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Furono alla cascina nell'imbrunire. Lasciarono la carrozza a un centinaio di passi, allo svolto di S. Gregorio, ed entrarono.
Era l'ora della cena. La famiglia stava raccolta in cucina, o come là dicono in casa: Gioachino, il padre di Placido e Bastiano, — il monarca di quella tribù primitiva e il suo primo ministro, seduti ai due capi dell'arca, in attesa della cena. Gli altri qua e là su rozzi scanni. Al vederli spalancarono gli occhi e rimasero tutti inchiodati al loro posto da quel muto ed ostile stupore con cui i buoi raccolgono i loro nuovi compagni di stalla.
Al buonassera di Anna risposero con dei brontolii indistinti.
La vecchia Eufemia aveva finito di cuocere la minestra. Aveva staccato, con grande sforzo l'immenso paiolo dalla catena e posatolo sulla pietra del focolare cominciava a scodellare. Le sue mani tremole reggevano male la lunga mestola ricolma: i suoi occhi stanchi, rifiniti stentavano a vederci attraverso la densa nuvola di vapore. Eppure nessuno, neppure il nipote Mansueto, si diè la pena di aiutare nel suo compito quella povera schiava.
Anna comprese la situazione. Non pensò a far ciarle. Senza pur rimboccare le maniche per non richiamare in mal punto la loro attenzione sul suo abito cittadinesco, prese la mestola di mano all'Eufemia che gliela cedette senz'altro, e colmò, ad una ad una, le nere terrine che distribuì a ciascuno degli uomini cominciando da Gioachino e terminando con Mansueto. Così senza far parola conquistò ad un tratto e senza contrasto il suo posto di massaia. Era nervosa; una gran procella le agitava il sangue, le montava al cervello, ma lì la ferma volontà la soggiogava con una calma ammirabile: si guardò bene, nel fare, da ogni novità o singolarità che potesse turbare la solenne monotonia che l'attorniava. Adagiò mestamente la navicella del proprio avvenire su quell'onda morta che, agitata, poteva sospingerla a riva.
Serviti gli altri, sedette sullo scalino del focolare, vuotò eroicamente anche essa la propria scodella e non fece una smorfia.
Ciascuno, quand'ebbe finito, restituì a lei la terrina e il cucchiaio: ella li rigovernò, li risciacquò, allineò le prime nella scansia, ripose i cucchiai nel cassetto dell'arca, sparecchiò diligentemente. Eufemia l'aiutava riconoscendo decisivamente il primato che le spettava come moglie del primogenito.
Dopo cena Luca, Paolo, Ludovico e Mansueto uscirono nell'aia a pronosticare il tempo dell'indomani. Rimasero Gioachino e Bastiano.
— Voi avevate di molta bisogna e siamo venuti ad aiutarvi.
— Ben fatto, soggiunse Bastiano con un indulgente cenno di approvazione. Poi s'alzò e andò nella stalla.
Mansueto, salito sul fienile, gettava giù strame per l'aperto del greppione. Bastiano lo riprendeva col tridente e, mescolato con paglia, ne riforniva la mangiatoia: un tridente di fieno, uno di paglia, alternati.
La stalla conteneva dodici coppie di buoi; il lavoro era lungo; ma nessuno avrebbe pensato ad aiutarli in quel lavoro che spettava ai due più giovani della famiglia.
L'Anna ebbe un'altra buona idea; capì ch'era la volta di Placido. Il poveretto con una ghigna scura scura, se ne stava accanto al fuoco sopra un mucchio di sarmenti. Lo tirò pel braccio, lo spinse nella stalla.
— Zio Bastiano, disse, lasciate fare a Placido che tocca a lui.
Il vecchio cedette tosto il tridente al nipote senza far motto.
Ma nel prendere il lume che l'Anna gli porse, le disse tranquillamente:
Anna respirò soddisfatta della sua giornata: la più grossa difficoltà era sormontata.
Sbrigata la bisogna, assicuratosi che tutte le bestie ruminavano regolarmente, Mansueto slegò il cane di guardia e Placido colla moglie salirono al loro stambugiolo sopra il portone.
Appena entrati lui si buttò disfatto sopra il vecchio coffano e mormorò:
Lei non rispose. Fece il letto alla meglio, invitò il marito a coricarsi; poi si coricò lei, e, prima di spegnere il lume, appoggiata al gomito, ricurva dalla sua parte gli disse con un far di bontà seria affatto nuova:
— Senti, la vita non è bella, ma è necessaria: eppoi la faremo insieme. Se tu ci metterai la tua buona volontà, a me non mancherà di certo.
— Bell'idea, bocciolò Placido, bell'idea quella di tornar qui a furia: avrei potuto trovarmi un posto lassù a Torino.
— St! non ne parliamo: il tuo unico posto per ora è qui; e si lavorava per fartelo perdere. — Un dì o l'altro si sarebbe detto che t'ho rovinato; ciò non è vero e non voglio che si dica. Ecco perché siamo tornati. Questo per ciò che mi riguarda; quanto a te si tratta di cosa più positiva: del tuo patrimonio in pericolo.
— In pericolo? Non sono io il primogenito?
— Lo sei, ma bada; per quella gente il patrimonio non esiste per la famiglia, ma bensì questa per quello — e non lascieranno il patrimonio che a un custode sicuro, a uno del loro stampo; tu non lo sei e tuo fratello lo è. Bisogna che tu almeno sembri. Capisci, Placido, capisci l'importanza della partita che stiamo giuocando? Devi diventare quel che è Mansueto.
— Poh! un bifolco! sei tu che me lo consigli? tu vuoi diventare la donna di un bifolco?
— Credi che non ne abbia il coraggio. Fa' quel che ti dico, e vedrai se io mi lamento.
Attrice nata, ella aveva, volta a volta, tutti i caratteri della parte che sceglieva; quella sera, raggomitolata fra le lenzuola grossolane del lettuccio coniugale ella recitava con naturalezza, senza restrinzioni e senza ripugnanza, con convinzione la parte della prudente massaia.
Placido non vide altro che le condiscendenze della donna che lo compensavano delle stravaganze della moglie. E il compenso, a parte l'impegno, non gli spiaceva.
Ma all'alba, quando i Migliasso cominciarono a muoversi nell'aia, egli aveva così ben dimenticate le esortazioni dell'Anna che lei ebbe il suo travaglio per scuoterlo, e mandarlo a raggiungere gli altri.
Discese anch'essa in cucina, apparecchiò e consegnò a Mansueto il resto delle provvigioni per la colazione dei lavoratori.
Il solo Bastiano mostrò avvedersi della di lei sollecitudine e l'approvò indirettamente sentenziando.
Al ritorno dai campi, verso le undici, i lavoratori trovarono un buon intingolo per la polenta — leccornia che fece fare all'Anna molti progressi nella simpatia dei Migliasso.
Alla sera il suo successo era assicurato: aveva superato con una abilità improvvisata tutte le difficoltà, tutti i trabocchetti di una giornata alla Rocca: si sarebbero riprodotte nei dì seguenti tali e quali, ma per vincerli non aveva più che da ripetersi.
Ritrovò poi quella libertà di movimenti onde l'abitudine raddolcisce, quando non le si resiste, le situazioni più angustiate.
Due settimane dopo cominciò la falciatura del maggese.
I Migliasso possedevano oltre cento ettari di terreni prativi. Una buona metà tenevano ad economia e coltivavano essi stessi. Perciò tre volte all'anno, al tempo delle fieniture, massime alla prima del maggio, la più copiosa, essi reclutavano una trentina di giornalieri che distribuivano in cinque squadre capitanate da uno di loro. Essi davano a ciascuno una lira al giorno e la spesa; cioè colazione e merenda in campagna e la cena a casa, a giornata compiuta. Il provvedere ai pasti di questo piccolo esercito creava a casa una bisogna quasi tanto considerevole quanto quella che serviva nei prati. Si pigliavano cinque donne e, dacché la moglie di Gioachino era morta, veniva a prendere la direzione la cognata, moglie del sindaco.
Quell'anno, Anna, sollecita di non lasciarsi sfuggire occasione di affermare la propria influenza, dichiarò di volersi ella incaricare di tutto. Non si sgomentò della propria inesperienza e fu pari al compito suo.
La mattina, due ore innanzi al sole era già in piedi, riempiva i cesti che i lavoranti, uno per squadra, recavano in campagna: poi, a mezzodì, scendeva nei prati accompagnata dalle donne a portare la merenda, e ci si tratteneva un paio d'ore e non disdegnava dar una mano a voltare il fieno.
Anzi le piaceva, per la novità — e non guastava punto i suoi calcoli. Per la prima volta in vita sua faceva attenzione al paesaggio e lo trovava gradevole. Si affezionava alla propria scena.
La stagione era veramente stupenda. Le campagne, più vegete da quelle parti che nelle altre dell'astigiano, ritengono la fisonomia pittoresca del vicino Monferrato, da cui le separa il solo torrente Persa, il quale scende con una linea tortuosa dall'altipiano di Castelnuovo per una catena di vallette circolari fino al Tanaro, ombreggiate da una doppia fila di pioppi, di olmi, di alburni, e di qualche grave quercia spostata nella compagnia degl'inferiori, fra le quali, dall'una all'altra, le liane, le edere, avviticchiano, sospendono i loro festoni cosparsi di stelline bianche, o di mazzolini gialloneri, di grappoli porporini: a basso i rovi e i pruni incastricchiavano i loro ispidi cespugli.
Ne seguiva a destra i meandri di una vecchia strada ricoperta di logli e di mente fiorite: l'attraversavano ogni momento viottole strette, giallicci nastri, che scendevano dai vigneti pei prati e pei prati risalivano a perdersi tra i vigneti, da una parte all'altra della valle congiungendo fra loro i casali onde le due coste sono gremite. Di queste l'una a sinistra un po' più alta, l'altra meno, tutte e due con varietà infinite, a cime tondeggianti, a declivi dolci, le vigne in alto, il prato al piede, tra questi e quelle una zona nuda di campi turgidi come seni.
Un paesaggio a cui la pace profonda, le brigate di falciatori, le bovine disperse, davano un carattere, una lieta festività pastorale, che l'Anna ravvivava con le immaginazioni di qualche colonia lontana perduta in mezzo alle remote savane. Ella drammatizzava quel calmo lavoro, si intrometteva volentieri in mezzo ai lavoratori, fraternizzava con loro, pur conservando la propria superiorità, conservando il loro rispetto e conquistando le loro simpatie.
La sera poi all'ora della cena, quando ritta in mezzo alle sue marmitte fumanti ella presiedeva alla distribuzione della minestra ai lavoranti seduti in circolo nell'aia davanti alla porta della cucina, illuminata di sbieco dal lumicino tremolante infisso nel muro era ammirabile addirittura.
Placido e Mansueto ritti nell'ombra sui carri colmi, riponevano il fieno nelle travate e nella cucina i cinque vecchi mangiavano silenziosi.
Anna seppe ben presto rendersi necessaria; in capo a tre settimane era l'anima della casa; ne conosceva, ne incarnava con rigidezza scrupolosa le usanze e le tradizioni.
La famiglia cedeva a poco a poco alla sua influenza. Suo suocero si avvezzava alle sue attenzioni: quel vecchio di settant'anni le girava attorno come un animale domesticato, muto, affezionato: ella lo abituava a non sapersi muovere senza di lei. A cena gli riempiva la scodella, gli mesceva vino, solleticava in quel suo pigro cervello il senso e l'istinto del benessere.
Una sera ch'ella gli teneva compagnia in cucina, dove, al solito gli altri più giovani lo lasciavano solo a smaltire la cena, egli le parlò lentamente, come si raccontano i ricordi di cose lontane, di una lepre ch'egli aveva mangiato trent'anni addietro al castello del Ronco, quand'era vivo ancora il vecchio conte, reminiscenza gastronomica perduta nelle tenebre della sua memoria. L'indomani ella si procacciò il lepre, e seppe incontrare la salsa vagheggiata; e gli fe' l'improvvisata. A Gioachino parve un miracolo, la guardò con riverenza. Il vecchio quell'anno era più sensibile che per l'addietro. D'inverno dormiva nella stalla: ma colla Pasqua, secondo l'abitudine invariabile era venuto nella sua camera mal riparata, dove certe notti di vento tremava dal freddo. Né gli abiti che si buttava addosso, mutando il letto in un mucchio di cenci, valevano a riscaldargli le gambe intirizzite. Anna scucì una propria sottana e gli fe' un cuscino di piume.
Né trascurava gli altri: ciascuno ebbe, per ordine di gerarchia, la sua parte di riguardi. A Luca regalò una calotta di lana, a Paolo che aveva la tosse la notte delle pastiglie di lichene, a Ludovico affetto da dolori reumatici un paio di flanelle, a Bastiano un paio d'occhiali; ne scrutava, ne sorprendeva i bisogni, i desideri, le preferenze. Tutti poi avevano una golosità infantile ed ella si studiò di migliorare i pasti. Per questo incontrò delle serie difficoltà. I Migliasso si cibavano unicamente dei loro prodotti: essi avevano in casa il pane, la polenta, i legumi, il vino, l'olio di noce, il latte, il salame, le caciuole di latte cagliato; il macellaio cui vendevano periodicamente i vitelli si obbligava di fornire per soprammercato alcuni chilogrammi di carne per le feste principali. Sarebbe stato impossibile lo strappare a Bastiano uno dei tanti scudi che, anno per anno si cumulavano nel tesoro della famiglia, ed anno per anno ne uscivano per dei nuovi acquisti di terreni. Anna era dunque costretta di provvedere alle migliorie della mensa coi pochi denari che le erano rimasti poi coi proventi del pollaio che, secondo l'usanza del paese, spettavano a lei.
Nessuno fe' le smorfie alle sue liberalità: divoravano tutti ghiottamente le sue imbandigioni; tutti, compreso Bastiano, il quale, era, se non l'intelligenza, la diffidenza della famiglia. Dapprincipio Anna sospettava che la vigilasse e procurò di rassicurarlo con una infinità di precauzioni. La bonomia di quell'uomo le dava la maggior soggezione che lei avesse mai provata.
Anna amava gli abiti a strascico, che s'attagliavano tanto bene alla sua alta statura e Bastiano per una di quelle antipatie, che l'educazione ci insegna non a vincere ma a nascondere, non li poteva soffrire e lo mostrava. La guardava dietro irrequieto quando passava; il solo fruscio della sua veste per l'aia lo irritava: cominciò a brontolar contro quella scopa. Anna soppresse quel suo caro adornamento.
La sera amava rifarsi delle quotidiane abnegazioni con un'oretta di lettura: ma la regola della Rocca non ammetteva che si tenesse il lume nella camera per altro uso che per spogliarsi. Una volta, era la seconda settimana, intese Bastiano sotto la finestra che brontolava.
— Ohi, ohi, si veglia il morto?
Però questi sacrifizi portarono il loro frutto.
Un giorno, sul principio, ritornando dalla campagna — sarchiavano il granoturco, — Placido fu sorpreso di trovar la moglie più allegra del solito; gli mostrò sul coffano un mucchietto di ciliegie selvatiche.
— Sai chi me l'ha portate? Indovina.
— Che so io?
— Bastiano.
— Bella roba! Puoi darle al maiale.
Poi Bastiano le recò quasi ogni giorno qualche povero regaluccio côlto per lei nelle siepi, qualche mora o qualche prugna acerba, nelle quali ella gustava il sapore dolcissimo del proprio trionfo.
Ma non si lasciava addormentare da questi successi.
Non aveva dimenticato il progetto per il matrimonio di Mansueto. Non ne parlavano: ma alla Rocca le cose si facevano senza parole: essa non era punto rassicurata.
Risolvette di scandagliare a fondo le intenzioni di Bastiano.
Finita la segatura del maggese ella si trovò in faccende per il bucato, — impresa considerevole che nelle case dei particolari ricchi si fa solo tre o quattro volte l'anno, negli intervalli dei grandi lavori di campagna.
Si metteva il grosso mastello in cucina e quivi si allogava: ciò doveva dare un grande disturbo alla famiglia nell'ora della cena.
Anna pensò di scegliere per la bisogna un locale attiguo e più vasto: una antica rimessa trasformata solo quell'inverno in una stanzaccia coll'erezione di un muro d'argilla — vuota e non finita — mancavano ancora il pavimento e gli affissi alle aperture.
Oltre la comodità aveva un altro motivo segreto.
La costruzione di una stanza alla Rocca non era caso ordinario: supponeva la previsione ben sicura di un bisogno attuale o molto prossimo. Ella aveva risaputo che Mansueto aveva posto mano a tale trasformazione e da questo e da altri segni, l'era venuto il sospetto che quel locale si predestinasse alla sua futura cognata. Aveva perciò provato ad impadronirsene e fu ben contenta di non incontrare opposizioni.
Pel bucato si prendevano cinque aiuti: ma, il primo giorno ad allogare e a dar su il ranno nel mastello, una donna bastava se la padrona dava una mano lei.
Anna si guardò bene dal far novità e curò essa stessa l'operazione. La sera vegliò fin tardi.
Quel dì Bastiano era stato al mercato di Moncalvo a vendere quattro manzi e tornò a notte inoltrata. Prima di salire a porsi in letto si affacciò a darle la buona notte.
— Volete rasciugarvi? gli disse.
Piovigginava e Bastiano era tutto fradicio.
— Donna sull'imbucatura lasciala stare, rispose lui.
— Vi ho serbato un tondo di minestra: la fo riscaldare?
— E là, fatelo: acqua calda risalda le doglie.
La nipote lo servì, gli mescé da bere. Il vecchietto non era in cuor suo malcontento di vedersi lisciato da una a cui il paese dava del lei.
— Avevo pensato una cosa, disse l'Anna, se foste contenti io lascierei qui il mastello addirittura per sempre; sarebbe più sicuro e ingombrerebbe meno. Vedo che lì ci sono de' mattoni per fargli il piede. E, volendo, si potrebbe anche fabbricare il forno. La canna del camino della cucina servirebbe. Che ne dite?
— Già! già!
— Vi pare?
— Che non siete voi la padrona?
— Ma bisognerebbe non aver bisogno della stanza.
— E chi n'ha bisogno?
— Ma se si maritasse Mansueto... disse Anna in un momento in cui la lavorante era andata in cucina a vuotare il ranno rifreddo nella caldaia.
Era il suo modo di definire una cosa inutile.
La donna rientrò con un pitale di ranno caldo.
Anna cambiò discorso; contenta di quanto aveva inteso, differì a un'altra occasione il chiarire il resto.
E non si fe' aspettare a lungo.
Due giorni dopo si recarono i panni al lavatoio comunale nella valle per risciacquarli e stenderli al sole. Mansueto ve li menò col baroccio e tornò la sera a riprenderli.
— Troppo presto, quel giovane, gli gridò l'Aurelia, una delle lavoranti quando lui spuntò nella strada.
Avevano appena cominciato a levar i panni dalle corde.
Mansueto condusse il baroccio nel prato; sedette davanti a' buoi sopra un monticello di terra e s'acconciò ad aspettare.
— Orsù, ripigliò la donna buttandogli il lembo di un lenzuolo, lavorate anche voi, aiutatemi a ripiegare, faremo più presto.
— Uh! vergogna, sclamò la burlona, facendo scricchiare per le risa la veste tirata sopra una vita opulenta, — vergogna! uno che vuol pigliar moglie.
— Non c'è pericolo, borbottò Mansueto di malumore.
Aurelia gettò il lenzuolo piegato nel baroccio e si allontanò.
Anna, presente alla scenetta, si appressò a Mansueto ch'era tornato a sedere col viso basso.
— Perché dite non c'è pericolo? gli domandò.
Lui la guardò a bocca aperta: tutte le volte — era di rado — che la cognata gli rivolgeva la parola lo conturbava.
— Non è vero che pigliate moglie?
— Ah sì!... Era tutto combinato... ma...
S'interruppe; col manico del pungolo smuoveva delle intere zolle di erba.
— Ma, che?
— Siete tornata voi.
— E son io che vi ho guastato i disegni?
— Bastiano ha detto che è inutile: che adesso di donne ne abbiamo abbastanza. Lo ha detto alla Felicita ed essa si è sposata a S. Secondo col Coniglio.
— Vi rincresce?
— Oh per questo mancano donne? Ma già ho belle e visto, per maritarmi intanto mi tocca far la croce.
— Oh perché?
— Eh due galli in un pollaio, due donne in una casa non fanno mai il paio. Poi bocca che piglia e che non rende. Se voi non ci eravate!...
E scavava col pungolo e aveva fatto in terra una buca:
— Broncio o no — a chi tocca il manico e a chi lo staffile. Placido è il più vecchio, se fossi stato io mi sarei maritato io.
— Toccatela qui — voglio che siamo amici.
Mansueto levò con insolita vivacità il viso e poi le toccò con qualche esitanza la mano.
— Lo zio Bastiano me l'ha detto e stentavo a credere; gli dicevo: — quella è una signora.
— E lui?
— Che eravate cangiata — e lo zio aveva ragione ma io non vi credevo tanto onesta.
— Ed ora?
— E là!...
— Volete sotterrarvi lì dentro? gli gridò Aurelia che sopraggiungeva con una gran bracciata di biancheria.
Anna si felicitò molto dell'elogio di Bastiano senza cercare più in là.
Dal giorno del suo arrivo non era più stata a casa sua. Aveva capito che i rapporti colla propria famiglia sarebbero stati non lieve ostacolo a cattivarsi la fiducia di Bastiano; li soppresse recisamente. Diffatti lo zio le lasciò capire la propria soddisfazione. Ella non saliva mai in paese neppure per andare in chiesa.
Una mattina, dopo la messe, alla Rocca battevano il grano, Anna si vide comparire innanzi la sorella Rosa. La ricevette sulla soglia della cucina: non le disse neppur d'entrare.
Nell'aia tutti i Migliasso coi bifolchi, girando passo, passo, spingevano coi forconi le spighe sotto i rulli trascinati alla corsa di due coppie di buoi, che Placido e Mansueto, scalzi cacciavano innanzi a furia di punzoni gridando a squarcia gola va là, va là, va là!
Uno schiammazzo, una polvere e un sole da restarne cotti:
— Vengo a vedere come stai: non ti si vede più.
— Vedi, la bisogna non manca, e l'indicò l'enorme caldaia dove coceva il desinare della famiglia.
— E alla festa cosa fai? non vai mai a casa?
— La mia casa è qui.
— L'uomo dove nasce, la donna dove pasce, brontolò Bastiano senza voltarsi.
— Vo a Murialto, non vuoi nulla? domandò Rosa un po' mortificata di quell'accoglienza che non capiva.
— Saluta la mamma, dille che sto bene, rispose Anna ad alta voce, poi colto un momento che Bastiano proseguendo il suo giro intorno all'aia s'era allontanato, aggiunse pianamente:
— Avverti la mamma di non lasciarmi venire né Gustavo né... altri — non parlo né di lei né di te: hai capito.
— Ti sei fatta molto casalinga.
— Una volta la savia Rosa mi trovava leggera. Sei sempre innamorata?
— Tu lo sei divenuta? Fai la buona moglie.
— Ti pare?
— E ti dirò che ci ha un po' sorpresi: francamente nessuno prevedeva la tua risoluzione.
— E che ne dicono?
— Oh la mamma l'ha molto approvata ed anche il papà; di me non è caso dirti...
— So... so... di voi. Ma gli altri?
— Molti ti dicono furba; taluni ci trova a ridire.
— Sono le donne.
— Si dice che ti sei disgustata con noi, che non ci vuoi più vedere.
— Bisogna lasciarglielo credere sai...
Bastiano coi fratelli Luca e Ludovico tornavano ad avvicinarsi.
— Dunque, addio, disse Anna risoluta, a papà e Gustavo dirai che mi hai trovata in questa tenuta da fantesca, non verranno.
Anna aveva ragione: il flebotomo e Gustavo si guardavano bene dal venire: credevano sul serio alla schiavitù d'Anna.
— I vostri signori ci tagliano i colletti dietro le spalle, disse un giorno Bastiano alla nipote.
— Lasciateli dire, mi lamento io?
La commedia del distacco l'era riuscita assai bene: volle ancora accentuarla meglio.
Prese lo zio in disparte e gli disse:
— Sapete che la cugina Maria ci ha lasciata a me, ai miei fratelli la vigna a S. Sebastiano. La mia parte vorrei la si godesse qui in casa: se ne chiedessi la divisione?
La settimana dopo, un lunedì, giorno di mercato a Murialto, Bastiano, munito di pieni poteri da Anna, passò dai Bossano a negoziare la divisione della vigna.
Il signor Marcello fu tenacissimo nelle condizioni. Bastiano chiedeva la cessione dei due filari inferiori, che facevano pezza con un loro campo: ma il flebotomo protestò che quelli erano i migliori e volle far la divisione da monte a valle: quanto ai frutti raccolti nessuna rappresentazione — concesse la parte dominicale di quelle pendenti.
La signora Cristina, felice di poter fare la corte a uno dei Migliasso, si abbandonò ai suoi istinti di cordialtà e lo colmò di premure. Lei non capiva la resistenza del marito e fe' di tutto per ismuoverlo: ma il signor Marcello tenne fermo.
— I miei patti sono questi, disse fieramente, se mia figlia non è contenta chieda la divisione giudiziale; poiché ha fatto trenta faccia trentuno. Faccia citare suo padre. — Ella avrà il fatto suo non una foglia di più.
Bastiano capì che non c'era da sperar altro e cedette.
Il raccolto del granturco era imminente: il fondo essendo vicino alla Rocca, propose di farlo recare alla cascina e di spartirlo colà bello e mondato.
— No, ribatté il flebotomo, lo spartiremo nella vigna; a casa d'altri io non ci vo' venire.
Anna che s'aspettava dal padre maggior condiscendenza in quel meschino affare disse fra sé:
— Ha scoperto il mio gioco e mira lontano.
Quella stessa settimana cadeva il natalizio del signor Marcello; anniversario domestico che da venticinque anni la Cristina non aveva mai dimenticato di festeggiare.
Anna, invitata, non venne. Dal suo canto il flebotomo non nominò neppure sua figlia; mostrò davanti agli invitati, il più bell'esempio di corruccio paterno — e lasciò alla moglie la cura di commentarlo in buona fede.
Cristina non poteva darsi pace di così enorme mancanza verso l'uomo ch'era l'adorazione di tutta la sua vita. Non s'era accorta dell'indifferenza della figlia se non quando la colpì nel suo Marcello.
— Perché non sei venuta ieri? a tuo padre è molto dispiaciuto.
— Mi rincresce, disse l'Anna asciutto asciutto.
— Perché ci tratti così? Che ti abbiamo fatto?
— Nulla; non ho potuto venire — poi riprese: — credi ch'io mi diverta qui?
Bastiano che veniva dalla stalla venne alla loro volta: si piccava di mostrarsi creanzato.
— Resti servita, cara Madama, disse — Anna, menateli dentro.
Fe' egli stesso i doveri della casa: trasse un fiasco dal secchio dove stava in fresco, prese due bicchieri, mescè nell'uno per la signora Cristina, poi per l'Anna, e bevette lui nell'altro.
Cristina tanto per dir qualcosa disse:
— Sono venuta a vedere la vostra vigna e ad assaggiar l'uva.
— Brava, brava, sclamò Bastiano a labbra strette.
Era quello un tasto stridente: i contadini impallidiscono a vedersi tocca l'uva.
Tuttavia Bastiano fu cortese. La condusse egli stesso nella vigna, sotto l'aia — ma non le lasciò sole un momento — in cambio dell'uva offrì loro dei fichi; li spiccava egli stesso e li offriva sopra una foglia.
Cristina ringraziava mormorando fra i denti: — malandrino!
— E là! chi vuol bene alla casa, la casa vuol bene a lui. Quel che si fa è tutto per loro.
Prima di congedarsi Cristina domandò alla figlia:
— Quando vieni a veder tuo padre?
— Non so. Senti, mamma, non insistere. Hai visto, io sono qui appena tollerata, ed è già molto che sia arrivata a questo. Ma per riescire davvero ci vuole pazienza. Ed io voglio riuscire. Perché avrei sposato Placido se dovessi alla fine trovarmi anche povera? Dunque, scusa, ma il meno che ci vediamo sarà meglio.
— Ma se tuo padre mi chiede di te?
— Non ti chiederà, vedrai. Certe cose, a cui le mamme buone e minchione come te non arrivano, i babbi accorti come lui le capiscono.
Cristina restava lì interdetta cogli occhi imbambolati. Non capiva davvero.
Anna si pentì un momento d'essere stata troppo ruvida. Diè un'occhiata intorno; Bastiano era rientrato nella stalla a deporre nella mangiatoia una manata di erba, sterpata sotto i filari nella vigna. Anna prese sua madre pel braccio e le mormorò all'orecchio:
— Un giorno sarò ricca, libera e staremo allegri. Credi che ti voglio sempre bene.
Bastò questo a racconsolare la Cristina.
Il signor Marcello non chiese difatti di Anna. Ella si provò a parlargliene: erano soli e lui si mostrò tranquillissimo. Cristina non ci si raccappezzava affatto: solo capiva che suo marito e suo figlio erano più profondi di lei.
Anna perseverò dunque ne' suoi propositi. Sentiva man mano dileguare intorno la diffidenza della famiglia.
Bastiano arrivò fino a valersi di lei pe' suoi affari. Si faceva leggere e spiegare degli atti, ma, s'intende, quello solo che non capiva da sé e mai tanto da far capire a lei. Ella poi era di una discrezione a tutta prova.
Verso la fine di settembre alcune misteriose indisposizioni la fecero avvertita ch'era madre. Suo primo sentimento fu un vivo dispetto. Questo richiamo ai suoi uffici di donna l'umiliava, si sentiva sì poco del proprio sesso! Le pareva che la maternità dovesse impacciarla nel suo piano di guerra. Ignorava quanto fosse tenace in quella famiglia primitiva l'istinto della propria conservazione.
Un'indiscrezione di Placido, che a tutta prima la incollerì, le valse nuovi e singolarissimi riguardi da parte dei Migliasso.
Erano i giorni della vendemmia, il massimo lavoro dell'annata. Il compito di massaia diveniva allora più che mai gravoso. Ma Bastiano volle che prendesse un maggior numero d'aiuti.
Le uve scelte si vendevano in mucchio nella vigna; le altre si recavano a casa. La sera sin oltre la mezzanotte si pigiava in cantina e si metteva in tino. L'uso di versar in ciascun vaso una caldaia di uva cotta per dar colore al vino, portava un gran trambusto in cucina. Però lo zio verso le nove veniva a mandarla a letto.
— Quanto credete renderà il raccolto?
I prezzi erano molto alti; le fece fare il calcolo dell'uva venduta e del presumibile prodotto del vino. Ammontava in tutto a diciotto mila lire.
— La cascina di Orcherio, riprese Bastiano, è da vendere, noi la compreremo in testa all'erede: così il governo non gli mangerà più sul testamento.
Da quel giorno l'erede entrò ufficialmente nei calcoli della famiglia.
L'Anna aveva finalmente titolo e grado di padrona.
Ma una segreta inquietudine turbava quel suo successo. Il contegno di Placido, la cui densa pigrizia resisteva a tutti i suoi stimoli, era per lei una lotta continua, tediosissima. Doveva metterci tutta la sua fermezza, durare una pena infinita per indurlo a far il proprio dovere; egli cedeva alla fine ma con che malagrazia!
Quando v'era, lavorava sodo come un bue, ma bisognava aggiogarlo a forza.
La festa non mancava mai di far la sua mezza giornata in paese e qualche volta ci andava anche tra settimana alla sera. Dopo cena scappava, colla furia di un collegiale, a Murialto, e non ne tornava che a notte avanzata e l'indomani era sonnolento e svogliato.
Tra la vendemmia e la sementa passa più di un mese: tempo di sosta pei lavori di campagna, giorni di solito piovosi che si fa in casa la svinatura, e si schiacciano le noci per mandarle alla macina. Allora le sagre occorrono là più frequenti e sono queste le più allegre dell'anno.
Placido ci andava volentieri: fibra fiacca di buontempone pigliava il godimento più facile, più alla mano.
Le sagre nell'Astigiano e nel Monferrato durano due giorni, la domenica e il lunedì. I giovinotti e le ragazze del vicinato non ci vanno che il pomeriggio del primo giorno e la sera del secondo, un paio d'ore per ballare. Invece per i viziosi induriti, per i festaioli seri sono gozzoviglie grossolane, monotone sterminate come quelle dei Niebelungen, di quarantottore di seguito: pranzano, merendano, fanno la cena all'imbrunire, l'arcicenone a mezzanotte; poi colazione coi peperoni e il cacio bruss, e daccapo pranzo, merenda come il giorno prima: tra un pasto e l'altro bevono incessantemente. Il bere è un affare, un compito indeclinabile, una prova di serietà, un dovere di ospitalità e di creanza. Si esce da un luogo dove si è bevuto, per entrare in un altro dove si ha da ribere. In ogni casa sulla tavola della sala, o sull'arca della cucina, secondo la condizione, vi è un bacile di bicchieri e sulla madia, sul canterale, sulla tavola o sotto, una fila di bottiglie. Il capocasa va in giro per il paese a caccia d'invitati, le donne aspettano sulla porta di casa. Il ricusare l'invito è un'offesa grave. I festaioli però bevono onestamente dappertutto.
Placido ci aveva il suo orgoglio a dar prova di serietà. Di solito andava in festa la domenica sera, non ne tornava che il martedì all'alba, intorpidito, sbalordito, accanito contro il lavoro.
Queste allegrie hanno spesso delle frangie, i festaioli più provetti si accompagnano a casa gli uni gli altri e in ciascun luogo si fa qualche boccone e si beve qualche bicchiere.
Placido non aveva mai ardito menar a casa i camerata: il codice della Rocca sgomentava i più coraggiosi.
Ma una mattina di novembre un martedì — egli mancava dalla domenica — capitò alla Rocca con Gustavo. Tornavano dalla festa di Cortanze e Gustavo s'era fatto offrire dal cognato i peperoni.
I lavori della semente incominciata pressavano; tutta la famiglia stava fuori nei campi; Anna rimaneva sola in casa.
Placido disse al cognato di salire nella sua stanza e andò in cucina a pigliare l'occorrente.
Anna gradì ben poco la visita del fratello.
— Non avevo che fare e son venuto a vederti.
— Io ho che fare, rispose l'Anna.
Lui si buttò sbadigliando sul coffano:
— Non mi chiedi nemmeno mie notizie, sorella garbata.
— Vedo che non sono belle, rispose Anna, dandogli un'occhiata di scancio.
— Non si trova più un bicchiere schietto. Ma sai che diventi una famosa egoista tu? I Migliasso ti hanno appiccata la rogna dell'avarizia!
In quella capitò Placido colle provvigioni: una tovaglia piena di peperoni, il tegamino coll'olio e le acciughe e sotto le ascelle due pinte di vino:
— Non è mica vero! ribatté lei sbarrandogli la porta.
— Non mi far la sciocca, sclamò Placido a cui la presenza del cognato dava coraggio. Insisteva per entrare, ma l'Anna fu irremovibile.
— Guarda, disse Gustavo, è una vera prepotenza.
— Tu sta zitto.
— Oh io dico che Placido ha ragione: è un uomo lui.
— È un vagabondo come te.
Se vollero far colazione, dovettero andarsene altrove.
Intanto per questi sollazzi occorrevano quattrini. Anna non sapeva dove Placido li pigliasse.
Un giorno che bisognava spaccar legna per la cucina, Bastiano le mandò il servitore, una specie di facchino che i particolari tengono per i lavori più umili della campagna e in casa non ha quasi nulla da fare.
Anna si vide comparire davanti Quirino:
— Tu qui?
— Non lo sapeva? sono qui da due giorni. Ho inteso che Bernardo se n'andava mi sono offerto a Bastiano e lui mi ha preso.
— Per me sì, purché sia contenta lei... balbettò il contadino.
— Certamente, tu mi sarai utilissimo.
— È quel che ho pensato io — disse Quirino con una vivacità che rivelava tutto un progetto e la gioia di averlo spuntato — ho pensato che lei aveva bisogno di una persona fidata.
Un beato sorriso illuminò quel suo buon faccione rubicondo.
Da quel dì egli ridiventò lo schiavo dell'Anna.
La sera, quando tornava dalla campagna, poteva ben essere pesto dalla stanchezza, non saliva al suo giaciglio nel fienile senza offrirle i suoi servizi. Una sera Anna aveva già risposto due volte il solito: «nulla, buona notte» ed egli non se ne andava.
— Che vuoi?
— Mi perdoni, rispose Quirino sottovoce, voleva dirle che sor Placido si fida troppo del Raspetto.
Una volta Quirino dava del voi a Placido, ma, dacché aveva sposata l'Anna, lo trattava col sor.
— Si fida come?
— Stamattina quella forca ha portato al fornaio del frumento che certo non ha seminato lui. Se fossi nel sor Placido non gli lascerei la chiave del granaio.
— Quando i figli di famiglia e le donne vendono roba di nascosto si dice da noi che fanno il gobbo — il malfatto.
Quirino la informò poi che Placido vendeva grano al Raspetto, che praticava questo commercio — e gli aveva dato le chiavi perché venisse di notte a torselo.
— E questo accade spesso? domandò l'Anna, tremante dalla collera.
— Dacché son qui, due volte. Ma la canaglia ci va anche per conto proprio.
Anna aspettò l'indomani il Raspetto, che avendo un fondo a colonia dai suoi vicini ci teneva delle provvigioni che servivano a meraviglia per coprirne i gobbi e il resto. Lo affrontò direttamente e gli chiese la chiave del granaio. Il mariolo non si scompose; ci voleva ben altro: era la rapacità in persona, la rapacità inesorabile del contadino, incorreggibile, quasi ingenua e insieme scaltrissima, avventata come un istinto ma accorta come un proposito, cinica e irrefrenabile. Si sapeva che egli rubava di tutto e sempre — non si poteva dir né come né quando; v'era la certezza, mancavano assolutamente le prove. In campagna l'essere ladro non nuoce quasi alla riputazione, la vergogna comincia dalla condanna, come a Sparta. Egli stesso se ne compiaceva; l'epigramma del suo soprannome lo faceva sogghignare.
Gli attribuivano delle confessioni singolari.
Una volta aveva detto: — basta che la mia vigna mi faccia delle foglie, dell'uva gliene fo far io. Passava fuori gran parte della notte e soleva ripetere che un'ora di notte val più di una giornata intiera. Le sue ruberie prendevano, salvo la violenza, tutte le forme, dal furto semplice allo scrocco e alla piccola usura: per la grande alle volte aiutava il Dritto, che se ne serviva e lo superbiava. Già da ragazzo adunghiava in casa e nascondeva il danaro come le gazze. Suo padre, mugnaio meschinello che macinava solo qualche mese all'anno quando la Versa veniva, lo teneva spesso legato come una bestia malefica e così anche se lo traeva dietro per le strade: lui a cavallo del somaro, il figlio a piedi. Aveva un fratello maggiore che andò soldato come surrogante ed era al reggimento quando il padre fece l'ultima malattia: avvertito dal pievano accorse, trovò la casa nuda, il povero mugnaio ravvolto in un lenzuolo ripiegato in due e tutto toppe e il Raspetto dolentissimo di non averlo sotterrato in tempo da imbarcare anche il letto. Lo stabile del mulino apparteneva alla vedova Arri, e rendeva poco più della pigione — lo abbandonò.
Era il tempo che i nobili cominciavano a vendere e che gli ebrei d'Asti e di Casale compravano le grandi possessioni per rivenderle a pezze pagabili ratealmente sfruttando le avidità dei contadini con un'usura spaventevole. Ma, mentre molti s'impaniavano perdutamente egli che non aveva nulla da perdere ci guadagnò. Acquistò un campicello stralciato dai beni del conte d'Albereto e ne pagò la prima rata col gruzzolo ricavato dai mobili paterni, poi avviluppò il suo creditore in così fitta rete di cavilli, di riconvenzionali, di eccezioni che ottenne buon mercato del resto. Divenuto proprietario, mutò il campo in vigna, vi fabbricò una casuccia e la rassicurò tosto contro gli incendi. Il Raspetto aveva capito l'utilità di questa istituzione; fu dei primi ad usarne. Quello stesso anno la casa pigliò fuoco; la Società, nuova, che ci teneva a combattere i pregiudizi ostili alla sua diffusione, non badò a minuzie, pagò ad occhi chiusi e largamente: col premio che n'ebbe il Raspetto rifece la casa e comprò anche una nuova lista di terreno. Il suo piccolo podere diventò una terra promessa, fruttò sempre il cento per cento. Poi cominciò ad aiutare le donne non vedove e i figli non orfani. Ma nonostante la sua agiatezza egli continuò a girare la notte in busca di concime e altri generi e l'inverno andava oltre Po a mendicare; tornando a casa con dei sacchi di pan secco che gli bastava tutto l'estate fino alla meliga nuova.
Il Raspetto restituì la chiave ad Anna e la salutò dicendo:
— Se ha bisogno di qualcosa non mi faccia torto.
Anna ideò un gran colpo di scena. Prese una trentina di lire che le rimanevano e le recò a Bastiano insieme colla chiave:
— Placido ha avuto bisogno di denaro e s'è servito del granaio: ha venduto qualche emina di grano. È una cosa che non posso approvare — e vi restituisco per lui il prezzo che n'ha ricavato. Eccovi la chiave, nascondetela meglio.
— Il ragazzo leva i tegoli sopra il suo tetto. Trenta lire? chi sa quanto ha perduto. Quante emine sono?
— Cinque o sei.
— E il grano vale sei lire! sclamò con un sospiro Bastiano e se n'andò borbottando: leva i tegoli sopra il suo tetto.
— Voi che avete più giudizio, tenetelo d'occhio. Trenta lire in due giorni. Date retta, Ciaccio butta con le mani cercherà coi piedi.
La sera l'Anna avvertì Placido che lo zio sapeva del grano venduto. Egli disse bofonchiando:
— N'ho piacere.
Non aveva più soggezione di lei. Anna non s'era accorta che quella sua severità, quella superba umiltà di modi, aveva molto scemato le sue attrattive e quindi la sua influenza su lui.
Placido le resisteva: l'ambiente lo aiutava.
Ella doveva, oltre che per sé, lottare per lui — contro di lui.
Poi il suo stato la irritava, le dava dei cupi momenti di sconforto. Quello sforzo immane continuo cominciava a pesarle.
Qualche volta, sola nella sua stanza, girando lo sguardo al sordido squallore che la circondava, si abbandonava a una profonda stanchezza. Si sentiva invecchiare e l'avvenire la sgomentava. Coll'inverno erano tornati i giorni grigi e lugubri che tanto l'avevano aduggiata l'anno prima. Quando scendeva nella stalla, al vedere quei sei fantocci immancabilmente inchiodati al loro posto, immobili, che filavano, filavano cupi come sei parche il filo della sua bella gioventù, un'ansietà crudele le sussurrava in cuore: — quando? — erano eterni coloro... Dubitava di poterli sotterrare!
Tuttavia perseverava.
Guardava i passeri che saltellavano fra i rami brulli, chiamando col loro cinguettio la primavera e si studiava di imitarli.
Il suo spirito affogava nel tedio e fantasticava tristamente, le sue mani sbrigavano macchinalmente le faccende di casa.
Finalmente una sera alla fine di dicembre fu assalita, dopo cena, dai dolori di parto. Entrò in un furore indicibile. Placido che era a veglia in una stalla a S. Gregorio venne per assisterla: ella lo cacciò. Quell'ingenua compiacenza di marito che non è punto eroica ma è in quell'occasione così dolce conforto alle mogli amorose, le faceva schifo, l'umiliava.
La signora Cristina, avvertita da Quirino non si lasciò intimorire dall'ora notturna e dal fango della strada e accorse. Essa e la comare assisterono sole la figlia. Il parto fu laboriosissimo, ma l'Anna si diportò eroicamente. Addentò un guanciale e non lasciò sfuggire né un grido né un lamento. Non fu liberata che verso il mattino.
Bastiano aveva passata la notte vegliando con Placido nella stalla, parlando dell'erede.
All'alba la comare venne a dirgli che l'Anna aveva dato alla luce una bambina. Crollò la testa e sclamò:
— Ragazzo mio, invece di un credito, la tua donna ti ha fatto un debito.
E andò disilluso a buttarsi sul letto.
L'indomani nessuno della famiglia salì a trovare la puerpera; nessuno fece caso della neonata.
Placido preparò da solo nell'indifferenza assoluta della famiglia il battesimo.
Ma la povera creaturina, accolta con tanto mal'animo al suo primo entrare nel mondo, non ci si trattenne che una giornata. Verso sera ella lasciò quetamente e senza un solo vagito questa vita che aveva per lei così poche promesse e così tristi pronostici.
— Oh il caro angiolo, sclamò singhiozzando amaramente la signora Cristina, che già sentiva per essa una nuova maternità, il caro angiolo, non la volevano e se ne è andata.
— In poche ore s'è buscato il paradiso, là la tratteranno meglio, sentenziò la comare, felice di far notare che ella amministrando il battesimo in periculo alla piccina le aveva dischiuso le porte della salute eterna.
Placido, che tornava dalla chiesa, trovò sul canterano, stesa sopra un guanciale, la sua creatura: il piccolo corpicino era già freddo, il visino affilato come da lunghi patimenti, cogli occhi aperti e bianchi, aveva un'espressione di tristezza infinita.
Placido si lasciò cadere sopra una sedia, nascose il capo fra le mani e diede in un pianto dirotto.
— Orsù lo garrì l'Anna battendo i denti convulsamente, che vuol dire? se fosse vissuta l'avreste fatta patire.
— Andiamo, Anna, non lo affliggere — disse con voce di pianto la madre.
— Afflizione di coccodrillo! sarebbe stato capace di mantenerla?
Bastiano interruppe questa scena affacciandosi all'uscio. Chiamò fuori Placido e gli disse:
— Per far la cassa prendi la cenca vecchia nella stalla: i chiodi li ho io.
Le due donne intesero e si guardarono con involontario ribrezzo
— Ah povera Nina, in che mani sei cascata! sclamò Cristina.
Anna tacque: ma il suo occhio balenò di collera.
La signora Cristina ordinò la sepoltura — mandò Placido con Quirino a prendere l'occorrente a casa sua.
Quando, l'indomani, intese l'invito delle campane, la signora Cristina levò essa stessa piangendo il cadaverino, lo profumò, lo ravvolse con cura in una ricca fascia guarnita di pizzi, lo adagiò, lo cosparse di semprevivi e di mirto.
Poi discese a distribuire le livree, rosette di nastro bianco, alle fanciulle venute per far onore alla morticina. Placido aggiungeva un candelotto.
Anna finché duravano questi tristi preparativi tenne gli occhi chiusi: aveva bisogno di rimaner sola: quella solennità, quel funebre apparato, il dolore di sua madre e di Placido le davano uno strano malessere. Era mortalmente triste.
La sepoltura si avviò: la sentì salire, passare a poche braccia dal suo finestruolo. La cantilena si allontanò lenta, dolce, tutta d'accenti sereni e finì col confondersi allo scampanìo che pareva discendere dal cielo ad incontrarla. — Sentì che qualcosa le sfuggiva, la parte migliore di sé stessa, e si dileguava insieme con un vago ricordo della sua fanciullezza, un profumo di gioie soavi, un'eco di candide malinconie. E pianse, dopo due anni, la prima volta, e di dolore.
Tornò, dopo una settimana, alla vita di prima, al suo proposito, promise a sé stessa di mantenervisi salda sino alla fine. E dovette combattere contro ostacoli infinitamente maggiori. Prima di tutto la rinata ripugnanza per quella casa e quella gente. Poi contro la disistima di Bastiano. La comare aveva pronunziato di lei una sentenza terribile: aveva pronosticato che non avrebbe altri figli: ciò doveva nuocerle irreparabilmente nell'animo dei Migliasso, nelle loro ambizioni umili ma tenaci come la terra dei loro fondi.
Passarono dieci mesi nei quali la vita alla Rocca fu semplicissima. Si seminò il grano turco, si sarchiò il frumento, si segò il maggese, si fece un discreto raccolto di bozzoli, un secondo fieno superbo, una messe mediocre, una vendemmia cattivissima: altre vicende, visibili, nessuna.
La simpatia dei Migliasso si raccoglieva come la lumaca nel nicchio. Placido era un po' più pigro ed indolente. Anna tanto più rigida nei modi quando meno salda si sentiva in cuore. S'accorgeva giorno per giorno che perdeva terreno, la vigilanza era cessata, cominciava l'abbandono. Il solo Gioachino si mostrava ancora sensibile a suo riguardo. Nei suoi crepuscoli d'intelligenza, c'era sempre qualche barlume di tenerezza. Il suo ventre soddisfatto aveva dei fiochi istinti di riconoscenza: qualche volta, a quattr'occhi, alzava il capo dopo una lunga e grave meditazione per dirle: — buono il mangiare d'oggi — e per chiederle qualche po' di maritozzo che poi rosicchiava di nascosto.