Roberto Sacchetti
Vecchio guscio

Parte terza

II GIOIE MODESTE

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II

GIOIE MODESTE

 

 

Severino, venuto quell'anno a casa per le vacanze pasquali fu assai sorpreso di non trovarci la Rosa: la signora Cristina gli disse che sua figlia stava bene ma che aveva mandato ad avvertire che un lavoro di premura la tratteneva a Repigliasco. La povera madre non se ne poteva capacitare.

Severino indugiò un giorno, poi vinto dall'impazienza prese la strada alle buone e venne a Repigliasco. Credeva di fare alla Rosa chissà che sorpresa; trovata la porta aperta entrò in punta di piedi con un gran batticuore; ma la Rosa gli venne incontro, lo salutò con un'allegra risatina, dicendo:

— Lei è in ritardo di quasi mezz'ora.

— Mi aspettavi? Non è possibile!

— Tanto possibile che ti ho preparato da pranzo.

Spinse l'uscio del salottino terreno e mostrò il desco preparato per due sul quale i piatti coperti aspettavano i commensali.

— Ma chi ti ha detto?... domandò Severino tra l'incredulo e lo stupefatto.

Rosa levò il mignolo della mano sinistra e disse:

— Questo!

Severino ebbe un'arditezza straordinaria: le prese quella mano e ripiegandola con dolce violenza la obbligò a toccare il seno della parte sinistra.

— Questo, soggiunse.

— Oh! oh! che ne sa lei? e passando il braccio nel suo lo tirò nel salotto e lo fe' sedere a tavola.

Il sole entrava di sbieco: il muro bianco, le cortine bianche, la tovaglia candidissima davano al luogo una festività luminosa.

Un grosso mazzo di viole in fresco sul caminetto sposava il suo profumo alla fragranza della campagna.

Severino rimaneva incantato:

— Sicché non mi serve? lo garrì la Rosa.

la verità, soggiunse Severino, perché non sei venuta ieri a Murialto.

— Prima di tutto perché ero sicura che tu saresti venuto qui, dove ci si sarebbe potuti parlare più liberamente.

Parlare di che?...

— Poi perché ho del lavoro.

— Quale lavoro?...

— Lo saprai a suo tempo, disse Rosa ammiccando maliziosamente; — se avrai pazienza.

Pazienza! ma a lui pareva d'essere in paradiso; e il delizioso saggio della vita sognata da quattro anni lo mandò in visibilio. E Rosa, sorridendo lo serviva e si godeva la festa ch'egli faceva ad ogni boccone.

— Perché non mi hai avvertito? Ieri nell'andare a Murialto sarei passato di qui a .

— Tu avresti ritardato di qualche ora a tuo padre il piacere di riabbracciarti: e questo io non volevo.

Finito il desinare venne la figliuoletta dello speziale per la ripetizione: allora Rosa disse a Severino:

Signor maestro, faccia, se si sente, ripassare il compito alla Gigia, ch'io sono occupata.

La Gigia non ebbe a lagnarsi del cambio: il maestro non ebbe alcuna osservazione da farle.

Poi la Rosa venne ad invitarlo a fare due passi: discesero per l'orto nella valle e presero il sentiero della Versa, tra i cespugli, all'ombra de' quali le pervinche aprivano a migliaia i loro occhi azzurri. Erano discesi in silenzio: per comprendersi non avevano bisogno di parlare. Ma ad un tratto Rosa si fermò, fece il viso serio e disse al compagno:

— Fra un mese, al S. Secondo, saranno quattro anni che noi ci conosciamo.

Sicuro: ti ricordi...

Lasciami dire: in quattr'anni che tu sai tutti i miei pensieri, che mi hai vista nelle prosperità e nelle disgrazie, ti è parso ch'io meritassi la tua stima, ch'io sia mutata?

— Sì, disse Severino, sei mutata... sei diventata più bella, più adorabile...

Orsù, sclamò Rosa ridendo, non c'è verso di parlare sul serio con lei: se non ci si mette riparo diventa pericoloso...

Poi si rifece contegnosa e con una leggera esistenza soggiunse: — tu sei buono, paziente e ti sei rassegnato ad aspettarmi. Non dimenticherò mai il sagrifizio che mi hai fatto.

Ta! ta!... interruppe Severino, ma io ti aspetterei sino al del giudizio se fosse necessario — hai detto cinque anni — sono lunghi — ma finiranno.

— Se ora avessi mutato avviso, riprese Rosa, e ti pregassi di prendere una grave decisione, non faresti mica un cattivo giudizio di me? Se ti dicessi...

Severino impallidì, le prese la mano.

— Che vuoi dire?... sclamò con passione.

— Se ti dicessi di sposarci adesso?

Severino impallidì ancora di più e non poté rispondere altrimenti che con un sospiro, nel quale pareva dovesse svaporare tutto intero.

— Che ne dici? domandò Rosa prendendo il suo braccio.

Severino, quando poté mettere insieme dieci parole rispose:

— Io dico che farei dei salti di gioia fino a Murialto e che monterei sul campanile di S. Giovanni per gridare a tutti che son felice. Che vuoi che ti dica: penso che tu sei saggia e prudente per dieci: se a te par ben fatto, figurati a me!

E quel giovinotto tanto savio che pareva nato maestro si abbandonò ai più stravaganti accessi: ballò, saltellò, saltò i fossi a' pie' pari. Fortuna che la scolaresca di Morisengo non era a vedere.

Rosa per quetarlo prese la risoluzione di tenerlo a braccetto: e allora lui si die' l'aria del marito che va a passeggio con la moglie sotto i portici di Po, passò dalle allegrie pazze alle pazzie serie.

Ma nel rientrare in paese la timidezza gli ridonò l'usato decoro. Lasciò il braccio della fidanzata e camminò decentemente al suo fianco.

Allora Rosa gli disse:

— Noi ci sposeremo, se credi, al principio di maggio, proprio il giorno di S. Secondo ma per ora non bisogna dir nulla con nessuno.

Severino accompagnò la Rosa fino a casa: essa lo menò nel salotto dove due ragazze stavano lavorando.

— È il mio corredo, gli disse nell'orecchio. Poi lo spinse verso la porta e soggiunse:

— Ed ora vada, vada che è tardi.

Severino riprese la strada di Murialto chiedendosi se egli viveva in questo mondo e in un altro migliore.

Suo padre l'aspettava e, cosa che lo sorprese, senza ombra d'inquietudine. Non lo lasciò neppure aprir bocca e gli domandò sorridendo:

— Dunque hai combinato?

— Tu sai?

Sicuro, credi che la mia Rosa farebbe nulla senza chiedere l'avviso del suo vecchio maestro?

Egli si godette l'imbarazzo del giovane poi s'alzò trasse dallo scrigno una busta e gliela porse:

— Ecco le tue cinquecento lire, capitale ed interessi. Tu non capisci la brava donnina che hai trovata: dai a lei i tuoi risparmi e credi che lei li vada a buttare in quel pozzo senza fondo di casa Bossano.

— Li ha dati a te?

— Alla buon ora, ci sei arrivato finalmente!

Tutto rimase dunque fissato per il S. Secondo. Quindici giorni prima Rosa avvertì sua madre, e la scongiurò di non far nulla, assolutamente nulla salvo la domanda per la celebrazione del matrimonio in chiesa. Fu inteso che dopo la cerimonia gli sposi sarebbero andati in casa del maestro e di la sera stessa partiti per Morisengo. — Così almeno, disse Rosa, si invitano quelli soltanto che vogliamo noi e si evitano spese inutili alla famiglia.

La vigilia del gran giorno Rosa, dopo la scuola, sull'imbrunire venne a Murialto da sua madre. L'Anna si trovava in salotto quand'ella entrò, non la vedeva da parecchi mesi e rimase dolorosamente colpita dal cambiamento che notò in lei. Aveva il viso sfatto e negli occhi una cupa tristezza.

Fu lei la prima a dirle:

— Dunque ti faccio mille auguri; quanto a congratulazioni stimo prudente astenermene. L'avvenire non è mai quello che noi ci immaginiamo.

Rosa disse con bontà:

— Lo so, lo so, Nina, tu ti meritavi una sorte migliore.

Anna fissò in volto la sorella ma vi lesse una commozione tanto sincera e profonda che ne fu disarmata. Le prese la mano e gliela strinse vivamente.

— Se non altro disse, il tuo Severino non è un fannullone.

Poco dopo entrò Severino, Anna con insolita garbatezza lo salutò.

E, avendo egli, sempre timido, pronunziato qualche parola eccessivamente umile:

— Non dite così, ella gli disse; un uomo che sa farsi amare a quel modo da una donna non è un uomo volgare.

Poi si ritirò lasciando soli gli sposi.

Presi gli ultimi concerti per l'indomani Severino tirò la Rosa in disparte.

Indovina chi ho incontrato: Camillo! Mi disse: — dunque ti farai sposo e non mi inviti neppure alle nozze. Non siamo più amici? — Ho dovuto invitarlo.

— Mi rincresce, osservò Rosa, s'incontrerà con mia sorella.

Ella pensò per un momento di scriverne al Camillo lei stessa per pregarlo di non venire: ma le preoccupazioni del momento le fecero dimenticare l'incidente.

Per quanto Rosa avesse la testa a segno l'indomani fu una giornata difficile, perché Lace e Severino avevano perduto la loro e non le furono di alcun aiuto e Rosa non voleva che sua madre si prendesse alcun fastidio.

Alle 10 dopo la messa grande suo suocero venne a prenderla per condurla in chiesa: la seguivano Severino con Anna e con suo padre. La signora Cristina li aspettava a casa Lace: aveva voluto ad ogni costo incaricarsi del pranzo e, per non disgustarla, bisognò lasciarla fare.

In dieci minuti la cerimonia fu sbrigata: poi la piccola comitiva sfilò fra la folla che aspettava sul sagrato e venne alla casa del maestro. La modestia di queste nozze fu un'antitesi perfetta con l'apparato di quelle di Anna. Una sola cosa ebbero in comune: l'ostilità del paese. Lo scredito dei Bossano si rifletteva anche su Rosa; i saggi murialtesi deploravano la pazzia dei Lace. Ma essi erano tanto felici che non se ne accorsero.

Al pranzo, oltre a Camillo, non era invitato che lo speziale, uomo neutro come il maestro, e suo amicissimo.

Si sedevano a tavola quando arrivò Camillo e rimase come impietrito sulla soglia.

Severino s'alzò e, impacciatissimo, lo invitò a sedere. Anna era prevenuta, e rimase, almeno in apparenza, impassibile. Cristina lo apostrofò dicendo:

— E non mi dici nulla? vieni qua presso a me. E presolo per mano lo tirò a sé, lo baciò e lo abbracciò.

L'allegria rumorosa di Lace e dello speziale coprì questo incidente. Il maestro col suo viso tondo, rosso, incorniciato da capelli e dalla barba candidissimi e tagliati a spazzola aveva l'aspetto di grande girasole esotico.

Il banchetto per quanto modesto, durò fin verso le quattro. Subito dopo, il flebotomo uscì per dare una volta fino a S. Martino, dove i lavori del mulino lo occupavano molto. La conversazione continuò più intima.

Camillo, sempre pallido, e silenzioso, si ostinò a rimanere. Anna pareva anche a lei a disagio. Rosa servì il caffè: nel porgere la chicchera alla sorella le sussurrò:

— Vuoi che Severino lo conduca fuori?

Anna la guardò con grande fermezza e rispose:

— No.

Appressandosi la sera gli sposi si disposero a partire. La carrozza li aspettava nella valle, la brigata, meno lo speziale, li accompagnò fin . Lace diede il braccio alla nuora, Severino ad Anna e Cristina prese quello di Camillo.

Strada facendo, Cristina fece l'elogio di Severino.

Camillo disse finalmente:

— Sono felice di vedervi contenta.

— Sì, sono contenta per Rosa... così potessi dire di quella disgraziata , soggiunse indicando l'Anna. — Ah, Camillo, se sapeste quante disgrazie dacché non ci siam visti!

Quella confidenza, così schietta, senz'ombra di rancore, traboccare la commozione di Camillo. Egli fu per buttarlesi ai piedi e chiederle perdono.

Fortuna ch'erano arrivati alla carrozza. Cristina si riasciugò in fretta gli occhi velati di lacrime: rasserenò il volto ad un sorriso, baciò e ribaciò i suoi sposi — e questi partirono salutati dagli evviva entusiastici del maestro Lace, il quale capiva ch'essi avevano una gran smania di restar soli.

Il maestro diede poi il braccio alla Cristina per parlare insieme con lei «dei figlioli».

 

 

 


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