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DUE POLI
Camillo aveva chiesto le dimissioni. Il colonnello lo fece venire nel suo gabinetto e gli domandò il motivo di questa risoluzione.
— Il servizio militare non mi piace più, rispose lui francamente.
— E, in grazia, capitano, si può sapere il perché non gli piaccia più?
— Perché non ci si fa più nulla di serio.
Il colonnello diè in uno scoppio di collera.
— Lei perde il rispetto ai superiori, al corpo, alle istituzioni. Starà agli arresti per... una settimana. Vada, vada.
Non volle sentir altro.
Camillo ubbidì: fece, senza mormorare, la sua settimana di arresti; poi ripresentò la sua domanda.
Il colonnello, nell'accettarla, disse:
— Firmo il vostro castigo; voi eravate buon soldato, domani non sarete più nulla: la vostra virtù stava nella disciplina. — E gli voltò le spalle.
Quando arrivò il decreto, Camillo si recò dal colonnello che non lo volle ricevere, salutò i compagni, uscì dal forte e discese in Genova.
L'ultimo convoglio per il Piemonte era partito; dovette soffermarsi la sera. Si trovò impacciato di quelle prime ore di libertà. Girellò per la città si ritrovò dopo due ore di noia ineffabile, in piazza dell'Acquaverde e mentre si ritirava all'albergo Nazionale, deciso di non uscirne più fino al mattino per partire, s'imbatté in un forastiere che, annoiato, impaziente quanto lui, piantato sulla soglia, non faceva che guardare l'orologio ogni momento, e l'accostava all'orecchio per assicurarsi che andava: e finì col chiedere l'ora a lui:
Camillo non ebbe tempo a rispondere: Ernesto gli si era buttato al collo.
— Tu!
— Tu!
— Di dove vieni?
— Da Milano. Tu stai qui?
— Parto stasera per Murialto. E tu?
— Parto anch'io fra due ore ma per più lontano. Vo' in America, in Australia, non so nemmen io.
Entrarono nell'albergo: sedettero a cena.
Ernesto era tutto infervorato della propria decisione.
— Ti ricordi i nostri discorsi là nel giardino? ebbene io sono sempre quello: sempre la stessa smania di muovermi. — Ho provato gli impieghi, il commercio, dappertutto mi son trovato allo stretto: bisogna andare avanti a passettini di formica, non mi ci posso adattare. Che nessuno mi senta, sono ambizioso, sono divorato dal desiderio di diventar qualcosa, di compiere qualcosa di grosso — e non ritrovo che chiuse e barriere in ogni mio desiderio. Certi momenti mi piglia un gran terrore: temo di cozzare in qualche articolo del codice penale — e scappo, scappo al largo, andrò nelle Savane, a scorazzarvi a mio talento: forse chissà troverò là quello che mi bisogna.
— Qui, caro mio, riprese poi, per noi non c'è nulla da fare: dopo le campagne nazionali ogni moto è finito: ci vogliono degli uomini pazienti, studiosi che sappiano fare come la lumaca cento giri sopra una foglia, — non mi ci sento. Non c'è più nulla da fare, ripeté, ciondolando la testa.
— Non c'è nulla da fare, mormorò anche Camillo. Poi gli disse della sua dimissione.
— Dunque sei libero?
— Non hai più nessuno.
— Ho mio padre, disse tristamente Camillo...
— Dico bene, nessuno. Vieni con me?
— Ma ci vorrebbe il tuo coraggio.
— Col mio carattere, con le mie malinconie ti sarei d'impaccio. Anch'io sono sempre lo stesso, quel povero ragazzo, ombroso, indeciso... senza volontà. Il mondo è angusto per te — per me è troppo vasto, mi ci perdo. Lascio il servizio non mica perché mi pesasse, l'avevo scelto perché il suo rigore mi teneva luogo d'energia, perché vi si può essere risoluti semplicemente coll'obbedire, ma adesso che non ha più uno scopo pratico, non mi avvolgeva più abbastanza condannandomi a un ozio travaglioso alla vista del mondo. Tanto fa oziare a modo mio.
— Sì, mi chiuderò nella casa di mia madre ad Albereto.
— È un vero suicidio! Vuoi rinunziare così ad ogni avvenire?
— L'avvenire, debbo dirtelo? m'infastidisce: non c'è nulla davanti a me che mi sorrida, che m'inviti, nulla... e invece non vivo che di rammarichi. Tutti i miei desideri mi riconducono verso la mia giovinezza...
Ernesto non poté trattenere un atto d'impazienza...
— Era triste, lo so — riprese Camillo — ebbene quei dolori là mi son cari, ne sono orgoglioso, e ora vorrei tuffarmici dentro, ravvolgermi in essi, difendermi con essi, contro la noia... la noia, ecco il terribile nemico.
— Dunque bisogna centuplicare la propria attività.
— Bisognerebbe averne dell'attività!
— Almeno distrarsi, tu sei ricco; puoi viaggiare; fare della politica...
— Divertirti, fare all'amore!
Camillo si scolorì in viso e tacque.
— Eh diamine, sclamò Ernesto dopo una pausa, sono malinconie che svaniranno: tu sei passato dal carcere della casa alla galera della caserma, non hai vissuto mai, aspetta che la tua volontà possa sentirsi e ripiglierai coraggio... fai una cosa, vieni con me.
Camillo tentennava sempre la testa. Ernesto non poteva capacitarsi. Insisté ancora per menarlo via; il progetto era quasi diventato un bisogno per lui: il suo carattere imperioso passava facilmente dal desiderio al volere. Ma Camillo aveva un sorriso inesorabile contro il quale tutte le insistenze, le preghiere si rompevano.
Quando Ernesto ebbe esaurito tutti i suoi argomenti, egli trasse l'orologio e disse pacatamente:
— Se vuoi ch'io t'accompagni a bordo, vengo.
In quel mentre il camerire dell'albergo veniva ad avvertirlo ch'era l'ora di scendere al porto.
Scesero insieme, a braccetto, senza parlare. La luna scherzando coi comignoli dell'alte case faceva degli effetti fantastici.
Seduti nella barca si presero per mano. Ernesto si sentiva caldo e si sbottonò il panciotto.
— Non ti dar pensiero, l'altro rispose, ho la flanella.
E non dissero altro.
Strada facendo nella stretta e tortuosa corsia il barcaiolo indica a loro i legni in partenza: — quello parte domani per l'Inghilterra, e l'altro vicino per Smirne: l'altro in faccia per la Plata domani sera. — E tuttedue pensavano alle migliaia di leghe che li avrebbero separati; alla misteriosa fortuna che disperde nella vita gli amici d'un giorno come le navi per la vastità de' mari.
Finalmente arrivarono al Rabelais, un vecchio legno dell'Havre, quello che doveva trasportare Ernesto: la luna ne disegnava, ne proiettava lungamente sull'onde il gigantesco, quasi mostruoso profilo: la macchina tronfiava e sbuffava, le catene della gru che caricavano la stiva cigolavano.
Ernesto buttò le braccia al collo dell'amico: attaccò le labbra alle sue, e ve le tenne qualche minuto; poi corse su per la scaletta senza parlare.
La barca di Camillo si allontanò lentamente: egli si fe' rivogare intorno al vapore fino a che esso partì con superba e maestosa sicurezza. Poco dopo svoltò dietro la lanterna e non rimase che una lunga e densa striscia di fumo in aria e una scia plumbea sulla superficie scintillante del mare.
Ancora una delle immagini della sua giovinezza che lo abbandonava.
Camillo partì l'indomani col primo treno per Asti e nello stesso giorno venne difilato a Murialto.
Suo padre, al vederlo, non mostrò né maraviglia, né commozione; lo ricevette come tornasse da una passeggiata.
Al desiderio espressogli da Camillo di abitare ad Albereto non oppose alcuna eccezione: e l'indomani Camillo venne a rifugiare l'invincibile sua tristezza nel vecchio rudere dove i suoi veri antenati s'erano spenti.