturalmente, fin dai primi giorni aveva confidato ai Migliasso la sua grande idea e, per lusingare l'Anna, s'era deciso d'associarsi Placido.
— Ecco un'ottima occasione per esordire nella vita politica.
Aveva cercato di farne una specie d'agente affidandogli la minuta polizia dell'affare. L'Anna, aveva preso la direzione delle trattative.
Placido assoldò allora, per conto del cavaliere, un certo Savon, professore — di che? — uno di quei tanti gregari del giornalismo avventizio, oscuri e irrequieti enciclopedici, volontari di tutte le cause, di un colpo di Stato come di una concessione di acque, polemisti non meno per indole che per mestiere, venali e disinteressati, che, come gli infusori in ogni gocciola d'acqua corrotta, sorgono per generazione spontanea in ogni intrigo politico.
Costui, che spingeva la sua indipendenza fino a far di meno di un domicilio fisso, dormendo, secondo i casi, alle locande da dieci centesimi e al caffè, o sotto le piante dei Ripari, — posto il suo quartier generale nel salottino di Anna, vi diede ritrovo ai suoi segugi, e vi scriveva pei giornali di diverso colore degli articoli in cui si dimostrava la utilità economica, commerciale, politica, amministrativa, morale strategica, del tracciato di San Martino, parlando dei luoghi con una così mirabile facilità come li avesse veduti: ne sviscerava tutti i rapporti, i rispettivi bisogni, gli interessi importanti, li raggruppava in un'azione drammatica, li metteva alle prese, e risolveva il nodo alla politica.
— Mio caro proprietario, diceva a Placido sbalordito della sua eloquenza, ecco la posizione: — sono dalla nostra i collegi dell'Alessandrino e quelli del Canavese, movente economico, i primi per l'esportazione dei vini, i secondi per quella delle bovine; sono pure dalla nostra Asti, S. Damiano, Tigliole, Duttigliere, movente la gloria regionale, sono nostri senza dubbio Murialto, Repigliasco, Castelnovo, per interesse diretto; sono dubbi Tonengo per rivalità di Repigliasco, sospetto Villadeati per le influenze della sua frazione settentrionale; attireremo il primo colle lusinghe di una stazione di carabinieri, il secondo col promettergli una terza giudicatura, quod est in votis. — Nemici: Pontestura, Venna, la destra e la sinistra del Po fino a Gassino con capitano il Mellana, influentissimo nella sinistra: ma noi lo paralizzeremo con Rattazzi alessandrino: contraria contrariis, that is the question.
Di solito queste volate le faceva quando, cosa che accadeva spesso, lasciato scorrere per distrazione l'ora del desinare, i Migliasso lo costringevano a dividere la loro mensa. Con Anna era tutto deferenza e cerimonie — con Placido buono, un po' protettore; gli faceva fare, quel ch'egli diceva, la ginnastica morale che consisteva in questo; dato un argomento trarne lì per lì delle induzioni, delle deduzioni, delle analogie, salire, discendere dalle cause agli effetti...
Il cavaliere fu eletto la seconda settimana di marzo a primo scrutinio, con una maggioranza sterminata di voti. Per Anna, questo avvenimento ebbe maggior importanza che non le costituzioni del nuovo Regno.
In quei giorni fu così assorta nel suo piccolo intrigo parlamentare, che non vide la prima grande festa dell'Italia rinata se non per compendiarla in quello per una di quelle lusinghe con cui le ambizioni ancora ingenue ingannano la propria impazienza. Il prof. Savon le teneva luogo di un Cavour che le difettava, e il tracciato di un punto d'appoggio per dar la scalata all'universo oscuro e infinito de' sogni. Si fantastica all'immensurabile ma un interno istinto ci fa, a nostra insaputa, persuasi della superiorità di un po' di vero: l'Aquila si spazia fra le nubi, ma s'avventa a terra appena una piccola preda le si mostra.
Così il giorno del discorso della Corona, l'imponenza del grande consesso, la riunione di quelle fronti ardite e pensose, su cui erano scritti gli sforzi, gli eroismi di un concepimento sublime, la storia di mezzo secolo, la severa semplicità della cerimonia la maestà del re su cui si raccoglievano le tradizioni di un millennio e lo splendore dei successi recenti, la dignità dinastica, e il più ardente entusiasmo popolare, la sua voce che dopo aver raccolto con una frase di bronzo il grido di dolore dell'Italia, veniva a manifestarne le gioie e le speranze rinate: tutto ciò era straordinario, immenso, abbagliante, ma per Anna non bastò ad eclissare il sorriso d'intelligenza che dallo scanno gli mandò il cavaliere: lo colse a volo orgogliosa di poter vantare in mezzo a tutti quei personaggi una corrispondenza, una influenza.
Il progetto del tracciato approfittò del primo ozio della Camera, e fu, per proposta ministeriale, recato all'ordine del giorno subito dopo la verificazione dei poteri.
Quel giorno l'Anna era nella tribuna riservata con Savon.
Sugli scanni, una sessantina di onorevoli, sparsi per l'aula, ma si notava però negli uscieri una certa inquietudine, una certa ansietà, i sintomi di una seduta importante: — i ministri erano al loro posto nell'Emiciclo.
Il cavaliere di Rueglio, con agilità elegante, saliva, scendeva per le gradinate da un banco all'altro susurrando qualche parola ai colleghi e ricevendone in cambio un sorriso e un cenno del capo.
Discese poi nell'emiciclo, si appressò al Conte di Cavour, il quale gli strinse graziosamente la mano. Filiberto tenne lungamente nella propria quella destra onnipossente, sbirciando alle tribune come per prendere qualcuno a testimonio della onorevole famigliarità. Il grande uomo di Stato si avvide dell'intenzione, poiché gli volse, di sopra agli occhiali un'occhiata scintillante di bonarietà maliziosa.
Il cavaliere risalì poi al suo scanno nel centro sinistro.
Cominciò la discussione sul tracciato.
Prese la parola il relatore della Commissione; dichiarandosi favorevole al progetto sostenne un emendamento non contrario agli interessi di Repigliasco e specialmente di Murialto, dichiarando preferibile l'attraversare le grandi proprietà situate lungo l'antico stradale del casalese, dove la produzione facendosi su scala più vasta, offriva secondo la commissione, una maggiore uscita e quindi una maggiore copia d'esportazione che non si potesse sperare dalle proprietà estremamente divise di Murialto.
L'ostacolo non era grave e venne d'altronde opportunissimo, perché fornì tema al discorso di Filiberto.
— Idolatri della mano morta! sclamò Savon con la sua voce semispenta.
L'on. di Rueglio scattò in piedi come se l'argomento del relatore gli venisse improvviso.
— Signori, disse, non mi sarei aspettato di udire nel primo Parlamento della libertà nazionale l'apologia della grande proprietà. Sapete voi che sia, signori, questo Murialto, di cui vi si parla con disprezzo mal dissimulato, che si offende col confronto di Rinco di Monsengo e di Robella? Murialto è semplicemente un tipo di società rurale, è un comune che è da secoli ciò che saranno tutti fra qualche secolo. Murialto, questo piccolo e insignificante Murialto fu un faro di economica sapienza nelle dense tenebre feudali: ha conservato intatte le gloriose tradizioni latine, le tradizioni del dominio agrario di Roma, — Roma, o signori, la grande maestra civile...
— Evviva Roma, si gridò nella tribuna pubblica.
Il presidente scampanellò e pronunziò la obbligatoria minaccia di far sgomberare la tribuna.
— Dominio sapiente che impediva da un lato il proletariato, dall'altro il latofondo: le due piaghe delle nostre campagne. Murialto avanzo di antica prudenza, Murialto modello di futura prosperità, esempio di giustizia economica, Murialto, o signori, vuol dire la terra nelle mani dell'agricoltore, significa la diretta congiunzione del fondo e dell'opera, del capitale e del lavoro, della terra e dell'uomo, la sola equa, la sola utile. E vi si propone di colpire a morte gli interessi di questo mirabile campione dell'avvenire e perché?... Perché la proprietà vi è divisa, perché la produzione non è una! — E come! la divisione della proprietà non è il sogno degli economisti liberali, non significa più come sentiamo ripetere da vent'anni, la ricchezza, l'aumento e l'eguaglianza della prosperità? La produzione non è uniforme, voi dite? ebbene, date un mezzo di trasporto, favorite l'esportazione, apritele gli sbocchi commerciali, e diventerà uniforme, o piuttosto, diventerà logica; l'associazione degli interessi vi creerà l'armonia del lavoro: e avremo tutti i vantaggi del latofondo, meno il latofondo.
Si lanciò poi in un parallelo fra il latofondo e la piccola proprietà, citando Esiodo, la Bibbia, Aristotele, Varrone, Virgilio, finì con una frase del Courier contro i grandi centri...
I reporters gli tenevano dietro svogliati, scrivendo una parola ogni quarto d'ora, e ad ogni parola segnavano tra parentesi disattenzione. Infatti i deputati erano disattenti: a sinistra fantasticavano, perduto di vista l'argomento, approvavano a spizzico con un cenno del capo qualche frase; a destra, preoccupati, si tuffavano nella corrispondenza ed aspettavano l'ordine del giorno.
Ma per due persone il successo di Filiberto era completo. Savon smaniava di soddisfazione:
— Che forza dialettica, che splendore di frase, che tatto, e che facondia! — e il porgere! il porgere, abbiamo un oratore.
Queste parole parevano incontrare favore nella tribuna.
Finalmente l'on. di Rueglio arrivò alla conclusione; presentò il suo emendamento.
Savon non si contenne più, batté le mani: qualcuno intorno a lui batté le mani: i deputati che scrivevano alzavano il capo stupiti, il presidente scosse il campanello. Savon tirò via l'Anna mentre il presidente con due parole in fretta proponeva il rinvio dell'emendamento alla Commissione.
— Venite andiamogli incontro.
E infilavano la scaletta.
Frattanto scoppiava nell'aula una grande acclamazione.
Anna non vide Garibaldi che entrava in quel momento.
Da basso incontrarono Filiberto che venne loro incontro sorridendo.
— Triumphe! sclamò Savon a braccia aperte.
Il cavaliere gli stese la mano: tutti gli astanti si voltarono a guardarli.
Anna era pallida per la commozione.
Filiberto le offrì il braccio, lei gli si appoggiò orgogliosa degli sguardi che la sua bellezza attirava.
Filiberto, soddisfatto dell'effetto che s'accorgeva d'aver prodotto sull'Anna, volle approfondirlo. Finiva anche lui a prendere il proprio discorso sul serio e, come tutti gli oratori esordienti, si sentiva dentro un fortissimo fermento di eloquenza.
— Una volta mi avete chiamato aristocratico, le disse. Ora potete leggere nel mio pensiero e vedere come io mi spingo molto più in là dei cosidetti liberali. La democrazia che essi sostengono nel campo di una eguaglianza giuridica, dei principi astratti io voglio recarla sul terreno della proprietà, escluderla alle campagne, riunire in una sola persona il proprietario e il lavorante. Capisco, come principio storico, il dominio feudale, non il borghese, il primo rappresenta una logica passata, ma l'altro è semplicemente assurdo. La borghesia cosa significa? Mondo anfibio e prosaico; una democrazia senza il battesimo della fatica, una aristocrazia senza nome — termine di transazione; ributtante volgarità di un'epoca incerta.
— Oh se tutti vedessero chiaro l'avvenire, proseguì, la mia razza decrepita che tramonta dovrebbe appoggiarsi alla vostra robusta che sorge. Anna, il mondo sarà un giorno dei vostri. Il mio ideale è aspettare quel giorno: non è un bello, non è un nobile ideale?
— Di tutti i miei colleghi, soggiunse il cavaliere, non c'è che uno capace di comprendermi ed è Cavour: avete visto che c'intendiamo perfettamente: egli guarda più volentieri ai banchi dove siedo io che a quelli onde è uscito. Egli sta per gettare un numero di vecchie marsine e di nuove ciarpe ai piedi della democrazia da lui chiesta a puntello dell'opera propria; oh lui, vede l'avvenire, solo crede necessario dissimularlo. Io no!
Avevano presa la via Lagrange, erano saliti sui Ripari. Rallentarono il passo. I tigli mettevano le prime fronde. I viali erano deserti e silenziosi: ma un confuso vocìo saliva dai vicini mercati.
Filiberto condusse l'Anna sull'orlo della ripa che scendeva in piazza Bodone, piena di tronchi, di carretti, di una folla in mezzo alla quale si aggiravano numerosissimi strilloni confondendo le loro grida grottesche o petulanti. In fondo una lunga fila di gente con una bandiera alla testa, una delle solite dimostrazioni risaliva da Borgo nuovo e passava davanti al palazzo Lamarmora.
— Ecco gli elementi di futuri imperii, osservò il cavaliere fissando gli occhi in quelli dell'Anna.
Dopo questo vaticinio solenne ripiegò il discorso alle cose di Murialto. E svolse un intero sistema di riforma per liberare il «Comune tipico dalla tirannia borghese». Anna, dall'altezza a cui le emozioni della giornata la sollevavano, fe' una smorfia di spregio all'indirizzo del signor Bellono.
Il conte le fe' poi una caricatura del «tiranno Murialtese e dei suoi fidi».
Lei rideva distrattamente.
Arrivati in fondo al viale lo pregò di ricondurla in città.
Il cavaliere accondiscese e si fe' serio; riprese il tono grave di prima. Poi, subitamente intenerito, soggiunse:
— Ah, voi mi capite, disse, fra noi due si rimuterebbe di molte cose.
Anna si abbandonò un momento sul suo braccio con un gesto femminino che non le era punto abituale. Il cavaliere domandò con dolcezza:
Al piede della gradinata che dal giardino scendeva in piazza Maria Teresa, una povera vecchia tese loro la palma:
Il cavaliere le buttò uno scudo d'argento ed ebbe la fatuità di sclamare:
— Magari!
Anna scosse il capo. Poi si fece pensierosa e fino a casa non fe' più parola.
Sulla soglia del portone il cavaliere le disse:
— Se permette, domani vengo da lei.
— Recherà notizie per Placido? ed entrò.
Filiberto la seguì cogli occhi e mormorò fra i denti:
— Sì, aspettami, civettuola!
Nei dì seguenti non si lasciò vedere. Anna si ritrovò sola come due mesi addietro e senza speranza.
Intanto si riparlava di nuove imprese del «partito d'azione» al caffè o si tenevano dei misteriosi conciliaboli.
Un giorno Placido tornò a casa incollerito di quella irragionevole collera che piglia gli uomini come lui, quando arrivano a sospettare d'essere corbellati.
Pose tutto a soqquadro nel salotto; sfogando la sua stizza sui mobili. Per più di un'ora l'Anna lo lasciò fare, poi entrò e gli disse freddamente:
— E poi? che novità son queste?
Allora la sua collera si stemperò in una interminabile litania di querele e di lamenti:
— Bell'avanzo che abbiamo fatto a darci tante brighe con quella razza di gente. Buffoni, cialtroni, o per chi mi pigliano? Non sono arrivati a propormi di mettermi in branco con dei vagabondi, dei garibaldini, dei briganti, che so io, per andare in Tirolo, a Roma, e a Venezia!... a farmi accoppare!
— Difatti, disse, l'errore è grave!
— Tanto strepito perché t'hanno pigliato per un uomo.
Lui, sbalordito, offeso nel suo ottuso egoismo mormorò:
— Ah vuoi che vada in Tirolo, coi briganti, coi garibaldini, vuoi che ci vada... a farmi impiccare!
— Smetti.
Queste due sillabe imperiose ebbero finalmente virtù di calmarlo: la sua collera sgonfiò come un palloncino punto con uno spillo.
Anna però era in cuor suo, sdegnatissima. Sedette alla scrivania e cominciò tre lettere per il cavaliere. Una principiava: «Intesi con istupore», l'altra «Mi meraviglia», e la terza «Ma vi pare?». Le stracciò tutt'e tre e disperando di trovare espressioni più forti, incrociò le braccia mormorando: — la vedremo!
Poi, per tre giorni osteggiò davanti a se stessa il proprio sdegno in tutte le pose, dalle più profonde alle più stravaganti.
La compagnia del marito le divenne incresciosa. Il suo quartierino non aveva che un letto solo.
Placido si consolava della trascuranza, accettando la libertà che questa gli prestava. Si abbandonava alla sua grande passione di dormicchiare ne' bigliardi, vi passava tutte l'ore della notte, finché il biscazziere non lo mandava a spasso. Rientrava verso il mattino. Allora l'Anna si alzava, e faceva giorno leggendo e fantasticando tristamente nel salotto.
Una di quelle mattine le capitò una sorpresa. S'era affacciata alla finestra. Contemplava con invidia ineffabile tutto quel risveglio di vita là sotto, la vita di Torino in quei giorni singolarmente felici. Una corrente che risaliva il sobborgo di Vanchiglia al centro, verso piazza Castello, poi a poco a poco rifluiva da piazza Castello al Po. Prima le lattaie, poi le merciaie, le erbaiole, poi gli operai di varii mestieri, il popolo arzillo fiero di quei momenti eccezionali in cui l'entusiasmo, questo grande moralizzatore, gli serpeggiava nelle vene, lievito salutare e potente, e, la frase è sua, gli faceva buon sangue.
Al vicino prato di Roccolo un branco di scalpellini picchiava i martelli in cadenza, lanciando all'aria scheggie di pietre e frammenti di canzoni patriottiche, di monumenti; dal vicino quartiere di cavalleria uno squillo di tromba e gli svolazzi d'una allegra fanfara.
Dentro alla camera il russare di Placido rispondeva.
Davanti a lei le attrattive più pugnaci, dietro le spalle la sua catena ignobile.
Una collera sorda l'assaliva. Era dunque legata a quel corpaccio. E quello era il coefficiente unico, fatale del suo valore! Lei lo zero, e lui la cifra! Non poteva far nulla da sé se si fosse buttata contro quel mondo operoso, ch'ella capiva e amava, l'avrebbe respinta; era una Migliasso lei, cioè un non valore.
La fanfara s'appressava e con essa uno scalpiccìo di cavalli.
Uno squadrone di cavalleria sbucò dalla cantonata di via Barolo; un manipolo superbo di dragoni su cui aleggiava ancora il riflesso delle battaglie gloriose: il petto sfavillante quasi tutti dalle medaglie di Palestro e S. Martino, parecchi col nastro turchino del valore.
Il colonnello camminava alla testa — una bella e aristocratica figura di militare distinta, vivace senza spavalderia. Anna riconobbe subito il suo cavaliere della domenica grassa. Faceva il viso serio come esigeva la severità della sue funzioni: ma lei si ricordò, un po' orgogliosa e un po' vergognosa, delle sue pazzie di un mese addietro.
Ma mentre ella guardava il colonnello che proseguiva cavalcando con graziosa lentezza, un altro guardava lei: un luogotenente biondo, magro, che veniva dietro il primo pelottone: la guardava con la faccia volta in su, una faccia estatica e malinconica.
Finalmente quando passò sotto la finestra, Anna lo vide e si ritrasse in furia.
— Camillo!
Difatti le avevano detto che Camillo era passato in cavalleria.
Si riaffacciò: e l'ufficiale si voltò ancora.
Tosto l'Anna ripensò al piagnoloso paladino del veglione e si persuase che fosse lui. Ne fu sdegnatissima.
— Chi l'incaricava lui! che gliene importava, chi gli aveva dato il diritto di proteggerla, di spiarla: era sicura ch'egli la spiava. Perché? si credesse mai di umiliarla!...
Quella fu una cattiva giornata. Un'ora dopo venne una lettera della signora Cristina: l'avvertiva di un tranello che le si ordiva alla Rocca. Si trattava nientemeno che di dar moglie a Mansueto. A chi conosceva il sistema della casa il significato di siffatto progetto non poteva essere dubbio: si voleva surrogare il fratello minore nei privilegi di Placido — un principio di diseredazione. Aggravante: la sposa doveva essere la figlia del segretario.
Alle dodici Anna si presentò alla casa del cavaliere di Rueglio. La ricevette subito con un fare gioviale, spigliato, con una premura sospetta, piena di sottintesi.
— Quale fortuna!...
— Ah sicuro.
— E sono venuta per quella.
— Eh bene!...
Guardò lo stivaletto di Anna, guardò il soffitto, poi lo stivaletto di nuovo e restò in asso. L'Anna aveva piglio serio che imbarazzava il suo buon umore.
— Voi volete una risposta per l'affare...
— Di mio marito.
— Sicuro.
— Ebbene?
— Ebbene, è un affare serio, molto serio, seriissimo.
— Eppure mi bisogna assolutamente una decisione.
— Non ci avete pensato!...
— Altroché, ma...
Ma bisognava rispondere: Anna lo teneva sotto il suo sguardo risoluto, imperioso.
— Cara... la mia signora, ci vorrebbe un altro pochino di pazienza.
— Non ne ho, sclamò Anna balzando in piedi, o subito, o nulla.
— Signora mia, lei capirà che io ho troppo alto concetto di lei per farle le offerte dell'ingegnere Rovaglia.
— Lo credo.
— Eppure, per trovare di meglio ci vuol iniziativa, energia, slancio, e vostro marito...
Seguì una lunga pausa. Anna, mortificata a sua volta, si mordeva le labbra.
Il cavaliere si andava ricomponendo; e non pareva malcontento. Poi la fe' sedere ancora:
— Sentite.
— Volete dirmi che mio marito è un buono a nulla?
— Sentite, il cavaliere le prendeva la mano ch'ella distrattamente le abbandonava.
— Eppure, sclamava l'Anna, egli deve riuscire.
Il cavaliere riprese con dolcezza lasciando la mano che teneva sempre fra le sue.
— Se voi poteste infondergli il vostro coraggio, il vostro ingegno, ma per disgrazia ciò è impossibile.
— L'è toccata a me, mormorò Anna cupamente.
— Vi prego di non disperare troppo presto, di non pregiudicarvi con qualche risoluzione precipitosa. Se potessi esservi utile in qualche cosa? Ricordatevi, proseguì il cavaliere abbassando la voce, tutto quel che posseggo, tutto il mio avvenire, tutta la mia influenza, tutto è vostro. Oh se voi mi prometteste di disporne!
Voi siete, voi dovete essere superiore alla falsa posizione che v'è fatta — e da chi? — da una legge sciocca, da una cieca finzione che cela un valore nominale, intrinsecamente nullo, il marito, che impone un'inferiorità iniqua: la moglie. E voi starete sempre nell'ombra benché degnissima di comparire, voi perdereste il tesoro del vostro ingegno, delle vostre ambizioni, del vostro cuore... perché la legge li ha chiusi nello scrigno di un avaro, ma è un'infamia, una vera infamia. Chi può tollerare tale enormezza? Ma sopra la legge c'è la giustizia: è giusto che il vostro volere si faccia valere. Anna, se alcuno vi sconosce, altri sarebbe felice di apprezzarvi... di...
Anna divincolò la mano ch'egli seguitava a carezzare.
— Non capisco, disse con risolino secco, secco.
— Il vostro consiglio non mi serve... non posso aspettare.
— Cercherò ancora, disse il cavaliere rimettendosi, semmai vi recherò io la risposta.
— È inutile, noi partiamo domani per Murialto.
Anna era orgogliosa ma non forte. Si ribellava alla pressione, non sapeva sopportare l'isolamento. La sua forza era nella realtà dell'ostacolo — si perdeva nel vuoto.
In quei giorni ricevette un'altra lettera di sua madre: — alla Rocca si cospirava di certo. Il signor Bellono era stato là.
— Vogliamo fare questa campagna sul serio?
Perciò Placido una bella mattina al principio di maggio, una di quelle mattine primaverili, in cui il sonno è più dolcemente tirannico fu risvegliato da un numeroso trascinar di casse nel salotto. Dopo d'aver inutilmente cercato di riappicare sonno, si levò, andò a vedere.
Anna era intenta a buttare panni in una cassa alla rinfusa.
— Cosa fai?
— Partire quando?
— Domani.
— Per dove?
— Per la Rocca.
— A far che?
— A lavorare per vivere, non ti pare che sia tempo?
Placido si provò a resistere: la sua pigrizia non mancò di eloquenza — ma le decisioni d'Anna erano inamovibili.
— Tu resta, se vuoi, gli disse pacatamente io vo' alla Rocca.
L'indomani mattina Placido era giù nel convoglio per Asti che non capiva ancora.
Arrivarono a Murialto verso le quattro. Si poteva andar dritto alla Rocca per la valle di S. Martino. Un'altra meno coraggiosa di Anna avrebbe scelto questa strada: essa si vergognava invece di passar di soppiatto.
— Su alla piazza, disse al vetturino, sfidando con un gesto tutte le curiosità di Murialto. In tutte le sue azioni doveva esserci l'intenzione pugnace. Passò imperterrita sotto tutti gli sguardi di curiosità e di stupore.
Smontarono alla porta di casa sua.
— Solo un minuto per salutarli, disse Anna precipitandosi all'improvviso in cucina in mezzo alla famiglia.
E fu di parola: resistette fermamente alle istanze di sua madre — e volle assolutamente proseguire la strada.
— Fa benissimo, sentenziò il flebotomo.
— Lo so; ribatté l'Anna; poi, rimontando in calesse, disse ad alta voce: — se volete vedermi, venite a trovarmi, perché per molto tempo non mi muoverò più dalla Rocca.